Il crepuscolo

Qualcuno sospira con un misto tra il depresso e il disgustato “Ah, i giovani d’oggi!” Magari nei momenti peggiori aggiunge anche “Noi non eravamo così…”

Poi ci sono gli entusiasti, che salutano i “nativi digitali”, “la generazione 2.0” con piena fiducia in un futuro migliore: sono più svegli, più intelligenti, così tecnologici…

Sono giovani, giovanissimi, e io non lo sono più. Siamo diversi, e non è necessario procedere con una valutazione comparativa. O meglio: è importante confrontarsi, ma solo per arrivare a capirci, lasciando un attimo da parte le categorie “meglio” e “peggio”, che certo non stimolano la reciproca comprensione.

Lo dico sinceramente: della mia adolescenza non ricordo granché, forse solo le cose più piacevoli. Tempo fa mi è capitato di tirare fuori da un baule (si, un baule, esistono anche fuori da Hogwarts e io ne ho uno) il mio vecchio diario delle medie. Suonava più o meno così:

A quell’età c’è la tendenza a sentirsi dei reietti… Forse perché l’infanzia non ci appartiene più, l’età adulta non ci accoglie ancora, e l’adolescenza si definisce solo in termini che negano e non affermano, creando una sorta di limbo in cui “non si è più” e “non si è ancora”, ma difficilmente si “è”.

Comunque, ero in libreria (quella con i libri di carta ben allineati lungo gli scaffali) quando nella sezione filosofia attira il mio sguardo un libricino lilla dal titolo Twilight – filosofia della vulnerabilità. Siccome in libreria sono come un irlandese in un pub, l’ho comprato, insieme a molti altri. E poi l’ho letto.

La Meyer no, non l’ho comprata. Sono affezionata al mio vampiro, il vampiro della mia adolescenza, ed accoglierne un altro mi sembrerebbe quasi un tradimento. Intervista col vampiro è uno dei vecchi libri che conservo ancora e che ho portato con me di trasloco in trasloco, ma che non ho mai più riaperto, perché appartiene a quel periodo in cui mi sentivo così male con me stessa da trovarmi perfettamente d’accordo con affermazioni del tipo: La grande avventura della nostra vita. Che cosa significa morire quando si può vivere fino alla fine del mondo? E che cos’è la “fine del mondo”, se non un modo di dire, perché chi sa anche soltanto cos’è il mondo stesso? Ormai ho già vissuto due secoli e ho visto le illusioni dell’uno completamente distrutte dall’altro, sono stato eternamente giovane ed eternamente vecchio, senza possedere illusioni, vivendo attimo per attimo come un orologio d’argento che batte nel vuoto: il quadrante dipinto, le lancette intagliate, che nessuno guarda, e che non guardano nessuno, illuminate da una luce che non era luce, come la luce alla quale Dio creò il mondo prima di aver creato la luce. Tic-tac, tic-tac, tic-tac, la precisione dell’orologio, in una stanza vasta come l’universo.
Essere un vampiro per rinuciare all’illusione della vita, annientare lo scorrere del tempo e rifiutare ogni definizione in base ad esso (eternamente giovane ed eternamente vecchio),  osservare (ed uccidere) con scanzonato disprezzo quelli che si otinano ad esistere in modo dinamico, convinti, agendo in modo costruttivo piuttosto che distruttivo, di riuscire a dare un senso all’esistenza.

Che ragazza solare, non vi pare? Non doveva essere granché divertente avermi intorno…

I vampiri di Twilight, ci racconta la filosofa Monia Andreani, invece amano, non si limitano a provare una struggente nostalgia per le emozioni umane, come Louis, che si trascina depresso nei vicoli bui di New Orleans sgozzando topi (un immagine davvero disgustosa, ora che ci ripenso dopo tanti anni), ma amano, ed ad attenderli c’è una sorta di lieto fine.

Sono sempre giovani che in qualche modo rifiutano di entrare a far parte di un mondo che non ha nulla di desiderabile (oggi più che mai, visto che l’insicurezza erode anche la quotidianità degli adulti, che si trovano a lavorare nel presente per un futuro che sembra impossibile, caduto dentro la piega della storia ed azzerato in un liquido adesso), ma a alla crisi oppongono almeno un qualcosa di concreto, di costruttivo, di vitale.

Bella, la protagonista del romanzo (Bella come La bella e la bestia, colei che scopre la bellezza che si nasconde dietro l’apparenza della mostruosità) è una adolescente che va a scuola, studia, compie il suo dovere, e per il resto cerca di fare il meno rumore possibile, di essere quasi invisibile, perché ha due genitori infantili e incapaci di educarla, è priva di una famiglia e di un punto di riferimento, quasi investita di una responsabilità materna nei confronti di sua madre; ma, in un modo che nulla ha della tipica aggressività adolescenziale, si ribella: non è una consumatrice, non fa shopping, non segue le mode, non ha velleità di creazione capitalista perché al futuro lavorativo non pensa affatto (è anche vero che il lavoro non è alla portata della sua generazione).

Certo, forse questa interpretazione anti-capitalista del romanzo è un po’ forzata, perché di fatto il bel vampiro Edward ha una bella macchina, una bella casa, dei bei vestiti, tutti simboli del rampante mondo dedito al consumo; però vive una vita all’insegna dell’autolimitazione: non succhia sangue umano. Da questo punto di vista si contrappone a quel famelico Dracula che nel romanzo di Stoker comprava proprietà a più non posso e sognava di vampirizzare tutta Londra.

Non c’è nulla in Edward neanche del vampiro Lestat, che opponeva alla società il suo essere dandy dedito solo al proprio narcisistico piacere: Edward non concepisce il legame come un proprio egoistico bisogno; è un mostruoso egocentrismo che spinge Lestat a trasformare Louis, poiché l’obiettivo è godere della presenza di una proiezione di sé stesso.

In Twilight c’è l’amore come accettazione del diverso, dell’altro da sé, con tutto il turbamento che l’accettazione dell’altro si porta dietro: ciò che tormenta il bel vampiro è il terrore di far del male all’amata, metafora di quell’impulso primitivo a negare (e distruggere) tutto ciò in cui non ci riconosciamo, che manifesta una volontà propria e che sfugge al nostro controllo.

Un amore che non è proiezione, che non è controllo, un amore che rispetta, un amore consapevole di come il desiderio, la passione possano diventare una trappola che conduce alla distruzione degli amanti stessi, quando non si associano ad una assunzione di responsabilità verso l’altro considerato come soggetto.

Un amore eticamente rilevante. E questo mi piace.

Soprattutto se rifletto sul fatto che io, invece, mi crogiolavo nel’idea di rinchiudermi in una stanza vasta come l’universo, per diventare qualcosa che nessuno guarda e che non guarda nessuno.

In quel momento magico e sospeso che è il crepuscolo, in cui i contorni delle cose si sfocano, le ombre si alungano in attesa del buio, quel buio in cui siamo ciechi come nel grembo materno, forse davvero si prepara l’alba di un nuovo giorno.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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3 risposte a Il crepuscolo

  1. Paolo1984 ha detto:

    Io non ho mai letto Twilight, vi sono numerosi pareri negativi che questo libro e i relativi film da esso tratti hanno avuto (tra i tanti pareri negativi, quello molto autorevole del mio scrittore preferito: Stephen King, che ai vampiri della Meyer preferisce, come te, i maghi di J.K. Rowling) comunque conoscevo per sentito dire il lavoro di Monia Andreani ed è sempre positivo quando la filosofia guarda con occhio non negativo e sprezzante alla cultura pop.

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