Scrivo quello che vuole il mio cliente, non quello che è vero.

Non so se avete visto questo video.

http://www.dailymotion.com/video/xwnalo_sottrazione-di-minori-ginevra-coraggio-mattinocinque-10-gennaio-2013_shortfilms?start=7#.UPCNXWfXA98

In greco ethos, da cui deriva il termine etica, significa “costume”, “consuetudine”. Quando parliamo di etica facciamo, allora, riferimento al costume e più ampiamente al nostro modo di agire, di comportarci, alle scelte che quotidianamente compiamo, in modo più o meno consapevole. In senso stretto, con etica e con morale intendiamo un insieme di criteri, di valori, di norme, in base ai quali orientiamo il nostro agire.

Ogni professione è esercitata da uomini ed è rivolta ad altri uomini. L’attività lavorativa ha una ricaduta più o meno diretta sulla vita dell’uomo e assume quindi, inevitabilmente, un risvolto etico.

Vi sono professioni che dal punto di vista etico presentano maggiori implicazioni: la responsabilità personale in chi svolge tali attività è maggiore, perché ad esempio è molto ampio lo spazio di discrezionalità e di decisione; oppure perché, come avviene nella professione medica, i destinatari della prestazione vengono raggiunti proprio nel momento in cui stanno vivendo situazioni e momenti decisivi della propria esistenza . Ma ogni professione, a ben vedere, comporta una responsabilità, piccola o grande che sia, espressamente morale.

Nell‘Etica Nicomachea di Aristotele viene stabilita una stretta connessione tra le virtù e la realtà dell’uomo. Secondo Aristotele, noi non possediamo per natura le virtù. Queste non sono un fatto spontaneo o meccanico o qualcosa che noi possediamo sin dalla nascita e che durerà per sempre. D’altra parte – osserva Aristotele – le virtù non sono neppure contro natura. Come si risolve, allora, questa apparente contraddizione?

Secondo Aristotele, l’uomo, per natura, anche se non possiede le virtù, possiede però la capacità di acquisirle, attraverso il compimento di attività di un certo tipo, di una certa qualità. La natura è quindi potenzialmente il fondamento delle virtù ed è questo il motivo per il quale si può sostenere, da un certo punto di vista, che le virtù non siano contro natura. D’altra parte, perché le virtù siano tradotte in atto, si richiede esercizio, impegno, consapevolezza nella scelta; proprio perché è necessario un continuo esercizio per tradurre in atto e in disposizioni stabili ciò che per natura è solo in potenza, si può ugualmente sostenere che le virtù non siano propriamente secondo natura.

Secondo questa prospettiva, virtuoso si definisce non un singolo atto buono o moralmente retto, ma l’abito o l’abitudine a compiere determinati atti buoni. Noi acquistiamo le virtù con un’attività precedente: si diventa costruttori costruendo, giusti compiendo azioni giuste, coraggiosi con azioni coraggiose. Un singolo gesto di coraggio non rende coraggioso chi lo compie. Coraggioso è colui che è abituato ad agire in modo coraggioso. Onesto è colui che ripetutamente si comporta onestamente, acquisendo, attraverso l’impegno e l’esercizio, un abito mentale che lo porta nelle diverse situazioni, anche in quelle impreviste, ad agire con onestà. Discreto è colui che rispetta l’intimità dell’altro non una volta ma continuamente.

Non basta quindi l’intenzione morale di fondo che può essere buona, ma può tradursi, a causa di un impegno non sufficiente o di un esercizio ancora manchevole, in un atto cattivo. Nella prospettiva dell’etica delle virtù è importante la bontà dell’atto morale, più che la bontà dell’intenzione. L’intenzione buona di voler agire correttamente non produce di per se stessa l’atto buono; nonostante l’intenzione, si può produrre del male.

Il virtuoso è colui che è abituato ad agire moralmente bene, seguendo un’abitudine che non ha nulla di meccanico e di rigido; il virtuoso è colui che fa seguire alla bontà dell’atteggiamento soggettivo un comportamento oggettivo retto. In questa prospettiva si crea – è il caso di dirlo – non un circolo vizioso, ma un circolo virtuoso: l’intenzione buona è il frutto della maturazione della persona, della capacità di agire rettamente; la ripetizione ad agire rettamente (ad es. un funzionario pubblico che non si fa corrompere, o che serve gli interessi della collettività, non quelli personali o del proprio “padrino” politico) aiuta il soggetto morale ad assumere intenzioni buone anche di fronte a situazioni impreviste o particolarmente conflittuali.

