Lacrime di coccodrillo

Lacrime di coccodrillo” è un modo di dire che ha un significato ben preciso: chi piange lacrime di coccodrillo è colui il quale commette una cattiva azione di proposito e poi finge di pentirsene. 

lacrime_coccodrillo

Pistorius era seduto sul sedile posteriore di un’auto della polizia, con la testa coperta da una giacca, ha aggiunto l’agenzia. Entrato in aula, è scoppiato a piangere quando i giudici lo hanno formalmente accusato di omicidio e hanno convalidato l’arresto. La Repubblica

Pistorius, davanti al giudice, non ha saputo trattenere le lacrime. Panorama

L’atleta paralimpico ha mantenuto la testa bassa per tutta la durata dell’udienza, confortato in modo particolare dal fratello; presenti in aula anche il padre Henke e uno zio. È scoppiato in lacrime più volte, in particolare nel momento in cui il giudice Gerrie Nel ha formalizzato l’accusa di «omicidio premeditato». Corriere della sera

Appena il procuratore lo accusa di omicidio scoppia a piangere, poi resta a fissare il vuoto, un fantasma anche se si è rasato e indossa una giacca nera sopra una camicia azzurra, ma il vestito formale non lo aiuta a sembrare più presente. Il padre Henke vedendolo in quello stato si fa largo per raggiungere il banco dell’imputato per appoggiargli una mano sulla schiena. Non serve a niente, il ragazzo continua a singhiozzare davanti a tutte le accuse lette in aula. Il suo avvocato lo definisce: “in uno stato emotivo estremamente turbato e traumatizzato”, ma l’accusa replica e chiede “l’omicidio premeditato” e Pistorius sprofonda con la testa tra le mani. La Stampa

Potrei andare avanti. Digitate in un motore di ricerca “Pistorius in lacrime” e troverete una lista infinita di titoli identici.

Ero a cena con un uomo, stasera, che mi ha confidato: questa cosa mi offende. Questa cosa dovrebbe farti infuriare. Questa cosa è vergognosa. Tutti a descrivere le lacrime di Pistorius, tutti a scegliere l’aggettivo adatto per rendere al meglio l’aspetto affranto, abbattuto, sofferente dell’assassino.

Secondo le prime ricostruzioni balistiche, Pistorius avrebbe sparato dalla porta del bagno, il corpo di Reeva è stato trovato steso sul pavimento davanti alla vasca. Tutti e quattro i colpi sparati da Pistorius l’hanno colpita: alla testa, alla mano, al petto e all’inguine.

Pistorius piange, perché è accusato di omicidio, perché “la sua vita è finita”, è “traumatizzato”, “un fantasma non più presente”. Il papà si fa largo per confortarlo.

No, la sua vita non è finita. Lui è ancora vivo.

Un’altra vita è finita, ma quella vita spezzata quanto ci commuove? C’è una altra famiglia distrutta, perché non ha più una persona amata verso la quale farsi largo, una persona che non ha bisogno di sembrare un fantasma, perché è morta.

In tre degli articoli che ho citato il nome Reeva Steenkamp non compare affatto.

Reeva Steenkamp

I giornalisti dovrebero vergognarsi, mi ha detto un uomo, stasera, a cena. E io vi riporto la sua opinione.

Dovrei infuriarmi?

Io ho una gran voglia di piangere.

Annunci

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in attualità e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

38 risposte a Lacrime di coccodrillo

  1. Paolo1984 ha detto:

    Pistorius fa benissimo a piangere, dopo quello che ha fatto ne ha tutti i motivi per piangere..se è pentito o no lo sa lui..sappiamo che la polizia non ha creduto alla sua versione, speriamo che il processo faccia chiarezza su ciò che è accaduto

  2. Barbara ha detto:

    verissimo l’ho notato anche io. la vittima è stata poco o nulla menzionata. sembra si voglia far passare lui come la vittima. e il tutto è successo proprio il giorno in cui migliaia di donne hanno ballato contro la violenza sulle donne…

  3. Il giornalista assume la prospettiva di Pistorius: quelli che sono descritti in modo quasi lirico sono i suoi sentimenti, e questo stimola una reazione empatica: il lettore percepisce il dolore, immagina il pentimento….
    Pistorius è un essere umano? Certo che lo è, non è un mostro. Non esistono i mostri. Ma ci sono esseri umani che fanno cose mostruose, visto che queste avvengono. E’ il concetto di “umano” che, forse, non abbiamo ben chiaro in mente…

