Danno e responsabilità

Articolo 2043 del codice civile:

“Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga a colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

La giurisprudenza individua diverse tipologie di “danno ingiusto” che implicano un risarcimento.

La prima e la più semplice da individuale è il danno patrimoniale: si parla di danno patrimoniale quando un evento colpisce il soggetto  e ne danneggia in modo diretto il patrimonio economico. Il danno patrimoniale può essere ricondotto soltanto alla sfera economica del soggetto, cioè esclusivamente alle sue mancate capacità di guadagno, in quanto pregiudicate dall’evento in questione.

Nel diritto italiano il cosiddetto danno biologico consiste nella lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità fisica della persona. Questo sussiste in presenza di una lesione fisica o psichica della persona, permanente o reversibile, da cui derivi, però, una compromissione delle attività vitali del soggetto. Si tratta di un danno di natura non patrimoniale, non lesivo quindi di interessi patrimoniali; il danno biologico riguarda comunque un diritto costituzionalmente garantito, quello alla salute a all’integrità fisica.

Per danno morale, invece, si intendono le sofferenze psichiche subite da un soggetto a causa di un fatto illecito commesso da altri, sofferenze non riconducibili alla sfera patrimoniale o dell’integrità della persona (quella cioè inclusa nel danno biologico). Una condizione necessaria affinché i danni morali possano essere risarciti è che il danno morale sia causato da una condotta illegale provata in un tribunale. Fra le sofferenze psichiche contemplate nei danni morali sono inclusi il dolore, la depressione, l’ansia…  Il danno morale è strettamente legato alla sfera dei sentimenti della persona e può essere valido solo per le persone fisiche.

Esiste un altro tipo di danno, il danno esistenziale: se consideriamo l’identità un bene della persona, intendendo con il termine identità la possibilità di auto-identificarsi, essa può essere oggetto non solo di discriminazioni ma anche di comportamenti in grado di mortificare tutto ciò che rende una “persona quella persona”.

Il danno esistenziale va individuato,  quindi nella  lesione della personalità del soggetto, nel suo modo di essere sia personale che sociale, che si sostanzia nella alterazione apprezzabile della qualità della vita consistente in un  “non poter più fare come prima”.

Il danno morale attiene alla sfera esclusivamente personale del danneggiato ed alla sua sensibilità emotiva, mentre il danno esistenziale fa anche riferimento all’ambiente esterno ed al modo di rapportarsi con esso del soggetto leso, nell’estrinsecazione della propria personalità che viene impoverita o lesa.

Nell’ambito del danno non patrimoniale dovrebbero, quindi, essere ricompresi il danno morale soggettivo, il danno biologico e il danno esistenziale, sulla base all’art. 2 della Carta Costituzionale, chericonosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale

“Perché questo riassuntino in merito al danno e al risarcimento?” vi starete chiedendo.

Perché ieri mi è capitato di leggere questa affermazione (nel blog Abbatto i muri):

Quale donna sensata vorrebbe essere economicamente dipendente e in costante relazione, tramite procedimenti legali che durano un decennio, con l’uomo dal quale dice di aver subito violenza?

Io so cos’è la violenza e quando subisci violenza le cose sono due: o tutto si riaggiusta e si recupera una modalità civile per andare avanti, e questo può accadere, o se persistono elementi per cui io debba ancora temere per la mia vita allora col cavolo che mi metto lì a chiedere soldi o che mando avanti procedimenti legali affinché lui me li dia.

Se ho diritto ad un risarcimento non è lui che me lo deve dare. Se voglio essere libera allora devo liberarmi e non restare incatenata a vita in virtù di un assegno. Ché veramente non pensavo che potessero esistere donne che denunciano di aver subito una violenza e allo stesso tempo lottano per restare ossessivamente ancorate a quel passato senza andare avanti mai. Invece esistono, ahimè, e io non posso che tornare a parlare di codipendenze, corresponsabilità o di paraculismo gestito ad arte a partire dallo sfoggio di martirio e dalla propria posizione di potere, quella che lo Stato sembrerebbe garantirti mentre ti condanna a restare esattamente dove sei.

