Dura lex sed lex

Si parla spesso, spessissimo di ex mogli vampire che dissanguano l’ex coniuge riducendolo sul lastrico. Le statistiche ci restituiscono un’immagine diversa della situazione italiana attuale, ma cerchiamo di fare chiarezza sulla normativa e la giurisprudenza in merito, per aprire una discussione su quanto le polemiche sull’argomento dipendano dall’inadeguatezza delle norme in vigore, e quanto invece sia da attribuire ad altri fattori, dei quali si discuterà.

Justice3

L’articolo 30 della Costituzione recita: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”.

Una responsabilità genitoriale che va al di là del figlio concepito in matrimonio o fuori dal matrimonio, che sia riconosciuto o non riconosciuto (figlio naturale non riconosciuto).

Gli articoli in materia del Codice Civile sono invece il 147 (doveri verso i figli) il 148 (concorso degli oneri).

Articolo 147. Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.

Articolo 148. I coniugi devono adempiere l’obbligazione prevista nell’articolo precedente in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo. Quando i genitori non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti legittimi o naturali, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli.

In caso di inadempimento il Presidente del Tribunale, su istanza di chiunque vi ha interesse, sentito l’inadempiente ed assunte informazioni, può ordinare con decreto che una quota dei redditi dell’obbligato, in proporzione agli stessi, sia versata direttamente all’altro coniuge o a chi sopporta le spese per il mantenimento, l’istruzione e l’educazione della prole.

Il decreto notificato agli interessati ed al terzo debitore, costituisce titolo esecutivo (Cod. Proc. Civ. 474), ma le parti ed il terzo debitore, possono proporre opposizione nel termine di venti giorni dalla notifica.

L’opposizione è regolata dalle norme relative all’opposizione al decreto di ingiunzione, in quanto applicabili.

Le parti ed il terzo debitore possono sempre chiedere, con le forme del processo ordinario, la modificazione e la revoca del provvedimento. Le modificazioni o la revoca possono essere chieste solo per mutamenti sopravvenuti.  (La modificazione del provvedimento, ad esempio, potrebbe essere necessaria quando i genitori abbiano riacquistato la capacità, perlomeno parziale, di far fronte alle necessità dei figli. In tal caso va diminuita l’entità dell’obbligo cui sono tenuti, in via sussidiaria, gli ascendenti.)

Il Pignoramento dello Stipendio: vige la regola secondo cui lo stipendio, in linea generale, è impignorabile salvo alcune eccezioni (si vedano le sentenze n.89/1987 e n.878/1988 e la Finanziaria 2005, con la legge 311/04, che ha equiparato la pignorabilità degli stipendi pubblici a quelli privati) e cioè:

i debiti riguardano alimenti di prima necessità (in questa fattispecie rientra il mantenimento per il minore) per cui lo stipendio può essere sottoposto a pignoramento per non oltre un terzo (1/3) al netto delle ritenute;

si ha un debito verso lo Stato o enti o imprese per le quali il debitore lavora riguardante in maniera specifica il rapporto d’impiego. In questo caso lo stipendio, al netto delle ritenute, è pignorabile fino ad un massimo di un quinto (1/5);

il debito è determinato da tributi dovuti allo Stato, alle Provincie o ai Comuni cui il debitore è impiegato, è possibile pignorare fino ad un quinto (1/5) dello stipendio, sempre al netto delle ritenute.

Se si presentano contemporaneamente le ultime due fattispecie, il pignoramento non può comunque superare un quinto (1/5) del valore dello stipendio.

Nell’ambito dei giudizi di separazione e divorzio, l’articolo 155 così dispone:

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

  1. le attuali esigenze del figlio;
  2. il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
  3. i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  4. le risorse economiche di entrambi i genitori;
  5. la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Il nuovo rito della famiglia impone alle parti, sin dall’udienza presidenziale, non solo il preventivo dovere di indicare notizie riguardanti la prole, ma anche e soprattutto di allegare le ultime dichiarazioni dei redditi (art. 706 c.p.c.; art. 4 legge 898/70).

(Il limite intrinseco ed oggettivo è da individuare nella  notoria inaffidabilità dei parametri – le dichiarazioni dei redditi e la documentazione valida ai fini tributari e fiscali – necessariamente utilizzati per la liquidazione dell’assegno di mantenimento. Il rischio  è quello di onerare in modo assolutamente non sostenibile i percettori di redditi da lavoro dipendente o similari e, per contro, di offrire un ulteriore ed immeritato premio a coloro che possono occultare o mascherare le loro reali condizioni patrimoniali… c’è da tenere da conto che il contenuto della dichiarazione dei redditi può essere documentalmente smentito: per es. attraverso una visura camerale o ipotecaria)

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.

