Se non vedo non credo: lo studio 2

colibri

Non mi piace lasciare le cose a metà.

Nel post precedente ho cercato di riassumere lo studio 1 dell’articolo Post-separation parenting arrangements: Patterns and developmental outcomes. Studies of two risk groups, di Jennifer McIntosh, Bruce Smyth, Margaret Kelaher, Yvonne Wells and Caroline Long, (2011), con la promessa di fare lo stesso con lo studio 2, quello riguardante il problema del pernottamento (overnight care) dei minori in caso di separazione quando i minori coinvolti sono neonati o bambini in età prescolare (da zero ai 4-5 anni).

Prima di andare avanti, vorrei sottolineare l’importanza della raccolta di dati empirici in merito, perché, come ci ricordano gli stessi autori dello studio (pag. 48), Infants and very young children are among the least able in society to articulate their needs, desires or experiences of the world (…) The challenge is to be able to find ways of hearing the voices of very young children: neonati e bambini molto piccoli non hanno gli strumenti per comunicarci i loro bisogni, i loro desideri o l’esperienza che hanno del mondo. La sfida è trovare il modo di ascoltarli.

Nella ferma convinzione che repetita iuvant, riporto che lo studio si avvale dei dati raccolti dal Longitudinal Study of Australian Children (LSAC), che ha seguito lo svilupo di 10.000 bambini e famiglie in diverse zone dell’Australia per due anni.

Osservazioni sui neonati e bambini fino al secondo anno di età

I bambini sono stati divisi in tre gruppi, sulla base del tipo di accordo stipulato fra i genitori:

1. rare (if any) overnight: il bambino dorme con il genitore non residente al massimo una volta l’anno, ma lo frequenta nelle ore diurne;

2. primary care: il bambino dorme con il genitore non residente almeno una volta al mese, ma meno di una volta a settimana;

3. one or more nights a week: il bambino dorme una o più notti a settimana con il genitore non residente.

Trascorrere una o più notti a settimana col genitore non residente ha effetti sull’irritabilità del bambino: il bambino è irritabile al momento di andare a dormire e/o al momento del risveglio, trova difficoltà nell’intrattenersi da solo per tempi lunghi, continua a piangere anche dopo parecchi minuti in cui si tenta di consolarlo e piange quando viene lasciato a giocare da solo. I bambini in regime di primary care presentano un livello di irritabilità più basso.

I bambini che dormono una o più notti a settimana col genitore non residente presentano una maggiore vigilant visual monitoring (uno stato di allerta) e di maintenance of proximity (nella teoria dell’attaccamento, si definisce così il desiderio di stare vicino fisicamente al caregiver per sentirsi al sicuro) nei confronti del genitore residente, rispetto a bambini che dormono sempre col genitore residente (gruppo rare if any overnight).

Il dormire lontano dal caregiver principale, il non poter identificare un genitore prevalente col quale  sviluppare un sano attaccamento, mina lo sviluppo del bambino impedendo la creazione di un legame di attaccamento sicuro.

L’immagine di sé che sviluppa un individuo che ha avuto un attaccamento sicuro è di essere una persona amabile, degna di essere amata, con buona autostima, che ha fiducia negli altri (ma non in modo indiscriminato). Sarà un individuo amabile con le persone amichevoli, difeso con chi percepisce come ostile, si prenderà cura di se e delle persone che ama, non si affiderà alle persone che non conosce, sarà selettivo nei comportamenti empatici e nel rivelare se stesso, saprà appoggiarsi agli altri.

Vigilant visual monitoringmaintenance of proximity sono segnali di un “attaccamento ambivalente, così descritto dagli psicologi: il bambino sperimenta che la figura di attaccamento è imprevedibile e dubita che sia disponibile a rispondere ad una richiesta d’aiuto quindi tenta di mantenere un contatto strettissimo, rinunciando a qualsiasi tentativo di esplorare l’ambiente circostante muovendosi soltanto nel noto, da cui sia bandita ogni novità. Per questo motivo l’esplorazione del mondo è incerta, esitante, connotata da ansia ed il bambino è incline all’angoscia da separazione. Questo stile è promosso da una Figura che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da frequenti separazioni.

Uno stile di attaccamento insicuro tende ad interferire con lo sviluppo nell’ordine in cui costituisce un fattore di vulnerabilità generale, che può sfociare in varie costellazioni psicopatologiche, anche se ci sono altri fattori significativi: temperamento del bambino, capacità di resilienza, supporto socio-ambientale, le altre e successive relazioni di attaccamento significative familiari ed extrafamiliari.

Osservazioni su bambini di 2-3 anni

I bambini in regime di shared care (cioè il bambino dorme almeno il 35% delle notti con il genitore non residente) mostrano un livello più basso di persistence rispetto ai bambini in regime di primary care (il bambino dorme da una notte al mese fino a massimo 5 notti in due settimane col genitore non residente) o ai bambini che dormono solo col genitore residente.

