Mio figlio è un bravo ragazzo

Ho cambiato idea e non parlo più di “male radicale”. […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso “sfida” […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”.

Solo il bene è profondo e può essere radicale.
(H. Arendt, Lettera a Scholem, 1963)

“Mio figlio è un bravo ragazzo. Giornali e televisioni lo hanno definito un killer ma non è così, non è un mostro. La nostra è una famiglia perbene”. Così, in un’intervista al Giornale di Sicilia, Maria Cardinale difende il figlio Samuele Caruso, in cella con l’accusa di omicidio aggravato e tentativo di omicidio aggravato.

Queste sono cose che non andrebbero dette.

Sono parole imperdonabili, seppure inconsapevoli della crudeltà che portano con sé.

Intanto perché Samuele Caruso è un killer, visto che ha ucciso.

Non è qualcosa di opinabile, è un fatto.

Ci sono un corpo straziato, senza vita, e una giovane in ospedale, che non sa ancora niente della sorella morta. C’è una famiglia stordita e sconfitta dal dolore. C’è una comunità affranta che sente quel dolore come fosse il suo. C’è tanta gente che partecipa di morte e sofferenza inflitte con superficiale premeditazione.

Avesse detto: è un assassino, ma è mio figlio e comunque lo amo. Avesse detto: è un assassino, è mio figlio, ma io, come madre, non mi sento corresponsabile di questo orrore. Avesse detto: è mio figlio e, nonostante sia un assassino, io non riesco a rinnegarlo… Chi non l’avrebbe compresa?

Ma negare l’evidenza dei fatti, negare ciò che è accaduto, questo non è amore materno, questa non è neanche umanità, se la parola ha ancora un senso.

Negare la verità ci condanna a rimanere legati al nostro meschino egoistico mondo, in cui l’altro esiste solo quando è funzionale all’immagine che dipingiamo di noi stessi; nel momento in cui non lo è più, l’altro può anche morire, lasciandoci sostanzialmente indifferenti.

Samuele Caruso non è un bravo ragazzo e la sua non è una famiglia per bene.

Samuele Caruso è un assassino e non merita perdono finché come assassino non si presenta, consapevole di ciò che ha fatto. La sua famiglia non è una famiglia per bene se non lo accompagna in questo percorso, accettando di esaminare le proprie responsabilità in merito.

E questo è quanto.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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18 risposte a Mio figlio è un bravo ragazzo

  1. Paolo184 ha detto:

    Ineccepibile

    • Paolo184 ha detto:

      anche se io come genitore un po’ di corresponsabilità la sentirei

      • pinzalberto ha detto:

        Non vorrei trovarmi nei panni di quei genitori che credono di aver cresciuto un figlio con dei valori, lo stesso bambino rosa e paffuto che hanno accompagnato introducendolo nella società, e si sono ritrovati in casa un mostro. Probabilmente è cresciuto come bravo ragazzo, ma si è perso negli anni: cattive compagnie, droga, stress…..non conosco pienamente la sua vita, ma qualcosa può essere successo negli ultimi anni. Per un genitore gli anni equivalgono a pochi giorni, i figli crescono velocemente e non sempre ci accorgiamo dei piccoli cambiamenti o stati d’animo, per noi è sempre il nostro piccolo bebè. Mi sembra ovvio che una madre non possa riconoscere nel figlio un mostro, non almeno a caldo. Lo shock è troppo forte! Il problema sono i giornalisti! Non puoi in momenti del genere introdurti in una famiglia colpita da una tragedia e titolare a tutta pagina le parole di difesa di una madre che vede crollarsi addosso un mondo. Giornalisti d’assalto, paparazzi, avvoltoi della società. Li spedirei insieme ai veri giornalisti in prima linea, in mezzo alle guerre e alla miseria. D’altronde la colpa è anche nostra, che corriamo a vedere la pancetta di Belen e la nuova maglietta della Minetti. In una civiltà piatta ci meritiamo anche questo. E intanto i nostri figli crescono perdendo di vista i veri valori. Dove finiremo? Ciao e buona giornata!!

