Il Donnismo, ovvero come esprimere un concetto e il suo esatto contrario – parte II

Tempo fa scrissi un post sulla coerenza, che ho definito così:

con il termine coerenza la linguistica testuale identifica la relazione che lega i significati degli enunciati che formano un testo. La coerenza, quindi, ha a che fare con la semantica: si analizzano i significati dei singoli enunciati che compongono un testo, alla luce della produzione di un senso del testo nel suo complesso. Un testo “produce senso” quando c’è continuità, ovvero una relazione coerente, fra gli enunciati che lo compongono, fra le espressioni testuali e le porzioni di sapere che attivano.

Affrontando il discorso coerenza da un punto di vista squisitamente logico, dobbiamo far riferimento al prinicpio di non contraddizione, che enuncerò il più semplicemente possibile: non è possibile che una proposizione sia vera e che sia vera anche la sua negazione (se p è vero allora non-p è falso).

Un testo coerente non può quindi contenere due enunciati, dei quali uno nega l’altro, e conferire ad entrambi un valore di verità.

Ho trovato un articolo il cui titolo mi ha ricordato le strampalate tesi della Dott.ssa Peloso Morana (che ci raccontava che in natura esistono ben quattro generi: i maschi, la femmine, gli uomini e le donne) già dal titolo: In Italia si pratica il Donnismo Antifemminista (Movimento di distrazione di Massa)

Che cos’è il donnismo?

Andiamo per gradi. L’autore ci spiega prima cos’è il femminismo: Il femminismo, per chi davvero lo conosce e lo pratica, non è un “movimento di donne”. 

Prosegue: (il femminismo) è … decostruzione degli stereotipi di genere, è analisi delle differenze, di classe, identità politica, è intersezione delle lotte, è autorappresentazione, é autodeterminazione delle singole persone, è decostruzione e scardinamento e sovversione dell’immaginario, è transnazionale, è transgeneri (allora sono sia donne che uomini!), è l’agire contro culture autoritarie, contro la cultura patriarcale, o comunque vogliate chiamarla, ovunque e a partire da qualunque genere essa si manifesti.

Cosa non è il femminismo?

Non è una visione spoliticizzata dei rapporti tra i sessi, non è conservatore, non è un dogma, una religione, non fissa parametri altri che non siano innanzitutto il partire da se’ e partire da se’, dar luogo all’autorappresentazione, toglie necessariamente il potere/diritto, a chiunque parli di te con la pretesa di rappresentarti, di usarti e legittimare così, attraverso te o quello che di te si vuole raccontare, culture che ci sono nemiche e nemiche per davvero.

Ed ecco la prima contraddizione: se il femminismo non fissa altri parametri che il partire da sé, cos’è questa lista di parametri che l’autore elenca?

Se il femminismo è transnazionale, vuol dire che non può essere nazionale, e questo è un parametro. Se il femminismo non è una visione spoliticizzata dei rapporti fra i sessi, significa che è una visione politicizzata dei rapporti tra i sessi, e questo è un parametro. Quando il femminismo identifica delle “culture nemiche” (le culture autoritarie e la cultura patriarcale) sta fissando un parametro.

Insomma, dandoci una definizione di femminismo, l’autore di fatto parla a nome della categoria “appartenenti al movimento femminista” con la pretesa di rappresentarli; ci racconta in cosa crede, cosa fa e cosa non fa un  “appartenente al movimento femminista”, stabilendo delle regole che ci permettano di riconoscere un/a femminista da chi non lo è, e di fatto togliendo a questi “appartenenti al movimento femminista” la possibilità di autorappresentarsi… perché li sta rappresentando lui!

Ovvero l’esatto contrario di ciò che afferma poco dopo.

Un testo “produce senso” quando c’è continuità, ovvero una relazione coerente, fra gli enunciati che lo compongono. E qui, evidentemente, non c’è.

Ma andiamo avanti.