Dall’esercizio di atti buoni nascono, secondo un processo niente affatto estemporaneo o occasionale, intenzioni buone, che a loro volta, supportate da un adeguata valutazione della situazione, da una scelta opportuna dei mezzi, da un comportamento retto, danno vita (ecco il circolo!) ad atti buoni. Se si rompe il delicato equilibrio di questo circolo e ci si limita alla considerazione della sola intenzionalità, l’etica degenera nella sterilità, nell’ipocrisia, nell’impotenza.

L’etica professionale è una morale particolare, con principi propri, che valgono esclusivamente in un ambito ristretto, qual è quello dell’esperienza professionale e lavorativa? È quindi una morale destinata solo a coloro che esercitano una data professione, di modo che a rigore si dovrebbe parlare di una molteplicità di etiche professionali (del medico, dell’infermiere, del tecnico radiologo, del giudice, dell’avvocato, ecc.)? Oppure, al contrario, i principi morali sono dotati di universalità e orientano quindi ogni attività dell’uomo, compresa la stessa attività professionale? E se questa seconda ipotesi è veritiera, si può dire che le prescrizioni morali valide per determinate professioni non sono altro che applicazioni di principi morali validi universalmente?

Se i principi morali, orientativi delle scelte professionali, sono principi particolari, specifici, allora solamente chi compie quella data esperienza professionale può cogliere appieno il significato di tali principi; solo chi si trova a fare i conti, concretamente, con le questioni pratiche, proprie di ciascuna attività lavorativa, è legittimato a formulare un giudizio compiuto. Si finisce così per demandare al singolo professionista o, ancor più, all’esperto il compito di determinare i criteri di scelta della vita professionale.

È accettabile questo esito estremo? Francamente no. L’intervento dell’etica generale non può essere considerato come qualcosa di indebito, come moralismo di incompetenti che si intromettono in questioni non di loro pertinenza.

Se è vero, come è stato detto con un esempio poco accattivante, anche se chiarificatore, che la guerra è una questione troppo seria perché di essa se ne occupino solo i militari, così è altrettanto vero che la salute è una questione troppo seria perché di essa si preoccupino solo i medici. Ugualmente si potrebbe dire dell’informazione, la libertà della quale non dipende solo dal comportamento dei giornalisti; o della sperimentazione, che va ad investire problematiche etiche sulle quali non possono essere deputati a decidere i soli ricercatori.

Le virtù concretizzano nella pluralità delle esperienze morali e professionali le istanze di universalità e di completezza fatte valere dall’etica generale. Le virtù, si potrebbe ancora dire, attualizzano l’ideale professionale dei diversi gruppi e categorie professionali. Esse esprimono i valori interni ad una pratica. La pratica medica è contrassegnata dalla relazione che si viene ad instaurare tra paziente é medico. Qui si incontrano la richiesta di cura dell’uno e il possibile “prendersi cura” dell’altro. Qui, in questa tipica situazione umana, prendono corpo delle virtù, quali ad esempio la benevolenza e la compassione, che si prestano in modo del tutto speciale a descrivere l’agire virtuoso del medico. E’ ovvio che benevolenza e compassione non sono esclusive del medico; ciononostante esse trovano nella pratica medica la loro esemplare giustificazione. Altre virtù meglio si adattano a rappresentare attività professionali di altro genere: si può pensare ad esempio all’imparzialità per il giudice o all’onestà per il funzionario pubblico.

Accanto alle virtù proprie di ciascuna pratica ve ne sono altre che esulano dal riferimento ad una pratica concreta e che anzi sono richieste in ciascuna attività professionale. Mi riferisco a quelle che si potrebbero definire le virtù della saggezza (o prudenza), della competenza tecnico-scientifica, della responsabilità sociale, virtù che possono essere considerate delle condizioni indispensabili affinché possano esplicarsi le virtù caratteristiche di ciascuna professione. Un medico imprudente, che non sa discernere, che non sa valutare le possibili conseguenze delle proprie scelte, o che è incompetente non può essere un medico compassionevole; se così fosse, la compassione diventerebbe un comodo alibi per le proprie negligenze e produrrebbe così, al di là delle possibili buone intenzioni, più male che bene.