      • Io credo che quella madre non avrebbe dovuto rilasciare una simile dichiarazione, nel rispetto di quei genitori che hanno perso una figlia e vanno a trovare l’altra in ospedale. Le carenze educative di quella famiglia sono tutte nell’espressione “non è un’assassino”.
        E’ un assassino, e mentire per proteggerlo non lo aiuta di certo. Se hanno sempre fatto così hanno contribuito al pari “delle cattive compagnie”, della “droga” e dello “stress”.
        Affermare che “tutti sono bravi” equivale a condannarci tutti a non esserlo. Allora lodiamo chi se lo merita, e rimaniamo in silenzio, quando è il momento di tacere.
        Riguardo la parola mostro: ho citato Hanna Arendt ed un passo tratto da “La banalità del male” proprio perché spesso, a compiere gli atti più efferati e incomprensibili, non sono “i mostri”, ma le persone che appaiono assolutamente normali. Questo dovrebbe mettere in discussione la nostra idea di normale, la nostra idea di mostro e la nostra idea di essere umano.
        E perché no, anche la nostra idea di genitore.

      • Paolo1984 ha detto:

        purtroppo l’umano contempla anche la possibilità di compiere azioni mostruose

      • pinzalberto ha detto:

        Indubbiamente l’intervista non era da fare, irrispettosa verso tutte quelle famiglie che hanno perso i propri figli in situazioni simili, e ovviamente la madre ha cercato di prendere le sue difese (l’esempio lampante è il padre di Erika dopo la strage di Novi Ligure). Mi dispiace dirtelo, ma io non me la prenderei troppo con un genitore, come i figli non debbano pagare per la colpa dei padri, viceversa un genitore non ha sempre la responsabilità sulle azioni dei figli. E non siamo in grado di giudicare il loro operato educativo, non conoscendo la famiglia. Mia moglie detestava i bambini che in luoghi pubblici urlavano, correvano e non ascoltavano i propri genitori. Nostra figlia era così “educata”, composta, riflessiva, e dava pessimi giudizi a quei genitori che non riuscivano a educare i propri pargoli. Poi c’è nato un figlio maschio…… vivace e iperattivo. Due figli, stessa educazione, due caratteri diversi. Anche la trascendenza è un male (forse il peggiore) incolpare senza inconsapevolmente credere di potersi trovare nella stessa situazione, perché indubbiamente migliori degli altri. Non possiamo sapere come si comporteranno in futuro i nostri figli, ci impegniamo a trasmettere loro tutti i nostri ideali, ma scegliere come continuare a vivere non sta a noi. Mai dire mai……

      • Io non condanno i genitori per l’educazione impartita! Un saggio proverbio africano racconta che per educare un bambino occore un villaggio intero. Io condanno l’affermazione “non è un assassino”, solo quella. Condanno la tendenza a tapparsi gli occhi, a non voler guardare in faccia la realtà, a scaricare sugli altri o su altro il peso delle proprie responsabilità.
        Quella madre non ama suo figlio per ciò che è, ma lo descrive come lo vorrebbe: un bravo ragazzo. E questo solo perché così lei può pensare di se stessa “sono una persona per bene”. Non c’è empatia per nessuno in una frase del genere, né per il figlio, né per le vittime, solo il bisogno egoistico di scrollarsi di dosso il dolore che dovrebbe sentire tutto intero.
        Ciò che c’è stato prima non possiamo saperlo, e non è rilevante.

  2. Arianna ha detto:

    Il succo della storia è tutto nel commento di Alberto:
    – i genitori hanno agito bene, i figli si perdono per cattive compagnie, droga, stress
    – i giornalisti sono bastardi, la mamma non doveve essere avvicinata
    in sintesi: la famiglia non sbaglia mai è il mondo esterno che è bastardo.
    In queste parole sta la sintesi della nostra società e, a mio parere, anche il nostro più grande limite.