Oltre a riscontrare l’ignoranza della persona che scrive Se ho diritto ad un risarcimento non è lui che me lo deve dare, affermazione in evidente contrasto con quanto sancisce il Codice Civile nell’articolo 2043 (è colui che ha  commesso il reato, non altri, l’obbligato a qualsiasi risarcimento), vorrei sottolineare quanto il diffondere questo genere di disinformazione sia potenzialmente dannoso per i lettori: che avvenga per semplice ignoranza oppure in malafede, non è corretto sostenere che una persona danneggiata non ha il diritto a richiedere un risarcimento al soggetto che ha commesso l’illecito.

Ed è anche giusto, ma questa è una mia personale opinione, che chi danneggia un altro essere umano si assuma le responsabilità dell’atto lesivo commesso e si adoperi per rimediare al male fatto in prima persona, invece di delegare “lo Stato” e lavarsene le mani, adducendo come giustificazione il voler recuperare una modalità civile per andare avanti.

Se consideriamo le norme del diritto un aspetto fondante della nostra civiltà, alla luce dell’articolo 2043 non c’è propio niente di civile nel rifiutarsi di risarcire un danno.

E’ importante che il cittadino sappia che c’è la possibilità di pretendere un risarcimento, che è nel pieno diritto di farlo se vuole farlo: ovviamente, poi, è una scelta personale del singolo il decidere se richiederlo o meno, ma è importante sapere – e lo dico ancora una volta – che il diritto italiano stabilisce che a risarcire il danno è obbligato colui che ha commesso il fatto.

Perché siamo veramente liberi di scegliere solo quando conosciamo tutte le opzioni fra le quali ci è possibile scegliere…

Quindi, avvalersi del diritto a richiedere un risarcimento non è né una manifestazione di codipendenza, né tantomeno di paraculismo gestito ad arte a partire dallo sfoggio di martirio e dalla propria posizione di potere, perché la violenza è un reato riconosciuto dal nostro ordinamento e cagiona a chi la subisce un danno ingiusto.

Richiedere un risarcimento non è rivalsa, ma giustizia, ed io trovo molto più vicino al concetto di martirio (se ad esso associamo l’idea del subire senza reagire) il non pretendere un giusto risarcimento piuttosto che il pretenderlo.

Un’ultima osservazione: l’autore sostiene che, essendo il procedimento giudiziario è una forma di legame fra la presunta vittima e il reo, una vera vittima, pur di interrompere qualsiasi legame con la persona che ha agito violenza su di lei, rifiuterebbe questo legame e rinuncerebbe ad ottenere giustizia…

Secondo questo ragionamento il rifiutare qualsiasi procedimento giudiziario sembrerebbe una caratteristica atta a identificare chi è vermente vittima di violenza e chi, invece, sostiene solo di esserlo, ma non lo è: Quale donna sensata vorrebbe essere economicamente dipendente e in costante relazione, tramite procedimenti legali che durano un decennio, con l’uomo dal quale dice di aver subito violenza?

(Si sta forse sostenendo che tutte le cause in Tribunale sarebbero intentate dal false vittime?)

Le donne sono tante, tutte diverse e cosa sia una donna sensata io non saprei dirlo.

Ma se un individuo decide di intraprendere un percorso giudiziario, questa è una sua scelta e non sta a me stabilire se è sensata o non lo è. Ciò che considero un mio dovere, invece, è informare la vittima di un reato di quali sono i suoi diritti.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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31 risposte a Danno e responsabilità

  1. Immacolata Cusmai ha detto:

    Ottima analisi.

    AbbattoiMuri spesso sembra parlare di episodi da rione come mi è già capitato di appurare leggendo <> (l’economia mensile di un papà separato) – http://abbattoimuri.wordpress.com/2013/01/16/mi-son-fatto-due-conti-leconomia-mensile-di-un-papa-separato/

    Una chiara ed inequivocabile parentesi di parte dedicata a persone che “hanno la fortuna di percepire uno stipendio”, uno stipendio sul quale si possono compiere dei “calcoli”. Caritas, Istat, Cisf, SavetheChildren tutti hanno dichiarato in maniera conforme che la condizione delle famiglie monoparentali (composta per l’85% da madri sole con figli) ruota attorno al più completo stato di indigenza. Disoccupate, in affitto con mesi arretrati da pagare, bollettini mensa scolastica accantonate, spese extra per i figli raramente rimborsate, case coniugali con anni di mutuo non pagati (spesso “non pagati” proprio dalla persona che si era presa l’impegno di provvedere al pagamento), madri senza disponibilità economica già dal 15 del mese. Senza parlare di tutte quelle donne in totale affanno alle prese con ex coniugi violenti, ossessivi e prevaricanti. Due conti si possono fare per chi uno stipendio lo percepisce e può addirittura lamentarsi, chi invece non lavora con chi si potrà mai lamentare, con AbbattoiMuri?

