The Shared Parenting Orders Bill: il caso della Gran Bretagna

Nel luglio 2010 un membro del Parlamento inglese, Brian Binley, si fece promotore di una proposta di legge, The Shared Parenting Orders Bill, che disponeva l’affido condiviso per quei genitori separati non in grado di raggiungere un accordo autonomamente.

Premessa: in Gran Bretagna le coppie separate generalmente concludono scritture private per ciò che riguarda la gestione dei figli; solo il 10% delle separazioni passa attraverso il Tribunale, e sono quei casi particolari definiti “conflittuali”.

Nel marzo 2011, un altro membro del Parlamento, Charlie Elphick, presentò una nuova proposta di legge intorno al tema “minori”, The Children’s Access to Parent Bill, con il medesimo obiettivo: fare in modo che per le coppie in separazione incapaci di accordarsi per la custodia dei figli – ovvero per tutte quelle coppie che finiscono in Tribunale- venisse disposto dal Giudice l’affido condiviso. Sempre.

Queste proposte di legge avrebbero dovuto modificare il Children Act, del 1989, che dispone che il Tribunale, nel prendere un decisione in merito alla cura e all’educazione di un minore, deve tenere conto innanzi tutto del benessere dello stesso.

Questo significa che le proposte di legge di Binley ed Elphic pretendevano di identificare l’esclusivo interesse del minore con lo “shared parenting” (l’affido condiviso con due residenze per il minore e il tempo suddiviso al 50% fra i due genitori), in tutti i casi di separazione conflittuale.

Curioso: a me questa storia ricorda tanto la travagliata vicenda del disegno di legge 957 (2008) e del suo epigono, il disegno di legge 2454 (2010)…

Siccome non scrivo gialli e la suspense mi innervosisce, vi dico subito come è andata a finire.

Spoiler: The child’s welfare should be the court’s paramount consideration, as required by the Children Act 1989. No change should be made that might compromise this principle. Accordingly, no legislation should be introduced that creates or risks creating the perception that there is a parental right to substantially shared or equal time for both parents. (Family Justice Review Final Report, pag.21)

Traduzione: Il benessere del minore dovrebbe essere la pricipale preoccupazione della corte, come previsto dal Children Act del 1989. Nessun cambiamento dovrebbe intervenire a compromettere questo principio e non dovrebbe essere introdotta nessuna legge volta ad introdurre o a creare la percezione dell’esistenza di un diritto dei genitori a pretendere un equa divisione del tempo fra le due figure genitoriali.

Insomma, nel giro di un anno gli inglesi hanno liquidato la faccenda della bigenitorialità con un secco “no, grazie”.

Come mai?

Quando si è posto il problema, il Parlamento ha richiesto all’Università di Oxford (Department of Social Policy and intervention) di fare ricerche in merito. L’Università ha prodotto un documento dal titolo “Caring for children after parental separation: would legislation for shared parenting time help children?“; dopo aver selezionato ed analizzato la bibliografia esistente sull’argomento, i redattori del documento hanno risposto alla domanda “la cura dei bambini dopo la separazione dei genitori: una legge sull’affido condiviso aiuterebbe i bambini?” e hanno risposto  NO.

“The best parenting arrangement can depend on the individual circumstances of each family, and introducing the presumption of shared parenting time risks applying a ‘one size fits all’ approach to families.” Il miglior accordo è quello che tiene conto delle particolari necessità di ogni singola famiglia. L’espressione idiomatica “one size fits all”, che rimanda al mondo dell’abbigliamento, potrebbe essere tradotta: non esiste un’unica soluzione in grado di calzare a pennello a tutte le famiglie.

Qui trovate un riassunto del documento, se non avete voglia di leggerlo tutto.

Io, però, me lo sono letto tutto. E me lo sono letto tutto anche se la frase “non esiste una soluzione buona per tutti” trasuda così tanto buon senso che argomentarla appare ridicolo.