    Caro Alberto, non è vero. Se un figlio viene fuori così è anche colpa nostra, di noi genitori, che forse lo abbiamo amato troppo. E’ di chi non gli ha insegnato che esistono le sconfitte e che non tutto gli è dovuto, che se una ragazza non lo ama non necessariamente DEVE amarlo, con la forza.
    La cultura dei genitori che:
    – se il figlio va male a scuola, è colpa dei professori perchè il figlio studia ed è un bravo ragazzo
    – se non lo mettono in prima squadra, è colpa dell’allenatore perchè lui è un bravo ragazzo
    – se ammazza, deve essere colpa delle vittime, perchè lui è un bravo ragazzo.
    porta dritta a queste mostruosità

    • pinzalberto ha detto:

      Pazienza, forse non avete letto bene i miei post. Ho solo ribadito che non è possibile accusare una famiglia se non la si conosce, e potrebbe capitare anche ai migliori un figlio così. Non è pensandosi perfetti che si migliorano le cose. I problemi nel mondo nascono anche da questo, persone saccenti che credono nella loro onnipotenza, la mia religione è migliore della tua, io no sbaglio mai, allora ti metto una bomba nel centro commerciale. Ricordatevi del padre di Erika, nonostante gli avesse sterminato la famiglia, lui l’ha perdonata. Non date per scontato quello che fareste vuoi al loro posto. Molto probabilmente sareste in televisione ad umanizzare vostro figlio e paghereste i migliori avvocati per difenderlo. L’intento dei giornalisti è anche questo, creare clamore approfittando della tragedia di due famiglie, e adesso siamo qui a commentarlo.

      • Forse non hai letto le mie risposte. Il padre di Erika avrà pure amato e perdonato la figlia, ma non è andato a dichiarare in giro “lei non è un’assassina”, perché sarebbe stata una assurdità.
        Dire “ti perdono” è molto diverso dal sostenere “sei bravo”. Il perdono implica l’ammissione dell’errore da parte del colpevole, implica il pentimento. Ma se non cogli la differenza…
        Non ritengo proprio, in riferimento all’omicidio in questione, che questo genere di cose “potrebbe capitare a chiunque”: è proprio questo l’atteggiamento deresponsabilizzante che condanno.
        Gli omicidi non “capitano”, non sono fatalità, non sono uragani o terremoti.
        Qui abbiamo una persona che volontariamente, con premeditazione, si è armata di coltello per uccidere, una persona tanto determinata che si è fermata neanche quando di fronte si è parato un innocente.
        Queste, mi dispiace, non sono cose che capitano a tutti, e grazie al cielo.

        Se qualcuno decide di rendere pubblica una dichiarazione si espone volontariamente al giudizio della gente. Se una persona sceglie di parlare non è colpa del giornalista che raccoglie la dichiarazione: perché questa necessità di trasferire le responsabilità sempre al di fuori del soggetto agente?

        Quando esprimo un’opinione non lo faccio perché mi ritengo perfetta, ma perché sono convinta che sia necessario, per condurre una vita etica, stabilire un confine piuttosto netto tra ciò che è bene e ciò che è male. Questo non significa che vado in giro a scagliare pietre o ad appendere infamanti lettere scarlatte sul petto della gente, semplicemente, nel pieno rispetto del diritto alla libera espressione del pensiero, io esprimo il mio, e conduco la mia vita sulla base dei principi che esprimo.

        Di conseguenza, sono più che certa in una situazione analoga non andrei da un giornalista a dichiarare: mio figlio non è un assassino. Perché alla verità io ci tengo. Il fatto che forse finirei col perdonarlo non c’entra assolutamente niente.
        Le parole che scegliamo di usare sono importanti, rivelano il sistema di valori che sottende la nostra vita.
        Tutta la mia stima a chi perdona, e tutto il mio biasimo a chi mente.

