L’attacco alle vittime

di Patrizia Romito 

« La volontà del personale è di considerare le donne come delle cittadine e non come delle vittime” (Il direttore di un Centro di accoglimento e ri-inserzione  sociale a Tolosa, a proposito delle donne maltrattate da un partner, accolte nella struttura, 2006).

Attaccare il concetto di vittima e le vittime stesse è un altro modo d’impedire che l’indicibile – che la violenza contro le donne è commessa da uomini –venga enunciato con chiarezza. Questo attacco prende forme diverse.

Nella maggior parte dei paesi dove le grandi inchieste statistiche hanno mostrato la frequenza di queste violenze – Stati Uniti, Canada, Francia, Svezia – gruppi di uomini anti-femministi ma anche giornalisti o intellettuali, uomini e donne (nessuno dei quali peraltro esperto sul tema delle violenze), hanno ripetutamente attaccato le ricercatrici e i ricercatori, accusandoli di aver gonfiato le cifre, di aver creato dal nulla il problema della violenza e di aver indotto le donne a considerarsi e a comportarsi tutte come delle vittime piagnucolose (Romito, 2003).

Queste accuse sono paradossali: le donne vittime di violenze maschili, infatti, tendono piuttosto a negarle. Un esempio: in una ricerca negli Stati Uniti (Phillips, 2000), ben 27 sulle 30 studentesse intervistate avevano subito almeno un’esperienza che corrispondeva alle definizioni legali di stupro, molestia o aggressione; eppure, benché fossero in grado di descrivere lo choc, l’umiliazione,  il dolore e la paura provati, solo due usarono questi termini per descrivere quanto era successo. Le altre preferivano formulazioni del tipo «le cose erano andate storte», e spesso si attribuivano parte della responsabilità: «non avrei dovuto uscire con lui» o «dovevo immaginarmelo». Altre ricerche sullo stupro o sulle molestie sessuali sul luogo di lavoro mostrano la stessa tendenza (Romito, 2005). Questi meccanismi di negazione non devono sorprenderci. Storicamente, bambine e donne stuprate, invece che essere credute e aiutate, sono state trattate da bugiarde, provocatrici, seduttrici; colpevolizzate, minacciate, punite. E ancor oggi in altri paesi le donne stuprate preferiscono suicidarsi piuttosto che sopportare la vergogna, il disprezzo, e l’isolamento sociale a cui sarebbero condannate; in altri casi, sono i loro familiari che le uccidono per le stesse ragioni. E ancor oggi, nei paesi occidentali, solo una minoranza di donne maltrattate dal marito lo denunciano.

Ma il concetto di vittima mette in imbarazzo anche le studiose femministe, in quanto sembra rinviare a un’idea di passività e quasi di colpevolezza. Questa reticenza può assumere delle forme estreme. In un articolo che riguardava le donne uccise dal marito, pubblicato su un giornale femminista, l’autrice (Morgan, 2006) si è sentita obbligata di scrivere una nota di 18 righe per giustificarsi dall’aver utilizzato il termine vittima!

Paradossalmente, il termine “vittima” è oggi contestato o rifiutato da molti – femministe e anti-femministi – lasciando un vuoto linguistico ma anche politico per indicare chi, senza colpa, ha subito un danno da parte di un’altra persona, o a causa di un incidente o di un disastro. Dovremmo domandarci perché troviamo accettabile parlare delle vittime di un incidente sul lavoro o di un terremoto, mentre invece siamo imbarazzate a parlare di vittime della violenza maschile. Contribuiscono ad aumentare la confusione le “politiche del linguaggio”: si parla infatti di donne che “fanno le vittime”, “si sentono vittime”, o si “comportano da vittime”, mentre le donne, quando ne parlano, è perché sono state oggettivamente vittime di qualche violenza.