La persistence è definita come l’abilità di giocare per tempi lunghi, tenersi al passo con i piccoli compiti quotidiani, osservare gli oggetti con attenzione, apprendere nuove competenze, riprendere un’attività dopo una breve interruzione,

Sulla base del Brief Infant-Toddler Social Emotional Assessment (BITSEA) Problems Scale (che misura i problemi socio-emozionali e i ritardi dell’apprendimento di competenze), i bambini in regime di shared parenting mostrano maggiori problemi comportamentali, in particolare problemi di ansia e stress in rapporto alla relazione col genitore. Comportamenti ansiosi sono, ad esempio: piangere o aggrapparsi al genitore nel momento del distacco, un atteggiamento molto serio o preoccupato, la tendenza ad essere agitato, turbato, la tendenza a rifiutare il cibo o a soffocarsi con il cibo, il mordere o colpire i genitori.

Osservazioni sui bambini di 4-5 anni

In questo gruppo di bambini, lo shared parenting ha effetti negativi solo se associato a una situazione conflittuale fra i genitori o alla mancanza di calore (lack of warmth) da parte di una o entrambe le figure genitoriali.

Gli effetti negativi riguardano principalmente le capacità di autoregolazione del bambino, definita così: l’abilità di gestire le proprie azioni, pensieri e sentimenti in modo adattativo e flessibile in base alle diverse varietà di contesto, sia sociale sia fisico. Non significa essere sempre felici, essere coinvolti in relazioni che non sono mai conflittuali o non vivere mai situazioni di dubbio e incertezza, piuttosto, in breve, significa avere una ricca e varia esperienza emozionale, che è condivisa con gli altri e che affronta le inevitabili sfide che l’ambiente gli pone con un repertorio di strategie efficaci. Un’autoregolazione ottimale contribuisce al benessere, al senso di autoefficacia e fiducia e ad un senso di coinvolgimento con gli altri.

Sulla base dei dati raccolti, gli autori dell’articolo arrivano a concludere che (pag.47)

Shared care is likely to be especially developmentally challenging for infants and preschool children. While a cooperative parenting relationship can make many
things possible, the developmental needs of the young child and the additional demands involved in meeting those needs means that the challenges are even greater.

Lo shared care ha effetti negativi sullo sviluppo di neonati e bambini molto piccoli. Anche quando i genitori instaurano un rapporto di collaborazione e si impegnano affinché funzioni, lo shared care comunque non risponde ai bisogni emozionali del bambino, e gli svantaggi sono maggiori dei vantaggi.

Lo shared care è sconsigliabile per i bambini prima del raggiungimento dei 4-5 ani di età; a questo punto entrano in gioco altri fattori, e lo sared care smette di essere negativo in sé e per sé (fattori analizzati nello studio 1).

Quando in un altro post riportai le raccomandazioni dell’ Australian Association for Infant Mental Health in merito allo shared parenting in separazioni con bambini molto piccoli, raccomandazioni che sconsigliavano i genitori a scegliere questo regime nei primi anni di vita del minore per scongiurare gravi conseguenze nello sviluppo del bambino, mi sono sentita rispondere che la mia posizione era viziata da un approccio “ideologico” alla questione.

Spero con questi ultimi due post dedicati di aver chiarito che quando mi esprimo in merito ad una tematica mi baso  su dati empirici, e non su opinioni dettate da esperienze personali mie o altrui.

Attorno alla questione del “doppio domicilio” circola molto materiale pieno di imprecisioni (ad esempio la disinformazione in merito allo studio  “Fathers’involment and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies”) e di affermazioni scorrette: perché è scorretto da parte dei Colibrì affermare che non esistono studi che esprimono dubbi sugli effettivi benefici dello shared parenting per particolari categorie di famiglie, quando invece basta una piccola ricerca in rete per reperirne uno come questo che ho cercato di illustrarvi qui.

Quando si tratta del benessere dei bambini, una categoria particolarmente fragile perché assolutamente incapace di tutelarsi autonomamente, non si dovrebbe peccare di superficialità.

Non metto in dubbio che un genitore desideri trascorrere il maggior tempo possibile col proprio figlio, è un desiderio comprensibile: ma il fatto di desiderare qualcosa non ci autorizza automaticamente a considerare quel desiderio legittimo.

Quando i nostri desideri coinvolgono il benessere di un altro essere umano dovremmo dimostrarci tanto maturi e responsabili da imparare a sacrificare la soddisfazione di un nostro bisogno allo scopo di tutelare chi sosteniamo di amare.