    • Tutti quelli che non hanno un lavoro è perché non lo vogliono avere? E’ questo che bisognerebbe domandarsi… http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/08/lavoro-tasso-disoccupazione-giovanile-a-novembre-371-record-dal-92/463648/

      • Immacolata Cusmai ha detto:

        Di recente abbiamo reso noto a tutti i parlamentari che nonostante domini l’insana idea che sia volontà del “genitore solo” a voler rimanere disoccupato per trarre impropri vantaggi dal sistema socio assistenziale, ribadiamo che questa è l’ennesima campagna gravemente denigratoria e priva di fondamento perchè a onor del vero la disoccupazione è causata dalle discriminazioni datoriali, dai mancati riconoscimenti di protezione da parte dello Stato. A dirlo è l’Istat che nel suo ultimo studio ha fatto i conti: una donna su quattro, nei primi due anni dopo la separazione, è a rischio povertà, in un rapporto di uno a sei per gli uomini.

  2. Duccio ha detto:

    Mi pare che non hai capito il punto. Una persona veramente vittima di violenza non si mette a rischio per succhiare un po’di mantenimento. Questo lo fanno le calunniatrici, che accusano uomini non violenti al fine di trarre vantaggi economici, fiduciose che non riceveranno ciò che meritano.

  3. daitan ha detto:

    nell’estratto che citi dal blog abbatto i muri manca la prima frase che rende esplicito i procedimenti legali a cui l’autrice si riferisce nei successivi periodi: l’assegno di mantenimento

    questa la frase che manca: “E’ un paradosso infatti che una donna che abbia denunciato il proprio ex per violenza, per esempio, stia lì a rivendicare anche il mantenimento. ”

    e qui il link all’intero articolo http://abbattoimuri.wordpress.com/2013/03/29/come-risolvere-la-poverta-delle-madri/
    perchè 4 frasi estrapolate da un’articolo molto più ampio possono essere interpretate in modo diverso da quello che avverrebbe leggendo l’intero articolo

    • Se non si vuole essere fraintesi bisogna usare i termini correttamente. Leggere il post dall’inizio alla fine non rende più chiaro il perché si parli di risarcimento. Evidentemente anche l’autore del post non ha le idee chiare, ma quando si pretende di parlare di diritto bisogna almeno padroneggiare un minimo la terminologia. Infatti io ho spiegato che il rischio che si corre è fare disinformazione.

      • daitan ha detto:

        l’articolo di abbatto i muri non parla di diritto ma fa un discorso politico
        andando nello specifico dell’estratto che ho contestato ti faccio presente che la frase eliminata non sta all’inizio dell’articolo ma fa proprio parte del periodo da te incollato, quello che osservavo era che se si cita qualcosa (e non pretendo che si citi l’intero articolo) perlomeno sarebbe più comprensibile citare l’intero periodo che è questo:
        “E’ un paradosso infatti che una donna che abbia denunciato il proprio ex per violenza, per esempio, stia lì a rivendicare anche il mantenimento. Quale donna sensata vorrebbe essere economicamente dipendente e in costante relazione, tramite procedimenti legali che durano un decennio, con l’uomo dal quale dice di aver subito violenza?”
        (oltre a mettere il link all’articolo in modo che chiunque possa verificare la fonte senza fare ricerche all’interno del sito
        secondo me tu hai frainteso anche il termine successivo di “risarcimento” che è chiaramente riferito al considerare l’assegno di manteminto come un “risarcimento” e non al termine tecnico usato in giurisprudenza, credo
        questa mia interpretazione è suffragata dalla frase: “Se ho diritto ad un risarcimento non è lui che me lo deve dare. Se voglio essere libera allora devo liberarmi e non restare incatenata a vita in virtù di un assegno.” in cui si fa un preciso riferimento a un assegno che duri una vita (e quindi non è un risarcimento danni che viene concesso una tantum
        invece il riferimento al fatto che questo “risarcimento” non è lui a doverlo dare è comprensibile solo leggendo l’intero articolo in cui si fa un discorso più generale sul welfare, sul lavoro e sulla precarietà
        detto ciò penso che anche nell’interpretazione che ne dò io il discorso possa essere contestato, il punto però è farlo basandosi sui concetti che esprime senza storpiarne il significato
        poi è evidente che i fraintendimenti sono sempre in agguato e non sempre sono evitabilii, peròin questo caso mi sono permessa di farti notare che secondo me hai capito male