Siccome ultimamente sembra più facile imbattersi in un dodo che nel buon senso, e siccome l’Ordine degli Psicologi Italiani è del parere che il doppio domicilio per i bambini di genitori separati sia la panacea di tutti i mali, temo proprio che dovremo scorrere i temi affrontati dal team inglese.

Il punto di partenza è una osservazione: la proposta di legge in oggetto is a proposal which is advanced to remedy the injustice and pain felt by some non-resident parents, ovvero nasce allo scopo di rimediare al doloroso senso di ingiustizia percepito dai genitori (non dai bambini) non-collocatari. Genitori non-collocatari che lo studio descrive con l’espressione fathers’group (pag.1, 10, 11): there are now demands for legislation to promote shared parenting in cases which go to the family courts. This is due in large part to growing pressure from fathers’ groups.

Da questa prima osservazione scaturisce la domanda: il desiderio di questi gruppi di pressione, ovvero l’affido condiviso in quei casi in cui il conflitto è tale da impedire alle parti di giungere di comune accordo ad una soluzione, corrisponde alla migliore soluzione anche per il minore? In soldoni: i desideri degli adulti coincidono con il bene del bambino? Perché è del bene del bambino, prima che della volontà degli adulti, che il Tribunale si deve preoccupare.

Il documento cita tantissima bibliografia (seguite il link per consultarla e verificare), la maggior parte della quale molto recente, e stabilisce alcuni punti fermi:

1. non c’è evidenza scientifica del fatto che sussista una relazione fra lo sviluppo del bambino e la quantità di tempo che lo stesso trascorre con un genitore; ad essere determinante per il benessere del minore è la qualità del rapporto con il genitore, non la quantità di tempo che materialmente trascorrono insieme (pag.6);

2. per un bambino, lo spostarsi da una residenza all’altra è un’esperienza influenzata da una serie di fattori: la distanza fra le abitazioni, il livello di conflittualità esistente fra le due figure genitoriali, la frequenza degli spostamenti e, ovviamente, la personalità e le preferenze del minore stesso;  un continuo “impacchettare e trasferirsi”, oltre alle difficoltà pratiche, può comportare al bambino un notevole stress emotivo (pag.6);

3. quelle famiglie separate che riescono a gestire un simile regime (cioè lo shared parenting time) si sono accordate autonomamente sulle modalità e presentano di solito le seguenti caratteristiche: i genitori hanno un alto livello di scolarizzazione, sono economicamente benestanti, hanno un orario di lavoro flessibile, le abitazioni sono vicine e il padre era coinvolto nella vita del minore prima della separazione, cioè si occupava quotidianamente della cura dello stesso, almeno sin da momento in cui il bambino ha iniziato a frequentare la scuola elementare (pag.6);

4. l’affido condiviso stabilito di comune accordo tra i genitori e l’affido condiviso imposto dal Tribunale a coppie conflittuali non producono i medesimi risultati (pag.7);

5. non ci sono comunque studi scientifici sugli effetti a lungo termine di qualunque tipo di affido condiviso (pag.7);

6. le situazioni in cui l’affido condiviso, inteso come shared parenting time, non è consigliabile per gli effetti negativi che ha sul minore sono tre: quando la madre manifesta preoccupazione per la sicurezza del minore, quando c’è un alto livelo di conflittualità genitoriale, quando il minore è molto piccolo (pag.8).

Situazione n°1: la preoccupazione della madre. Uno studio su 10.000 casi di affido condiviso riporta che quelle madri che manifestano preoccupazione per la sicurezza del minore sono di solito madri che hanno subito abusi dall’altro genitore: si configura, cioè, una situazione di violenza domestica preesistente alla separazione (la violenza assistita è un abuso su minore a tutti gli effetti);

Situazione n°2: l’analisi dei casi di minori per i quali è stato predisposto un affido condiviso con un alto livello di conflittualità fra i genitori, ha dimostrato che gli stessi minori dopo 3-4 anni – durante i quali hanno continuato a subire il conflitto a causa delle modalità dell’affido – presentano difficoltà attentive, difficoltà nella concentrazione e difficoltà a portare a termine un compito assegnato; più rigido è il regime del condiviso, maggiori sono le difficoltà del minore, che può raggiungere livelli di iperattività e disattenzione clinicamente rilevanti; quando la conflittualità è tale che i genitori non comunicano l’uno con l’altro, creando il fenomeno della genitorialità parallela (parallel parenting) la stabilità del minore è a rischio.

