Etica e moralismo

Uno dei insulti che va per la maggiore ultimamente è moralista.

Con moralismo si intende, in senso dispregiativo, l’atteggiamento di chi si serve ipocritamente di valori morali per censurare il comportamento altrui.

Nell’antica Grecia l’ypokrites era l’attore, colui che finge, che pretende di essere riconosciuto per ciò che non è.

Il moralista, di solito, predica bene e razzola male.

Il moralista finge uno sdegno che non sente allo scopo di condannare azioni che compie egli stesso, quindi è un paradosso vivente:  uno che acciuffa ladri e poi commette furti, uno che banchetta e pretende austerità, uno che ti accusa di essere un bugiardo quando lo cogli a mentire…

Come tutti i paradossi, il moralista è perturbante.

Il dramma è che spesso, ultimamente, basta esprimere disapprovazione per essere subito tacciati di moralismo, dimenticando che il valori morali possono anche essere sinceramente espressi e non solo ipocritamente espressi.

La morale è quell’insieme di convenzioni e valori di un determinato gruppo sociale in un periodo storico, o semplicemente, l’insieme di valori cui si attiene un individuo. La morale comprende tutti quei criteri che consentono (o dovrebbero idealmente consentire) all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri.

La morale è un concetto ben distinto dal moralismo, che è una versione corrotta della moralità.

La morale pretende una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto;  non ricomprende, quindi, lo slancio amorevole o la solidarietà di tipo irrazionale. In questo senso essa pone una cornice di riferimento, dei canoni e dei confini entro cui la libertà umana si può estendere ed esprimere.

Sulla base del mio codice morale, il codice che io rispetto, posso esprimere un giudizio su un comportamento: un mio comportamento o il comportamento di un altro.

Esprimere un giudizio rientra, a mio avviso, nella sfera  della libera espressione del pensiero, che, come ben sappiamo, è uno dei diritti fondamentali dell’uomo.

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, art. 21: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Come stabilire se un giudizio è espresso ipocritamente o sinceramente? In altri termini, come stabilire se un giudizio è viziato da moralismo o è semplicemente una riflessione etica?

A priori, sulla base del giudizio espresso, è impossibile: un giudizio non è ipocrita di per sé e non lo è neanche in rapporto al modo in cui viene espresso, poiché la modalità va ad influenzare solo la percezione che se ne può avere; un giudizio espresso in un certo modo può, ad esempio, essere frainteso.

Un giudizio può essere valutato come viziato dal moralismo solo in rapporto alla condotta morale della persona che lo esprime.

Interessante, direte voi, (ho un momento di ottimismo), ma tutte queste considerazioni, perché?

Perché oggi ho letto un articolo delle ragazze di Un altro genere di comunicazione – che mi è piaciuto e che condivido – su un tema piuttosto attuale, quello dell’oggettivazione del corpo femminile, e mi ha colpito quella paura di apparire moralisti che pervade chiunque si appresti a compiere un gesto dal grande valore simbolico: in questo caso, ricoprire un corpo.

La nudità, in sé e per sé, non è veicolo di alcun principio morale: nel giardino dell’Eden, prima che Adamo ed Eva si ponessero il problema del bene e del male, essi erano nudi, come tutti gli altri animali. E’ solo dopo aver colto la mela, nel momento in cui hanno acquistato il potere di decidere in autonomia ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, che la nudità ha cominciato ad acquistare un significato etico: in rapporto al contesto, al sistema di valori che assumeremo come nostro, giudicheremo quando la nudità è un bene e quando è un male.

Non è il corpo in sé ad essere giusto o sbagliato, ma il significato che diamo a quel corpo in quel momento.

Quei ragazzi di Zona Collinare in Lotta che hanno scelto un gesto forte e controtendenza (in un mondo che spoglia il corpo femminile, che lo espone ovunque e a sproposito, loro  polemicamente lo hanno rivestito con dei giubbotti) protestavano contro un certo di tipo di nudità: quella usata per fare del corpo umano una merce, un prodotto.

Io ho visto, nel loro gesto, una protesta non contro il corpo umano o contro la nudità, bensì una protesta contro quella nudità che, invece di esaltare il corpo umano (come fa l’arte, ad esempio), lo rende oggetto di scambio in un mercato che ha invaso ogni sfera della vita umana.

Non possiamo definire questi ragazzi moralisti solo sulla base dei loro giubbotti, non li conosciamo abbastanza per accusarli di essere ipocriti: per ora hanno predicato, la loro vita potrà testimoniare sul loro razzolare.

Le loro parole mi fanno ben sperare: Ancora più interessante sarebbe domandare a “Papi Galiano” quanto costa ciò che di più prezioso abbiamo: noi stessi, il nostro corpo. Quanto costa una persona, la sua immagine, la sua identità?

Non ci leggo del moralismo, ma una rilessione morale.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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29 risposte a Etica e moralismo

  1. Paolo1984 ha detto:

    senza entrare nel merito della vicenda di napoli (comunque dico che il gesto dei ragazzi non mi è piaciuto, sono animati sicuramente da buone intenzioni, ma a me hanno ricordato quando la Santanchè tentò di strappare a forza il velo ad una donna musulmana…anche lei era “bene intenzionata” probabilmente) io farei un’altra distinzione perchè non c’è solo il moralista ipocrita (figura genialmente incarnata sullo schermo da Alberto Sordi nella commedia del 1959 Il moralista): tra chi ha una morale e chi difende una morale…chi ha una morale si sforza di vivere secondo i propri principi ma non è interessato a convertire nessuno nel nome di qualche Nobile Causa, se fa proseliti li fa semplicemente con il suo esempio individuale, ma non è ossessionato dal fatto che non tutti seguano la sua morale, tutt’al più si dispiace per loro, forse li disprezza ma finchè non impongono nulla a lui li lascia stare.mentre invece i difensori della morale con loro è tutto il contrario, loro vorrebbero convertire tutto il mondo, di solito hanno una Nobile Causa da portare avanti…e a me fanno un po’ più paura del moralista ipocrita.

