ParaNorman: basta con tutto questo impiccare e bruciare e impiccagioni e bruciamenti…

Io non sono una fanatica dell’horror: non mi piacciono gli zombie né tutto ciò che comporta spargimenti di sangue o di tutto quello che di norma dovrebbe restare ben celato sotto strati di muscoli, ciccia ed epidermide.

Ma la domenica si va al cinema, quando piove.

Così, inaspettatamente, invece che l’atteso “Era glaciale 4”, abbiamo affrontato il più cupo ParaNorman, la paurosa storia di Norman Babcock, il bambino che parla con i morti.

Ero perplessa, lo confesso, e non perché non abbia apprezzato Coraline e il suo inquietante paese delle meraviglie (io ho associato gli occhi-bottone al colore dei peli che crescono sul viso di Barbablù, ma mi sa che sono l’unica), ma perché dopo Il sesto senso e The others, il tema mi sembrava già magistralmente sfruttato… Cosa dire di più?

I lungometraggi animati, però, finiscono con lo stupirmi, quasi sempre piacevolmente.

Norman è un bambino solo, diverso e incompreso. Come tutti i protagonisti dei film dedicati ai bambini, del resto.

Non ha la pinna atrofica di Nemo, non è verde e disgustoso come Shreck, non ha perso la mamma come Chicken Little, o addirittura entrambi i genitori, come la Lilo di Lilo e Stitch (è assurda la mortalità dei genitori nei cartoni animati!), non ha una perfida matrigna come Cenerentola e Biancaneve, ma parla con la gente morta e lo attende un destino che quello della Bella Addormentata nel Bosco, in confronto, può definirsi roseo. E i suoi capelli non stanno mai come dovrebbero (come Harry Potter… altro celebre orfano).

Certo che a vedere i genitori di Norman, quasi rimpiangi che non siano morti anche loro. Vorresti concederti il lusso di idealizzarli un po’, questi genitori, visto che è una storia di bambini, una storia per bambini! Invece, a rimirare Norman che mima con i suoi pupazzetti il litigio di mamma e papà in salotto, ti trovi a pensare: ecco, il triste quotidiano.

Come disse quell’uomo saggio che mi accompagna sempre al cinema – mio figlio – mentre la pressa schiacciava Wall-e: “E’ un cartone, si sa che va a finire bene!” E dopotutto, io, da bambina leggevo Huckleberry Finn, in cui l’unico genitore che c’è si fa notare per la sua assenza e la devozione alla bottiglia.

Quello che mi ha colpito, di questo film, è l’azzardato, ma calzante,  parallelo fra il bullismo e la caccia alle streghe (tutti ricordiamo il caso statunitense che nel 1692 rese Salem a tutti nota, anche se sono molti quelli che  non si chiedono: “nota, perché?”).

Infatti Blithe Hollow (blithe, aggettivo: noncurante, sconsiderato) il paesino dove vive Norman (che rimanda anche a The Legend of Sleepy Hollow di Washington Irving, o forse no) è famoso per l’efferata impiccagione di una perfida strega, omicidio che permette alla cittadina di fregiarsi di una statua di dubbio gusto e di parecchi negozi di souvenirs che attirano i turisti (e di citare, credo, la leggenda mediatica della strega di Blair). Nonché di tremende recite scolastiche, durante le quali l’unica a contestare la veridicità storica del resoconto è la secchiona di turno, occhialuta e supponente bambina che, pur nella consapevolezza di violare la veridicità dei drammatici processi che insanguinarono il Rinascimento, acconsente ad indossare naso posticcio e cappello a punta e a lasciarsi condannare, ad uso e consumo degli adulti armati di telecamera.

Perché gli unici armati e veramente violenti non sono gli zombie o la strega, in questo film, bensì gli adulti: non i sette orrendi morti viventi, impauriti, pentiti e sperduti, non la sorella iphone-dipendente o il giocatore di football palestrato, e neanche il bullo analfabeta munito di orecchino e stereo che suona rap a palla… Ma gli adulti.

Bellissima (e amara) la scena in cui proprio Alvin, la nemesi di Norman a scuola, risponde con stesso grido di orrore alle parole “zombie” e “adulti”.

Si scoprirà che anche la perfida strega, quella che genera tornadi e risveglia i morti, non è altro che una bambina, sola, diversa e incompresa proprio come Norman: una bambina rapita, condannata e uccisa dagli adulti incapaci di ascoltarla, di rispettarla, di tollerare il suo essere al di fuori dei canoni.

Non per niente il nome Norman suona esattamente come normal, normale. E di non essere “normale”, di uscire dai confini che la società traccia per ognuno di noi, è proprio quello che tutti gli rimproverano.

Agata, la strega, è una bambina infuriata per il male subito, che non vuole dormire e cerca disperatamente di restituire dolore a chi le ha fatto tanto male.

Spetterà a Norman realizzare la catarsi di questo divertentissimo (giuro, si ride) dramma: non si limita a sedarla con la fiaba della buona notte, ma parla con lei (wow! E pensare che sembrava ci volesse un incantesimo…) e le chiede: “ci sarà stato qualcuno che ti ha voluto bene?” e le intima “ricorda!”

Io mi sono quasi commossa, quando la piccola Agata si addormenta col suo ricordo felice, la testa abbandonata sulla spalla di Norman… E quale sia, il ricordo felice che le dona la pace, lo lascio scoprire a voi. Andate al cinema!

E’ ovvio, c’è l’happy end (il mio uomo saggio ha spesso ragione): Norman ha trovato un amico del cuore, il padre ha accettato di sedersi accanto al fantasma della nonna, la tremenda sorella ha difeso Norman, il bullo non lo tormenta più e tutti insieme guardano gli horror alla tv.

Ma solo perché non è la triste quotidianità, è un cartone.

Nel mondo reale gli adulti non ascoltano mai.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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4 risposte a ParaNorman: basta con tutto questo impiccare e bruciare e impiccagioni e bruciamenti…

  1. Paolo1984 ha detto:

    adoro queste tue “recensioni”! 🙂

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