Situazione n°3: per un bambino al di sotto dei 4 anni è particolarmente deleterio stabilire che si sposti di notte in notte da una casa all’altra.

L’ultimo argomento trattato sono i soldi: Does shared time encourage fathers to financially support their children? (pag.9) Davvero il condiviso incoraggerebbe i padri a sostenere economicamente i propri figli?

Anche su questo punto, niente da fare: property settlements reached when shared time is in place will result in longer-term economic disadvantage for separated mothers and children and increased social security costs. Gli accordi economici relativi alle proprietà raggiunti in regime di affido condiviso finiscono con l’essere svantaggiosi per le madri e i minori, causando tra l’altro un aumento degli oneri per il welfare.

Una chicca a pag. 12: il gradimento. Da un intervista ai padri, alle madri e ai figli  sul grado di soddisfazione in merito all’affido condiviso, risulterebbe che parents are more likely to be satisfied than children and fathers are more likely to be satisfied than mothers: in percentuale i genitori sono più soddisfatti dei figli e i padri sono più soddisfatti delle madri. Mentre il padre è soddisfatto anche se il rapporto continua ad essere molto conflittuale, la madre è più in linea con lo sconforto del minore di fronte ad una soluzione che, invece di sedare i conflitti, li perpetua nel tempo.

Chi non è per niente contento, alla fine, è il bambino.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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25 risposte a The Shared Parenting Orders Bill: il caso della Gran Bretagna

  1. L'Universo Dentro ha detto:

    Ciao Ricciocorno, mi permetto di utilizzare questo articolo per un convegno dal titolo “La società adultocentrica e la PAS”. Grazie sempre infinitamente per i tuoi preziosi contributi.

  2. Julien ha detto:

    Congratulazione per quello che hai ripescato, scrive il DailyMail: «sembra un velenoso trattato femminista degli anni sessanta. È una male guidata raccolta di assurdità sessiste che vuole codificare nella legge il potere assoluto della madre nel crescere i figli». Ma che tristezza! Una donna si emancipa, studia l’inglese, per passare la vita a cercare nelle fogne di Londra quanto può servire a impossessarsi dei figli? http://www.dirittoeminori.com/pages/uk-affido-condiviso/

    • Il “possesso” qui non c’entra proprio niente. Esattamente, mi potrebbe citare il punto esatto in cui il documento in oggetto parla di “possesso del minore”? Con la pagina e la frase, per favore… A mio avviso si parla di”interesse del minore” svincolato dalle esigenze degli adulti.
      Ha letto il documento?
      Lo ha letto davvero? O si è limitato/a a fare copia e incolla da altre pagine senza riflettere su ciò che andava scrivendo?

      • Julien ha detto:

        Tanta dedizione nel cercare scritti contro il diritto dei bambini alla bigenitorialità e addirittura contro la loro protezione dall’alienazione genitoriale non può non nascondere il desiderio di possedere un affido esclusivo se non di alienarli. Se non c’è già stata, la informo che anche nelle fogne di Parigi potrà trovare il materiale che cerca. Bien sur.