    • Se non ci fossero mai state persone animate dal desiderio di diffondere un messaggio, non sarebbe mai stata abolita la schiavitù, ad esempio, sarebbe ancora legale la tortura o le donne non potrebbero votare… Solo il tempo potrà dare davvero un senso alle battaglie che combattono coloro che sono in buona fede.

      • Paolo1984 ha detto:

        la differenza è che le donne (o perlomeno la maggioranza di loro) volevano il diritto di voto e gli schiavi (almeno la maggioranza di loro) volevano non esserlo più..queste battaglie sono avvenute con il consenso e solitamente anche con la partecipazione dei soggetti in questione ..non si può dire lo stesso dell’azione di napoli

      • Ma quali erano “i soggetti in questione”? A rispondere, sulla sua pagina facebook, all’azione dei ragazzi di Napoli è stato il proprietario del negozio, che ha compreso, meglio di tutti gli altri, che era lui il “soggetto in questione”, lui l’ “oppressore” contro il quale si manifestava… C’è forse in giro una presa di posizione delle ragazze, forse hanno dichiarato da qualche parte che si sono sentite offese?
        Il blog Un altro genere di comunicazione, che tratta da molto tempo e con molta competenza il discorso dell’immagine di donne e bambini nella pubblicità, spiega molto bene che, quando attacca un’immagine pubblicitaria, non sta attaccando la persona “prestata” a quell’immagine, bensì l’idea che c’è a monte, l’idea espressa dall’immagine. La campagna in difesa dei bambini, che a me piace molto, è un esempio emblematico di questo discorso: http://comunicazionedigenere.wordpress.com/category/campagne-2/libera-infanzia-campagne/ Si possono forse colpevolizzare dei bambini per l’uso che i pubblicitari fanno dei loro corpi? Ovvio che no… Ad essere contestato è quell’insieme di norme e principi morali (o la mancanza degli stessi) che è il sottotesto di certe campagne pubblicitarie.

      • Paolo1984 ha detto:

        a parte che qua non parliamo di bambine ma di ragazze maggiorenni che forse (dico forse) si poteva trovare il modo di contattare prima dell’azione comunque io non discuto la bontà delle intenzioni dei ragazzi, ma posso dire che il gesto di coprire quei corpi non mi è piaciuto (e ho già spiegato perchè) o passo per “immorale”?

      • Paolo1984 ha detto:

        e per essere chiari: quella campagna pubblicitaria fa schifo anche a me (e non certo per la nudità)..però forse io avrei agito in maniera diversa (volantinaggio.ad esempio)

  2. Melania ha detto:

    Sono reduce da un giro dei quotidiani, quindi ho appena fatto il pieno di politica con contorno di tette e culi e ora sono profondamente depressa. Lo dico chiaro e tondo che non mi ammazzo in parte perché me ne manca il coraggio e in parte perché sento di avere anch’io diritto a stare a questo mondo ma questo mondo non è fatto per le donne e se non ci sono suicidi quotidiani è solo perché siamo molto più emotivamente salde di come ci hanno dipinte nei secoli.
    Il mio problema, nel caso dei soliti commenti che mi aspetto, non è quello di non avere tette e culo in grado di reggere il confronto con quelli esposti ma proprio l’umiliazione, il senso di inutilità, di vuoto, dell’essere calpestata come persona. Sono queste le cose che inducono a pensare male del genere maschile e inducono il genere maschile al cinismo sfrenato, non è certo il dito puntato sulla violenza, che è la conseguenza ultima di questo continuo messaggio che il cervello delle donne, la loro anima, lo spessore umano, la personalità, in fin dei conti non interessano.
    Sono stata sfracellata, umiliata, mi sono passati sopra, sono stata valutata un tanto al kg e per la mia capacità di dare e solo dare, come casalinga, come cuoca, come finanziatrice di squattrinati (eh sì, ma non si sente mai parlare di quanti uomini scelgono una donna in base al suo status economico). La mia vita passata a leggere, pormi domande, costruire e sgomitare per uno spazio nella dignità umana, non ha avuto alcun valore.
    La cosa che mi sconvolge è che a fare un simile lavoro siano bloggers.
    Se cominci a tuonare contro l’esposizione del corpo femminile le reazioni sono quelle da te descritte o peggiori (per le quali ho già dato risposta sopra). Non c’è modo di capovolgere la situazione e di far capire agli uomini cosa significhi perché pubblicare un sedere maschile non solo non ha lo stesso tipo di valenza sessuale ma viene seguito da puntuale censura.
    A volte medito gesti eclatanti.
    No, non mi ci abituo. Non posso abituarmici. Anzi, io penso alle generazioni successive alla mia con grande pena. I ragazzini di oggi hanno la loro educazione sentimentale attraverso il porno internettiano, ma che rapporti tra i sessi speriamo di costruire?

