La punta dell’iceberg

“Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.” (Albert Einstein, lettera a Max Born del 4 dicembre 1926)

“Chiamiamo vera un’asserzione se essa coincide con i fatti o corrisponde ai fatti o se le cose sono tali quali l’asserzione le presenta; e il concetto cosiddetto assoluto o oggettivo della verità, che ognuno di noi continuamente usa. Uno dei più importanti risultati della logica moderna consiste nell’aver riabilitato con pie­no successo questo concetto assoluto di verità.” (Karl Popper, da Sulla logica delle scienze sociali, in AA. VV., Dialettica e positivismo in sociologia, Einaudi, Torino, 1972)

Breve premessa: l’epistemologia è quella branca della filosofia che si occupa delle condizioni sotto le quali si può avere conoscenza scientifica e dei metodi per raggiungere tale conoscenza, come suggerisce peraltro l’etimologia del termine, il quale deriva dall’unione delle parole greche episteme (“conoscenza certa”, ossia “scienza”) e logos (discorso).

Il filosofo Karl Popper, fortemente influenzato dal lavoro dello scienziato Albert Einstein e dalla sua teoria della relatività, si dedicò principalmente alla ricerca di un criterio che potesse stabilire un confine netto tra scienza e non-scienza.

Prima di Popper si credeva che una teoria scientifica potesse essere sottoposta a verifica, che potesse cioè essere verificata dall’esperienza; Popper sostiene invece che, poiché è impossibile prendere in considerazione tutti i casi possibili, non è sufficiente enumerare un certo numero di casi per rendere una teoria scientifica, ma nel momento in cui si presenta un unico caso in grado di confutarla, quella teoria può considerarsi totalmente smentita.

Popper arriva a contestare il processo dell’induzione, ovvero quel processo logico mediante il quale dal’analisi di alcuni casi particolari si giunge ad elaborare una teria generale, processo descritto da Aristotele come “il procedimento che dai particolari porta all’universale”: nessun numero di osservazioni di cigni bianchi riesce a stabilire che tutti i cigni sono bianchi (o che la probabilità di trovare un cigno che non sia bianco è piccola). […] Dunque l’induzione per enumerazione è fuori causa: non può fondare nulla. (Filosofia e pedagogia dalle origini ad oggi, vol 3 pag.613)

Come corollario di questi principi, abbiamo la definizione di teoria non scientifica (o pseudo-scienza): una teoria non è scientifica quando non è verificabile, ovvero non è possibile reperire dati sensibili in grado di smentirla: le teorie scientifiche debbono essere strutturate in modo da essere falsificabili dall’esperienza: Una teoria è falsificabile se e solo se esiste almeno un falsificatore potenziale, almeno un possibile asserto di base che entri logicamente in conflitto con essa” (da Congetture e confutazioni).

Karl Popper descrive come teorie non scientifiche il marxismo e la psicoanalisi: Un marxista non poteva aprire un giornale senza trovarvi in ogni pagina una testimonianza in grado di confermare la sua interpretazione della storia: non soltanto per le notizie, ma anche per la loro presentazione – rilevante i pregiudizi classisti del giornale – e soprattutto, naturalmente, per quello che non diceva. Gli analisti freudiani sottolineavano che le loro teorie erano costantemente verificate dalle loro osservazioni cliniche (Congetture e Confutazioni, vol.I pag.64).

Una teoria, secondo Popper, può essere solo corroborata – ma non dimostrata – da osservazioni che ne confermano le asserzioni: la corroborazione non
può essere principio valido di epistemologia perché non distingue le
“teorie scientifiche” dalle teorie “teorie teologiche”.

Questo era un prambolo per introdurre l’argomento: un argomento vasto e complesso.

Tutto è iniziato quando mi sono messa a tradurre l’articolo “Fathers’involment and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies”, citato dall’Ordine degli Psicologi Italiani a supporto del disegno di legge 957, e ho scoperto che il contenuto non era proprio quello che la propaganda vuole darci ad intendere.

Mi sono chiesta: e se non fosse vero niente di quello che asserisce il documento?