Un esempio recente viene dall’Italia. Nell’aprile 2010, è stata lanciata la campagna mediatica “Riconosci la violenza”, con l’obiettivo, davvero ambizioso, di “prevenire la violenza”. Le immagini mostrano delle giovani donne, belle e sorridenti, abbracciate teneramente a un uomo. Il viso di quest’ultimo è coperto da slogan contro la violenza che, tutti, si rivolgono alle donne, che devono “imparare a riconoscere la violenza”, “denunciare il violento”, o “cambiare di fidanzato”: né gli uomini, violenti o no, né le istituzioni sociali, vengono interpellate. Secondo il testo di accompagnamento “Questa campagna contro la violenza sulle donne è diversa da tutte le altre (…) perché non troverete né occhi pesti, né occhi bassi. Non vogliamo mostrare altre donne nel ruolo di vittime. Non vogliamo che le più giovani tra noi a quel ruolo si sentano ancora inchiodate e condannate”.

Questo testo lascia sbalordite. Attraverso quale gioco di prestigio una donna che è stata obiettivamente vittima di una violenza diventa una donna che sta, o si mette “nel ruolo di vittima”? Perchè l’espressione “essere nel ruolo di” significa che facciamo teatro, stiamo impersonando qualcuno o qualcosa, ma non lo siamo per davvero. E allora come definire una donna che il marito ha umiliato, picchiato, violentato? Ci restano ancora delle parole, delle categorie cognitive e politiche, per descrivere questa situazione?

Mi sembra che, se il termine vittima disturba, è proprio perché designa in maniera fin troppo chiara le relazioni di potere che sono in gioco: c’è un aggressore, che causa un danno, e una vittima, che lo subisce.

Se così è, forse allora dovremmo reclamare, come scelta politica, il termine vittima.

Tuttavia, riconoscersi come oggetto di violenze può essere doloroso e umiliante e non c’è da stupirsi che molte persone si ritraggano da questa consapevolezza. E’ possibile riconoscersi in quanto vittima e rivendicare questo status solamente in un contesto politico che ci sostiene.

La psichiatra americana Judith Herman (1992) l’ha mostrato con chiarezza, sia riguardo le donne vittime di violenze sessuali paterne (il cosiddetto incesto), sia riguardo gli uomini vittime di traumi in guerra. Sarebbe inquietante dover costatare che nel 2010, dopo tutte le lotte delle donne per rendere visibile la violenza maschilista e per contrastarla, non è possibile dichiararsi ad alta voce vittime di questa violenza.

In realtà il patriarcato (anzi, secondo l’accezione della grande scrittrice Bell Hooks il « patriarcalo-capitalismo bianco e suprematista, Hooks, 1998) ha bisogno di donne vittime … purché l’aggressore sia un “altro”, il nemico o, come vedremo nel prossimo paragrafo, lo straniero, l’immigrato, l’uomo di un’altra cultura o religione. Susan Faludi (2008) mostra come nella storia degli Stati Uniti sia stato necessario trasformare donne energiche e a volte anche violente in vittime indifese del nemico del momento, i cosiddetti “Indiani”, perché questo permetteva di giustificare lo sterminio del detto nemico. Un meccanismo simile a quello a cui abbiamo assistito più di recente, in occasione degli interventi militari in Iran, Afghanistan e Iraq, e che si è intensificato dopo gli attacchi terroristici alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001.

Un punto di vista limpido e convincente sulle vittime è espresso da Irene Zeilinger nel suo bel libro sull’autodifesa:

“Se parlo di vittime, non si tratta assolutamente di persone passive, irrimediabilmente abbandonate al loro destino. Non si tratta di uno stato irreversibile; inoltre, esser stata vittima a un certo momento della vita non significa che vittima si debba restare per il resto dei propri giorni. Utilizzo il termine vittima nel senso che queste persone non sono responsabili della violenza che è, o è stata, loro inflitta, nel senso che non hanno scelto di essere vittime, né erano nate vittime. Le vittime sono persone che si trovano confrontate a una realtà spesso brutale, e che fanno del loro meglio per tirarsene fuori” (Zeilinger, 2008, p. 9).