    • E’ bello ritrovare l’espressione “educazione sentimentale”. Temo che oggi, dell’educazione ai sentimenti, non se ne occupi proprio nessuno: si parla di diritti, si parla di libertà, si parla (a sproposito) di morale e moralismo, ma non si affronta mai il discorso “sentimenti”.
      Mi dispiace, Melania, leggere di tanta disperazione, ma spero che chi ti legga comprenda quanto possa essere doloroso per le persone “integre” relazionarsi con un mondo che ha separato l’anima dal corpo in modo così radicale da permettere a chiunque di “usare” il corpo degli altri come se fosse un oggetto qualunque… Se il corpo diventa un oggetto, anche la persona che è quel corpo (e non “lo possiede”) si reifica e perde un pezzetto della sua umanità. E soffre.
      Non sono un dottore, Melania, ma mi sembra di percepire una bella depressione nel suo commento, e credo sarebbe meglio che lei si rivolgesse al suo medico di fiducia: a volte dobbiamo chiedere aiuto… Anche se è strano che a dirlo sia un blogger.

  3. Quando nel 1975 tirarono fuori Donatella Colasanti ancora viva dall’auto era nuda. https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/10/01/lettera-luterana-a-italo-calvino-sul-1-ottobre-1975/
    Uno dei poliziotti si tolse la giacca e la coprì. Lo so perchè lo conosco, conosco quel poliziotto, che allora era solo un ragazzo.
    Ci sono tante nudità, ci sono nudità piene di sofferenza, ci sono nudità che significano dolore e umiliazione, ci sono nudità offensive, e ci sono nudità orgoliose e sane https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/08/04/magre-grasse-e-comunque-infelici/
    A volte coprire un corpo nudo può anche essere un gesto amorevole.
    Non focalizziamoci sul fatto che quei ragazzi hanno coperto dei corpi, ascoltiamo il significato del loro gesto: questi ragazzi hanno espresso una sincera solidarietà nei confronti della donna, hanno condannato la mercificazione del corpo femminile, hanno detto: capiamo la vostra sofferenza, vogliamo essere dalla vostra parte…
    Io lo apprezzo.

    • Paolo Scatolini ha detto:

      Donatella Colasanti era tumefatta, piena di lividi, aveva subito violenze inenarrabili. La situazione napoletana non è minimamente paragonabile..quelle ragazze stavano lavorando, facevano un lavoro che possiamo giudicare “degradante” (c’è chi considera degradante pulire i cessi pubblici, se è per questo) ma erano maggiorenni e per quel che ne so, consenzienti..ora se io voglio fare un’azione a favore dei lavoratori (che siano operai, colf, o quant’altro) cerco prima di contattare questi lavoratori per conoscere le loro condizioni e sapere cosa ne pensano

      • Sono in molti a sostenere che è proprio questa reificazione della donna, questo continuamente proporla come oggetto alla radice della violenza che giunge alle estreme conseguenze con episodi come quello di Donatella Colasanti: per questo l’ho citata. La ragazza in vetrina come uno scolapasta è il prodromo di situazioni come quella del Circeo, in cui una vita umana non ha più valore in sé e per sé, ma diventa un oggetto del quale fruire e poi gettare.
        Tu, che sei un appassionato di cinema, conoscerai sicuramente il film Moon, in cui c’è una toccante metafora di questo processo di reificazione dell’essere umano: in un futuro non troppo lontano, l’uomo è a tal punto ridotto a strumento, ad oggetto, che diventa addirittura replicabile con procedure industriali.
        Io credo che il fatto che i ragazzi abbiano poi spiegato le ragioni del loro gesto basti ad assolverli da qualunque accusa di sessismo: perché continuare ad insistere sul gesto in sé ignorando le parole che l’hanno accompagnato? Non sono muti, quei ragazzi, hanno parlato e hanno dato la loro interpretazione del gesto: non li vogliamo ascoltare? La loro è una riflessione profonda sul senso della vita, sul rapporto fra anima, corpo ed economia. Non ignoriamoli appellandoci ad una ambiguità del gesto che la parole hanno ampiamente chiarito…

      • Paolo Scatolini ha detto:

        temo che la violenza maschilista sulle donne e più in generale la violenza su chi si trova in condizioni di minorità (perchè più debole fisicamente o perchè più povero) sia un po’ più antica di certo uso definito “reificante” del corpo femminile.
        Comunque i ragazzi hanno parlato, il padrone del negozio ha parlato, tutti hanno parlato tranne le ragazze..la loro voce non interessa a nessuno eppure è l’unica che avrei voluto ascoltare: cosa ne pensano di tutto questo? Si sentono reificate? si auto-definiscono vittime?

      • Sai, esiste anche l’inconsapevolezza: non sono in tanti quelli che riflettono su ciò che fanno, lo fanno e basta, come rami trasportati dalla corrente della vita…

      • Paolo Scatolini ha detto:

        certamente, ma a me continua a sembrare molto arbitrario decidere se e quanto gli altri siano “consapevoli” sopratutto quando dicono o fanno qualcosa che noi legittimamente non faremmo.
        Ciò detto, ribadisco che degli elettrodomestici secondo me non si promuovono in quel modo quindi era giusto protestare..anche se continuo ad avere riserve sulla modalità.
        Ciao

      • La modalità a volte serve solo a destare scalpore, ad attirare l’attenzione: una volta che ci siamo voltati a guardarli, perché hanno schiamazzato, perché hanno disturbato, è nostro dovere chiederci per quale motivo stanno facendo confusione…