    C’è un bellissimo racconto di Stefano Tassinari: la lettera di un desaparecido argentino, che da morto (è stato, come molti altri, lanciato vivo da un aereo in volo) scrive alla moglie che non ha mai smesso di cercarlo. E’ un racconto estremamente poetico: «Se solo tu fossi qui, e non in un luogo sconosciuto della mia mente, che un tempo era e adesso non è più, potrei voltarmi indietro ad osservare lo stupore dei tuoi occhi, che guardano attraverso questa polvere di pioggia che ora m’allontana dal tuo cercarmi a vuoto nel silenzio di certe mattinate, che lì da te sono girate verso il mare e qui si perdono di vista in un istante..»[A Passo d’ombra, p.109, D’altri tempi] http://www.ibs.it/code/9788889772560/tassinari-stefano/altri-tempi.html
    Il lettore è trasportato nel mondo interiore della vittima… La vittima ci racconta la sua morte, ma la desolazione di quei vivi che non hanno neanche un corpo su cui piangere quell’orrendo vuoto, tanto simile al vuoto che sente un corpo che precipita per miglia e miglia, quel vuoto lasciato da una persona amata.
    Un altro esempio, di qualche anno fa: Amabili resti. Tutto il romanzo è scritto dal punto di vista della vittima, che da morta osserva e partecipa al lutto della sua famiglia; sentiamo il suo dolore, viviamo con lei i lunghi anni dell’elaborazione di un lutto che, comunque, muterà per sempre il corso della vita di tante, tante persone: “Mio padre non voleva rispondere oppure , ci voleva qualcosa di semplice, qualcosa che potesse spiegare la morte a un bambino di quattro anni. disse, incapace di farlo rientrare nelle regole di un gioco. . Buckley allungò la mano e coprì la candelina con la mano. Poi guardò mio padre per vedere se era la risposta giusta. Mio padre annuì. Papà si mise a piangere. Buckley lo guardò negli occhi, ma non capì del tutto. Tenne la candelina sul suo cassettone finché un giorno sparì e nessuno la trovo più nonostante le innumerevoli ricerche.” (p. 80) http://www.ibs.it/code/9788876419089/sebold-alice/amabili-resti.html

    Ora vi domando: quale narrazione aiuta il lettore, da un punto di vista squisitamente emotivo – e non razionale – a comprendere che non si uccide un altro essere umano?
    La narrazione che stimola empatia verso l’assassino o una narrazione, come quelle di Tassinari e della Sebold, che ci fanno assumere la prospettiva della vittima?

    Anche la vittima è un essere umano.

    • Paolo1984 ha detto:

      Chiara, facciamo attenzione: un conto sono i romanzi, la fiction e un altro gli articoli di giornali, linguaggi diversi, con obiettivi diversi Ci sono anche grandi romanzi e racconti che raccontano il male dal punto di vista del carnefice (penso a Le benevole di Jonathan Littell e alla novella 1922 di Stephen King contenuta in Notte buia niente stelle) senza giustificare il male. Affermare che un racconto che assume il punto di vista dell’assassino o ci presenta figure di assassini complessi e problematici o presenta la questione del Male in maniera problematica, e pure ambigua sta dicendo davvero che è giusto ammazzare è sbagliato.
      E poi ci sono situazioni n cui “ammazzare un altro essere umano” si rivela una scelta obbligata, ma non c’entrano con ciò di cui stiamo parlando

      • Allora come mai i giornalisti scelgono di romanzare il caso Pistorius? Non mi sembra una narrazione oggettiva quella presentata dai giornali…
        Non ho scelto dei romanzi a caso. Li ho scelti per far comprendere che i giornalisti hanno assunto una prospettiva soggettiva. E il soggetto non è la vittima.

      • Paolo1984 ha detto:

        ma infatti lo dico anch’io che non dovrebbero romanzare proprio perchè il romanzo ha altre caratteristiche e altre regole rispetto all’articolo di cronaca nera

      • Esatto: non dovrebbero, ma lo fanno.

