Il patto narrativo

Il patto narrativo (H. Grosser, Narrativa, Principato, Milano 1985, pag.25) è quel tacito accordo per cui il lettore compie una parziale e momentanea sospensione delle facoltà critiche e accetta come se fosse vera una storia che sa in larga e diversa misura una storia fittizia.

Il patto narrativo è quello che stringono narratore e lettore nel momento in cui ha inizio quella meravigliosa esperienza che è la lettura di un’opera letteraria.

Il patto narrativo, ci racconta la parola “patto”, è un accordo e, in quanto tale, implica la consapevolezza di entrambi i contraenti dei termini che lo costituiscono.

Fino ad un mese fa era molto popolare un blog dal titolo “Finché morte non vi separi”, un blog oggetto di accese polemiche, come potete leggere, ad esempio, qui oppure qui.

Un blog che si proponeva come autonarrazione, come diario pubblico: l’autrice sosteneva di raccontare la sua personale esperienza, fatti veri, realmente accaduti, ed esponeva nel contempo le sue riflessioni in merito.

(Se notate, sotto il primo articolo che vi ho linkato ci sono anche le mie perplessità in merito alla veridicità dei fatti in oggetto.)

Quando alcuni lettori contestarono alcune delle affermazioni dell’autrice la risposta fu:

Se c’è qualcuno che ritiene di avere il diritto di poter dire a me cosa devo scrivere e di poter dire a chi gestisce una pagina facebook quali contenuti condividere io credo che si tratti di una bruttissima deriva autoritaria che “in nome delle donne” e in nome “della difesa delle vittime di violenza” autorizza chi ritiene di averne il diritto di minare fortemente la libertà di espressione altrui. Allora dato che io sono una donna e ho subito una grave violenza di cui parlo e sto parlando in questo blog vi prego di non fare mai nulla di tutto ciò in mio nome.

In soldoni: questa è la mia vita e ne dò l’interpretazione che mi pare, perché ho sofferto, perché sono reduce da terribili esperienze che mi hanno segnata, perché non si aggredisce una persona che è già tanto provata dalla vita…

L’autrice afferma: sono io la vittima di violenza, io posso sapere, meglio di voi, come stanno veramente le cose.

Poi oggi scopro che il blog è stato trasferito e il link rimanda ad una pagina che ci racconta che quella non era affatto una storia vera. La pagina si intitola “I miei personaggi (istruzioni per l’uso)”:

Ne ho creati abbastanza da riempire interi blog. Sommati per categorie riconoscibili trasferisco la loro scrittura qui e recupererò, per chi non ha letto, almeno parte di quello che è stato già scritto per poi proseguire – se è il caso – con le relative narrazioni. I personaggi che ho creato sono sempre stati parte di progetti di comunicazione politica. Alcune cose oggi non le scriverei più così come ho fatto e alcune altre invece si ma ciò che conta è che sono personaggi che hanno raccontato disagi e problemi di donne o di persone di diversa generazione e che rappresentano un esempio di come la comunicazione possa essere utile a rappresentare vite in molti modi e forme.

Ci ha preso in giro.

Si, lo sospettavo, ma vederlo scritto nero su bianco mi ha crudelmente messo di fronte all’evidenza del tradimento: il patto narrativo è stato violato e il lettore ingannato.

E’ brutta, la sensazione di scoprirsi ingannato.

Quello che provo adesso?

Vorrei delle scuse. Vorrei che la sedicente scrittrice socialmente impegnata chiedesse scusa ai suoi lettori per averli traditi.

Adesso ci rivela che le sue erano solo storie, ma mesi fa rispondeva accorata:

Da ciò che vedo parrebbe essere una crociata quella di smontare le donne che hanno subito violenza e che la raccontano senza farsi editare il testo da lui o dal suo entourage di amiche. Forse per l’abitudine a “difendere” donne mute (o morte), evidentemente, perché quelle parlanti e autodeterminate invece che ascoltarle si sente l’esigenza di aggiustarle e censurarle. E deve prendersi tanto sul serio se ritiene per davvero di poter farmi stare zitta con questo piglio paternalista e autoritario. Perché se sono sopravvissuta ad un uomo che mi ha quasi uccisa, ad ogni violenza, a tutto quello che ho passato, pensa davvero costui che io non possa sopravvivere a un agente virtuale in servizio a tutela del buon nome e della onorabilità dei tutori?

Ci raccontava: sono una sopravvissuta, sono quasi morta, io so cosa significa fare i conti con la violenza, quella vera, e voi, insensibili, vi accanite sulle mie ferite ancora fresche e doloranti!

E non era vero niente. Tutto inventato.

Credo che questa/o Zelig posseduto da migliaia di personaggi, questo Pirandello in cerca di editore, debba delle scuse alle vere vittime di violenza, quelle che hanno visto la morte in faccia nel mondo reale: magari hanno dialogato con lei/lui/loro credendo che avesse visto e sentito e provato le medesime esperienze, magari si sono lasciate andare a intime confidenze…

Nel frattempo sappiate che mi ha molto interessato negli esperimenti comunicativi/sociologici vedere le vostre reazioni… 

Esperimenti comunicativi/sociologici: Zelig ci parla di esperimenti.

I lettori che si sono cascati sono state le sue cavie.

Il suo prodotto letterario ha circolato sotto mentite spoglie facendo leva su quell’istintiva solidarietà che un essere umano prova verso un suo simile che ha sofferto, come un finto invalido che tende la mano all’angolo della strada per raggirare il passante caritatevole.

Secondo me non è corretto.

A questo punto credo proprio che i contenuti di quel blog vadano accuratamente rivisti alla luce del fatto che non si tratta affatto di un diario pubblico, ma di un manifesto politico.

Il manifesto politico di qualcuno che manipola dei lettori creduloni per propagandare le sue convinzioni.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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5 risposte a Il patto narrativo

  1. Paolo1984 ha detto:

    quel blog diceva anche delle cose interessanti ma non condividevo tutto, (del resto tra i tanti blog più o meno “femministi” che frequento raramente mi trovo sempre d’accordo)..ma condivido con te che ha sbagliato a spacciarla per esperienza di vita vissuta

  2. Maria ha detto:

    Grazie Ricciocorno, grazie per lo splendido articolo che hai pubblicato. Grazie!

  3. Pingback: «Femminismo autoritario» al posto di «nazifemminismo» » Massimo Lizzi

  4. Pingback: Doctor Who 8×03 – Robots of Sherwood (SPOILER!) | La Fangirl

  5. Pingback: Eretica o convertita? | Massimo Lizzi

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