Il caso LUISA BETTI

Non tutti i pareri si equivalgono.

Prendiamo il caso della giornalista Luisa Betti.

La signora decide incautamente di aprire una spazio pubblico per un civile confronto sul ddl 2454 (ddl 957), e invita i lettori ad esprimere liberamente il loro parere.

Ma alcune persone reagiscono così: Il più famoso quotidiano con zoccoli ed eskimo giace da mesi sull’orlo di un fallimento che – per la fortuna di chi ci lavora – non arriva mai, e pare che il clima da “sbaraccamento” abbia influenzato i giornalisti e i redattori. Titoli, occhielli e collaborazioni navigano nel mare della disinformazione senza comandante e – peggio ancora – senza pilota automatico.

L’incipit è rozzo, il registro usato è molto basso.

La testata che ospita il dibattito è identificata con gli zoccoli e l’eskimo, simboli della contestazione giovanile anni ’70; lo scopo è evocare un certo tipo di personaggio, contestatore per principio, arrabbiato, immaturo e desueto insieme, e contemporaneamente annunciare  con un immagine un termine che da questo incipit in poi sarà abusato: ideologia.

Il Manifesto giace da mesi sull’orlo del fallimento: sono poveri e in difficoltà, ecco perché sono arrabbiati. Più che poveri: sbaraccati. L’immagine della baracca, della precarietà, non si associa qui ad alcuna solidarietà per le difficoltà del prossimo, perché chi veste eskimo e zoccoli è diverso. Per loro fortuna, quindi sfortunatamente  per gli altri, che non hanno nulla da guadagnare dal lavoro di questi poveracci, ancora non hanno perso la baracca.

Il giornale naviga nel mare della disinformazione, senza pilota automatico. La condanna è definitiva, senza appello: quelli de Il Manifesto sono dei mistificatori. Tutto il giornale, ogni singola pagina, tutti i Titoli, occhielli e collaborazioni.

Dove sono le prove a sostegno di queste gravi accuse? Non ci sono ovviamente.  Quali sono i titoli incriminati? Non ne è citato alcuno. Chi sono questi indefiniti collaboratori responsabili della disinformazione? Non ci è dato saperlo.

Le accuse sono gravi, ma non trovano fondamento in alcun dato oggettivo se non nell’opinione di chi scrive.

Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore, né lo stesso diritto di essere espresse, soprattutto se vengono presentate ai lettori come fatti e non come opinioni personali. Il Manifesto giace, presente indicativo, il tempo della realtà, non dell’opinabile. Titoli, occhielli e collaborazioni navigano, e non ritengo che, mi sembra che, penso che… tutte espressioni che necessiterebbero del congiuntivo.

Inoltre, le opinioni delle persone ragionevoli trovano il loro fondamento in un analisi della realtà, e non nel pregiudizio; il pregiudizio qui è chiaramente espresso: sono quelli che indossano eskimo e zoccoli, sono degli sbaraccati, di conseguenza ciò che dicono non ha valore.

Il titolo di questo articolo? Il Manifesto e il blog che discrimina i bambini (se sono di sesso maschile)

Nell’accusare la signora Betti, un articolo di questi giorni premette: La Redazione di Adiantum avrebbe definito il suo blog discriminatorio e sessista, e avrebbe offeso la sua professionalità con altri commenti.

Qui, in cui sarebbe d’obbligo il modo indicativo, ad indicare un fatto (perché è fuor di dubbio che il titolo dell’articolo accusi il blog della Betti di discriminazione), ecco comparire il condizionale, a mettere in dubbio che il fatto sussista.

Riassumendo: opinioni personali espresse con la grammatica dei fatti, e fatti messi in dubbio dai modi verbali dell’irrealtà.

A questa mistificazione del reale, giustamente la signora Betti rifiuta di rispondere. Giustamente, perché è praticamente impossibile ricondurre al principio di realtà qualcosa che così profondamente lo stravolge.

Ma lo scopo di chi scrive è proprio trascinare la signora Betti sul terreno nemico del dibattito surreale, e incalzano: interviene il Dott. Giordano.

Inizialmente il Dott. Giordano ammette:  la dr.ssa Laura Betti, amministratrice del blog, ha sino ad ora lasciato ampia libertà a chiunque scrivesse.

Subito dopo scrive, riferendosi all’articolo dell’Adiantum: Argomentazioni che hanno un loro spessore, e sulle quali ci si potrebbe confrontare.

Che cos’è un’argomentazione? Un ragionamento che tende a dimostrare una tesi (conclusione) persuasivamente sulla base di ragioni (premesse o assunzioni). Una argomentazione è valida, se le premesse sono vere.

Difatti il Dott. Giordano, che non è uno sciocco, non la nomina nemmeno la verità, e non nomina neppure la correttezza delle argomentazioni dell’Adiantum, ma parla di spessore, un termine che di per sé non riconduce ad alcuna categoria che riguardi la correttezza/scorrettezza formale, o la veridicità/falsità dell’argomentazione.

Certo, di spessore, inteso come diversi strati di significati sovrapposti, nel testo apparentemente semplicistico dell’Adiantum ce n’è parecchio, ma la signora Betti rivendica il diritto di offendersi  dall’ingiusta accusa di sessismo, e, come aveva aperto il suo spazio al pubblico per un civile dibattito, così lo chiude.

Il Dott. Giordano insorge contro questa decisione:

la critica di Adiantum è una critica, condivisibile o meno, e non certo un’offesa. Adiantum si è limitato a scrivere che il blog in questione, e la dottoressa Betti, esprimono una posizione molto di parte, che pretendono di tutelare le donne e le bambine ma non uomini e bambini. Cosa c’è di tanto grave e tanto falso?
Ci si può offendere subito, appena si riceve una critica?
Da questo punto di vista, la cosa può sembrare quanto meno vessatoria: non esiste il diritto di critica, perché basta definire “una offesa” l’argomentazione che non piace. Comodo, no?