      • Non ho “storpiato”, ho contestato l’inesattezza nell’usare un termine inappropriato. Il fatto che un discorso possa essere definito “politico” non implica la licenza di usare le parole con leggerezza, anzi. La parola risarcimento ha un significato preciso, ed usarla in quel contesto crea confusione.
        Ecco perché ho iniziato il mio post con un elenco dei danni riconosciuti come risarcibili dalla giurisprudenza italiana.
        Le parole sono importanti, soprattutto quando si scrive e si pubblica.

        Il mantenimento non è un vitalizio, questa è un’altra grave inesattezza: è errato assimilarlo alla “pensione” (un assegno che dura una vita), perché il mantenimento dipende dalla situazione economica dei coniugi separati e può in ogni momento essere rivalutato o anche eliminato.

        Circolano tante storielle, come il fatto che il “mantenimento” venga calcolato in base al tenore di vita goduto in costanza di convivenza… Non è vero! E’ solo uno dei criteri, che si somma ad altre voci, come ad esempio le “attuali esigenze economiche” e le “attuali risorse economiche”…

        La persona che scrive non sa di cosa parla. Prima di fare “politica” è necessario almeno informarsi sulle leggi vigenti.
        Il Codice civile è a disposizione di tutti.

  4. Lilli ha detto:

    Secondo quella blogger e il signore che ha commentato sopra, la donna che denuncia violenze subite dal compagno sicuramente sta mentendo perché avrebbe paura di denunciare un uomo violento. Di conseguenza, le donne che si separano e non denunciano gli ex sono sicuramente vittime di violenza e dovrebbero avere un risarcimento di default? 🙂

    • Ho il sospetto che l’unica soluzione possibile, per i sostenitori di queste teorie, sia che la santa madre separata, dopo aver subito violenza, faccia voto di povertà 😉 E’ per il suo bene…
      https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/10/29/apologia-del-martirio/

      • daitan ha detto:

        una precisazione: io (che non sono un “signore”) NON sostengo la Pas, e, per quello che capisco io degli scritti pubblicati sul blog abbatto i muri, nemmeno l’autrice la sostiene

      • “Signore” credo fosse riferito al commento precedente, quello di Duccio (che è un nome maschile…) Per ciò che riguarda Abbatto i muri, ha scritto: “Si ritiene che non esista per davvero nessun genitore che aliena la relazione tra il figlio e l’altro genitore escluso?” nell’articolo “La Pas non c’è ma i problemi di genitori e affidi restano tutti”… Scrivere che un genitore “aliena” il proprio figlio equivale a sostenere l’alienazione genitoriale, secondo me. Ognuno è libero di pensarla come vuole, naturalmente…
        Io, personalmente concordo con la Dottoressa Pignotti, quando scrive: “Esistono difficoltà di contatto, nel divorzio come nel matrimonio. Non necessariamente patologiche. Per mille motivi un bambino può non voler vedere il padre, molti anche assolutamente fisiologici, nel divorzio come nella separazione e come in costanza di matrimonio, anche se in questo caso rimane all’interno delle mura domestiche. A volte è la paura che guida la scelta del bambino, e questa va rispettata e decifrata. Troppo spesso, infatti, il bambino ha ragione. È un bambino violentato o che ha assistito a violenza o ad atteggiamenti non adeguati.” (il link all’articolo: http://www.mariaserenellapignotti.it/?p=186)
        O ancora: “Mentre è pacifico che esistono bambini che, in certe fasi della loro vita, soprattutto nella fase acuta di un divorzio, mostrano comportamenti di rifiuto verso un genitore e di maggiore amore e disponibilità verso l’altro, non vi è alcuna evidenza che tale atteggiamento sia necessariamente patologico, anzi esso può costituire un comportamento di difesa a traumi, abusi, difficoltà oggettive anche temporanee, ad un conflitto di lealtà verso un genitore che si sente come vittima, né vi è evidenza che tale atteggiamento sia necessariamente indotto. Costruire su tali comportamenti una “sindrome psichiatrica” è tanto ingenuo quanto inaccettabile, renderla di “esclusiva” pertinenza femminile senza portare alcun dato scientifico è già di per sé esempio di violenza di genere. La PAS è in realtà, semplicemente un “affare legale”.(http://www.mariaserenellapignotti.it/?p=117#more-117)
        Sostenere che un bambino possa essere “alienato” e convinto ad allontanarsi da un genitore amorevole è una semplificazione di una situazione complessa che comporta una colpevole dimenticanza: il bambino, per quanto piccolo, è una persona. Affibbiargli l’etichetta di “manipolato” implica il rifiuto di ascoltare le sue ragioni…