Un pensiero agghiacciante. Insomma: ci rivogliamo ad uno psicologo quando abbiamo bisogno di aiuto, e quando abbiamo bisogno di aiuto ci aspettiamo che la persona che ce lo offre (seppure dietro compenso) sia animata dal sincero desiderio di aiutare, che rispetti un codice etico nell’esercizio delle sue funzioni…

Dal codice deontologico degli psicologi italiani: “Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi nella propria disciplina…” o ancora “Nelle proprie attività professionali, nelle attività di ricerca e nelle comunicazioni dei risultati delle stesse, nonché nelle attività didattiche, lo psicologo valuta attentamente, anche in relazione al contesto, il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte…” e in ultimo “Lo psicologo adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa professionalmente, e non utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sé o ad altri indebiti vantaggi”.

Ci sono 42 articoli nel codice deontologico degli psicologi italiani e meriterebbero di essere letti tutti.

Ora, nel documento dell’Ordine degli Psicologi presentato a sostegno del ddl 957 lo studio più recente citato è “Child adjustment in joint-custody versus sole-custody arrangements: A meta-analytic review” di Bauserman R., Journal of Family Psychology, 16, 91–102, del 2002. E’ lo studio più recente sull’argomento?

No, affatto. Ce ne sono molti altri, pubblicati negli ultimi anni. Come mai non vengono citati?

Nello specifico ci sono due articoli, uno di Bruch C., (2006) “Sound Research or wishful thinking in child custody cases?” (Family Law Quarterly 40,281) e Emery R.E., Otto R.k., O’Donohue W. (2005) “A critical Assessment of child custody evaluation: Limited science and flawed system“, (Psicological Science in the Public Interest, 6 (1), 1-29) che dell’articolo di Bauserman denunciano i limiti metodologici, tra i quali uno mi sconcerta particolarmente: dei 33 studi che Bauserman prende in esame, la maggior parte sarebbero tesi di studenti mai pubblicate.

Un altro limite dello studio di Bauserman è che nel prendere in esame i casi di affido condiviso con equilibrata frequentazione di entrambi i gentori non si fa alcuna distinzione fra i casi in cui i genitori di comune accordo decidono per la soluzione del condiviso e i casi in cui il condiviso è deciso dal Tribunale di fronte a genitori che presentano una separazione conflittuale: questo particolare limite metologico impedirebbe di prendere in considerazione lo studio di Bauserman per giustificare la teoria che questo genere di affido condiviso sarebbe vantaggioso per quelle famiglie incapaci di stipulare autonomante un accordo, quelle famiglie che si rivolgono ad un Giudice per risolvere separazioni conflittuali.

Che è esattamente ciò che fa il documento dell’Ordine degli Psicologi.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

Se vogliamo osservare il criterio di scientificità enunciato da Popper, che ci dice che non ha importanza quanti casi scoviamo per corroborare una teoria, mentre ne è sufficiente uno soltanto per gettarla nel cestino, dobbiamo volare in Australia e scoprire cosa è successo quando, nel 2006, il Governo australiano ha varato una riforma del tutto simile alle linee guida del nostro ddl 957, imponendo lo shared parenting time a quelle famiglie che si rivolgevano al Tribunale per risolvere situazioni di grave conflitto fra genitori.

Nel 2010 esce questo studio: “Post-separeting parenting arrangement and developmental outcomes for infants and children” di Smyth, B., Kelaher, M., Wells, Y., & Long, C. (Canberra Attorney General’s Department), che invece sostiene che l’affido condiviso (shared time arrangements) associato ad un’alta conflittualità genitoriale spesso si accompagna ad effetti deleteri sulla prole:

Children’s experience of living in shared care over 3–4 years was associated with greater difficulties in attention, concentration and task completion by the fourth year of the study. Boys in rigidly sustained shared care were the most likely to have Hyperactivity/Inattention scores in the clinical/borderline range.

Da questo studio risulterebbe che i bambini che fanno l’esperienza di vivere più di 3-4 anni in regime di condiviso presentano difficoltà attentive, di concentrazione e nel portare a termine un compito… che addirittura rischiano di avere “punteggio di iperattività/disattenzione al limite della rilevanza da un punto di vista clinico”. Questo, nel caso in cui il condiviso sia associato alla conflittualità genitoriale.

Insomma, non solo la soluzione del condiviso non aiuterebbe ad appianare le difficoltà dei genitori, ma addirittura provocherebbe dei danni ai bambini che lo subiscono.