  4. Blossom ha detto:

    Il gesto non mi convince, il blog che citi mi ha sempre fatto schifo – provo un enorme fastidio nei confronti di chi pretende di parlare di comunicazione ignorando i meccanismi che nei diversi mezzi di comunicazione vengono utilizzati e per di più lo fa con uno sgrammaticatissimo italiano, basterebbe questo per darne un giudizio negativo.
    Non mi è mai piaciuta e non mi piace questa condanna senza sé e senza ma all’oggettivazione sessuale, che non è bene o male a prescindere. Citi l’arte, come esempio “buono” in cui possiamo trovare la nudità, ma ricordiamo che tempo addietro anche quella che per noi ora è Arte veniva additata e censurata: Courbet, Schiele…
    Ma soprattutto: chi decide che un corpo non possa essere anche una merce? Perché si dà sempre meno considerazione a quelle persone che hanno prestato – non regalato! – il loro corpo alla cosiddetta mercificazione? Prostitute/i, modelle/i o quant’altro.
    O queste persone vengono condannate, o si dà per scontato che – povera gente – non siano capaci di intendere e volere e quindi di poter decidere da sé. O sono considerate persone “immorali” e discriminate o sono considerate inconsapevoli, incapaci e discriminate.
    Ciò che è certo è che il loro parere, il più importante tra tutti, non è mai richiesto.
    Mi trovo d’accordissimo coi commenti dei Paoli – o del Paolo, è sempre lo stesso? – e la faccenda mi lascia un po’ di amaro in bocca.
    Mi torna anche in mente una scena del film Larry Flint – uomo per il quale non riesco a non provare stima – in cui Harrelson, durante un servizio fotografico, allarga le cosce di Courtney Love e chiede che vengano fatte delle fotografie sensate per il tipo di rivista su cui dovevano finire, delle foto “vere”, non di vedo non vedo.
    Quella scena è meravigliosa, molto più potente di qualsiasi Origine del mondo, che è poi tutta foresta.
    Tornando in tema, io non trovo affatto che la vicenda riguardi il moralismo. Non trovo affatto che si sia trattato di un gesto moralista, però forse un atteggiamento censorio, forse quello sì.

  5. Se il corpo è una merce, allora l’unico criterio sul quale basarsi per decidere cosa è “giusto” e cosa è “sbagliato” quando parliamo del corpo umano è l’economia: dal greco oikos, casa (beni di famiglia), e nomos, norma (legge): produzione, consumo, scambio, lavoro, risparmio e investimento, ecco gli elementi base dell’economia; l’economia gestisce questi elementi per soddisfare i bisogni materiali dell’uomo, aumentare la ricchezza. Ma l’essere umano è solo un soggetto economico o c’è di più? Il corpo umano può essere un oggetto economico? Proviamo un attimo a considerare il corpo una merce e proviamo ad applicarvi i principi dell’economia. Occupiamoci della produzione: come si produce un corpo umano? Quali sono i costi della materie prime? La materia prima sono due genitori biologici. Il processo di produzione è il concepimento e tutto quell’iter che fa si che il corpo umano cresca al punto giusto per essere venduto (o affittato).Come li calcoliamo? Possiamo ottimizzare la produzione di corpi? Magari potremmo cominciare a produrre corpi concepiti ad hoc per lo scopo per cui li vogliamo utilizzare…
    No, mi dispiace, il corpo umano non è una merce. Il corpo umano è l’essere umano, e gli esseri umani non sono prodotti. Altrimenti si arriva all’assurdo, si arriva a questo: http://www.mymovies.it/film/2009/moon/pubblico/?id=510255 E’ davvero un film molto interessante, che ci fa riflettere sul fatto che quando l’economia pretende di controllare ogni aspetto della vita umana, la vita finisce per forza di cose col diventare disumana…

    • Blossom ha detto:

      E proviamo però anche a prendere in considerazione quelle ragazze: sono state disumanizzate per essersi prestate a quel tipo di pubblicità? Sono diventate merce o son ancora delle persone? E se sì, lo sono tornate ad essere solo dopo?
      Mi trovo d’accordo nella considerazione che il corpo è la persona, è una cosa che sostengo da sempre; la nostra persona vive attraverso il corpo. Ma forse ci avviamo verso qualcosa di diverso, penso anche al nostro scambio di opinioni qui: c’è solo il nostro pensiero.
      In un episodio della serie Secret Diary of a Call Girl, Belle è con un cliente, un economista, che per spiegarle il suo lavoro prende lei come esempio.
      E paragona il suo corpo ad una merce, dicendole che con l’avanzare dell’età ed altre cose la sua “merce” avrebbe finito col valere sempre meno.
      Lei non ci rimane tanto bene, ma il suo cliente ha ragione.
      Ora, siccome io credo che la prostituzione vada legalizzata e non ostacolata, siccome penso che decidere del proprio corpo e quindi della propria persona e della propria vita sia un diritto, sempre e comunque, accetto che un corpo, a seconda del contesto, possa essere anche una merce. Non solo, ma anche quello.
      Poi Belle non è il suo lavoro, ha una vita oltre quello, ha pure un altro nome e nella realtà è una giovane donna brillante, cosciente di quel che ha fatto e che l’ha fatto per un preciso scopo: mantenersi agli studi.
      Cinica? Per me no.

      “Magari potremmo cominciare a produrre corpi concepiti ad hoc per lo scopo per cui li vogliamo utilizzare…”

      Questo si fa già e si fa da anni: i genitori di figli che hanno determinate malattie “producono” altri figli in vitro per il bene dei figli di serie a.
      Non è bello, non è giusto, ma si fa già.
      Visto che si arriverà anche alla clonazione, più che aborrire la cosa per principio non è il caso di iniziare a riflettere su cosa possa comportare, cosa ci possa levare ma anche cosa possa darci?