      • Lilli ha detto:

        … e che devolva il suo risarcimento/mantenimento/assegno divorzile alla nuova compagna del padre separato, per consentirle una vita ancora più comoda, immagino 😉

  5. daitan ha detto:

    eh già… queste nuove compagne così avide….
    (evviva i pregiudizi generalizzanti!)

    • Da quel che mi risulta, sono anni che le “nuove compagne” si sono costituite in associazione per combattere una battaglia a suon di accuse molto pesanti, “nuove compagne” che si definiscono sul loro sito di riferimento (MFPG- bigenitorialità e dintorni) così: (siamo) “Donne che dicono BASTA a quei genitori (in genere madri, purtroppo) che strumentalizzano i figli solo per farne oggetto di continuo ricatto economico, ritorsione psicologica, dominio emotivo, cinica vendetta e sadico controllo per condizionare l’altrui vita!… Donne che dicono BASTA alle madri malevole e alla sindrome di alienazione parentale!” (non è questa una generalizzazione?)
      Non conosco queste signore e certo disapprovo il loro sostegno alla sindrome da alienazione genitoriale.
      Nonostante questo mai e poi mai mi permetterei di sostenere lo stereotipo della “matrigna cattiva”.
      D’altro canto non posso non constatare che la loro attività alimenta il mito della “madre malevola”, che vuole strappare al povero papà i suoi piccini solo perché è malvagia e vendicativa.
      Mito che contribuisce a causare tragedie come questa: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/02/22/errori-che-costano-la-vita/

      • daitan ha detto:

        ah, visto che esiste una associazione di nuove compagne che fa determinate affermazioni generalizzanti e stereotipate allora bisogna rispondere con altrettante generalizzazioni e stereotipi?
        e soprattutto chiunque si trovi ad essere una nuova compagna viene arruolata automaticamente in suddette associazioni e quindi ne condivide le opinioni e le modalità di azione e rivendicazione?

      • Hai letto che ho scritto “mai e poi mai mi permetterei di sostenere lo stereotipo della matrigna cattiva”? Cercavo solo di spiegare il background dell’affermazione della commentatrice Lilli…

    • Lilli ha detto:

      Secondo lei, la frase contenuta nel blog abbattoimuti:
      Quale donna sensata vorrebbe essere economicamente dipendente e in costante relazione, tramite procedimenti legali che durano un decennio, con l’uomo dal quale dice di aver subito violenza?
      è un pregiudizio generalizzante o no?

      • daitan ha detto:

        il periodo comleto è questo:
        “E’ un paradosso infatti che una donna che abbia denunciato il proprio ex per violenza, per esempio, stia lì a rivendicare anche il mantenimento. Quale donna sensata vorrebbe essere economicamente dipendente e in costante relazione, tramite procedimenti legali che durano un decennio, con l’uomo dal quale dice di aver subito violenza?”
        e personalmente non mi permetterei di giudicare una donna che fa una scelta del genere, per quanto penso che io preferirei non averci più nulla a che fare, nemmeno per avere soldi che per legge mi spettano, ma non lo posso affermare con certezza assoluta perchè non mi trovo nella situazione
        e sì, è una generalizzazione anche questa
        non sono mica sempre d’accordo con quello che scrive l’autrice, sono intervenuta perchè l’intero articolo di ricciocorno mi è sembrato basato su un’interpretazione sbagliata che si è focalizzata sul termine “risarcimento” inteso in senso strettamente giurisprudenziale e non in senso allargato e riferito unicamente all’assegno di mantenimento e non all’eventuale risarcimento danni morali e materiali che fa seguito a una sentenza processuale a seguito di una violenza

      • Non esiste un significato “allargato” di risarcimento. Il dizionario riporta: Versamento di una somma di denaro da parte di chi ha arrecato un danno a chi l’ha subito. Io non ho male interpretato. L’autore ha scelto il termine sbagliato. E mi è sembrato giusto intervenire, perché un termine sbagliato fornisce false informazioni.