Questo è solo uno degli studi che in Australia hanno portato il Governo a rivedere la riforma varata nel 2006… Ce ne sono molti altri.

Come ho già detto: è solo la punta dell’iceberg. Dovrei leggerne tanti, dovrei leggerli tutti… e non è il mio lavoro!

Mi chiedo come mai le persone che vorrebbero introdurre il doppio domicilio in Italia non abbiano sentito il bisogno di documentarsi in merito, mi chiedo come mai questa bibliografia non si trovi citata, ad esempio, nel documento dell’Ordine degli Psicologi.

Se ne nessuno vuole occuparsene, temo proprio che dovrò occuparmene io.

Annunci

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in affido e alienazione genitoriale, attualità, tutti i volti della Pas e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

11 risposte a La punta dell’iceberg

  1. salvo ha detto:

    Parte della storia di Popper (Introduzione a Congetture e Refutazioni, 1933) include un evento che calza perfettamente con il linguaggio (epistemologia e metodologia di ricerca) dei ‘Gardneriani’ — la sua affermazione che era arrivato alla conclusione del PAS dopo aver osservato parecchi ‘casi’; e tutti i casi covergevano verso le sue conclusioni del PAS. Se ricordo bene prima parlava di 38 ‘casi’, che poi divennero 24.

    Qui e’ Popperc he parla (scrive)
    Gli analisti freudiani sottolineavano che le loro teorie erano costantemente verificate dalle loro “osservazioni cliniche”. Quanto ad Adler restai molto colpito da un’esperienza personale. Una volta, nel 1919, gli riferii di un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po’ sconcertato, gli chiesi come poteva essere cosí sicuro. “A causa della mia esperienza di mille casi simili” egli rispose; al che non potei trattenermi dal commentare: “E con questo ultimo, suppongo, la sua esperienza vanta milleuno casi”.

  2. Maria ha detto:

    Ottimo articolo di controinformazione. Bravissima Ricciocorno!
    Il documento prodotto dall’Ordine degli Psicologi è, innanzitutto, omissivo e parziale in quanto trascura (volutamente?) di citare gli studi, come quelli da te individuati, che rivelano l’impatto negativo sui bambini dell’affido condiviso e della doppia residenza. Uno degli articoli più recenti che ho reperito in rete, ad esempio, (tieni presente che non dispongo di alcuna competenza in materia), risalente al 6 settembre 2011 e redatto dalla professoressa di psicologia e ricercatrice australiana Jennifer McIntosh offre una rassegna di studi recenti che mostrano gli effetti negativi della doppia residenza sullo sviluppo psicologico e affettivo dei bambini di età inferiore ai 5 anni. http://www.enfant-encyclopedie.com/pages/PDF/McIntoshFRxp1.pdf
    L’infatuazione per il principio della doppia residenza e gli effetti negativi che può produrre hanno indotto recentemente l’Associazione australiana per la salute mentale dei bambini (Australian Association for Infant Mental Health Inc.) e il corrispondente organismo francese a sconsigliarne quanto meno l’applicazione ai bimbi in età prescolare.
    http://www.aaimhi.org/inewsfiles/AAIMHI_Guideline_1_-_Infants_and_overnight_care_post_separation_and_divorce.pdf
    Io ho letto il documento dell’associazione francese:
    WAIMH residence_alternee[1]
    Numerosi sono gli psicologi, i pediatri, gli psicanalisti che hanno manifestato la propria contrarietà al principio della residenza alternata, evidenziandone gli effetti deleteri sull’equilibrio psico- affettivo dei bambini.
    In questo sito, in lingua francese, è possibile consultare un discreto numero di articoli, studi, rapporti, pareri espressi da psicologi contrari all’applicazione del doppio domicilio:
    http://www.lenfantdabord.org/lenfant-dabord/avis-de-specialiste/