  4. Elliot ha detto:

    I giornalisti parlano di Pistorius e non della fidanzata semplicemente perché lui è famosissimo. Di lei, onestamente, non ne avevo mai sentito parlare.
    Lui è sempre stata una figura positiva, forte, un esempio per tante persone. I giornalisti immagino cavalchino i sentimenti di tutti coloro che sono rimasti sbalorditi dal fatto che lo sportivo che tanto ammiravano abbia fatto una cosa del genere. Per non parlare dei sentimenti di tutte le persone e i bambini amputati che in lui avevano trovato un modello, un punto di riferimento. Spero tanto che il suo messaggio positivo rimanga inviolato da questa brutta faccenda.
    Tu ti lamenti del fatto che non si parli di Reeva. Su molti altri blog ho letto lamentele sul fatto che i giornalisti la definissero “una modella”, “una delle cento donne più belle del mondo” ecc.
    Insomma, ho letto lamentele sia sul fatto che si parlasse di lei, sia che ci si soffermasse sul più famoso Pistorius.
    E’ ovvio che la persona morta sia lei, e il dispiacere e la commozione stanno alla sensibilità di ognuno, non saranno di certo i giornalisti a convincere la gente a piangere uno dei due piuttosto che l’altro.
    Inoltre, non sappiamo ancora come siano andate le cose, se si tratti di un incidente o meno. Quindi non possiamo giudicare l’accaduto, a meno che non scegliamo di fidarci di alcune indiscrezioni piuttosto che di altre.

    • Anche io sono rimasta male quando ho sentito alla radio il nome Pistorius. Era praticamente impossibile non commuoversi di fronte all’immagine di un ragazzo senza gambe che persegue con tenacia il sogno di correre! Un simbolo per chiunque voglia credere che la volontà è più forte della sorte avversa. Ma quell’eroe è caduto. L’uomo Pistorius non era all’altezza del ruolo che il pubblico gli aveva assegnato: il ruolo di modello, di ispirazione. E’ inutile e controproducente aggrapparsi all’uomo Pistorius, che si è rivelato un ben misero esempio di essere umano.
      Inoltre, questa era l’occasione, per chi si occupa del fenomeno della violenza di genere, di affrontare e portare all’attenzione dell’opinione pubblica quello che gli operatori del settore sostengono da anni: la violenza dei genere si nasconde anche dietro quelle coppie che mostrano un volto ufficiale che tutto farebbe sospettare fuorché uno scenario del genere, come racconta Dacia Maraini nel suo ultimo libro: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/19/donne-vittime-ne-lamore-rubato-di-dacia-maraini-luomo-violento-e-doppio/357028/ “Mariti che agli occhi della gente appaiono gentili ed educati, amanti affettuosi e genitori premurosi. Ma poi tra le mura domestiche si trasformano in aguzzini, dando sfogo a rabbia e violenza immotivata.”

    • giulia ha detto:

      Se ti riferisci al post pubblicato su Un Altro Genere di Comunicazione non hai centrato il punto. Il problema non é che si parli o si sia parlato di Reeva, ma COME se ne sia parlato. Senza alcuna pietà, senza alcuna compassione (nel senso etimologico del termine di condivisione di sentimenti, di compartecipazione ad un lutto, alla storia d una giovane vita che si spegne). La sua morte su moltissimi giornali è stata trasformata in un’occasione per sfruttare il corpo femminile alla ricerca di ulteriori clic e visualizzazioni. Le sexy fotogallery di ragazze morte sono un fatto gravissimo, che non si può minimizzare, banalizzare e che oltrepassa ogni etica e deontologia professionale. Queste gallery testimoniano come, anche dopo morte, anche dopo essere vittime di femminicidio, il corpo delle donne venga strumentalizzato e fatto oggetto di cannibalismi mediatici. Tutto ciç che viene espresso nel post qui sopra lo condivido profondamente. E anche io ho voglia di piangere.

    • stregadellosciliar ha detto:

      Che si parli di Pistorius o che si parli di Reeva non è l’importante. La cosa che conta è il COME. Di lei si parla come di una delle 100 donne più sexy del pianeta, con una serie di fotografie sensuali che ammiccano al macho italiano, come se oltre che il suo unico valore, nella sua bellezza risiedesse parte della sua “colpa”.
      Di lui si parla come di un uomo affranto e infelice.
      I giornalisti dovrebbero stare attenti a quello che scrivono.
      Repubblica citata qui sottolinea le lacrime dell’assassino e nella sua versione online l’avvenenza della modella, con quella gallery del tutto fuori luogo. Squallido, direi.

  5. stregadellosciliar ha detto:

    Ovviamente, rispondo a Elliot.