  6. daitan ha detto:

    sostenere che la Pas non esista in quanto malattia patologica e psichiatrica non è in contraddizione con l’osservare che nelle dinamiche di un divorzio possa anche esistere l’ipotesi che uno o entrambi i genitori tentino di influenzare negativamente il giudizio de* figli* nei confronti dell’altro genitore e non esclude che questo tentativo di influenza possa a volte avere successo
    o tu sostieni che ciò non avvenga mai o che se avviene il/la figli* non si fa influenzare?
    e secondo te un genitore è amorevole sempre o non lo è? non sono ammessi errori?
    e i/le figli* interpretano sempre correttamente l’amore dei genitori verso di loro?
    anche quando impongono delle regole che al* bambin* non piacciono? (ad es. limitazione nel guardare la tv e/o giocare alla playstation)

    secondo te un* bambin* con genitori razzisti non sarà in nessun caso influenzat* da loro e se manifesterà razzismo sarà solo ed esclusivamente perché da sol* ha maturato idee razziste?
    oppure si potrà affermare che l’influenza ha avuto successo solo se uno psichiatria certificherà che il razzismo è una malattia patologica e che quel determinato bambino ne è affetto?

    e le persone che sono state risucchiate in qualche setta religiosa e che hanno subito plagi e lavaggi del cervello sono considerate delle “non persone” in quanto sono stati manipolati?

    sì, la situazione è molto complessa e soggetta a diversi fattori e dinamiche che interagiscono fra loro e la semplificazione in un senso o nell’altro (se il bambino rifiuta un genitore è perchè è stato manipolato vs se il bambino rifiuta un genitore è perché ha subito violenza) non aiuta affatto chi vive situazioni problematiche nell’ambito di un divorzio in cui sono presenti dei figli

    • Influenzare e alienare sono due cose diverse.
      Quell’articolo sosteneva anche che è sbagliato considerare la sentenza che riconosce l’inesistenza della Pas una vittoria e che non c’è nulla da gioire.
      Invece, a mio avviso, c’è molto da gioire, se i Tribunali cominciano a rinunciare alle semplificazioni e si prendono la responsabilità di affrontare ogni caso con tutte le sue particolarità e sfumature. C’è molto da gioire se si abbandona l’idea di diagnosticare una malattia che ha comportato in passato clamorosi errori giudiziari.
      Ovvio che mie sono solo deduzioni, ma trovo molto ambiguo il dichiarare che l’inesistenza della Pas non sia “una vittoria”. Cosa vuole dirci chi scrive? Si potrebbe interpretare come fai tu, ovvero come un invito ad affrontare con la dovuta sertietà un problema complesso e doloroso, oppure si potrebbe interpretare come “non è una vittoria, dunque è una sconfitta”, cioè la Pas sarebbe dovuta rimanere viva e vegeta nelle aule di Tribunale.
      L’ambiguità non mi piace.

      • daitan ha detto:

        negli articoli che ho letto io l’autrice ha sempre scritto che è assurdo che uno psichiatra possa decidere una cosa così delicata quindi per me è evidente quale è l’interpretazione corretta
        il problema delle discussioni che leggo sulla pas è che o sei a favore o sei contro e se non ti dichiari sempre e comunque contro se non scrivi che è assurdo pensare che un figli* possa essere influenzato negativamente da un genitore verso l’altro allora significa che sei a favore della pas, significa che vuoi gli psichiatri a decidere in tribunale, significa che vuoi che i figli siano trascinati via dalla polizia