L’ego del genitore pretenderebbe di conoscere tutto! Siate rispettosi nei confronti del bambino; i genitori si aspettano il rispetto dei figli, ma si dimenticano che è una cosa reciproca: rispetta i bambini e loro ti rispetteranno! Fidati dei bambini e loro si fideranno di te, allora sarà possibile una comunicazione.

Osho

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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4 risposte a Se non vedo non credo: lo studio 2

  1. valerio ha detto:

    Categorized | Diritto e giustizia
    Affido condiviso, molto resta ancora da fare
    Posted on 13 febbraio 2013. Tag: affido condiviso, famiglia, Faraci, Menegon, sentenza

    – In Italia solo l’un per cento dei figli dopo una separazione viene affidato agli ex coniugi con obbligo di tempo paritario, mentre un minore su tre perde i contatti con uno dei due genitori. Lo ricorda l’associazione Colibrì in occasione del convegno “Affido condiviso. Sfida da rinnovare”, tenuto a Roma il 5 febbraio, all’indomani della condanna della Corte europea per le inadempienze sulla legge n.54/2006.

    La sentenza verteva sul caso di un padre che, dopo la separazione, non ha più potuto incontrare regolarmente la propria figlia, per la quale era stato stabilito l’affidamento esclusivo alla madre, per oltre sette anni, a dispetto di quanto previsto dagli accordi.

    Di qui la condanna all’Italia: “i tribunali non sono stati all’altezza di quello che ci si poteva ragionevolmente attendere da loro poiché hanno delegato la gestione tra padre e figlia ai servizi sociali”. Non solo. Viene contestata la stessa decisione di dare la figlia in affidamento esclusivo alla madre: “la procedura seguita dai tribunali è stata fondata su una serie di misure automatiche e stereotipate”. Eppure la legge 54/06 avrebbe dovuto riequilibrare le decisioni dei tribunali prevedendo l’obbligo per il giudice di valutare “prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori”. Purtroppo, invece, non ha prodotto alcun effetto, poiché le corti, a livello di prassi applicativa, hanno perpetuato nei fatti il vecchio modello di affido, tradendo in tal modo l’intento del legislatore.

    Pare quindi che i giudici ignorino le conseguenze sui minori delle loro decisioni. Il merito dei promotori del convegno dello scorso 5 febbraio è proprio quello di aver raccolto i risultati di studi scientifici che dimostrano come l’assenza di uno dei due genitori abbia conseguenze negative sulla salute psico-fisica dei minori. Tra i 25mila orfani involontari, minori italiani che perdono i contatti con uno dei due genitori dopo la separazione degli stessi, “sono diffusi soprattutto i casi di deprivazione affettiva e stress emotivo in ambito neurologico e psicologico”.

    Secondo uno studio condotto dall’americano Bauserman, i bambini in custodia congiunta sia fisica sia legale stanno meglio di quelli in custodia monogenitoriale; mentre l’affidamento condiviso e la soluzione delle due case non espone i bambini al rischio di essere sottoposti a gravi conflitti, anzi, i risultati dimostrano che produce benefici. A simili conclusioni sono arrivate le ricerche condotte dalla Children Society e da Anna Sarkadi, dell’Università di Uppsala.

    Più approfondito ancora lo studio che Jablonska e Lindebergh hanno compiuto su un campione di 15.428 (83,4%) ragazzini di 15 anni a Stoccolma. Sono stati esaminati i comportamenti nei minori considerati “a rischio”: uso di alcool, droghe, fumo. I risultati sono stati i seguenti: gli adolescenti monogenitoriali avevano una probabilità più alta di comportamenti a rischio, ma anche di essere vittime di violenza fisica, bullismo o stress mentale rispetto agli adolescenti abituati a vivere con due genitori.
    I risultati congiunti di tutte queste ricerche dimostrano che il “collocamento paritario”, ovvero la soluzione del doppio domicilio, è preferibile in caso di separazione conflittuale tra i genitori.
    L’affido realmente condiviso o alternato non tutela solo il diritto alla genitorialità di entrambi gli ex coniugi. Tutela, in primo luogo, la salute dei figli e il loro diritto a continuare a crescere avendo vicini entrambi i genitori. In secondo luogo, può favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia per le donne lavoratrici.

    Oltre all’esigenza di sensibilizzare e portare i giudici, che in materia godono di ampia discrezionalità, a conoscenza dei risultati delle ricerche condotte, è quantomai necessario intervenire anche in via legislativa, durante la prossima legislatura, per rafforzare le misure a favore della bigenitorialità.