La giurisprudenza ha affermato che: «il giudice, una volta accertato il diritto all’assegno di mantenimento e al contributo per la prole minorenne, deve prendere in considerazione, quale indispensabile elemento di riferimento ai fini della valutazione della congruità dello stesso, il concreto contesto sociale nel quale coniugi e prole avevano vissuto durante la convivenza, quale situazione condizionante la qualità e la quantità dei bisogni emergenti a cui le contribuzioni devono far fronte» (Cassazione 28 gennaio 2009, n. 2191)

“Condizionante”: cioè il tenore di vita non deve essere il medesimo, ma è uno dei fattori da tenere in considerazione, insieme alle nuove necessità dei soggetti coinvolti.

Quando le condizioni economiche del coniuge tenuto al pagamento dell’assegno di mantenimento non consentono al coniuge destinatario dello stesso di conservare lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, sarà il giudice a quantificare il dovuto in relazione alle condizioni economiche dell’obbligato e alle altre circostanze richiamate nel secondo comma dell’art. 156 c.c. (Cass. 28/4/2006, n. 9878)

Una sopravvenuta condizione di indigenza dell’obbligato può comportare la revisione dell’assegno di mantenimento; condizione di indigenza che deve, però, essere dimostrata (Corte di cassazione,  sentenza 4167 del 28 gennaio 2013: per omettere il versamento dell’assegno di mantenimento alla ex e al figlio non basta dichiarare lo stato di ristretteza, ma è necessario sempre dimostrarlo inequivocabilmente,  per consentire di stabilire le reali condizioni e per scampare alla responsabilità penale ex articolo 570 c.p.).

Nell’ambito dei provvedimenti riguardanti i figli, il giudice, oltre l’assegno economico, è solito prevedere quale ulteriore modo di contribuzione a loro mantenimento, l’obbligo del genitore non collocatario, o non affidatario, di contribuire, generalmente, in misura pari al 50%, alle spese straordinarie relative alla prole.

La giurisprudenza di merito ha osservato che per spese straordinarie devono intendersi: «quelle connotate dal requisito della “imprevedibilità’” che non ne consente l’inserimento nell’assegno mensile, il quale copre le normali esigenze di vita quotidiana ma non gli esborsi (eventualmente anche periodici) dettati da esigenze specifiche non quantificabili ex ante proprio perché non rientranti nella consuetudine di vita avuto riguardo al livello sociale del nucleo familiare» (Tribunale di Catania 4 dicembre 2008)

In altra occasione, è stato affermato che: «”straordinarie” sono le spese inerenti al mantenimento, all’istruzione o all’educazione dei figli, rese necessarie da avvenimenti o scelte che trascendono le normali e prevedibili esigenze di vita quotidiana, così come anche valutate dal giudicante al momento in cui stabilisce la misura dell’assegno di mantenimento» (Tribunale di Messina 14 giugno 2005).

Secondo il significato letterale, straordinario significa «che non è ordinario, ne consegue che potrà definirsi “straordinaria” soltanto quella voce di spesa che esula dal mantenimento ordinario della prole, che sono da considerarsi già coperte dall’assegno di mantenimento posto a carico di uno dei genitori. La nozione di “spesa straordinaria” va intesa, dunque, in senso restrittivo, atteso che l’obbligo di mantenimento ordinario dei figli, ai sensi degli articoli 147 e 148 Cc, impone ai genitori di far fronte a una molteplicità di esigenze dei figli, non riconducili solo a quelle alimentali, ma anche abitative, scolastiche, sportive sanitarie  e sociali tra le altre, Cassazione 16 maggio 2008 n. 12461).

E’ evidente che non rientrano nelle spese straordinarie cose come la cancelleria: quaderni, matite, pennarelli… (come mi è invece capitato di leggere)

E’ significativo che la giurisprudenza, in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, abbia affermato che nella nozione penalistica di “mezzi di sussistenza” richiamata dall’articolo 570, comma 2, n. 2, Cp «debbono ritenersi compresi non più e non soltanto i mezzi per la sopravvivenza vitale (quali il vitto e l’alloggio), ma altresì gli strumenti che consentano un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana (ad esempio: abbigliamento, libri di istruzione per i figli minori, mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione). Mezzi i primi e i secondi da apprezzarsi – come è intuitivo – in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato» (in questo senso, Cassazione, sezione VI penale, 2 febbraio 2009, n. 4372).