      • A tale proposito vorrei citare il Sommo Poeta…
        dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
        e che gent’è che par nel duol sì vinta?»
        Ed elli a me: «Questo misero modo
        tegnon l’anime triste di coloro
        che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
        Mischiate sono a quel cattivo coro
        de li angeli che non furon ribelli
        né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
        Caccianli i ciel per non esser men belli,
        né lo profondo inferno li riceve,
        ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
        Non si può sostenere qualcosa di vago e indefinito come “uno psichiatra non può decidere una cosa così delicata”, perché non significa niente. Chi dovrebbe diagnosticare una sindrome, allora? Che genere di malattia è l’alienazione genitoriale? Chi se ne dovrebbe occupare? Su che basi?
        Ipotizzare che un genitore abbia influenzato il minore si può fare, bevendo un tè con le amiche nel corso di un pomeridiano spettegolare, ma non si può pretendere che una mera ipotesi che non trova riscontro in nessun tipo di letteratura comporti misure drastiche e drammatiche come quelle che vengono attualmente adottate ai danni dei bambini.
        Non è corretto biasimare le persone che hanno il coraggio di assumere una posizione a ragion veduta, persone che si sono documentate e/o hanno le competenze per parlare (come tutti i professionisti che ho citato nel mio blog, ad esempio).
        Se non sei né a favore né contro qualcosa, se non sei un esperto della materia né una persona coinvolta, se non hai neanche un’opinione precisa, che senso ha scriverne?
        Io ho una opinione, precisa, e la sostengo. Forse è sbagliata, forse ho ragione, ma almeno si capisce cosa intendo al di là di ogni ragionevole dubbio.

    • Lilli ha detto:

      daitan scrive:
      5 aprile 2013 alle 10:30
      una precisazione: io (che non sono un “signore”) NON sostengo la Pas,…

      Chissà allora se la sostenesse cosa scriverebbe 🙂

  7. daitan ha detto:

    non credo che affrontare i problemi di relazione tra ex che si fanno la guerra usando i/le figli/e a suon di perizie psichiatriche sia utile a risolvere quei problemi e ad evitare che i/le figli/e ne subiscano le conseguenze, e non lo crederei nemmeno se la posizione ufficiale degli psichiatri dichiarasse che la pas è una patologia così come non credo che i/le bambini/e iperattivi debbano essere “curati” a suon di psicofarmaci tipo ritalin (la psichiatria non è come la matematica dove 2+2 fa 4 e personalmente sono molto diffidente quando non ostile verso questa branchia della medicina)
    utilizzare l’argomento che la pas non è una malattia psichiatrica per negare che esistano in certi casi comportamenti che tentano di influenzare negativamente figli/e verso l’altro genitore e che ostacolano in ogni modo il rapporto con l’altro genitore lo considero scorretto e non pertinente
    allo stesso modo è assurdo e scorretto che per sostenere che tali comportamenti esistano si debba far ricorso a perizie psichiatriche che attestino patologie piuttosto dubbie

    pensavo di averlo già spiegato ma evidentemente non era così, stavolta spero di essere stata chiara

    specifico: questa qui sopra è la mia opinione, ma mi sembra anche l’opinione dell’autrice di abbatto i muri di cui condivido molte riflessioni e di cui apprezzo il non lasciarsi irregimentare in una tifoseria ma di cercare di capire e trovare strade alternative nel dare risposte a problemi reali di alcune persone

