Sbagliato mietere vittime

Leggo su Zeroviolenzadonne.it un articolo che, già dal titolo, mi indispone parecchio: “Sbagliato essere vittime”.

Ho già pubblicato tempo fa un bellissimo intervento di Patrizia Romito sul termine vittima, ma mi sembra importante tornare sull’argomento.

Il titolo di un qualsiasi elaborato scritto è molto importante; serve a catturare l’attenzione e un buon titolo è ciò che può determinare il fatto che un articolo, un saggio, un libro o una poesia vengano letti o meno.

Nella scelta del titolo un autore di solito annuncia o sintetizza il tema del suo elaborato.

Sbagliato essere vittime: che cosa ci dice questo titolo?

Partiamo dal significato di vittima, da dizionario: Chi perisce in una sciagura, in una calamità, in seguito a gravi eventi o situazioni: le v. del terremoto; le v. dell’ultima guerra; le v. del terrorismo; le v. di un disastro ferroviario, di una sciagura aerea; morire vittima di una epidemia, di una grave infezione, della droga; vittime della strada, della montagna, ecc.; Chi soccombe all’altrui inganno e prepotenza, subendo una sopraffazione, un danno, o venendo comunque perseguitato e oppresso: restare v. di un intrigo, di un tradimento; essere v. della prepotenza altrui; vittime della barbarie, della tirannide…

La vittima è l’elemento passivo di una situazione, non compie azioni, bensì – suo malgrado – le subisce. Quando ci riferiamo a qualcuno con il termine vittima, quindi, parliamo di qualcuno che non è responsabile di ciò che subisce, perché ad agire è qualcun altro.

Vorrei essere chiara su questo punto e vi faccio un esempio: c’è un terremoto e io muoio sotto le macerie; ad agire è stato il terremoto, che ha provocato il crollo dell’edificio, che, a sua volta, ha causato la mia morte.

Qualcuno si sognerebbe mai, in una situazione del genere, di sentenziare a proposito di questa morte: “ha sbagliato ad essere una vittima”? Credo proprio di no.

Allora perché, se si parla di violenza maschile e “femminicidio” (il tema è annunciato dell’occhiello dell’articolo), la vittima sbaglia ad essere vittima?

Come fa una vittima a sbagliare se non ha agito ma ha subito le azioni commesse da qualcun altro?

La giornalista adduce questa motivazione: l’immagine pubblica della donne ne risulta indebolita.

Secondo chi scrive parlare di vittime ci fa dimenticare quanto le donne contino e valgano e quanto siano messi male gli uomini.

Secondo questa giornalista  il femminicidio sarebbe una  parola che racchiude questa doppia pericolosa valenza, perché punta sulle “vittime” e non sulla denuncia del problema.

Care donne morte, stuprate, molestate, sfigurate con l’acido, ascoltate qua: state rovinando l’immagine pubblica delle donne! Le donne contano, valgono, non sono mica vittime sacrificali!  Quel ruolo le donne non lo vogliono più! Quindi, per favore, visto che vi ostinate ad essere vittime, almeno fatevi da parte: non vogliamo più sentire parlare di voi, men che meno del vostro dolore! Basta con tutto questo dolore! Siete sbagliate, capito? Siete sbagliate!

Ad un certo punto l’articolo diventa assolutamente paradossale: perché invece di puntare sugli assassini si continua a nominare solo le vittime? si chiede la giornalista.

Già, perché? Me lo chiedo anche io, cara Angela Azzaro: perché non hai intitolato il tuo articolo Sbagliato mietere vittime?

Perché è chi uccide, chi procura dolore agli altri che sbaglia. Perché è l’assassino che dovrebbe preoccuparsi della sua immagine pubblica, non la vittima.

Posso decidere di essere o non essere un assassino, ma non posso scegliere di non essere una vittima: se qualcuno ha deciso di uccidermi, poco importa quanto io conti o valga o sia forte, alla fine sarò comunque morto, sarò comunque vittima.

Non possiamo convincere le donne a non essere vittime, ma possiamo insegnare agli uomini a non diventare assassini.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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13 risposte a Sbagliato mietere vittime

  1. maria serena ha detto:

    e cme darti torto?

  2. pinzalberto ha detto:

    Io l’ho letto con occhi diversi, con un tono un po’ ironico. Anzi, penso stiate dicendo le stesse cose: “Perché invece di puntare sugli assassini si continua a nominare solo le vittime?” E’ eclatante che l’autrice punta il dito contro la società che si limita a santificare la donna, a sottolineare la usa debolezza nel subire gli eventi. Ma la donna è forte, una leonessa che protegge i figli con gli artigli, che lavora e li cresce anche senza il bisogno di un padre. E paga di persona. La violenza maschile sulle donne esiste, ed è da combattere, secondo lei questo dovrebbe essere il punto di partenza per combattere il femminicidio. Puntare i riflettori sugli assassini, equipararli agli atti di terrorismo. Incita le donne a non rifugiarsi dietro ad un termine, ma combattere e protestare per dei sacrosanti diritti, il diritto di vivere come uomini! La parità dei diritti deve essere uguale per tutti, indipendente da sesso, etnia, età. Uomini, donne, etero e gay. sono tutte banalità come la pace nel mondo? Purtroppo sì.

