Un diverso punto di vista

Abbiamo parlato (perché i lettori commentano, mica ci sono solo io!) della visione della famiglia di Costanza Miriano.

Mi sembra giusto citare la signora Anne-Marie Slaughter, professoressa di scienze politiche e relazioni internazionali all’università di Princeton e, da gennaio 2009 a febbraio 2011, direttrice della pianificazione delle politiche al dipartimento di stato statunitense, che in un articolo dà la sua versione del “sogno femminista”: avere tutto.

Intanto vorrei premettere che io, pur ritenendomi (forse a torto) una femminista, non amo la parola “tutto”: tutto significa completo, intero (tutta la torta), oppure indica la completezza di insieme di cose (tutte le luci della casa), oppure significa ogni, qualsiasi (tutti i giorni), oppure ogni cosa, con valore neutro ed indeterminato: voglio tutto. Se cucino una torta, mi piace dividerla con le persone che amo; non accendo mai tutte le luci di casa, per risparmiare e perché sono anche un’ecologista; e, soprattutto, penso che sia innato nell’essere umano desiderare sempre qualcosa di nuovo e diverso senza raggiungere mai quella sensazione di completezza, di interezza che ci fa dire: non desidero più niente, ho già tutto.

Nonostante queste considerazioni, sono anche convinta della necessità, per sentirsi vivi, di non smettere di desiderare di sentirsi completi, nonché dell’importanza di imparare a vivere la frustrazione in modo non distruttivo.

Anne-Marie Slaughter ci spiga che “avere tutto” significa, nel contesto delle sue argomentazioni, gestire la maternità ed essere anche professioniste affermate: un’impresa impossibile anche per le donne più che eccezionali, perché non è solo una questione di capacità personali: è il sistema lavoro che lo impedisce, per il modo in cui è strutturato.

La sua esperienza personale: Quando le persone mi chiedevano perché avevo lasciato il governo, rispondevo che non solo non volevo perdere il mio posto a Princeton, ma volevo stare con la mia famiglia ed ero arrivata alla conclusione che non è possibile destreggiarsi tra un incarico pubblico di grande responsabilità e le esigenze di due figli adolescenti.

Le sue conclusioni: Dopo anni di discussioni e osservazioni mi sono convinta che gli uomini e la donne reagiscono in modo molto diverso quando i problemi familiari li costringono ad ammettere che la loro assenza nuoce a un figlio, o almeno che la loro presenza potrebbe essere d’aiuto. Non credo che i padri amino i figli meno delle madri, ma gli uomini tendono a scegliere il lavoro a scapito della famiglia, mentre le donne tendono a scegliere la famiglia a scapito del lavoro.

Naturalmente questa scelta è condizionata da molti fattori. Gli uomini sono ancora educati a credere che il loro dovere principale nei confronti della famiglia sia di provvedere ai bisogni materiali, le donne sono educate a credere che il loro primo dovere sia la cura. Ma potrebbe esserci dell’altro.

Le domande che si pongono sono molte: è vero che esiste questa genetica predisposizione alla cura, questo “imperativo materno delle donne”? Tutte (ancora questa parola) le donne lo percepiscono allo stesso modo?

Se gli uomini venissero educati in modo diverso, sparirebbe nel mondo del lavoro quella cultura del “tempo macho”, che richiede la disponibilità totale del tempo, senza spazio per niente altro?

La soluzione, per la signora Slaughter, è proporre dei cambiamenti concreti nel mondo del lavoro che pongano la famiglia al centro dell’attività lavorativa di tutti, non solo delle donne.

Un esempio di questi suggerimenti concreti? Poter lavorare a casa – la sera quando i bambini sono andati a letto, quando sono malati o quando nevica, e almeno una parte del tempo durante il fine settimana – può essere la soluzione per fare ugualmente appieno la propria parte senza rinunciare a occuparsi dei figli. Le videoconferenze possono ridurre drasticamente la necessità di lunghi viaggi di lavoro e facilitano l’integrazione tra lavoro e vita familiare.

Il lavoro svolto a casa invece che in ufficio. Le videoconferenze invece dei viaggi. Soluzioni semplici per permettere a chi deve accudire una famiglia di continuare a svolgere il suo lavoro. Queste soluzioni troverebbero concreta applicazione se le persone preposte a valutare il lavoro svolto considerassero anch’esse la famiglia un valore e nelle loro valutazioni tenessero in debita considerazione l’impegno che una famiglia comporta, ovviamente in termini positivi.

A tal proposito, una interessante osservazione della signora Slaughter:

Esaminiamo questa ipotesi: un datore di lavoro ha due dipendenti ugualmente capaci e produttivi. Nel tempo libero, uno si allena e partecipa alle maratone, l’altra si prende cura di due bambini. Che idea si farà del maratoneta il datore di lavoro? Penserà che si alza ogni mattina quando è ancora buio e passa un’ora o due a correre prima di andare in ufficio, e che è pronto ad allenarsi anche dopo una giornata particolarmente lunga. Penserà che si sottopone a una disciplina feroce e che sa combattere le distrazioni, la stanchezza e i giorni in cui tutto sembra andare storto pur di raggiungere un obiettivo lontano. E concluderà che sa gestire alla perfezione il suo tempo.

Siate onesti: credete davvero che il datore di lavoro pensi le stesse cose di una madre? Eppure probabilmente la madre si alza ore prima di andare al lavoro, organizza la giornata dei figli, gli prepara la colazione, i panini per il pranzo, li accompagna a scuola, pianifica la spesa e altre commissioni anche se è tanto fortunata da avere una domestica. (…) La disciplina, la capacità organizzativa e la resistenza fisica necessarie per arrivare ai massimi livelli nel lavoro avendo dei bambini in casa non sono diverse da quelle che servono per correre dai 30 ai 60 chilometri alla settimana. Ma i datori di lavoro non la vedono quasi mai così, non solo quando fanno concessioni, ma anche quando decidono una promozione.

 

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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