Il Tribunale ha il preciso obbligo di prendere in considerazione le esigenze di chi versa il mantenimento.

Dunque, il criterio logico che sembra utile per la definizione del concetto di spese straordinarie è quello che si fonda sull’argomento negativo, ovvero sono da considerarsi spese straordinarie tutte quelle che non sono correnti, che hanno la funzione di sopperire a necessità o esigenze straordinarie e imprevedibili.

Il contributo al mantenimento dei figli, posto a carico del genitore non affidatario – o con il quale non convivano- comprende tutte le spese riguardanti il loro mantenimento, le loro cure ordinarie e la loro istruzione, mentre non comprende quelle conseguenti a eventi eccezionali della loro vita, con particolare riferimento alla salute» (così Cassazione 19 luglio 1999, n. 7672).

Ne consegue che devono considerarsi spese legate a “cure ordinarie”, e non certo conseguenti ad eventi eccezionali della vita dei figli, «quelle relative ad una normale visita pediatrica di controllo o all’acquisto di medicinali da banco» (Tribunale di Catania 4 dicembre 2008, citata), nonché «le  spese per medicinali quali antibiotico, antipiretico, sciroppo espettorante, necessari non per fronteggiare situazioni che non rientrano nella normale gestione di vita quotidiana di un minore. Al contrario, la necessità di questi specifici medicinali può ritenersi di uso frequentissimo nella vita di un minore e nessun carattere di straordinarietà può essere attribuito al relativo acquisto» (così Corte d’appello di Catania 29 maggio 2008)

Viceversa, possono considerarsi straordinarie le spese per le cure odontoiatriche che importino, ad esempio, l’estrazione di elementi dentari, o per trattamenti psicoterapeutici, ovvero relative all’acquisto di occhiali da vista, o, ancora, quelle per un improvviso e necessario intervento chirurgico.

Nell’ambito delle «spese per la cura e l’educazione dei figli», non possono considerarsi straordinarie le spese per la baby-sitter, tenuto conto che tali spese rappresentano un onere indiretto, e non certo imprevedibile, di mantenimento della prole, che, ove richiesto, viene valutato al fine della determinazione dell’assegno mensile di mantenimento a favore dei figli.

La giurisprudenza di legittimità ha ritenuto opportuno precisare, in via preliminare, la distinzione tra il concetto di “spese straordinarie” e la nozione di “scelte straordinarie”, atteso che: «se pure è vero che assai di frequente la realizzazione di scelte siffatte comporta esborsi straordinari, che trovano il proprio presupposto in momenti importanti della vita dei figli, è, tuttavia, altrettanto vero che l’interferenza tra le due categorie non ne determina la coincidenza, ben potendo ipotizzarsi decisioni fondamentali prive di spesa (ad esempio quelle che attengono all’educazione religiosa) e, per converso, decisioni non rilevanti dal punto di vista della vita e dell’educazione dei minori e, tuttavia, assai onerose sul piano economico, si pensi ai viaggi all’estero o, per altro aspetto, a necessarie terapie mediche» (Cassazione 5 maggio 1999 n. 4459).

Con riferimento al testo dell’art. 155 c.c. occorre distinguere il concetto di “spese straordinarie” da quello di “decisioni di maggiore interesse”, per cui soltanto nel secondo caso il coniuge non affidatario può intervenire nell’interesse dei figli e, di conseguenza, non vi è a carico del coniuge affidatario alcun obbligo di previa concertazione sulla determinazione delle spese straordinarie, nei limiti in cui esse non implichino decisioni di maggiore interesse dei figli» (così, Cassazione 28 gennaio 2009 n. 2182).

Il diritto di concordare la decisione di maggiore interesse per i figli non attribuisce al genitore non convivente un diritto indiscriminato di veto sulla proposta avanzata dall’altro genitore (ad esempio, a proposito della scelta della scuola), ma significa che lo stesso dovrà esprimere validi motivi di dissenso da tale scelta e, in caso di mancato accordo, potrà ricorrere al giudice.

Un esempio concreto

Il Tribunale di Monza ha ritenuto opportuna, l’adozione di “Tabelle” motivatamente riassuntive delle ipotesi più ricorrenti e delle possibili ponderate risposte alle richieste di mantenimento formulate da uno dei coniugi (per sé e/o per i figli).

