I gorilla

Una volta ho visto un documentario bellissimo sui gorilla.

Si raccontava la storia di questa piccola gorilla, che era stata abbandonata dalla madre, la quale aveva scelto un nuovo compagno e un diverso clan.

A quel punto, la piccola era stata presa in carico dal padre, il capofamiglia.

Ma c’era un problema: i cuccioli di gorilla, per sopravvivere, devono dormire accoccolati al corpo delle madri, altrimenti rischiano di congelarsi con il brusco abbassarsi delle temperature della notte; è prassi nelle famiglie di gorilla che le madri costruiscano dei nidi sugli alberi, con rami e foglie, per dormire con i loro cuccioli. I gorilla maschi, più grossi e troppo pesanti, non possono salire, e rimangono a dormire sul terreno.

Il padre, deciso ad occuparsi della piccola orfana, al calar della sera si è trovato spaesato: che fare? Doveva tenere la piccola attaccata a sé, ma non poteva costruire un nido sui rami come le altre mamme.

Perché racconto questa cosa? Per dare un’idea che lo stato di natura non è idilliaco come tanta filosofia ci ha insegnato a pensare.

Anche fra i gorilla ci si interroga sui ruoli, si fanno libere scelte controcorrente, si cercano soluzioni nuove quando la tradizione non ha risposte da dare, si esce dalla strada vecchia e si imboccano sentieri inesplorati, e quando ciò avviene, avviene per “umanissime” ragioni: amore, egoismo, coraggio, senso del dovere…

Parliamo di animali umani, di uomini bestiali…

Forse è solo che siamo confusi su ciò che realmente ci definisce. O forse siamo troppo concentrati su tutto ciò che divide, e crea delle categorie, invece di ragionare su ciò che unisce, e nella diversità scopre quelle sfumature che ci permettono di riconoscere l’altro come simile.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a I gorilla

  1. Paolo1984 ha detto:

    io condivido la risposta che Marina Terragni ha dato su FaS
    avere l’utero o non averlo non fa di te un genitore migliore o peggiore ma implica delle differenze oggettive tra ciò che ti è possibile fare e ciò che non puoi fare, e sono differenze da tenere presenti quando si affrontano argomenti come la nascita, l’utero in affitto o l’aborto.
    Ad ogni nascita è presente una donna, non può essere diversamente, e se accanto a lei c’è un uomo è solo perchè quella donna ha consentito che ci fosse. Il mondo potrà cambiare su molte cose, ma questa non cambierà

    • Io credo fortemente nell’importanza di interrogarsi sempre, su tutto. La polemica seguita all’articolo di Marina Terragni (della quale, tra l’altro ho amato tantissimo il libro La scomparsa delle donne) secondo me ha un po’ confuso i termini del discorso…
      Comunque c’è da riconoscere nell’uomo (e forse non solo nell’uomo) la tentazione di andare oltre i limiti del proprio corpo… Da sempre.
      Che questo finisca con il coinvolgere altre creature, come nel caso limite dell’utero in prestito, in cui a subire le conseguenza di questo andare oltre i limiti imposti dalla natura sono i figli, secondo me ci riporta al concetto di libertà, piuttosto che al concetto di identità. In questo senso: fino a che punto sono libero di scegliere? Tutte le mie scelte ricadono a pioggia su tutto ciò che mi circonda: io mi rendo conto della grande responsabilità che la libertà di scelta porta con sé? Sono in grado di valutare le conseguenze che le mie scelte potranno avere sugli esseri viventi in esse coinvolti?
      Qualcuno più saggio di me sosteneva che questo genere di angoscia potrebbe condurci all’immobilità, al non prendere più alcuna decisione…
      Io invece credo che è proprio nella dialettica che la nostra energia si rivigorisce.

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