      • Da una parte c’è quello che c’è, che esiste, che è un dato di fatto: la prostituzione esiste, ma anche l’omicidio esiste, la schiavitù esiste, la tortura esiste… Tutti fenomeni che esistono da sempre, se ci volgiamo indietro a guardare al passato. Eppure ci sono state, ad un certo punto delle persone che hanno detto: no questa cosa è sbagliata. Penso a Cesare Beccaria, il primo nome che mi viene in mente, con il suo “dei delitti e delle pene”: Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti col quale fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la potestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, è non devesi tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati.
        Oggi sembrano concetti scontati, eppure sono frutto si una grande evoluzione morale, improntata al rispetto dell’essere umano.
        Parlare di un corpo “che perde di valore col tempo”, come se parlassimo di un vasetto di yogurt o di un cellulare, non mi sembra un’osservazione troppo improntata al rispetto dell’essere umano.
        Quando affermo questo, ovviamente non lo faccio per condannare chi fa questa scelta, bensì per invitare alla riflessione chi pensa che uno status quo non possa modificarsi. Flagelliamo le persone sulla pubblica piazza? No. Allora il mondo può cambiare in meglio. Anch se probabilmente non sarà mai perfetto… Ma non è un buon motivo per smettere di migliorare.

        Io non mi interrogo tanto su chi vende il proprio corpo, quanto su chi lo acquista: possiamo pretendere, per soddisfare un nostro bisogno, di servirci di un corpo ignorando che quel corpo è di fatto una persona?
        Ragionando per analogia: ci siamo serviti di questo pianeta per soddisfare ogni nostro più folle capriccio, e guarda il risultato: questo pianeta sta morendo, e il genere umano si sta ammalando con lui. Abbiamo questa ossessione dello “sfruttamento”, ma non ci soffermiamo mai su quali sono le conseguenze delle nostre azioni su ciò che sfruttiamo. Prendiamo ciò che vogliamo senza interrogarci mai sul fatto che quello che pensiamo sia “il nostro diritto” non ci autorizza a ledere i diritti degli altri, vegetali, umani o animali che siano…
        “l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti.” dice la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. “La libertà è il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che non nuoce ad altri.” dice Marx, o ancora “la mia libertà finisce dove comincia la vostra”, Martin Luther King.
        La prostituzione si basa sul fatto che chi si vende rinuncia al diritto di scegliere come e con chi provare piacere sessuale, rinuncia momentaneamente al piacere sessuale stesso e si sottomette al bisogno dell’altro di provare piacere sessuale. Si affievolisce il diritto di un soggetto a favore del diritto dell’altro. E’ giusto questo?
        Inoltre: esiste il sesso fra due persone consenzienti ed egualmente soddisfatte dell’esperienza? Si. E’ in quelche modo impedito dalla società contemporanea (come poteva maggiormente esserlo in passato…) No. Allora mi domando: da cosa nasce l’esigenza della prostituzione?

        Più che interrogarmi sul cosa possa darmi la prostituzione, preferisco chiedermi: perché la prostituzione?
        Non sarebbe più bello invece imparare, tutti, a godere insieme nel rispetto reciproco?

      • Paolo1984 ha detto:

        non conosco la serie ma deve essere di livello alto..so che è ispirata ad un blog.
        Per conto mio non ho obiezioni morali da fare a chi sceglie di prostituirsi, l’unico problema che ho è che la maggioranza di queste persone non può scegliersi il cliente

      • Paolo1984 ha detto:

        “l’unico problema che ho è che la maggioranza di queste persone non può scegliersi il cliente”

        poi se mi sbaglio sono pure contento

  6. Blossom ha detto:

    Porsi le giuste domande è sempre il primo passo, però dobbiamo anche tenere conto dei fatti.
    Nell’esempio che ho fatto prima – il paragone del corpo di Belle ad una merce – non trovo ci sia mancanza di rispetto per la persona. Il cliente con cui stava giudica il suo corpo partendo dal lavoro che lei ha deciso di fare e nel momento in cui lo svolge. Non dice certo che il suo corpo è una merce a priori.
    Sì, l’omicidio e la tortura esistono da sempre, come la prostituzione. Ma il paragone mi pare ingeneroso: omicidio e tortura sono sempre delle violenze e, proprio per questo, dei reati; sono esattamente all’opposto di ciò che intendiamo per rispetto delle persone. Ma la prostituzione? Può essere un libero scambio tra due persone coscienti, consenzienti e anche libere. A me interessa enormemente che ciò venga garantito e rispettato.

    “Io non mi interrogo tanto su chi vende il proprio corpo, quanto su chi lo acquista: possiamo pretendere, per soddisfare un nostro bisogno, di servirci di un corpo ignorando che quel corpo è di fatto una persona?”

    Non capisco questo passaggio. Mi pare inutile concentrarci solo su chi compra, se non ci fosse anche chi vende il discorso non avrebbe manco più senso.
    Il cliente della prostituta non è per forza una persona che ignora che quel corpo ha una vita, un’unicità aldilà del suo lavoro o che non la rispetta, ma nel momento in cui chiede un servizio, per il quale paga, mette avanti il suo desiderio, la sua necessità.
    Ma questo è ciò che facciamo tutti coi lavori altrui.
    Se vado al supermercato, a quello che lavora nel reparto pasticceria non chiedo come è andata la sua giornata, né gli chiedo come se la passa o le sue passioni: non mi interessa. Lui è lì per svolgere un lavoro, io lì per comprare della merce e quindi validare quel lavoro svolto.
    Non significa che ignoro che è una persona o non lo rispetto.
    In un altro contesto potrei ritrovarmi a conoscere quella persona, chiacchierarci, apprezzarla o disprezzarla. Ma certo non mentre svolge il suo lavoro.
    Così come io non pretendo che le persone che vedo mentre svolgo il mio mi considerino nella mia interezza, che non possono nemmeno conoscere.

    “La prostituzione si basa sul fatto che chi si vende rinuncia al diritto di scegliere come e con chi provare piacere sessuale, rinuncia momentaneamente al piacere sessuale stesso e si sottomette al bisogno dell’altro di provare piacere sessuale. Si affievolisce il diritto di un soggetto a favore del diritto dell’altro. E’ giusto questo?”

