Autoritario, autorevole e il diritto al dissenso

Con il termine autoritario, ci informa il dizionario, definiamo qualcuno che che esercita la propria autorità con eccessivo rigore, dispoticamente (padre autoritario, padrone autoritario, capo autoritario, governo autoritario).

Per estensione, autoritario può assumere il significato di intransigente, prepotente.

Col termine autoritarismo si designa di solito la degenerazione in senso antidemocratico dell’autorità; sono sinonimi di autoritarismo dispotismo e tirannia.

Sono molte quelle parole, come abbiamo già visto per i termini morale e moralistico, alle quali si affianca un “fratello cattivo”: così autorità ha il suo doppelganger in autoritarsmo, mentre l’alter ego “buono” di autoritario è autorevole.

Il quid che determina la differenza fra autorità e autoritarismo, fra autoritario e autorevole è il consenso: l’autorità non si impone, ma esercita un potere solo su quegli individui che si assoggettano ad essa in modo volontario, allo scopo di raggiungere uno scopo comune.
Allo stesso modo, una persona è autorevole quando esercita la sua autorità in virtù della stima che gli altri ripongono in essa.

Alla luce di queste riflessioni, una persona che esprime la sua opinione su ciò che un’altra persona dovrebbe dire o fare, potrebbe risultare autorevole o autoritaria non tanto in virtù di ciò che dice, ma in relazione alla persona “oggetto” della riflessione: se ricevo un consiglio da una persona che stimo ed ammiro, se quel consiglio rispecchia il mio sistema di valori, mi sentirò di definirlo autorevole e potrei decidere di prenderlo in considerazione; se ricevo un consiglio da una persona della quale non condivido le idee o la condotta, potrei sentirmi “invaso” e definirlo autoritario, visto che non stimo la persona che si esprime e, di conseguenza, non le riconosco alcuna autorità.

In questo secondo caso, però, mi sbaglierei, dimenticando di considerare un fattore importante: la caratteristica peculiare di una persona autoritaria è il cercare di imporsi con la forza: un autoritario non si limita, di solito, ad esprimere un parere, un’opinione, a redigere una critica, ma usa dei mezzi coercitivi per imporre la sua volontà sugli altri, senza lasciare spazio al dialogo e alla mediazione.

Un padre autoritario sarà quel padre che si impone con frasi del tipo “io so cosa è meglio per te”, senza offrire alcun diritto di replica, un governo autoritario è quello che esercita il suo potere al di sopra della legge e senza garanzie per i cittadini, spesso limitandone le libertà personali (la libertà di parola, di manifestazione del pensiero, di stampa) e spesso sostituendo gli organi elettivi con organi di nomina governativa.

Il termine autoritarismo, derivante da autorità, è stato inventato dalla propaganda del regime fascista per descrivere, con una connotazione positiva, il governo autoritario del Regno d’Italia. Solo in seguito alla disfatta del regime, il termine ha assunto un carattere fortemente negativo, indicando un abuso di autorità.

Definire qualcuno autoritario rimanda immediatamente al regime fascista, che stabilì un controllo totale sull’informazione e la cultura, allo scopo di elliminare ogni forma di dissenso, fino ad arrivare alla censura e poi al sequestro delle testate anti-fasciste, che passarono sotto il controllo diretto di Mussolini.

In quegli anni il partito fascista non si avvaleva solo della propaganda, ma faceva ampio uso della violenza; lo squadrismo fascista è stato protagonista di numerosi episodi, durante i quali l’azione spesso era condotta anche con metodi spettacolari o goliardici, tesi non solo a impaurire l’avversario, ma anche a scoraggiare eventuali suoi sostenitori più tiepidi, nonché a suscitare simpatia nell’ampia “area grigia” che non intendeva schierarsi inizialmente né con l’una né con l’altra parte: “In ogni località dove erano alloggiate guarnigioni di Arditi, l’ordine pubblico era periodicamente turbato da aggressioni a cittadini e a esponenti di sinistra […] La violenza non era da una parte sola, poiché laddove un Ardito, o anche un ufficiale dell’esercito, si trovava da solo in quartieri popolari o in borgate rosse veniva insultato e svillaneggiato, nonché percosso se accennava a una reazione: l’antimilitarismo delle sinistre incolpava i graduati dei lutti bellici. Di simili episodi, abbastanza frequenti nei grandi centri urbani, beneficiò indirettamente il fascismo in termini di popolarità e di adesioni fra gli ufficiali.”, (pagg. 18-19, Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, 2009.)

Tutti i regimi autoritari, prima o poi, fanno ricorso alla violenza: basti pensare alle incursioni intimidatorie nella redazione del Münchener Post, il giornale che più di ogni altro si dedicò a contrastare l’ascesa al potere di Adolf Hitler.

Dal punto di vista del linguaggio mistificatorio, la storia del Münchener Post è emblematica.

Hitler definiva il giornale “la cucina dei veleni”, espressione che rimanda ad un’altra sua espressione, questa ben più tristemente celebre: “la lotta contro gli ebrei, eterni avvelenatori universali” (l’epiteto “avvelenatori” affonda le radici del Medioevo, quando, per incitare le folle ai pogrom contro gli ebrei nell’Europa centrale, questi venivano accusati di avvelenare i pozzi e di diffondere la peste). Nella “cucina dei veleni” sobbollivano dunque velenose calunnie, mescolate ad arte per colpire il povero Adolf, il quale ebbe a dichiarare, dopo un articolo del 1931, che “non avrebbe più potuto anche solo guardare un giornale, perché quella terribile campagna denigratoria lo avrebbe ucciso.”

Hitler fu bravissimo all’epoca nel mantenere le distanze dalle operazioni punitive delle sue truppe (nel novembre 1923, quando la Stosstrupp, le future SS, entrò nottetempo negli edifici che ospitavano il giornale, saccheggiando e facendo a pezzi le macchine tipografiche, egli si dichiarò “perplesso” per ciò che era avvenuto, pur essendone ovviamente il mandante) e contemporaneamente a proporre un’immagine pubblica di se stesso come vittima delle persecuzioni dei giornalisti che denunciavano il suo operato, facendo leva, più che sull’argomentazione razionale, sulla carica emotiva del messaggio: quelle persone mi fanno stare male, quindi hanno torto.

Ma forse sto divagando. O forse no.

In conclusione: un messaggio, per essere definito autoritario, deve prima aver ridotto tutti gli altri interlocutori al silenzio con mezzi coercitivi: la censura, la violenza, o anche la delegittimazione attraverso un uso mistificatorio del linguaggio.

Finché tutti possono parlare, finché esiste una spazio in cui sono liberi di esprimersi, i messaggi rimangono semplici opinioni, ovvero convinzioni che una o più persone si formano nei confronti di specifici fatti in assenza di precisi elementi di certezza assoluta per stabilirne la sicura verità.

Un’opinione non nuoce a nessuno, o forse solo a quelli che vorrebbero imporre la loro.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in riflessioni e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...