    Il documento elaborato dall’Ordine degli Psicologi italiani non è dunque, a mio parere, deontologicamente corretto, perché non evidenzia la complessa articolazione delle posizioni e, soprattutto, non rivela la presenza delle lacerazioni e delle fratture che si sono prodotte in seno alla comunità internazionale degli esperti in relazione alla questione della doppia residenza. Non vi è alcuna posizione condivisa in materia. Perché allora menzionare solo alcuni studi e non altri?
    Non solo.
    La dichiarazione del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi presenta altre anomalie, oltre a quelle che hai evidenziato tu. Il primo studio citato per sostenere il principio del doppio domicilio sarebbe stato redatto da due psicologi francesi: G. Poussin ed E. Martin-Leubern nel 1999 e avrebbe riscontrato nei bambini “che vivono in regime di residenza alternata un livello di autostima superiore a quella dei bambini in residenza monoparentale”. Senonché… nel 1999 in Francia non era ancora in vigore la legge sulla residenza alternata!!!!! Essa è stata promulgata nel 2002! Prima di allora il bambino era affidato ad un solo genitore! Come è possibile concepire ed effettuare uno studio su qualcosa che non esiste ancora? Boh! Ho verificato la data di pubblicazione del libro in questione, intitolato Conséquences de la séparation parentale chez l’enfant e ho constatato che esso è stato effettivamente stampato nel 1999. Appare quindi impossibile che sia dedicato all’analisi delle conseguenze della doppia residenza sui ragazzi francesi. Condotta nel dipartimento dell’Isére, questa ricerca, come risulta evidente dal titolo, analizza infatti, molto più banalmente, l’impatto su 3000 alunni di prima media della separazione dei genitori, ponendo in evidenza una diversa capacità di adattamento all’evento in relazione all’età e al mantenimento o meno di un rapporto più o meno intenso con il padre, con il quale questi ragazzi non convivono, essendo affidati, in via esclusiva alla madre, come previsto dalla legge allora in vigore.
    http://www.editions-eres.com/parutions/enfance-et-parentalite/fondation-pour-l-enfance/p56-consequences-de-la-separation-parentale-chez-l-enfant.htm
    Ho ricercato inoltre in rete eventuali dichiarazioni o documenti elaborati dallo psicologo Poussin in merito alla questione della residenza alternata e…sorpresa! Gérard Poussin, professore emerito di psicologia, “affirme qu’il ne faut pas séparer un nourrisson (0 à 2 ans) de sa figure d’attachement principale plus d’une journée, et précise que ” c’est déjà beaucoup ”
    Lors de son audition à l’Assemblée Nationale le 23 novembre 2005, il a donné les précisions suivantes :
    Règle n° 1 – Ne pas imposer un hébergement alterné à un enfant qui n’en veut pas et le dit de façon claire et argumentée.
    Règle n° 2 – Dans le cas d’enfants de moins de 3 ans, s’assurer que les parents échangent l’enfant de manière correcte, en se parlant, et que le rythme de l’enfant est respecté (alternance courte).
    Règle n° 3 – Ne pas faire de l’hébergement alterné un remède pour les parents en conflit. C’est le contraire qui se passe. Il vaut mieux dans ce cas utiliser les “espaces-rencontres ” qui devraient bénéficier d’une reconnaissance de la loi (un manque rarement relevé).”
    http://www.lenfantdabord.org/lenfant-dabord/avis-de-specialiste/
    Traduco:
    “Gérard Poussin afferma che non si deve separare un bambino molto piccolo (dagli 0 ai 2 anni) dalla sua principale figura di attaccamento per più di un giorno e precisa che “un giorno è già troppo!”.
    All’epoca della sua audizione all’Assemblea Nazionale [= il Parlamento Francese], il 23 novembre 2005, egli ha fornito le seguenti precisazioni:
    Regola n.1 – Non imporre il domicilio alternato a un bambino che non ne vuole sapere e che lo dice in modo chiaro ed argomentato.
    Regola n.2 – Nel caso di bambini di età inferiore ai 3 anni, assicurarsi che i genitori si scambino il bambino in modo corretto, parlandosi, e assicurarsi che i ritmi del bambino siano rispettati (alternanza breve). Il nostro professore, cioè, ” prévient qu’ avec un tout-petit en résidence alternée, il n’est pas raisonnable d’envisager une résidence paritaire. Les parents doivent préférer un système où le bébé vit plutôt chez l’un des parents, avec des séparations plutôt courtes”. (http://www.elledivorce.com/html/Enfants/l-avis-de-gerard-poussin-sur-la-residence-alternee.php5) Egli avvisa, in altri termini, che con un bambino molto piccolo in regime di residenza alternata, non è ragionevole progettarne la permanenza per un uguale periodo di tempo nella casa della madre e in quella del padre alternativamente. (letteralmente: non è ragionevole progettare una residenza paritaria). I genitori devono preferire un sistema nel quale il bébé trascorra la maggior parte del tempo nella casa di uno dei due genitori, con separazioni piuttosto brevi da quest’ultimo.
    Regola n.3- Non adottare il domicilio alternato come soluzione nel caso in cui i rapporti fra i genitori siano conflittuali. Bisognerebbe fare proprio il contrario! Sarebbe meglio nel caso di conflittualità fra i genitori utilizzare “luoghi di incontro”, che dovrebbero essere riconosciuti dalla legge (un’assenza raramente rilevata).