    • Non metto in dubbio la buona fede della signora, ma quando si comunica (per mestiere, oltretutto) bisogna pesare bene le parole. Se una persona sostiene che il riflettore deve essere puntato sui colpevoli, poi sceglie un titolo in cui i colpevoli non sono neanche nominati, si contraddice. “Sbagliato essere vittime” non li nomina neanche quelli che hanno reso le vittime delle vittime. Sostenere un determinato comportamento agendo in modo perfettamente opposto che genere di messaggio lancia?
      http://www.upworthy.com/a-ted-talk-that-might-turn-every-man-who-watches-it-into-a-feminist-its-pretty-fantastic-7?g=2
      Attenzione al passo: not about Mary, but John: l’importanza del soggetto.

      • pinzalberto ha detto:

        Continuo a non vederla così, tutto quello omesso nell’articolo era già esplicitamente comprensibile, non era necessario riportarlo. Si potrà criticare l’esposizione, non l’intenzione. Ovviamente ognuno ha i suoi metodi espressivi, e hai tutti i diritti per non condividerli. Ma non puoi negare che l’articolo faccia riflettere. Sarà anche un paradosso grammaticale, come hai spiegato citando la definizione sul vocabolario, ma è proprio questo l’attacco che si voleva fare al sistema. La “vittima” che decide di non subire più angherie snaturando il senso del termine. Purtroppo ciò non toglie che sempre di vittime si parla.

      • E’ un’operazione molto “intellettuale”: rifiutare una parole, però non cambia la sostanza delle cose. Se sono vittima sono vittima, anche se scelgo di non usare la parola.
        Anzi non usare la parola rischia di essere controproducente: se non mi definisco vittima, rischio di non essere riconosciuta più come tale. Se non sono vittima di una ingiustizia cosa sono? Una persona responsabile di ciò che mi è successo? In questo caso scompare anche l’ingiustizia, che non viene più percepita come tale.
        La vittima è qualcuno che subisce le conseguenze di un atto ingiusto commesso da altri. I concetti di ingiustizia e vittima sono strettamente correlati: se scompare una delle due parole, non rischia di scomparire anche l’altra?

  3. pinzalberto ha detto:

    Sei troppo analitica! 🙂 Prendila dalla parte più poetica, come nella canzone “Non amarmi”, una situazione di doppio legame. Neghi consapevole del contrario.

  4. migraciontotal ha detto:

    Grazie per l’articolo! Ne avevo davvero bisogno 🙂
    Anch’io faccio l’esperienza che essere vittima è un comportamento e non un dato di fatto. Un comportamento molto vittimistico che attacca alle dita.

    Ma quello che incontro più sovente ancora del caso di “vittimismo” di cui parli tu è ciò che ho dovuto ascoltare la settimana scorsa da un’amica mentre eravamo in un ristorante a cena insieme.
    Mi ha raccontato di come da ragazza in viaggio da sola in Turchia, tanti anni fa, ci fosse mancato poco che venisse violentata. Che l’era andata bene perché era passata una macchina con dentro qualcuno che aveva notato la situazione e il suo aggressore ha così lasciato perdere andandosene.
    Mi ha poi raccontato di come si fosse sentita per la prima volta in vita sua “una possibile vittima di violenmza maschile”. E che, tornata a casa, avevo paure ricorrenti quando andava in giro la sera da sola…
    “E allora sai cos’ho fatto? Mi sono iscritta ad un corso di karate e ho imparato a fare affidamento sulla mia forza, a sentirmi più sicura e, di conseguenza, ad essere decisa e forte anche agli occhi di un potenziale aggressore!”
    Cioè, se tu sei sicura di te stessa, hai la cintura nera e guardi diritto davanti a te mentre cammini per la città di notte, di giorno, non ha importanza quando e dove, beh, a nessun uomo verrebbe mai in mente di usare violenza nei tuoi confronti.
    Poco tempo fa ho visto questo spot al cinema (guardalo in grande)
    http://www.dunkelziffer.de/information/kampagnen/helfenmachthelden.html
    La voce dice: Noi rendiamo forti i bambini, da 20 anni.
    Fa parte di una campagna dell’organizzazione “Dunkelziffer” (= “cifra scura” > “dati non rilevati dalle statistiche”. Forse c’è una traduzione migliore in italiano ma io non la conosco)
    Aiutare i bambini a sentirsi più forti e più sicuri è una gran buona cosa. CosÌ come senz’altro a tutte le donne fare dell’autocoscienza, del karate e chessò io non può che aiutarle a sentirsi meglio nella loro pelle. Ma che tutto ciò arrivi a “salvarli/e” dalle violenze… non è altro che dare, di nuovo!!!, la colpa alle, sì, alle VITTIME.

  5. migraciontotal ha detto:

    Pensa un po’… io lo spot non l’avevo nemmeno giudicato sotto il punto di vista violenza vs. non violenza – hai ragione! Lo trovavo sbagliato perché porta a credere che una bimba così piccina possa farla franca con un uomo adulto.

    Prima, per sottolineare quello che ho scritto a proposito delle vittime che hanno solo da smetterla di fare le vittime, mi era venuta in mente Rola El-Hababi. Adesso ho trovato un link in inglese (sempre meglio che in tedesco ;-))
    http://sports.espn.go.com/sports/boxing/news/story?id=6286378

  6. Pingback: Eretica o convertita? » Massimo Lizzi

  7. Pingback: Donne che lottano contro il (termine) femminicidio - Massimo Lizzi

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