In una simile prospettiva, in cui si esplicano i valori, sia quelli interni alle singole pratiche sia quelli per così dire eccedenti, l’etica delle virtù non svolge affatto un ruolo marginale, né le può essere imputato un carattere semplicistico e ingenuo.

Tratto da: A. Da Re, La saggezza possibile. Ragioni e limiti dell’etica, Fondazione Lanza – Gregoriana Ed., Padova 1994

Questa è filosofia morale.

Oggi parole come morale, virtù, bontà, rischiano di far tremare le ginocchia a chi teme più di ogni altra cosa di venire additato come “moralista”, ma il moralismo è un’altra cosa.

In questo particolare caso mi sembra doveroso parlare di morale e, in particolare, di etica professionale.

Mi chiedo: quale etica professionale può vantare chi candidamente ammette di “scrivere ciò che vuole il cliente”, senza la minima compassione per quelle persone che non sono “clienti” ma sono comunque coinvolte, nell’esercizio di una professione che tanto peso può avere sulla vita e sulla salute della gente?

Compassione viene dal latino: cum patior, soffro con. In greco troviamo il termine sym patheia (da cui deriva il nostro simpatia),  provare emozioni con…

La compassione è quel sentimento grazie al quale percepiamo la sofferenza altrui e proviamo insieme il desiderio di alleviarla. Quale virtù più indicata per chi ha scelto una professione il cui scopo è proprio aiutare chi soffre?

Se – come sostiene il Prof. Da Re – l’agire rettamente, cioè in conformità a dei principi morali, è un qualcosa che non si può improvvisare, ma necessita di un esercizio costante, se per agire rettamente abbiamo la necessità di acquisire nel tempo l’abitudine a farlo, possiamo credere che sia possibile vestire e svestire l’abito dell’imparzialità e dell’onestà a seconda del ruolo che ci viene chiesto di assumere, allo stesso modo con cui infiliamo e sfiliamo gli occhiali?

Io non riporto mai testimonianze, quindi vi mando qui a leggere il racconto di questa madre, che da due anni non ha notizie della figlia.

La persona responsabile di questa situazione, come Ponzio Pilato, vorrebbe lavarsene le mani.

Ma certe macchie, quando e se ci sono, non vanno via tanto facilmente.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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5 risposte a Scrivo quello che vuole il mio cliente, non quello che è vero.

  1. mario ha detto:

    Finora nessuno ha commentato questo post, penso perché le cose dette da quella psichiatra nel file audio hanno lasciato tutti basiti e senza parole…

  2. Giuseppe ha detto:

    Ha detto la verità che tutti sanno, tanto che in Italia i pareri di parte hanno peso quasi nullo rispetto ai pareri dei consulenti tecnici d’ufficio

    • Il fatto che tutti lo sappiano non rende certo la cosa meno grave. Ed è molto diverso sostenere un’argomentazione con “tutti lo sanno” e sostenerla con una registrazione che non lascia dubbio alcuno sul comportamento di un soggetto determinato.
      Comunque la mia riflessione era un tantino più complessa.
      Una persona che, in barba alla deontologia professionale, ammette candidamente di aver mentito nell’esercizio di una professione che ha conseguenze importanti nella vita di altre persone, può essere considerata attendibile? Su che basi dovremmo presuppore che, quando occupa un ruolo leggermente diverso, si sente in dovere di lavorare nel rispetto dei principi che regolano la sua professione?
      Credo che ci sia abbastanza per impedire alla signora di proseguire nella sua attività di consulente, per chiedersi se non sia il caso di riesaminare tutte le perizie da lei effettuate ed, eventualmente, si potrebbe anche valutare l’ipotesi di destituirla dal suo ruolo di insegnante, visto che non credo proprio possa dare il buon esempio a generazioni future di professionisti.
      Caro signor Giuseppe, le persone per bene esistono, e forse è ora di reclamare perché siano le persone per bene ad occupare posti di rilievo in questo paese.

    • Carlo ha detto:

      Mi sembra di aver capito dal video che la signora che ha dato quella risposta fosse CTU nel caso in esame… Se quando fa la CTP non scrive ciò che è vero, lo farà quando è nominata CTU?

  3. Spasmo ha detto:

    Bisogna accantonare del tutto questa tradizionale prospettiva su Aristotele. La filosofia morale ha a che fare con l’Etica aristotelica quanto la bibliofilia ha a che fare con la poesia.

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