    Se alla persona che vende questo sta bene allora sì, è giusto.
    Non posso decidere io, a priori, che quella cosa non vada bene e che quindi non debba esistere.
    Quando parliamo di prostituzione non parliamo per forza di un reato, di violenza o che altro, né di persone incoscienti e dobbiamo dare a queste anzitutto la possibilità di decidere se acconsentire a ciò oppure no. Noi possiamo – dobbiamo – discuterne e interrogarci, e promuovere le libertà delle persone laddove non viene arrecato danno ad altre.

    “Inoltre: esiste il sesso fra due persone consenzienti ed egualmente soddisfatte dell’esperienza? Si. E’ in qualche modo impedito dalla società contemporanea (come poteva maggiormente esserlo in passato…) No. Allora mi domando: da cosa nasce l’esigenza della prostituzione?”

    Per chi si prostituisce è certamente il denaro la questione primaria. Su un’edizione di Marie Claire, quella canadese mi pare, uscì un articolo su delle giovani prostitute, tutte con un’istruzione superiore che parlavano del loro lavoro. Denaro, tempo libero, la possibilità di scegliere da sé i clienti ed il non aver orari rigidi ma la possibilità di gestirseli erano le motivazioni principali. Che così, a occhio e croce, mi paiono tutte molto valide.
    Per chi compra possono essere molteplici: frustrazione, incapacità di relazionarsi, difetti fisici e il bisogno di soddisfare una necessità, quella sessuale, che tutti abbiamo ma che non sempre possiamo soddisfare nel modo che descrivi.
    Non esisterebbero nemmeno vibratori o bambole gonfiabili se il sesso fosse solo quello tra due persone, egualmente desiderose ed infine soddisfatte.
    Mi pare, correggimi se sbaglio, che tu colleghi l’atto sessuale sempre ad un rapporto emotivo tra due persone. Ma sappiamo che questo non è sempre così, anche aldilà della prostituzione ci sono tantissime persone, la maggior parte, che hanno avuto rapporti sessuali solo per il desiderio del sesso in sé e non dell’altra persona.
    Capita ed ha il suo bello.

    “Non sarebbe più bello invece imparare, tutti, a godere insieme nel rispetto reciproco?”

    Ma per me il problema del rispetto proprio non si pone. Né quello del godere insieme.
    Siamo tutti, chi più chi meno, egoisti. Tutti partiamo dai nostri desideri e quelli mettiamo al primo posto. Questo non è irrispettoso, né è in contrasto col provare empatia con gli altri.
    A volte siamo generosi, a volte addirittura mettiamo gli altri prima di noi, ma sempre valutiamo le nostre convenienze. E per me la prostituzione è un lavoro che si basa sulla convenienza, sulla quale solo le persone direttamente interessate si possono esprimere.

    • Ti contraddici. Se sostieni che sei convinta che “siamo” il nostro corpo, come posso separarmi dal corpo temporaneamente e considerarlo una merce deperibile? Non è una questione di emozioni o meno, io sono il mio corpo, e quello che il mio corpo “sente” lo sento anche io. Non c’è un “me stessa” fuori dal corpo, così se qualcuno dice che il mio corpo “perde di valore”, allora io “perdo di valore”.
      Comunque, è la domanda a determinare la presenza di un prodotto sul mercato, e nel caso della prostituzione questo fatto è molto evidente: lo si evince dalla tratta di esseri umani. Che bisogno ci sarebbe di rapire, violentare, costringere donne contro la loro volontà a prostituirsi se non fosse così?
      Ci sono molte più vittime della prostituzione che prostitute volontarie, e questo perché la domanda è molto superiore all’offerta.
      Perdere tanto tempo a difendere il diritto delle donne a vendersi, quando ci sono così tante donne che vorrebbero essere aiutate a smettere di essere vendute contro la loro volontà, mi sembra un tantino strano.
      La prostituzione, dati alla mano, ha molto più a che fare con la violenza che con la libera scelta delle persone. E allora è più importante chiedersi cosa ha in mente quel cliente che va con una donna picchiata e minacciata, piuttosto che chiedersi cosa può spingere una donna a prostituirsi. Posto che sia la necessità, il bisogno di soldi, possiamo in questo caso considerarla una “libera scelta”?
      E comunque, in un mondo in cui le donne sono così evidentemente discriminate in ambito professionale, insistere sul fatto che la prostituzione è un modo come un altro per essere economicamente indipendente, non è un tantino strumentale a relegare le donne in una nicchia lontano da vere gratificazioni professionali?
      Il femminismo, correggimi se sbaglio, contesta che il lavoro di cura non equamente ripartito all’interno della famiglia mortifichi la donna in quelle che potrebbero essere le sue aspettative in altri ambiti.
      E proporre alla donna il lavoro di cura della sessualità maschile? Chi si cura della sessualità femminile?
      Trovo molto curioso, se assumo per un attimo la prospettiva del cliente, che qualcuno possa desiderare di fare sesso con una persona che nella migliore delle ipotesi pensa “Qui non mi passa più” (la frase l’ho presa dal blog di una prostituta) e nella peggiore sta pensando “voglio morire”. E mi incuriosisce davvero. Perché io ci chiacchiero col mio salumiere, e siamo anche andati a berci una birra insieme un paio di volte. A me interessano le persone, prima dei loro corpi, prima dei loro servizi.
      La bambola gonfiabile non è una persona. Il vibratore non è una persona. Le persone non sono oggetti. E’n il mio modo di vivere la vita, la mia vita.
      “Siamo tutti, chi più chi meno, egoisti. Tutti partiamo dai nostri desideri e quelli mettiamo al primo posto”: mai generalizzare. Io quello che fanno “tutti” non lo so. E non voglio decidere niente, né decidere per conto di altri, voglio solo chiarirmi io per prima, perché vedi, io non avverto affatto il sesso come “una necessità”. Il sesso è un piacere, come una tazza di cioccolata calda quando è freddo. Mangiare, bere, dormire sono necessità, avere un tetto sulla testa, forse. Ma se non faccio sesso non muoio, anzi, non sto neanche male, quindi non è una necessità. Forse soffro di più la solitudine. Ma non mi accontento di surrogati: corpi invece di persone.
      E forse dovremmo rifletterci tutti un pochino di più, su questo fatto: qual è la differenza fra avere a che fare con un corpo e avere a che fare con una persona? Nel primo caso, sono di sicuro molto più solo.