Qual è il confine tra diritto di critica e offesa? A mio avviso, nell’argomentazione in questione, è la veridicità delle premesse che stanno a fondamento della tesi accusatoria. Qui non ci sono premesse vere, ergo le accuse non sono una critica fondata e costruttiva all’operato di qualcuno, bensì ingiurie, perseguibili legalmente, mi permetto di suggerire.

Il punto non è “l’argomentazione mi piace o non mi piace” (punto di vista soggettivo), il problema è “l’argomentazione si basa su premesse vere o false” (principio di realtà). Il diritto di critica si esercita nell’ambito della realtà, per questo è stato inventato il reato di diffamazione, e ricondurre tutto nell’ambito delle “opinioni personali” è molto pericoloso.

la dr.ssa Betti ha lasciato correre sul suo blog molte offese alla professionalità e all’onestà verso alcuni intervenuti: primo fra tutti a chi scrive. Non si è mai indignata e non ha mai pensato di dover intervenire a tutela mia e della onestà delle mie affermazioni. Anche se di fatto a me hanno detto di peggio

Il Dottor Giordano sostiene che siccome la signora Betti non è scesa in campo a difendere le sue ragioni, ha perso il diritto di difendere se stessa.

Aprendo uno spazio in cui il Dott. Giordano era libero di esprimere le sue opinioni (come il Dottore stesso è costretto ad ammettere), la signora Betti ha dimostrato il pieno rispetto del principio di libertà di espressione, nonostante la sua personale opinione fosse spesso discordante da quella di chi si esprimeva.  Quindi, ha difeso il diritto del dott. Giordano ad avere delle opinioni. Ma lui pretende di più: vuole che le sue opinioni siano riconosciute come oneste. Non basta difendere il diritto delle persona ad avere delle opinioni: va difesa anche la persona che le esprime da qualsiasi accusa di non esprimerle onestamente.

Ma cosa si intende per opinione onesta? Un opinione onesta, per il Dott. Giordano, è un opinione coerente con le idee della persona che le esprime. Tutto rimane in un ambito cricorscritto al soggetto: io ci credo, io esprimo ciò in cui credo, io sono onesto.

Ma l’onestà, se lo si considera come termine, al di fuori di questo specifico contesto, rimanda a concetti ben più ampi, rimanda all’agire in conformità a princìpi morali ritenuti universalmente validi, che trascendono la dimensione soggettiva.

Il Dott. Giordano sostiene che la signora Betti abbia censurato questo suo intervento relativo all’articolo di Adiantum:

“Egregia dr.ssa Betti,
ha tutta la mia solidarietà.
Però, volendo fare l’avvocato del diavolo, vorrei esporre un mio punto di vista.
Premetto che non ho alcun rapporto di alcun tipo con Adiantum, che non so chi abbia firmato quel pezzo e che non condivido nemmeno tutte le impostazioni di Adiantum  (…)

Il mio punto di vista è che anche io sono stato oggetto -insieme ad altri- di attacchi alla persona.
A me personalmente hanno contestato una professionalità truffaldina (spaccerei per malattia una frode), mi hanno tacciato di dar credito e propagandare le teorie di un impostore, e di essere maschilista dalla parte dei padri.

Non mi è sembrato di sentire nessuna voce che si levava a tutela del mio diritto a non passare per un professionista scorretto, che spaccia teorie false e propaganda quelle di un impostore.

Lei ha si permesso il dialogo, ma ha permesso che si dicesse anche questo, di me (e di altri). E ha in sostanza permesso che svilissero me, la mia professionalità, il mio impegno.

Però io non ho detto niente, l’ho considerato parte di un confronto aspro, e non mi sono lamentato: l’ho buttata anzi sull’ironia, alla fine.

Mi permetta dunque una brutta provocazione -credo che lei se lo può permettere proprio perché capace di accettare un dibattito anche urticante e a volte offensivo.

Ma non sarà questa, a volte se non spesso, l’essenza di un “femminismo” che allorché lo svilimento e l’offesa -la violenza- colpiscono la donna, la identifica subito come vittima, ma lascia poi correre senza alcuna remora, quando colpito è il maschio?”

Anche il Dott. Giordano, come la signora Betti, rivendica il suo diritto a non passare per un professionista scorretto, che spaccia teorie false e propaganda quelle di un impostore.

C’è un importante differenza fra le due situazioni, sulla quale il Dott. Giordano sorvola.

Le accuse di cui parla sono state rivolte direttamente al Dott. Giordano, nel corso di un dibattito, e la signora Betti ha sempre lasciato lo spazio al Dott. Giordano per replicare e difendersi.

Al contrario, le accuse alla signora Betti hanno trovato la loro collocazione in un altro sito, al di fuori del dialogo, in un luogo ove non c’era spazio per un contraddittorio.

Contestualmente alla sua solidarietà, il Dott. Giordano conclude riaffermando la tesi di Adiantum: Ma non sarà questa, a volte se non spesso, l’essenza di un “femminismo” che allorché lo svilimento e l’offesa -la violenza- colpiscono la donna, la identifica subito come vittima, ma lascia poi correre senza alcuna remora, quando colpito è il maschio?

Si alza la voce per difendere le persone che non hanno voce per difendersi da sole.

Io credo che il Dott. Giordano non abbia bisogno di essere tutelato, perché ha spazi in abbondanza nei quali esprimere le sue ragioni.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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