    Un altro ineludibile aspetto è quello economico. Con la separazione, le spese sostenute dai due genitori aumentano, specie con riferimento ai costi di abitazione, voce sicuramente importante nel bilancio in una famiglia mononucleare. La legge impone al giudice di determinare l’assegno di mantenimento tenendo conto, tra l’altro, del tenore di vita di cui il figlio godeva in costanza di convivenza con entrambi i genitori. Questo ha un effetto deleterio sul genitore che non ha l’affidamento del figlio e si ritrova a dover sostenere costi aggiuntivi, come ad esempio un canone di locazione.

    Un’applicazione selettiva di questo principio – a fronte della disapplicazione dei princìpi cardine della legge 54/06 – fa del figlio un ostaggio, capace di garantire una rendita al genitore a cui è affidato. Ne consegue anche un ulteriore deterioramento dei rapporti tra ex coniugi e tra ciascuno di loro e il figlio.

    Il mantenimento diretto, il fatto che il sostegno economico sia corrisposto in maniera “diretta”, ossia la partecipazione diretta ai singoli capitoli di spesa, garantirebbe un maggior rispetto da parte del genitore non affidatario della decisione del giudice. Inoltre, con il mantenimento diretto si recuperano anche le responsabilità educative individuali di ciascun genitore.

    L’affido condiviso dunque, se rispettato, può influire positivamente su molti aspetti della vita di ragazzi, genitori e famiglie. Non lasciamo che venga snaturato.

    • L’articolo del Dr Bauserman contiene un errore metodologico che inficia la validità e l’affidabilità del lavoro stesso; viene presentato come una metanalisi ma non ha alcuna caratteristica delle metanalisi.
      Una metanalisi è l’analisi di articoli scientifici su un determinato argomento già pubblicati da riviste scientifiche, quindi già sottoposti al vaglio della comunità scientifica; per effettuare una metanalisi si consultano le banche dati mondiali che indicizzano gli articoli pubblicati in tutto il mondo sulle riviste scientifiche più prestigiose.
      Il Dr Bauserman include nella sua analisi 33 studi dei quali solo 11 già pubblicati (senza indicare in che modo li ha reperiti, quali ha escluso e perché, ecc); dei 22 non pubblicati ben 21 sono solo tesi di dottorato; gli studi esaminati vanno dal 1982 al 1999.
      Nel complesso dei 33 studi i bambini analizzati sono 1.846 in affido monogenitoriale (sole-custody) e 814 in affido condiviso (joint-custody); non è precisato quanti bambini sono in residenza alternata (joint physical custody).
      Sembrerebbero numeri significativi, e lo sarebbero se studiati in maniera omogenea; ma se si divide il numero totale dei minori coinvolti nello studio (1.846+814) per il numero degli studi presi in esame (33) si ottiene la media di otto bambini per ciascuno studio, dei quali circa 6 in affido monogenitoriale e circa 2 in affido condiviso/residenza alternata. Dati del tutto irrilevanti dal punto di vista statistico.
      Gli studi sui quali Bauserman basa la sua analisi non sono stati condotti con criteri omogenei per cui deve ricorrere ad ‘aggiustamenti’ statistici per renderli tali.
      Che da un pastrocchio del genere si vogliano far discendere indicazioni per le politiche sociali è del tutto assurdo e semplicemente grottesco.
      L’articolo del Dr Bauserman è stato anche confutato nel merito, ma già questi grossolani errori metodologici sconsigliano di prenderlo in considerazione.

      Lei ha letto il mio post sullo studio Sarkadi? https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/11/17/lezioni-di-inglese-agli-psicologi-qualcuno-provveda/

      Se lei mi fa copia e incolla da qualche articolo preso a caso nel web, senza neanche aver letto con attenzione il mio post, non ha capito che qui ci si informa sul serio: non parlo se non sono certa di ciò che scrivo, e sono certa perché mi sono informata in prima persona, non perché ho scopiazzato da qualche parte un testo che non ho neanche verificato dica il vero… Tant’è che io riporto sempre il link alle fonti originali, di modo che il lettore possa da solo farsi un’idea.

      (A proposito di Bauserman le fonti sono qui: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/11/21/scienzaepseudoscienza/)

      L’affido condiviso è una delle possibili soluzioni, ma non l’unica soluzione possibile: in taluni casi, come nel caso di bambini molto piccoli o di separazioni conflittuali, non è una soluzione che rispetta il principio del interesse superiore del minore (legga bene questo mio post e il precedente).

      E’ giusto che i giudici e tutte le persone coinvolte siano “correttamente” informate, è temo proprio che NON sia quello che stanno facendo i colibrì.

  2. J. ha detto:

    puntuallizzo che un lavoro di dottorato é un lavoro referato, lo é probabilmente di piu di numerosi articoli pubblicati in riviste scientifiche. Proprio per questo, una tesi di dottorato di ricerca é discussa e indirizzata a referee ancora prima di essere discussa. Non penso corretto criticare uno studio per il motivo che si riferisca in parte a tesi di dottorato.

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