L’autore definisce il donnismo così:

Il Donnismo invece è rigido e rimane tutto dentro l’essere donna, utero, mamma, moglie, ruoli sociali distinti e precisi, donne perbene, donne vittime vittimizzate, dove Donna è status, brand, lo stesso che permette la realizzazione di riviste allegate ai grossi quotidiani dove possono propinarti immagini pubblicitarie in cui tu, donna, vieni rappresentata in forme che neppure ti somigliano. Quel che è “Donna” vende e quel che è “Femminista” invece no.

Il Donnismo “rimane dentro” l’essere donna. Per non essere una “donnista” una donna dovrebbe “uscire” dal suo essere donna. E “fuori” dall’essere donna cosa c’è?

A me viene in mente l’uomo. Per non essere donnista una donna dovrebbe essere una non-donna, cioè un uomo.

Sull’essere non-utero, l’unica cosa che mi viene in mente è l’isterectomia.

Il Donnismo rappresenta la donne in forme che non le somigliano: cosa non assomiglia ad una donna? Una mamma, una moglie, una donna per bene (e qui farebbe meglio a definire l’espressione), una vittima. Quindi, mie care donne, se siete sposate o avete figli o vi sia mai venuto in mente di affermare “Ehi! Io sono una persona per bene!”, oppure se siete mai state vittime di qualsivoglia ingiustizia, mi spiace abbiate pensato fino ad oggi di potervi autorappresentare così, perché queste sono false rappresentazioni di voi stesse.

Chi lo dice? ll femminismo, quello contro le culture autoritarie che rifugge da qualsiasi parametro che non sia il partire da sé.

Insomma, è chiaro no?

Una volta affermato che qualsiasi definizione che si può dare dell’altro da sé non è altro che la negazione del suo diritto ad autorappresentarsi, tutto l’articolo è una contraddizione di questa premessa, e il testo perde la possibilità di essere in qualche modo coerente.

E’ inutile analizzarlo tutto. Ma potete farlo voi, se vi va.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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3 risposte a Il Donnismo, ovvero come esprimere un concetto e il suo esatto contrario – parte II

  1. Paolo1984 ha detto:

    il punto è che Laglasnost,non sempre ha torto al di là del modo confuso in cui scrive alcuni post, ma specie quando parla di padri mi ricorda quegli ex mangiapreti che dopo essersi convertiti al cattolicesimo diventano più papisti del Papa perchè hanno un intero passato da miscredenti da farsi perdonare

    • E’ piuttosto facile non avere torto, quando si esprime contemporaneamente un concetto e anche il suo contrario… Come infilare un piede in due scarpe.
      Il problema non è la sua opinione (ognuno è libero di esprimere la sua opinione, come chi la ascolta è altrettanto libero di dissentire), quello che è disorientante è ciò che tu definisci “modo confuso in cui scrive”: lo stream of consciousness può eventualmente avere un qualche valore letterario, ma tutta questa incoerenza rende praticamente impossibile al lettore arrivare al nocciolo della questione. Cosa vuole dirci? Io non lo capisco. Di conseguenza non posso né affermare che ha torto, né che ha ragione, ma limitarmi a constatare una grande confusione…
      Ci sono questioni che necessariamente coinvolgono tutte le donne, per quanto diverse possano essere l’una dall’altra, perché la discriminazione di genere colpisce tutte le donne a prescindere dalla loro individualità.
      Un esempio lampante: l’articolo 316 del codice civile, che recita “Se sussiste un incombente pericolo di grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili.” Scrivendo “il padre” il legislatore ha escluso tutte le madri (nonché tutte le potenziali madri, addirittura), fregandosene altamente del loro essere “persone portatrici di soggettività” e discriminandole in base al genere. Di fronte a questo tipo di ingiustizie è legittimo, secondo me, che le donne in quanto donne si associno e protestino, senza per questo venir meno al loro essere uniche e irripetibili…

  2. Pingback: Eretica o convertita? | Massimo Lizzi

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