  6. M.Elly ha detto:

    purtroppo è la notizia che fa vendere… la morte fa sì ascolti e soldi, ma mai quanto un assassino che fino a tre giorni fa era un idolo, un mito, un superuomo. E vedere un atleta che ha fatto della sua menomazione una virtù, divenendo punto fermo per molti, che piange e si dispera per aver “commesso un errore”, non solo lo rende meno assassino e più umano, ma lo fa avvicinare ai cuori di molti. E’ raccapricciante, da brivido, ma se invece che sul patibolo, viene messo in croce, vende di più. Sono i mass media, e sono delle merde.

    • giulia ha detto:

      Sì, sono delle merde, ma non é così in tutto il mondo, esistono paesi in europa in cui la situazione é decisamente meno grave. Ma proprio perché il ruolo di omicida, di femminicida, calza perfettamente a qualunque tipo di persona, come l’uomo violento accusato più volte di abusi o maltrattamenti, o l’incensurato che tutti descrivono come il bravo ragazzo che si é sempre occupato premurosamente di moglie e figli, o il mito dello sportivo che ha saputo andare oltre un terribile handicap….perché continuare a spettacolarizzare, mediatizzare, senza lasciare spazio alla storia della vittima? Perchè non cogliere l’occasione per parlare dei mille volti della violenza sulle donne spesso difficili da riconoscere proprio perché poggiano su diffusissime mentalità che affondano le loro radici nei pilastri del patriarcato cioé in questa incapacità di vedere le donne come un proprio pari, persone libere di scegliere della propria vita e non oggetti di cui rivendicare la proprietà? Perché continuare a usare termini come “gelosia e raptus” e perché riempire pagine e pagine di giornali a parlare della disperazione del carnefice, nella speranza di edulcorare ancora una volta il suo ruolo di assassino e renderlo mediaticamente più appetibile? Facendo così l’assassino diviene vittima (di se stesso, ma é lui la vittima in molti articoli). Questo ribaltamento di ruoli é molto pericoloso. Nel suo caso le prove pare siano molte. In Italia in moltissimi processi la premeditazione non viene accettata, spesso anche proprio in nome di quelle, stramaledette, lascrime di coccodrillo e di questa mentalità, acuita e alimentata da media che con il codice deontologico hanno deciso di pulirsi il culo, a discapito del livello culturale e dell’umanità di un intero paese.

  7. Pingback: Omicidio Steenkamp: diciamo basta alla macabra soap opera mediatica! – Un altro genere di comunicazione

  8. Elliot ha detto:

    @Giulia Onestamente non ho visto le fotogallery di cui parli.
    Ciò a cui mi riferivo è l’aver letto diverse lamentele sul fatto che la stampa si esprimesse riguardo a Reeva definendola “una delle 100 donne più belle del mondo”, perché non dovrebbe essere importante il fatto che fosse bella o meno, solo quello che le è successo, che sarebbe stato orribile anche se lei fosse stata brutta, o una donna qualunque. E mi pare ovvio. Ma non mi pare una cosa di cui lamentarsi: lei era fotomodella di professione, insomma, essere bella era il suo lavoro. E’ normale che volendo parlare di lei, si debba dire anche questo.
    Non ho visto le fotogallery di cui parli ma ho provato a scrivere “Reeva Steenkamp” su google immagini, e ciò che esce sono quasi unicamente foto di lei mezza nuda. Foto che si è fatta fare da viva. E che sono state indicizzate da google quando lei era ancora viva. Se è questa l’immagine che lei dava e voleva dare di se stessa, perché bisognerebbe ricordarla diversamente?
    Io sono contro la mercificazione del corpo femminile nelle pubblicità e nei media, ma forse lei non lo era.

    • Paolo1984 ha detto:

      dal mio punto di vista una modella un modello che fa un servizio fotografico anche sexy non sta mercificando proprio niente, sta lavorando e va rispettata. Comunque qui non è questione di cosa lei faceva da viva (tutte cose normali per la professione che faceva e che credo amasse) ma di cosa i giornali italiani (perchè altrove mi sembra che si siano comportati in modo diverso, ricordando la sua professione di modella senza bisogno di mettere foto sexy, e ricordando anche altre cose di lei) hanno fatto dopo che è morta

    • Blossom ha detto:

      Davvero non sei grado di capire che quelle foto sono fuori luogo? Che un conto è il lavoro ed un conto la persona nella sua interezza? Grazie per il moralismo riguardo la mercificazione, questo sì che c’entra molto.