      • Lei sta analizzando me? Sta tracciando un mio profilo psicologico sulla base del post? Sarei una alienatrice a causa di ciò leggo? Questo modo di ragionare non è molto corretto, e l’ho sottolineato più volte nel mio blog. Se lei attacca me come persona, è solo perché non ha nulla con cui argomentare il documento di cui ho parlato. Non mi ha citato nessun passo, nessuna pagina, nessuna frase, lei si è limitato a prendersela con me e neanche mi conosce. E comunque, questo comportarsi tutti da psicologi non va affatto bene. Io non mi permetterei mai di dedurre che genere di persona è lei o che razza di meccanismi mentali possono averla condotta alle opinioni che esprime, primo perché non ho le competenze per farlo e secondo perché non è un modo serio di condurre un dibattito sull’argomento. Il documento che ho trattato riporta una bibliografia, lei che cosa mi riporta, a parte degli insulti gratuiti?

  3. Andrea Mazzeo ha detto:

    La seconda che ha detto.

  4. Immacolata Cusmai ha detto:

    Sintetica, attenta e molto arguta su alcuni passaggi.Davvero piacevole leggerti. Interessante inoltre, aver letto la seguente considerazione: “Mentre il padre è soddisfatto anche se il rapporto continua ad essere molto conflittuale, la madre è più in linea con lo sconforto del minore di fronte ad una soluzione che, invece di sedare i conflitti, li perpetua nel tempo.”
    Le madri italiane di Rete Interattiva ringraziano. Siamo scese in Piazza Montecitorio il 4 di ottobre 2012 anche per evidenziare aspetti delicati come quelli che esponi con minuziosa cura.

  5. maria serena ha detto:

    non è un velenoso trattato femminista, ma uno studio scientifico sulla materia….se poi la scienza a differenza sua, egregio Julien, è paritaria tra i sessi (perchè di parità tratta il femminismo) il problema è suo

  6. sonia vaccaro ha detto:

    Apprezzo questo contributo. Molto interessante. Sonia Vaccaro

  7. Una piccola nota sui detrattori: larticolo del sito diritto e minori, che rimanda al Daily Telegraph, non parla del documento da me trattato. http://www.dailymail.co.uk/debate/article-2057786/Do-fathers-longer-ANY-rights-Amanda-Platell.html L’articolo si riferisce chiaramente al “David Norgrove’s Family Justice Review”, del quale, per correttezza, devo sottolineare che ho citato un passo, questo: ” The child’s welfare should be the court’s paramount consideration, as required by the Children Act 1989. No change should be made that might compromise this principle.TAccordingly, no legislation should be introduced that creates or risks creating the perception that there is a parental right to substantially shared or equal time for both parents. ” Che è il passo citato nel documento in oggetto.
    Il documento da me trattato di intitola “Caring for children after parental separation: would legislation for shared parenting time help children?”. Se proprio volete criticarlo, almeno, fate lo sforzo di leggerlo… Vi ho messo pure il link!

  8. Julien ha detto:

    Il documento da lei citato come posizione dell’Università di Oxford contiene invece il disclaimer “The views expressed in this policy briefing are those of the authors”. La prima autrice è Belinda Fehlberg. Dicono di lei: “These articles should not be seen as being written by a Professor of Law, but by a malicious women’s rights lobbyist who sees men as the enemy, and children as the battle ground”. (http://blog.fathers4equality-australia.org/equalparenting/FiDBlog.nsf/dx/dishonest-reporting-on-australias-shared-parenting-laws-starting-to-wear-thin-000)

    Ah però, c’è anche la bibliografia! Mai sentito parlare di cargo cult science?
    La scienza non è selezionare su internet tutto il materiale possibile contro l’affido condiviso, ignorando il resto.

    • Ma dicono di lei chi? Ha già fatto una brutta figura, postando un link che non c’entrava niente, e ne fa un’altra citandomi come fonte un sito (che non apro nemmeno) che si chiama “fathers’equality” e che sarà gestito, ovviamente, da uno di quei fathers’groups citati nel documento. Non è insultando Belinda Fehlberg o chiunque non condivida la sua opinione che guadagna in credibilità. Anzi: peggiora l’immagine di questi movimenti, che si fanno strada spammando ovunque commenti del tipo “a malicious women’s rights lobbyist who sees men as the enemy, and children as the battle ground”. Questa non è una argomentazione, ma un’illazione nei confronti di una persona che invece documenta ciò che scrive e che nel suo articolo non ha sentito il bisogno di insultare nessuno, perché chi ha argomenti seri non ha bisogno di usare mezzucci del genere… Per passare il tempo lei entra nei blog scrivendo cattiverie su persone che non conosce, commentando articoli che non ha letto, citando fonti che non sa neanche di cosa parlano? Dovrebbe trovarsi un hobby più costruttivo, forse gioverebbe al suo carattere.