    Come puoi notare anche tu, la posizione espressa dal professor Gérard Poussin è molto più complessa ed articolata di quella che gli è stata attribuita dall’Ordine degli psicologi italiani!

  3. Maria ha detto:

    Vorrei apportare una correzione molto importante al mio commento. Ho consultato di nuovo il sito: http://www.lenfantdabord.org/lenfant-dabord/avis-de-specialiste/ e vi ho trovato un estratto di un libro del 2010 dal titolo “Pour o contre la garde alternée?” In questo brano, lo psicologo Gérard Poussin afferma di aver realizzato due studi sulle conseguenze della residenza alternata, il primo dei quali nel 1996, (pubblicato poi nel 1999. Si tratta dell’opera citata dall’Ordine degli Psicologi italiani), prima della promulgazione della legge del 2002 che introduce ufficialmente il doppio domicilio. Questa ricerca evidenziava effettivamente che i bambini in regime di residenza alternata (3,6% del totale) avevano un livello di autostima superiore a quella dei bambini in residenza monoparentale. Senonché – aggiunge il professore – oggi questa differenza è completamente sparita, in quanto prima del 2002, quando il giudice non poteva imporlo, il doppio domicilio era scelto liberamente dai genitori di comune accordo. Attualmente invece può essere imposto dal giudice e, senza accordo e dialogo fra i genitori, i benefici della residenza alternata vengono annullati.
    Il brano in questione è questo:
    ” Je voudrais vous donner le résultat de deux études que nous avons réalisées. La première est connue et publiée et l’autre reste à paraître.
    La première étude a été menée en 1996, avant la loi de mars 2002 qui autorise la résidence alternée. Il ressortait que les 3,6 % d’enfants en résidence alternée avaient une meilleure estime de soi que les enfants vivant selon un mode de garde plus classique : la résidence principale.
    Aujourd’hui cette différence a complètement disparu. Cela signifie qu’avant 2002, puisque le juge ne pouvait imposer la résidence alternée, les parents devaient se mettre d’accord et communiquer entre eux. Aujourd’hui, on a toujours 3,6 % qui communiquent entre eux et les 16 % restant à qui ce mode de garde a été peut-être imposé. Et sans communication, les bénéfices de la résidence alternée sont annulés”

  4. Ho dei lettori meravigliosi 🙂

  5. Andrea Mazzeo ha detto:

    Complimenti Maria, una ricerca eccezionale. Il mio consiglio al Presidente dell’Ordine degli Psicologi italiani è quello di ritirare il documento alla Commissione Giustizia del Senato e di correggerlo alla luce di queste ricerche.

  6. Maria ha detto:

    Per la verità, ad essere meravigliosa e molto documentata è l’autrice dei post! 🙂 🙂
    Stimoli i lettori ad approfondire le questioni che affronti! Non è da tutti!

  7. L'Universo Dentro ha detto:

    Grazie Ricciocorno e grazie Maria. E…si: si è scoperchiato un pentolone.

  8. Credo proprio che dovremmo attivarci per rendere noto al Senato che i documenti che ha ricevuto in merito al ddl 957 presentano questo genere di “anomalia”; io mi appello alla coscienza (se questa parola ha ancora un significato) degli psicologi coinvolti: rivedete la vostra posizione. Questa storia del doppio domicilio, già senza gli approfondimenti sulla bibliografia, suonava contraria al buon senso. Non rendiamoci ulteriormente ridicoli…

  9. Maria: grazie. E’ esattamente quello che mi piacerebbe fare: stimolare le persone a documentarsi, a cercare, a pensare, invece di limitarsi ad accettare quello che viene detto, solo perché ammantato dall’autorevolezza di una posizione o solo perché ribadito con ostinazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...