  9. Paolo1984 ha detto:

    ma infatti l’amore se è sincero è appartenenza reciproca, non c’entra niente col rivendicare un oggetto

  10. mara ha detto:

    # paolo1984
    Paolo, Pistorius (non solo da ques’ultimo, tragico episodio, ma da altri della sua biografia) è chiaramente un NPD, ovvero affetto da Sindrome Narcisista della Personalità.
    Per favore, informati su questa grave condizione mentale che afflige moltissimi individui (Berlusconi, Lance Armstong solo epr fare altri due nomi di Narcisisti famosi): non è un male guaribile – ed uno dei punti salienti di questa sindrome è la totale mancanza di empatia e di vera capacità di pentirsi (e/o) scusarsi con sincerità.
    Pistorius piange per il carcere a vita, non per Reeva.

    • Mara, azzardare diagnosi in assenza del paziente non mi sembra molto corretto…

      • Paolo1984 ha detto:

        Mara, che Pistorius sia un narcisista patologico ci può stare (per quanto avanzare diagnosi in assenza del paziente è sempre difficile se non impossibile)..faccio notare solo che nè Berlusconi nè Armostrong mi risultano essere assassini o picchiatori delle donne che frequentano..non tutti i narcisisti sono uguali

      • Paolo1984 ha detto:

        in ogni caso essere narcisista o “sociopatico” o quel che è non ti rende irresponsabile davanti alle tue azioni

    • Blossom ha detto:

      ???????????????????????????????
      E quando l’avresti visitato?

  11. Elliot ha detto:

    @il ricciocorno schiattoso: Le foto delle appendici non c’entrano nulla, il paragone non è calzante: potresti paragonare foto di una modella in biancheria con foto di un chirurgo col camice. E se muore un chirurgo e si usano foto di lui in camice per ricordarlo credo che non ci sia niente di male.
    Cmq so anch’io che aveva altri interessi, che portava avanti una campagna contro gli stupri in Sudafrica e che la sua vita non erano solo bikini e passerella. E ci mancherebbe altro. Però il suo lavoro era la MODELLA, e fingere che non lo fosse… che senso ha?

    @blossom: oltre a criticare non hai espresso nessun concetto. Vabè.
    Se io morissi mi piacerebbe che la gente mi ricordasse come sono nella maggior parte delle mie foto? Personalmente, sì. Una foto non ritrae necessariamente una persona nella sua interezza, ovvio, ma ogni foto mostra la parte di te che preferisci mostrare agli altri. E se tutte le foto di Reeva sono sexy e provocanti, evidentemente è perché a lei piaceva mostrarsi così. Chi sei tu per dire che quelle foto non vanno bene?

    • Il paragone con le appendiciti è calzante: l’organo estratto è il frutto del lavoro di un chirurgo così come le foto di un servizio fotografico sono il frutto del lavoro di modella.
      Inoltre: in una foto scattata tra amici mostro la parte di me che mi piace mostrare, in un servizio fotografico faccio quello che mi viene richiesto dal fotografo. Elliot: confondi la persona con il suo lavoro.
      Non sempre il lavoro di una persona corrisponde alle sue passioni, né ciò che una persona fa mentre lavora è sempre ciò che desidera fare, molto spesso il lavoro è solo un modo per guadagnare i soldi necessari ad ottenere quello che desideriamo.
      E visto che questa ragazza non è qui a raccontarci come avrebbe voluto essere ricordata, io preferisco non fare ipotesi azzardate o attriburle desideri che non ha mai espresso.

      • Paolo1984 ha detto:

        ma appunto.Una fa la modella per le ragioni che vuole, ma se muore un operaio nessuno mette la foto di lui che lavora in fabbrica

      • Elliot ha detto:

        dicevo che il paragone non e’ calzante per il semplice motivo che nelle foto di una modella e’ ritratta la modella stessa, la foto di un’appendice e’ la foto di una parte di un organo malato e rimosso da UN’ALTRA persona. Ma ci stiamo perdendo in chiacchiere. Per quanto riguarda il fatto che non sappiamo se lei amasse il suo lavoro, ovviamente sono d’accordo, non la conoscevamo e non possiamo saperlo. Ma sicuramente non le faceva schifo, altrimenti avrebbe smesso o avrebbe cambiato.

      • “Ma sicuramente non le faceva schifo, altrimenti avrebbe smesso o avrebbe cambiato.” Queste sono sue supposizioni. E comunque non dimostrano che avrebbe voluto che dopo la sua morte i tabloid pubblicassero gli scatti in pose ammiccanti. Non fingiamo di fare le cose attribuendole alla volontà di una persona che non può esprimere più alcuna volontà. Se i giornali pubblicano quelle foto, non lo fanno convinti di rispettare la volontà del soggetto fotografato.