  9. Andrea Mazzeo ha detto:

    Il modo di argomentare di questo presunto Julien, che vuole fare il francese ma si capisce lontano un miglio che pascola dalle parti dei padri separati nostrani, mi ricorda molto una vecchia conoscenza. Purtroppo di asini raglianti sono piene le loro stalle, quindi se ne aspetti altri, ma non si lasci intimidire.

  10. L’espressione Cargo cult science si riferisce a tutto ciò che sembra scientifico, ma non lo è. http://www.jacquerie.it/cargo-cult-science-richard-feynman Esattamente comen l’atteggiamento del signor Julien. Citare una fonte (come ha fatto con il link diritto e minori) appare un comportamento serio da ricercatore: peccato che la fonte riportasse ad un articolo di giornale che trattava un altro argomento. Dovrei farmi intimidire da tanta … diciamo: da così poca serietà? Non penso proprio.

  11. Immacolata Cusmai ha detto:

    Per riportare quel giusto spirito che spesso riscontro in questo spazio, vorrei omaggiare i lettori con alcune ben ponderate considerazioni (irrorate da sopraffina ironia) di Anna Consoli sul gruppo di padri separati pro-PAS gestito da nuove compagne. Ormai sta diventando sempre più facile riconoscere “chi” opera per il bene comune e chi meno: https://www.facebook.com/notes/anna-consoli/il-tempo-delle-fichesecche/10151144825075866?comment_id=24548636&ref=notif&notif_t=note_reply

  12. Immacolata Cusmai ha detto:

    Lascio il seguente link dove si è riportato fedelmente il testo: https://bigenitorialita.wordpress.com/2012/12/09/lodio-personale-verso-le-ex-mogli/

    • Quando il conflitto si allarga, con la discesa in campo di nuovi e inopportuni contendenti, le cose non possono che peggiorare… Io personalmente sono contraria, ad esempio, a permettere a soggetti estranei al nucleo familiare di aprire “contenziosi” sul possesso del minore… Si parla di “diritti dei nonni”: appunto, sono altre prospettive adultocentriche che danneggiano i più deboli, cioè i minori, espondendoli a conflitti che si fanno più articolati e complessi.

      • Immacolata Cusmai ha detto:

        I soggetti estranei, i nuovi compagni/e inopportuni/e, amici/amiche, nel tempo, potrebbero diventare vere e proprie fucine del disamore, e fare del conflitto un motore costante. Credo che prima di cercar di ridurli e addomesticarli sia importante capirli bene perchè chi agisce per “controllare” e non per “costruire” è destinato all’autodistruzione. Non è un caso che abbia fatto mio il seguente aforisma: “il saggio stima tutti, perché riconosce ciò che di buono esiste in ciascuno, e sa quanto costa far bene le cose. Lo sciocco disprezza tutti, perché ignora che cosa sia il bene e sceglie sempre il peggio”. (Baltasar Gracián)