      • Blossom ha detto:

        A me non pare affatto di contraddirmi. Per questo in un altro commento scrivevo “Ma forse ci avviamo verso qualcosa di diverso, penso anche al nostro scambio di opinioni qui: c’è solo il nostro pensiero.” Questa discussione vale forse meno perché non è a faccia a faccia? Nelle nostre opinioni non c’è anche la nostra persona?

        “Se sostieni che sei convinta che “siamo” il nostro corpo, come posso separarmi dal corpo temporaneamente e considerarlo una merce deperibile?”

        Come tutte le volte che ho fatto un lavoro che non mi piaceva, o pulisco in casa – e non mi piace per nulla – finisco col vagare con la mente. Non mi risulta che sempre e comunque qualunque cosa noi facciamo quella cosa ci rappresenti o sia una nostra profonda espressione. Mentre pulisco casa divento una domestica? No. Se mi metto a cucire una federa divento una sarta? No.
        Certo il caso della prostituzione è differente, è più una recita. Ma è così assurdo pensare che una donna – o anche un uomo – possa, temporaneamente, mettere da parte ciò che è per diventare ciò che vuole un’altra persona, in piena complicità?

        “Non c’è un “me stessa” fuori dal corpo, così se qualcuno dice che il mio corpo “perde di valore”, allora io “perdo di valore”.

        Prendiamo come esempio un atleta; con l’avanzare dell’età le sue prestazioni peggiorano, finiscono col valere meno, perché il corpo non regge più un certo tenore. Anche la persona quindi finisce col valere meno, pure negli altri aspetti della sua vita?
        Quando intendo che siamo il nostro corpo mi riferisco ad un insieme di cose, ma la prima cosa alla quale penso sono i nostri sensi. Però qui mi pare si dia per scontato che, in lavori come la prostituzione, i nostri sensi ci rimandino per forza a sensazioni sgradevoli o che uno non possa avere il sopravvento sull’altro. Chiaramente non è così, o le prostitute libere e consapevoli non esisterebbero ed invece ci sono.
        Non fanno un lavoro facile, ma a sentirle non è il lavoro peggiore del mondo; se lo fosse non lo farebbero.
        Che non esista solo la prostituzione libera ma anche il cosiddetto sfruttamento della prostituzione – brutta espressione, che finisce per celare un insieme di orribili reati – lo so perfettamente. Ma perfino in Italia le donne “costrette” sono meno della metà. Non possiamo lottare contro la tratta degli esseri umani ed al contempo mantenere lo stigma ed il pregiudizio sulla prostituzione.

        “Perdere tanto tempo a difendere il diritto delle donne a vendersi, quando ci sono così tante donne che vorrebbero essere aiutate a smettere di essere vendute contro la loro volontà, mi sembra un tantino strano.”

        A me sinceramente pare molto strana e brutta questa tua uscita. Come puoi al contempo scrivere di perdita di tempo e di diritti? Lottare per dei diritti è diventata una perdita di tempo? O lo è solo quando ci son di mezzo diritti di cui frega nulla?
        E se anche a te non ne frega nulla ad altre persone sì e non è per loro una perdita di tempo. Trovo che sia una cosa molto antipatica, perfino un po’ offensiva da dire.
        Tu poi ne scrivi come se una cosa non potesse coniugarsi con l’altra, come fossero in opposizione, ma non è affatto vero. E se anche la seconda è più importante – o è l’unica della quale t’importa – non dobbiamo dimenticarci della prima.
        Come se parlando di omosessualità e lamentandomi dell’assenza di considerazione di pacchetti ad hoc per coppie gay nelle agenzie di viaggi, uno si permettesse di fare del benaltrismo e rispondermi che “ci sono stati in cui gli omosessuali vengono uccisi ed io mi preoccupo per cose simili?”
        Sarebbe davvero un modo stupido di porre la questione e soprattutto di sviarlo.

        “La prostituzione, dati alla mano, ha molto più a che fare con la violenza che con la libera scelta delle persone. E allora è più importante chiedersi cosa ha in mente quel cliente che va con una donna picchiata e minacciata, piuttosto che chiedersi cosa può spingere una donna a prostituirsi.”

        Per me, invece, sono importanti entrambi. Anzi, fondamentali.
        Per te no? Pazienza, siamo di opinioni diverse. Certo però una questione intricata come la prostituzione non può essere considerata solo da un unico aspetto, bisogna cercare di valutarli tutti.

        “Il femminismo, correggimi se sbaglio, contesta che il lavoro di cura non equamente ripartito all’interno della famiglia, mortifichi la donna in quelle che potrebbero essere le sue aspettative.
        E proporre alla donna il lavoro di cura della sessualità maschile che cos’è?”