      • Paolo1984 ha detto:

        sono perfettamente d’accordo

  3. Pandora ha detto:

    “Ma negare l’evidenza dei fatti, negare ciò che è accaduto, questo non è amore materno, questa non è neanche umanità, se la parola ha ancora un senso.”
    Secondo me il nocciolo sta tutto qui, abituarsi a vivere nella menzogna, in un mondo dove si può affermare una cosa e dopo cinque minuti dire l’esatto contrario e non assumersene le proprie responsabilità…ma semplicemente rinnegandole, ha significato che le parole e quindi i valori che con esse si esprimono, non abbiano più “peso” …più alcun senso…perdono significato e diventano vuote.
    Quella madre, come tanti altri, che negano l’evidenza dei fatti, non solo mentono prima di tutto a se stessi ma sono perversi e rappresentano un insulto all’intelligenza delle persone che vedono, sanno giudicare e non possono essere prese in giro.

    • pinzalberto ha detto:

      Ma è ovvio che l’affermazione “non è un assassino” non è rivolto al caso specifico. Lo sa benissimo che è stato lui, e non solo ha confessato, ma l’ha fatto anche premeditatamente. Intendeva solo dire che secondo lei, nell’animo, non è un assassino. Stava solo cercando di giustificare un atto orribile commesso dalla persona più importante della sua vita, il figlio. E’ facile giudicare dall’esterno, ma “nessuno” può affermare con certezza la reazione che terremmo in una situazione del genere. Siete sicuri che in una situazione simile non arrivereste a nascondergli il coltello? Io non voglio neanche pensarci, e cmq le famiglie rovinate sono due.

    • pinzalberto ha detto:

      Lo so, non mi esprimo benissimo, e ho parecchie difficoltà ad esternare i mie pensieri. Fortunatamente Giusi Fasano del Corriere mi è venuta incontro, quasi in simbiosi, e ha espresso correttamente quello che intendevo dire.
      http://27esimaora.corriere.it/articolo/quella-fine-pena-mai-delle-mamme-degli-assassini-e-giusto-giudicarle/
      Buona giornata a tutti.

  4. Proprio ieri sera andava in onda questo http://www.mymovies.it/film/1999/echimortali/ Te lo dedico, Paolo, visto che so che sei un divoratore di film…
    Conoscevo l’articolo, grazie.
    E no, non credo che nasconderei il coltello. Abbiamo delle responsabilità, come membri della società in cui viviamo. Che senso avrebbe occultare? Che senso avrebbe negare a me stessa ciò che è già avvenuto? Non è un modo per elaborare l’accaduto. Sappiamo tutti che ciò che neghiamo a noi stessi finisce col farci più male che bene.
    Nel film che ho citato (curiosamente dello stesso anno de Il sesto senso, anno in cui andavano di moda i bambini che conversano con i morti!) un genitore arriva a tentare di uccidere i vicini, per proteggere il proprio figlio dall’accusa di un omicidio che aveva di fatto commesso. E’ amore? Non credo.
    Molti hanno citato la poesia di Gibran in questi giorni, giorni in cui il concetto di genitorialità è stato enormemente discusso:
    I vostri figli non sono figli vostri.
    Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
    Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
    e sebbene siano con voi non vi appartengono.
    Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
    Poiché hanno pensieri loro propri.
    Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
    giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
    che voi non potete visitare neppure in sogno.
    Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
    come voi siete.
    Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
    VOI SIETE GLI ARCHI DAI QUALI I VOSTRI FIGLI ,
    VIVENTI FRECCE,
    SONO SCOCCATI INNANZI.
    L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
    e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
    andare veloci e lontano.
    Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
    poiché se ama il dardo sfrecciante,
    così ama l’arco che saldo rimane.
    Mi ricordo che la mia maestra delle elementari me la fece imparare a memoria. Se noi siamo l’arco, siamo noi che “scocchiamo” i nostri figli verso il loro futuro. Dovremmo chiederci a cosa abbiamo mirato…

    • Paolo1984 ha detto:

      quel genitore forse era convinto di farlo per amore, il punto è che coprire i crimini dei figli non li aiuta li danneggia

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