      • Il punto non è “ridurre” o “addomesticare”, ma arrivare al nocciolo del problema, che, a mio avviso, è proprio il controllo. Ho notato, infatti, che fra le proposte di legge stilate, tutte quelle che propongono il condiviso a prescindere con mantenimento diretto, una introduzione spicca fra le altre per aggressività, quella del 3289. Mentre nel ddl 957 si affronta così il problema dell’inadempienza, ovvero del gran numero di padri che non contribuiscono economicamente alla vita dei figli: “è da aggiungere la scarsissima propensione dell’obbligato a versare all’aborrito ex partner, come lui affidatario, un contributo che non deve a lui, ma ai figli”, nel ddl 3289 il concetto si esplicita accusando “le madri egocentriche” di voler “gestire i figli e il relativo contributo economico in totale autonomia”; ciò che per i padri risulta intollerabile è il “trasferire del denaro – che sa di aver prodotto con la propria fatica”. Insomma, mi sembra chiaro che il problema non sta nell’indigenza di questi padri, che di fatto nei disegni di legge non è citata (mentre abbonda nelle bocche di chi li pubblicizza), ma proprio nel fatto che le ex mogli possano gestire “in autonomia” del denaro guadagnato col sudore della fronte dei padri, che invece pretendono di avere il controllo della situazione (visto che sono quelli “che pagano”). E’ evidente che questi non sono i termini adatti per gettare il seme di una genitorialità collaborativa: aborrito, egocentriche, sono chiari segnali di un astio neanche troppo bene mascherato. In questo quadro desolante non so proprio come potrebbero inserirsi altri attori… non vedo a che scopo, non vedo in che ruolo. Mi sembra evidente, dalla documentazione che sto raccogliendo, che tutto questo ha ben poco a che fare con il reale benessere dei minori…

      • Immacolata Cusmai ha detto:

        Mi fa enormemente piacere leggere quanto scrive tanto da voler aggiungere una nota su un passaggio che mi ha particolarmente colpito:

        “..ciò che per i padri risulta intollerabile è il “trasferire del denaro – che sa di aver prodotto con la propria fatica..”

        Molto ben detto, ma seguendo questa logica, seguendo questa loro “fatica quantificata e quantificabile” che attuano attraverso il “trasferimento di denaro”, ci induce a pensare che la fatica di chi invece mette a disposizione il proprio tempo, mette alla berlina le proprie ambizioni personali (criticabile espressione, ma reale), le proprie energie da ripartire su più e più fronti perchè con i figli nulla è scontato o prevedibile, questa fatica si riduce dunque ad essere meramente ovvia e scontata? Eppure il Ministro al Welfare e alle Pari Opportunità Elsa Fornero avrebbe voluto anche introdurre cinque giorni di paternità obbligatoria, ma ha anche aggiunto: «Ma come le paghiamo? Ogni giorno costa 70 milioni di euro». http://www3.lastampa.it/costume/sezioni/articolo/lstp/469198/.

        E’ evidente che ai più (di una nota minoranza) sfugge che chi realmente produce con fatica e subisce tangibili ingiustizie sono proprio quelle famiglie monogenitoriali (dati Istat alla mano: 85% composte da madri sole con figli) a cui non viene riconosciuto un “valore”.

        Il “trasferimento di denaro” viene versato ai figli, non all’ex-coniuge affidatario perchè l’ex-coniuge affidatario, ironia della sorte, contribuisce a qualcosa che va ben “oltre” quella transazione.

      • Difatti, se queste persone davvero credessero nella bigenitorialità che tanto professano, si metterebbero ad inseguire quei padri che scompaiono lasciando madre e bambino al loro destino. Visto che fanno trascinare i bambini dalla polizia per perseguire la “bigenitorialità”, come mai non trascinano anche quei genitori reticenti alle loro responsabilità? Invece, e ne parlerò presto, sostengono che in quel caso è sempre la madre a sbagliare: non si può costringere un padre a prensersi cura di un figlio che non vuole. La contraddizione sta proprio in questo: un figlio è obbligato a “volere” il padre, il padre deve essere libero di scegliere se occuparsi del figlio o meno. Se questo ha un senso per voi… Per me, no. Girando e rigirando la frittata, è sempre e solo un componente della famiglia che cade in piedi: gli altri ci stanno sotto, a quei piedi.

  13. Julien ha detto:

    Sans les fous et les sots, les avocats porteraient des sabots

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