Ovviamente, le astratte previsioni generali dovranno di volta in volta essere riparametrate ed adattate al caso concreto, tenuto conto, quanto al mantenimento dei figli, dei nuovi criteri di cui al citato art. 155 c.c..

TRIBUNALE DI MONZA

CRITERI DI LIQUIDAZIONE DELL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO

Tabelle 2008

Nel caso in cui al coniuge affidatario dei figli minori ed assegnatario della casa coniugale non sia liquidato alcun assegno per il proprio mantenimento la liquidazione del contributo al mantenimento dei figli, da porsi a carico dell’altro coniuge, potrà variare in relazione al numero dei beneficiari. Nelle situazioni reddituali medie (operaio/impiegato; € 1.200,00 / 1.600,00 mensili per 13 o 14 mensilità), in assenza di particolari altre condizioni valutative (ad esempio: proprietà immobiliari molteplici; depositi o conti correnti di non scarsa entità), la liquidazione ipotizzabile, in relazione ai redditi dell’obbligato, è la seguente:

– in presenza di un solo figlio: assegno pari al 25% circa del reddito (€ 300,00 / € 400,00)

– in presenza di due figli: assegno pari a circa il 40% del reddito (€ 480,00 / € 640,00)

– in presenza di tre figli: assegno pari al 50% circa del reddito (€ 600,00 / € 800,00).

b) Nel caso in cui al coniuge affidatario dei figli minori ed assegnatario della casa coniugale sia liquidato un assegno per il proprio mantenimento, nelle situazioni reddituali medie i criteri liquidativi sopra ipotizzati dovranno essere opportunamente contemperati alla opportunità di salvaguardare le esigenze di vita del coniuge obbligato (spesso chiamato ad esborsi per il reperimento di una abitazione).

La liquidazione, pertanto, potrà essere effettuata con riferimento ai seguenti parametri:

– in presenza di un solo figlio: assegno pari ad 1/5 circa del reddito (€ 240,00 / € 320,00)

– in presenza di due figli: assegno pari a circa 1/3 del reddito (€ 400,00 / € 535,00)

– in presenza di tre figli: assegno pari a 2/5 circa del reddito (€ 480,00 / € 640,00).

Naturalmente, tali parametri dovranno essere opportunamente variati con specifico riferimento alla misura dell’assegno liquidato per il mantenimento del coniuge affidatario dei figli. Le anzidette esemplificazioni possono considerarsi applicabili, in linea di principio, anche a situazioni di reddito assai piu’ elevate, peraltro spesso suscettibili di contemperamenti in relazione a possibili altre attribuzioni economico/patrimoniali.

Da notare che la sentenza Corte di Cassazione n°4551/2012 ha decretato: fallito il primo matrimonio, la persona ha il diritto – costituzionalmente garantito, di ricostruirsi una famiglia; in caso di nascita di altri figli, il padre ha quindi il diritto di ottenere la riduzione dell’assegno dovuto alla figlia avuta dal precedente matrimonio: «se quindi la costituzione di una nuova famiglia non rappresenta un automatico presupposto che impone la rideterminazione dell’assegno di mantenimento è altrettanto errato ritenere che il sistema normativo si basa su una considerazione di non necessarietà della scelta del coniuge obbligato. Al contrario il diritto alla costituzione della famiglia è un diritto fondamentale anche nel contesto costituzionale e sovranazionale della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo del 1950 (art. 12) e come tale è riconosciuto anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 9), senza che sia possibile considerare il divorzio come limite oltre il quale tale diritto è destinato a degradare al livello di mera scelta individuale non necessaria».

Le lacune di legge, l’interpretazione della legge ed il ruolo del giudice: che valore ha la giurisprudenza? Nel diritto italiano non vincola le decisioni del magistrato: nel nostro sistema giuridico, fondato sulla legge scritta, una sentenza, sia pure di un giudice di legittimità (Cassazione o Consiglio di Stato),  può avere la sua importanza di “precedente” ma, generalmente, ha valore solo per le parti in causa.

p.s. Questa è una piccola, personale ricerca. Mi capita spessissimo di leggere di padri che lamentano di vivere con poche centinaia di euro, a fronte di ex che vivrebbero nella bambagia a spese del povero “babbomat“. Alla luce di quanto ho trovato, mi sembra incredibile… o almeno: deve per forza trattarsi di casi isolati in cui sono coinvolti magistrati incapaci di interpretare con equità e giustizia le norme in vigore.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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