    • “non credo che affrontare i problemi di relazione tra ex che si fanno la guerra usando i/le figli/e a suon di perizie psichiatriche sia utile a risolvere quei problemi e ad evitare che i/le figli/e ne subiscano le conseguenze, e non lo crederei nemmeno se la posizione ufficiale degli psichiatri dichiarasse che la pas è una patologia così come non credo che i/le bambini/e iperattivi debbano essere “curati” a suon di psicofarmaci tipo ritalin (la psichiatria non è come la matematica dove 2+2 fa 4 e personalmente sono molto diffidente quando non ostile verso questa branchia della medicina)” Su questa parte siamo d’accordo.
      La logica conseguenza di questo ragionamento sarebbe assumere una chiara posizione contro la sindrome da alinazione genitoriale.
      “che esistano in certi casi comportamenti che tentano di influenzare negativamente figli/e verso l’altro genitore e che ostacolano in ogni modo il rapporto con l’altro genitore lo considero scorretto e non pertinente” potrebbero esistere, nessuno lo mette in dubbio, ma il combattere contro una malattia inesistente non ha nulla a che fare con questa considerazione.
      Quale sia o non sia la reale posizione del blog Abbatto i muri, non mi interessa, francamente.
      Non posso negare che a me quel blog non piace, soprattutto per il suo usare espressioni dispregiative (quelle che tu riporti da brava adepta) come “tifoserie” in riferimento a professionisti come la Dott.ssa Pignotti, il Dott. Mazzeo o la Dott.ssa Sonia Vaccaro (autrice del libro ”P.a.s, presunta sindrome di alienazione parentale”), e tutti i professionisti le cui autorevoli opinioni ho riportato fedelmente in questo blog.
      Se una malattia non esiste, e lo sostengono medici, psichiatri, pediatri e psicologi, non vedo cosa ci sia da mediare o da “tifare”. C’è da stabilire cosa è scienza e cosa non lo è: ci sono dei criteri ben precisi per questo, e non li stabilisco certo io o qualsiasi altro blogger.
      Robert E.Emery, professore di Psicologia e Direttore del “Center for Children, Families, and the Law at the University of Virginia”, in merito alla polemica intorno alla Pas, ha pubblicato un articolo dal titolo PARENTAL ALIENATION SYNDROME: Proponents Bear the Burden of Proof. Te ne cito un passo: “Gli studiosi sono liberi di proporre qualsiasi ipotesi venga loro in mente, ma facendolo, si assumono anche l’onere di dimostrare la veridicità delle loro ipotesi al di là di ogni ragionevole dubbio; finché non vengono prodotte le prove, la comunità scientifica considera qualsiasi ipotesi falsa… Non ha nessuna importanza con quanta forza esperti come il Dott. Gardner affermino l’esistenza della Pas, la Pas non esisterà fin quando non sarà sottoposta al vaglio della ricerca scientifica, una ricerca oggettiva, pubblica e indipendente basata su una raccolta di dati che sia replicabile; fino a quel momento un esperto è libero di testimoniare: “è mia opinione che il minore sia vittima di deliberata alienazione da parte del genitore affidatario” posto che aggiunga “ma non ho un brandello di prova scientifica a sostegno delle mie valutazioni cliniche”.
      Puoi leggertelo per intero qui: http://www.ncdsv.org/images/PASProponentsBeartheBurdenofProof_Emery_2005.pdf

      • daitan ha detto:

        il definirmi una “adepta” del blog in questione mi sa tanto di tentativo di delegittimare le mie opinioni che non mi piaono affatto un ripetere a pappagallo

        quando parlo IO di tifoserie non mi riferisco a pediatri, psicologi, psichiatri, ecc. ma mi riferisco alle varie persone “comuni” che leggo e con cui discuto nei blog e sui forum

        che di psicologia e psichiatria discutano pure coloro che hanno le competenze scientifiche per farlo ma saprai anche tu che su una miriade di cose non c’è affatto unanimità di opinioni e che ciò che ieri era considerato corretto oggi viene considerato scorretto e viceversa e che psichiatri diversi possono fare diagnosi diverse (al mio vicino di casa è stata diagnosticata prima la schizofrenia, ora la schizoaffettività mentre uno psichiatra tedesco gli aveva diagnosticato semplici disturbi del comportamento, nel frattempo lo bombardano di psicofarmaci che peggiorano ulteriormente i suoi problemi che andrebbero affrontati in altro modo)
        la psichiatria, come anche la medicina che in occidente siamo abituati a considerare una scienza esatta, è in continua evoluzione ed secondo me è difficile parlare di “veridicità delle ipotesi al di là di ogni ragionevole dubbio”

        quindi ribadisco: per me la pas non sarebbe una malattia mentale nemmeno se lo dicesse l’associazione internazionale di psichiatria
        non è sul piano psichiatrico che vanno discussi i problemi tra ex che usano i/le figli/ come una clava, e questo lo fanno sia le madri che i padri e questo problema va affrontato in altro modo

      • Non volevo delegittimare, ma non mi sta bene essere etichettata come “tifosa” solo perché esprimo una opinione ben definita. Non è “tifo” irrazionale, si tratta semplicemente di assumere una posizione chiara e inequivocabile. Quando si assume una posizione, nulla vieta che il tempo e gli eventi portino a diversi giudizi…
        Mi sembra comunque che anche la tua opinione sia ben definita: scrivi “per me la pas non sarebbe una malattia mentale nemmeno se lo dicesse l’associazione internazionale di psichiatria” (per pura pignoleria la SIP, Società Italiana di Psichiatria, ha dichiarato che non lo è).
        Quindi siamo sostanzialmente d’accordo.
        Per il resto, a te piacciono determinate letture, a me altre.
        De gustibus non est disputandum!

  8. Andrea Mazzeo ha detto:

    Ma i manipolatori non muoiuono mai? E le branchie poi … pure somari, tutte ce le hanno.

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