Nella sua versione “moderata” (come appare nella campagna italiana “Riconosci la violenza”), il rifiuto della vittima si configura come una posizione anti-materialista, unwishful thinking, una pia illusione. E’ come se,  rifiutandosi di “fare la vittima”, o impedendo alle altre donne di stare “nel ruolo di vittima”, si potesse eliminare come in un gioco di prestigio quello che rende le donne obbiettivamente vittime: l’oppressione patriarcale e la violenza maschilista. Nella sua versione più estremista, l’attacco alle donne vittime di violenza rientra in una strategia più ampia di discredito nei confronti anche di altre categorie di vittime. Costruendo il fatto di essere vittima come uno stato psicologico, quasi una debolezza della vittima stessa, e non come una condizione obiettiva, il discorso anti-vittime contribuisce a negare la violenza maschilista e l’ingiustizia sociale che rappresenta, e a delegittimare le rivendicazioni delle donne che hanno subito violenza (Cole, 2007). Diventa così  sempre più difficile contrastare la violenza maschilista contro le donne e il sistema sociale che la rende possibile.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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9 risposte a L’attacco alle vittime

  1. Paolo1984 ha detto:

    non credo che quella campagna volesse negare che alcune donne siano vittime di violenza (va detto che fare una campagna contro la violenza sulle donne senza scontentare qualcuno è difficile) nè colpevolizzarle e capisco pure le donne che non vogliono sentirsi deboli o oggetto di compatimento anche se sono state in effetti vittime. Sono anche comprensibili i meccanismi mentali che portano una vittima ad attribuirsi colpe che non ha..proprio per questo non va colpevolizzata..considero anche abbastanza sterile la guerra a singoli termini “vittma” in questo caso che quando va usato va usato

  2. Io trovo molto bella la citazione dalla Zeilinger, che dovrebbe “riconciliarci” con il termine vittima: possiamo essere vittime di qualcosa in un dato momento, che ci coglie incolpevoli e privi di difesa, ma questo non ci rende necessariamente vittime per sempre. Essere una vittima è una condizione contestuazzata nel tempo e nello spazio, non una definizione di ciò che si è: in altri termini, posso essere “vittima di un incidente” come “vittima di qualcuno” in un dato momento della vita senza che questo mi lasci addosso un marchio indelebile di “vittima”.

    • Paolo1984 ha detto:

      sono d’accordo..volevo aggiungere che non credo affatto che la complessità di determinate situazioni vada negata, anche quella esiste ciò nondimeno..le vittime ci sono

  3. Sabrina ha detto:

    Ho letto che ormai l’80% delle “vittime” sono in realtà calunniatrici che vogliono far del male agli ex, spesso usando i bambini. Lo dicono anche magistrati. Servono moderne modalità d’intervento: se una madre denuncia il padre e non ci sono elementi oggettivi, proteggere subito i figli allontanandoli da lei

  4. Sabrina ha detto:

    La triste realtà di questo paese è la giustizia condannata dalla corte europea per i Diritti Umani per aver di fatto aiutato un’altra che costruisce falsi abusi per alineare una bambina:
    http://dirittoeminori.altervista.org/bambina-vittima-di-madre-alienatrice-la-corte-europea-per-i-diritti-umani-condanna-litalia
    Condannata per calunnia sta a casa con il figlio!

    • Lei mi porta, invece di un articolo di cronaca, un post di un sito, diritto e minori, creato appositamente per sostenere l’esistenza dell’alienazione genitoriale, che non viene affatto citata nella stampa normale: http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2013/01/29/Corte-Strasburgo-Italia-garantisce-padri-separati_8158913.html
      Scrive l’ANSA: “Nel suo ricorso a Strasburgo Lombardo ha sostenuto che le autorita’ italiane, sia i tribunali che i servizi sociali, non hanno fatto quanto avrebbero dovuto per proteggere i suoi diritti di genitore.” La prospettiva è sempre tristemente adultocentrica: si parla di “diritti del genitore”.
      La cosa veramente drammatica è che nessuno si preoccupa di assumere il punto di vista del minore, nessuno. Sprattutto quelli che si affannano a parlare di una fantomatica “alienazione genitoriale”.

  5. Pingback: Contro il disprezzo nei confronti delle vittime » Massimo Lizzi

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