Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
 

Primo Levi ci ha raccontato una storia, la sua storia.

La storia che molti sostengono non sia vera.

E’ di pochi giorni fa la notizia della morte di Shlomo Venezia, un altro grande testimone della Shoah, morte salutata così da alcuni: “Morto il falsario olo-sopravvissuto Shlomo Venezia! Quando muore un sopravvissuto sono sempre triste: le loro comiche cazzate mi divertono molto! Comunque pare morendo abbia esalato un ultimo grugnito…” “E’ morto Pinocchio… lunga vita a Pinocchio! Perché tanto lo manterranno in vita con i suoi racconti, il suo libraccio, le sue testimonianze registrate”. “Godo, prima o poi creperanno tutti i fantomatici sopravvissuti”.

Sono quelli dell’orgoglio bianco, neonazisti che si nutrono di antisemitismo e omofobia, gente che spende il suo tempo a negare la realtà dei campi di concentramento.

Alla luce della gioia selvaggia e spudorata di questi giovanotti, che festeggiano la dipartita di uno degli ultimi testimoni oculari delle camere a gas e dei forni crematori, rileggo i versi di Primo Levi.

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case la ricordate, ci credete alla sua storia? La ripetete ai vostri figli?

Primo Levi, come Shlomo Venezia, ci teneva molto che le generazioni future la conoscessero, che se la raccontassero, che si chiedessero è un uomo, questo, che muore per un si o per un no? Ci teneva così tanto, Primo Levi, da lanciare un anatema contro quelli desiderosi di volgere lo sguardo, di dimenticare, di non raccontare: vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

Lo sapeva che qualcuno si sarebbe levato a gridare: sono tutte fandonie, non è vero niente, te lo stai inventando!

Erano uomini, donne e bambini di ogni genere quelli che finirono nei campi di concentramento: uomini buoni, uomini pieni di difetti, uomini gentili e uomini crudeli, ma non furono uccisi per ciò che erano, nessuno dei loro carcerieri era interessato a loro come persone. Non erano uomini: erano ebrei, dissidenti politici, nemici, diversi… erano zingari, olandesi, russi, greci, italiani… erano stelle di diversi colori, tutte cucite sulla divisa a righe, i crani rasati, la pelle tirata sulle povere ossa. Non erano più dintinguibili l’uno dall’altro, come lo sono, di solito, gli esseri umani.

E gli altri? Quelli in divisa, in camice bianco, erano uomini quelli?

E’ lecito ogni tanto interrogarsi su cosa rende uomo un uomo, su cosa ci rende umani.

Ogni tanto potremmo fermarci ad ascoltare la storia di un altro uomo, per sentire cosa ci racconta delle sue indagini su cosa è un uomo è cosa non lo è. E poi, magari, giungere a delle conclusioni meglio ponderate su cosa potremmo e cosa vogliamo essere.

 

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Se questo è un uomo

  1. maryonn ha detto:

    I libri di Primo Levi sono tutti bellissimi, nella loro tragicità. Ho amato molto anche I sommersi e i salvati, saggio che probabilmente doveva servire a Levi a placare l’angoscia di essere uno “che non aveva toccato il fondo” e quindi era sopravvissuto. Purtroppo non è bastato e come sappiamo si è ucciso.
    I negazionisti sono dovunque, purtroppo. Anni fa stavo parlando con una collega di alcuni episodi a cui avevano assistito i nostri genitori durante la guerra, riguardanti il ghetto di Venezia e la cattura degli ebrei per essere poi deportati nei campi di concentramento.
    Un’altra collega stava ascoltando le nostre parole, e con nostra grande sorpresa ci disse: ” State dicendo delle grandi stupidaggini! Quelle cose non sono mai successe!”
    “Ma cosa stai dicenso!” risposi io “Mio padre ha visto con i suoi occhi la deportazione degli ebrei, purtroppo era impotente come tanti altri cittadini di Venezia!” “Anche i miei genitori hanno visto le stesse deportazioni e se le ricordano bene!” disse la collega con cui stavo parlando all’inizio.
    “Io non ci crederò mai e poi mai, i campi di concentramento non sono mai esistiti!” E la collega negazionista se ne ando’, convinta di avere ragione.
    Questo episodio è successo una trentina di anni fa circa, e mi ha molto colpito. All’epoca non sapevo che esistevano i negazionisti, mi sembrava una cosa così assurda!
    Avrei capito molto di più se quella collega avesse detto: “i nazisti hanno fatto bene a deportare gli ebrei!”, almeno avrebbe un senso, ma negare che quelle atrocità siano mai esistite secondo me è assurdo.
    E’ assurdo e prova che chi crede ancora all’ideologia nazista in fondo si sente in colpa, altrimenti non dovrebbe negare l’evidenza.

    • Io non credo sia solo senso di colpa. Sostenere che una realtà tangibile, sensoriale, evidente non corrisponde alla realtà è un modo di agire che assoggetta il reale a chi lo rappresenta. Equivale a dire: “ciò che dico io è più reale di ciò che vedi, senti, tocchi tu.”
      https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/07/12/la-bisbetica-indomabile/ Questo, per quanto letterario, ne è un esempio. Un altro esempio letterario di questo genere di manipolazione linguistica è la teoria del Bipensiero esposta in 1984, luogo immaginario in cui “la menzogna diventa verità e passa alla storia”.
      Sempre in 1984 Orwell scrive questa frase: “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, slogan del partito al potere. La realtà presente, il passato documentato, tutto ciò che di concreto stabilisce il concetto di realtà è assoggettato alla parola di chi comanda. Dunque non esiste più nulla, solo la volontà di chi ha il controllo delle menti della massa inconsapevole, che volontariamente (come la signora di cui parli tu) accetta di cancellare un ricordo come non sia mai esistito per fare posto ad una “realtà” presente che altrimenti sarebbe incompatibile con esso. Quando Primo Levi insiste tanto sull’importanza della memoria, sul tramandare ciò che è avvenuto, fa riferimento proprio a questi tentativi di manipolazione del passato, funzionale alla creazione di un futuro che sarebbe altrimenti inaccettabile.
      Accettare, subire, è più semplice che opporsi, fin tanto che non si percepisce un pericolo immediato per la propria sopravvivenza.
      La scritta all’ingresso dei campi di concentramento è emblematica in questo senso: arbeit macht frei, il lavoro rende liberi; con questo miraggio di libertà, con questa promessa di salvezza a chi avesse dimostrato di rendersi “utile” attraverso il lavoro, si voleva sopire ogni slancio di ribellione.
      Il dramma di molti sopravvissuti è stato proprio questo: perché non sono corso via, non ho aggredito, non mi sono divincolato, non ho gridato, imprecato, picchiato? Perché non ho trattenuto i miei figli tra le braccia invece di lasciare che me li strappassero dalle mani? Almeno sarei morto dignitosamente…
      Alla luce delle migliaia di persone che ordinatamente, in fila, sono andate incontro alla morte senza tentare (se non in rarissimi casi) alcun atto di rivolta, dovremmo riflettere sul potere immenso della paura e su quanto il linguaggio deforma facilmente anche la realtà che abbiamo sotto gli occhi.

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