        E come mai son proprio delle donne che si definiscono femministe a tenere in grande considerazione la questione?
        A me pare tu abbia un pregiudizio nei confronti della prostituzione ed una visione in parte stereotipata: la prostituzione non riguarda una donna che vende sesso a degli uomini, riguarda anche gli stessi uomini, transessuali e altre persone che non si riconoscono in nessuna delle tre categorie.
        Visto che gli uomini non si portano dietro il fardello che si portano le donne sarebbe accettabile parlare del loro diritto a prostituirsi? Ma non possiamo certo legalizzare la prostituzione in base al sesso della persona che vuole farlo, sarebbe discriminatorio.
        Poi cliente di una prostituta può essere anche un’altra donna.
        C’è poi un errore di fondo in quanto scrivi: se la prostituzione è scelta e libera è un lavoro e per i lavori si viene pagati. Quindi “il lavoro di cura non equamente ripartito all’interno della famiglia” non c’entra proprio. Un conto è il lavoro, un conto è la suddivisione dei lavori in casa, dell’assistenza ai familiari e altro.
        A me non risulta infatti che il femminismo sostenga che lavori come quello della domestica o della segretaria o della maestra d’asilo per quanto possano essere stereotipati siano umilianti a prescindere e che le donne non li dovrebbero svolgere.
        In più non si sta proponendo alle donne di fare le prostitute, mi pare una lettura scorretta, io come altre persone ci limitiamo a tenere in considerazione una situazione che già esiste, di un lavoro che già si fa.

        “Perché io ci chiacchiero col mio salumiere, e siamo anche andati a berci una birra insieme un paio di volte. A me interessano le persone, prima dei loro corpi, prima dei loro servizi.”

        E col panettiere? E con la cassiera? Con quello al banco frutta e verdura?
        Anche a me interessano le persone ma è chiaro che se vado in un supermercato sono lì anzitutto per fare la spesa e quindi terrò – in quel contesto, in quel momento – in maggiore considerazione i loro servizi che non l’universo che è dentro loro.
        Mi pare una cosa di buon senso e non credo proprio tu faccia sempre esattamente il contrario.
        “La bambola gonfiabile non è una persona. Il vibratore non è una persona. Le persone non sono oggetti. ”

        Sono strumenti di piacere, infatti. Strumenti. Hanno il loro utilizzo e la loro validità, possono interessare o no. Anche se mi pare che in italia ci sia ancora una forma di bigottismo nei confronti di queste cose.
        E certo, le persone non sono oggetti, ma l’oggettivazione sessuale esiste e non è Il Male, non è da condannare per principio. Penso a porn4ladies, che è meraviglioso, la fotografia erotica in generale mi è sempre piaciuta molto.
        Per quel che riguarda la visione del sesso trovo che sia molto personale ed ognuno ha la sua. Nemmeno io muoio se non ho rapporti sessuali, nemmeno se non mi masturbo con o senza strumenti, ma non si può negare l’importanza di una sana vita sessuale. Senza mangiare, bere, dormire, non sopravvivremmo ma se nessuno sentisse mai il bisogno di avere rapporti sessuali ci saremmo estinti da un bel po’.

        “E forse dovremmo rifletterci tutti un pochino di più, su questo fatto: qual è la differenza fra avere a che fare con un corpo e avere a che fare con una persona? Nel primo caso, sono di sicuro molto più solo.”

        Nel primo caso è molto più comodo. E sì, c’è molto su cui riflettere.

      • Io non un “pregiudizio” nel confronti della prostituzione: io ho delle opinioni. Le opinioni si maturano dopo aver raccolto informazioni, dopo aver ascoltato delle persone coinvolte, dopo aver ragionato sul fenomeno. Il pregiudizio presuppone la disinformazione.
        Io credo che tu ignori che la prostituzione nel nostro paese non è illegale. Lo sfruttamento della prostituzione è illegale, ma non il prostituirsi.
        Quindi francamente la polemica di certe femministe sulla prostituzione mi sfugge completamente.
        Una donna in Italia è libera di prostituirsi.
        Quando impropriamente si parla di “legalizzazione e regolamentazione della prostituzione” si parla ad esempio di statalizzazione dei bordelli, di quartieri a luci rosse, di imposizione di tasse e restrizioni.
        Prendiamo ad esempio il principio della zonizzazione vigente in Germania, ovvero la prostituzione è autorizzata solo in alcune zone della città: non potremmo affermare che questa è una forma di ghettizzazione della prostituta?
        Se la prostituta diventa una “dipendente” statale di un bordello organizzato, non è meno libera di organizzarsi orari o di scegliere i clienti?
        Se la regolamentazione della prostituzione ha lo scopo di eliminare la prostituzione illegale (e non lo fa, perché nei paesi dove c’è una regolamentazione, la prostituzione non regolamentata continua ad esistere), di fatto questo non va a vantaggio della prostituta, anzi: la regolamentazione legalizza il pappone (lui, non la prostituta,che già oggi prostituendosi non commette reato alcuno) e il suo potere sul corpo delle sue dipendenti non cambia.
        E poi: qual è la differenza fra “strumento” e “oggetto” scusa? Lo strumento è un oggetto osservato dal punto di vista della sua funzione, ma sempre oggetto rimane…

  7. Paolo1984 ha detto:

    Blossom, comunque una donna (o un uomo) che posano per foto erotiche non si rendono “oggetti”..lavorano e/o si divertono.

  8. Pingback: Il Patriarcato è morto, Viva il patriarcato! | SUD DE-GENERE

  9. paolam ha detto:

    Mi era sfuggito, molto utile: ormai “moralismo”, “moralista” e “moralistico/a”, vanno via come l’acqua, o come il “piuttosto che” 😀

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