La matrigna di Biancaneve

Qualche anno fa Monica Bellucci interpretò una donna ossessionata dalla sua bellezza ne I fratelli Grimm e l’incantevole Strega.

Charlize Theron ripropone in Biancaneve e il Cacciatore la medesima ossessione,

con una piccola differenza: la bellezza per la terribile Ravenna non è funzionale al narcisistico piacere di rimirarsi allo specchio. Lo specchio neanche c’è nel film, ma è sostituito da un piatto dorato dal quale emerge una figura velata alla quale la Regina si rivolge nei momenti di angoscia.

Per la Regina la bellezza è uno strumento – “l’unica cosa che ti può salvare” le dice la madre prima di esserle strappata e uccisa – l’unico potere del quale una donna dispone in mondo di uomini, dediti alla guerra la gran parte del tempo.

Arrabbiata, disperata, spesso in lacrime, questa matrigna.

Uccide gli uomini perché è convinta che sia l’unico modo per sopravvivere loro; uccide le donne per essere, sempre, la più bella del Reame, perché sa che le donne appassite vengono gettate via e sostituite, con il medesimo disprezzo della pietà con cui lei le prosciuga della giovinezza; conquista e distrugge regni, in un delirio nichilista, affinché “questo mondo corrotto” abbia “la Regina che si merita”: una Regina che desertifica e brucia le terre le calpesta, che abbrutisce i suoi sudditi nella costante ricerca di una conferma dell’infima natura dell’essere umano, che in solitudine si strugge per il passare del tempo, l’unico fattore che sembra contrapporsi al suo progetto di eterna vendetta sulla vita.

Non so, ma di fronte ad una “cattiva” così ben costruita, Biancaneve secondo me passa un po’ in secondo piano.

Bella l’idea di scegliere una ragazza che, sinceramente, più bella della matrigna non lo è affatto, così che è subito chiaro che quando lo “specchio” annuncia l’arrivo di una pericolosa “più bella del Reame” non è alla bellezza in senso estetico che si fa riferimento.

Quello che rimane un po’ fumoso è a cosa faccia riferimento, invece, la “purezza” tante volte citata per descrivere la Principessa: la sua straordinaria empatia, che le permette di sedurre cervi giganti e troll furibondi? La pietà, in virtù della quale si scioglie in lacrime per la morte di uno dei nani? Il coraggio, che la porta ad indossare l’armatura e a cavalcare in testa ai rivoltosi col piglio d’una novella Giovanna d’Arco?

Forse una matrigna così attuale avrebbe meritato un eroina con una maggiore profondità, una che non si limitasse a sventolare il vessillo lacero del padre e far fiorire germogli, ma che suggerisse un po’ più concretamente il germogliare in tutte le donne di una diversa consapevolezza, aliena dall’ossessione del tempo che passa erodendo il potere della bellezza.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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3 risposte a La matrigna di Biancaneve

  1. Paolo1984 ha detto:

    non ho visto questo film anche se mi attira l’idea di una Biancaneve guerriera e dei nani un po’ “delinquenti” (oltre alla regina cattiva interpretata da Charlize Theron)..però credo che la purezza in questo caso si riferisca forse in maniera molto generica alle qualità positive di Biancaneve: bontà, coraggio, empatia

  2. Questo film aggiunge un particolare che nella fiaba originale dei fratelli Grimm non c’è: la prigionia di Biancaneve. Kristen Stewart, con l’avvento della malvagia Regina, passa da un’infanzia spensierata alla prigionia della torre, senza alcun vero contatto con il mondo esterno. Questo sembra suggerire un approccio rousseauiano alla purezza: la Principessa è pura come l’uomo selvaggio ipotizzato da Rousseau, perché ha vissuto isolata dagli altri membri della sua specie, senza praticamente alcuna relazione interpersonale. Questa mia interpretazione potrebbe rafforzarsi se si considera la particolare sensibilità che dimostra nei confronti della Natura, la facilità con cui soprattive nella foresta oscura, ad esempio, dove invece gli uomini “civilizzati” non si addentrano neanche (e dove la Regina non può esercitare alcun potere).
    Scrive Rousseau: “(l’uomo nello stato di natura) errando nella foresta, senza mestiere, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senza legami, senza nessun bisogno dei suoi simili, come pure senza nessun bisogno di danneggiarli, forse addirittura senza conoscerne individualmente nessuno, il selvaggio, soggetto a poche passioni, bastando a se stesso, non doveva avere che i sentimenti e i lumi del suo stato, non doveva sentire che gli autentici bisogni, guardando solo a ciò che riteneva di avere interesse a vedere, mentre la sua intelligenza faceva scarsi progressi, ma la sua vanità non ne faceva di più.” Per Rousseau lo stato di natura è puro e felice, in contrapposizione all’avvilimento e al degrado morale della società corrotta.
    Per questo nel suo Emilé descrive come ideale la crescita di un bambino quasi in solamento, a diretto contatto con la natura, solo col suo precettore e con pochi servitori discreti, per preservare il più a lungo possibile lo stato di incorrotta purezza che godiamo solo nell’infanzia.
    A differenza di Rousseau, io credo nell’uomo come animale sociale. E credo, come il Mahatma Gandhi, che la purezza possa essere il frutto di un’evoluzione interiore, di uno sforzo individuale, piuttosto che un dono da preservare lontano dal mondo…

    • Paolo1984 ha detto:

      riflessioni molto interessanti, è bello trovare più di una lettura nelle opere artistiche, ti ringrazio.
      Tornando al film, io credo che la cosa importante dal punto di vista artistico ed estetico è che sia riuscito a raccontare ciò che voleva efficacemente e in linea con le ambizioni dell’autore, ma non avendolo visto non posso saperlo.
      Ciao

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