    • Blossom ha detto:

      Ma chi sei tu semmai per dire che lei voleva apparire solo come quella “sexy e provocante”!
      Tu non sei un modello, quindi il paragone che fai tra le tue foto e le sue è ridicolo. E dimmi un po’, non ci sono foto tue in giro, fatte da altre persone, che ti mostrano in momenti imbarazzanti? Foto in cui sei venuto male? Foto in cui – magari scherzosamente – compi gesti che non fanno parte della tua quotidianità?
      Se uno ti scattasse una foto mentre, dopo una serata a bere fuori, vomiti in strada e qualcun altro la pubblicasse dicendo: “ecco chi era, un ubriacone lercio che passava il tempo a schiamazzare in strada disturbando la brava gente” sarebbe corretto?
      Evita, ti prego, di rispondere “non ho mai vomitato in strada”, si trattava di un esempio per cercare di farti capire che le foto che parlano di noi – e non solo si limitano a mostrarci in determinate situazioni o luoghi – alla fine, sono veramente poche.
      E soprattutto è facile strumentalizzarle.
      In più scrivi che TUTTE le sue foto sono sexy e provocanti e questa è una menzogna bella e buona per giustificare l’uso ingiusto e fuori luogo che se ne sta facendo e per giustificare anche il tuo pensiero.
      In realtà tu non vuoi andare oltre, vuoi far finta di non capire perché ti piace quell’immagine di Reeva Steenkamp (aveva anche un cognome e non era tua parente, quindi ti inviterei ad usarlo) perché ti fa comodo vedere solo quello. Perché se una è una bella donna e fa un lavoro in cui l’estetica ha una sua parte allora è solo quello che si vede da fuori, per quelli come te non esiste altro. E questo, nel caso in cui a qualcuno non fosse chiaro, è sessismo.

      • Elliot ha detto:

        Innanzitutto sono una donna. In secondo luogo ti chiedo da cosa tu abbia dedotto che io non abbia mai fatto “il modello”. Poi vorrei capire cosa ti faccia pensare che a me piacesse questa ragazza… Onestamente sono eterosessuale e di una donna in bikini non me ne frega niente, ma a parte questo, che razza di commento e’ il tuo? Stai cercando di scendere sul personale e di attaccarmi (dandomi addirittura della sessista… ma non me la prendo, dato che non ne sai nulla di me e mi stai attaccando a caso.) piuttosto che spiegare le tue ragioni. Davvero un atteggiamento maturo.

  12. Elliot ha detto:

    @il ricciocorno ma secondo questo ragionamento non potremmo pubblicare nessuna foto, allora. Neanche quella che hai messo tu: magari a lei non piaceva.
    E non è una semplice supposizione il fatto che se a una persona, specie se benestante, non fosse piaciuto il suo lavoro, lo avrebbe cambiato. E’ una deduzione logica.

    • Ci sono foto “neutre”, come quelle che ho postato io, e foto che lanciano messaggi ber precisi, come quelle con pochi panni addosso e pose che ammiccano in modo sensuale. Non fingiamo che un ritratto in primo piano e una figura intera a quattro zampe col sedere più in alto della testa siano la stessa cosa. Quando si contesta il sessismo della scelta di pubblicare determinate immagini, si contesta il fatto che quelle immagini trasformano la persona in un oggetto del desiderio, e in particolare del desiderio sessuale. Poteva anche essere il suo lavoro, interpretare l’oggetto del desiderio, ma alla luce del fatto che la sua morte è un femminicidio, fenomeno alla radice del quale c’è la tendenza a considerare le fidanzate, le mogli, le donne in generale come oggetti di proprietà, da punire con violenza quando si ribellano al loro “possessore”, trovo poco rispettoso pubblicare certe foto.

      • Elliot ha detto:

        capisco e rispetto la tua opinione. Io, però, non so se incolpare giornalisti che si ritrovano a dover scrivere un articolo in poco tempo, su una persona che non conoscono, e trovano sul web praticamente solo immagini di un certo tipo. Per me è ciò che sta alla base ad essere marcio, il ragionamento per cui un pubblicitario che deve far vendere un dentifricio, schiaffa giù un paio di tette accanto al tubetto. E gli fanno compagnia tutti coloro che supportano questo sistema, in qualunque ruolo.
        Ovviamente mi dispiace per questa ragazza e concordo sul fatto che sarebbe stato un giusto spunto per parlare di più riguardo al femminicidio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...