Questione di brand

Partiamo al solito con una definizione. Che cos’è un brand?

Nel linguaggio del marketing si definisce con “brand” la percezione emotiva dell’immagine dell’azienda nel suo complesso. 

Spiegare il brand non è certamente semplice: sono stati scritti centinaia di libri sull’argomento, ma per spiegarlo in poche parole è un’organizzazione, servizio o prodotto con una personalità che è rappresentata dalla forma di percezione nel pubblico. Non esiste un unico creatore del brand, perché il brand dipende tanto da chi propone un marchio quanto dal pubblico che lo fruisce.

Perché parlo di brand?

Perché in un articolo del Giornale dal titolo Se è il femminicidio ad essere abusato proprio dalle donne la giornalista Valeria Braghieri esordisce così:

Brand: Nomi O Segni Distintivi Attraverso I Quali Un’impresa Contraddistingue Il Proprio Prodotto Da Altri Dello Stesso Genere. Letteralmente L’espressione Significa “Marca” O “Marchio Di Fabbrica”.

La cosa che ci terrorizza a questo punto è che il termine «femminicidio» diventi un marchio, un brand, una fama da onlus. E che sotto a questo marchio finisca di tutto, un po’ come succede per i fortunati programmi di cucina dove ormai una pentola non si nega a nessuno.

Chissà perché la signora Braghieri scrive: ci terrorizza… Non mi è mai capitato di svegliermi nel cuore della notte con questa paura: “Oddio, il femminicidio sta diventando un brand!”

Sarà forse un plurale maiestatis?

Prima di approfondire il tema del brand e delle paure della signora Braghieri, vorrei fare un passo indietro e tornare al titolo.

Il verbo abusare è una parola polisemantica, ovvero ha più significati:

abusare come usare troppo, fare un uso eccessivo di qualcosa

abusare come fare un uso illegale, improprio di qualcosa

abusare come approfittare di qualcuno o di qualcosa.

Il verbo abusare in un contesto in cui c’è anche la parola femminicidio rischia di venire assorbito dal campo semantico di questa seconda parola e di venire immediatamente associato all’abuso nel senso di abuso sessuale, maltrattamento, violenza, che sono tutti termini che inevitabilmente associamo al femminicidio.

L’articolo in questione in realtà parla di abuso della parola femminicidio nel senso di uso eccessivo e/o improprio della parola (E che sotto a questo marchio finisca di tutto, un po’ come succede per i fortunati programmi di cucina dove ormai una pentola non si nega a nessuno), ma a mio avviso la scelta del termine non è casuale; che le donne abusino la parola femminicidio crea una sorta di equilibrio: le donne sono abusate (dal femminicidio), ma anche le donne abusano (il femminicidio)…

Perché ristabilire un equilibrio? Perché le vittime di femminicidio, lo abbiamo già visto, restituiscono una immagine troppo passiva del femminile, che molte donne giudicano  perturbante. E questo mi fa pensare all’ipotesi del mondo giusto.

Ma torniamo al brand.

Ci dice la Braghieri:

Se oggi tutto è femminicidio perché oggi è il femminicidio ad «andare forte» (titoli sui giornali, associazioni, iniziative, spettacoli teatrali, tavole rotonde che non riescono a smussare gli spigoli di una realtà aguzza), cosa succederà alle donne che vivono con l’assassino del loro futuro, una volta che il femminicidio sarà stato abusato a sua volta? Oggi il femminicidio è un programma cult, che fa share garantito, lo si cavalca con ideologici speroni dorati, anche se poi nei fatti… Manifestazioni al grido di «No more», denunce con slogan efficaci «Ferite a morte», «Se non ora, quando?». Poi in realtà, a tutela (vera) della donna è stato altro a rappresentare una svolta: le leggi sul divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia e, ultimamente, la legge della tanto osteggiata Mara Carfagna sullo stalking. Il resto, al momento, si limita al folklore, purtroppo. Alla moda. E come tutte le mode prende derive eccessive, lontane dalle donne che la devono indossare.

Oggi tutto è femminicidio. Davvero? Non mi risulta. Sono in tanti, tantissimi quelli che negano l’esistenza del fenomeno:

ilcacciatore

Si è appena cominciato a parlare di femminicidio. Parlare di violenza contro le donne non incontra incondizionati consensi, come hanno dimostrato le reazioni alle recenti esternazioni della Presidente della Camera Boldrini. Una grossa fetta della popolazione di questo paese percepisce il femminicidio come una “cosa da femministe”. Una grossa fetta della popolazione di questo paese non riconosce e/o giustifica la violenza contro le donne.

Cosa succederà – prosegue la giornalista – alle donne che vivono con l’assassino del loro futuro, una volta che il femminicidio sarà stato abusato a sua volta?

Il femminicidio non è abusato, ma forse sarà abusato. Su che basi questa previsione?

Sarà invitabilmente abusato perché è un programma cult, che fa share garantito, lo si cavalca con ideologici speroni dorati…

Siccome fa audience, sarà abusato. Come i programmi di cucina che non negano una pentola a nessuno. Ci sono troppi programmi che si occupano di cucina e troppi programmi che parlano di femminicidio.

Il fatto che se ne parli troppo, che la gente se ne interessi, condurrà all’abuso del femminicidio.

Qui, miei cari, ci troviamo di fronte ad una fallacia, uno di quei modi di ragionare errati e non validi in cui è coivolta una buona percentuale di tutta la comunicazione contemporanea. Scrive in proposito Aristotele (Confutazioni Sofistiche):

“Che veramente alcune argomentazioni siano sillogismi e altre sembrino essere tali senza esserlo è manifesto, giacchè, come questo avviene per le altre cose in virtù di una certa somiglianza, così avviene anche per le argomentazioni. Infatti certuni sono in buona condizione fisica mentre altri sembrano esserlo perché si agghindano e sono impettiti come offerte tribali; alcuni sono belli per la bellezza, altri sembrano belli perché si truccano. E lo stesso vale per le cose inanimate, giacchè alcune di queste sono veramente d’argento e alcune d’oro, mentre altre non lo sono, ma lo sembrano alla percezione: per esempio le cose di letargio e quelle di stagno sembrano d’argento, quelle giallastre sembrano d’oro. Allo stesso modo anche le argomentazioni, qualcuna è veramente sillogismo e confutazione, qualche altra non lo è ma sembra esserlo a causa dell’inesperienza, giacchè gli inesperti, come se ne fossero distanti, guardano le cose da lontano”.

Una fallacia è un ragionamento che inganna: sembra che ci dimostri qualcosa, ma le argomentazioni in realtà non dimostrano nulla.

La fallacia in cui è incappata la signora Braghieri è chiamata pendio scivoloso: è un errore in cui una persona afferma che un qualche evento debba inevitabilmente seguire da un altro senza argomentare affatto a sostegno dell’inevitabilità dell’evento in questione.

Il fatto che si parli di femminicidio, che ci siano programmi televisivi sul femminicidio e che questi programmi siano seguiti, non implica necessariamente che il termine femminicidio verrà abusato dalle donne: non sussiste una reale relazione di causa ed effetto.

Il discorso è organizzato in modo che sembri che ci sia, ma è un ragionamento fallace. Allo stesso modo sarebbe un ragionamento fallace presupporre che, siccome ci sono molti programmi televisivi in cui la gente cucina, gli Italiani finiranno coll’essere ossessionati dal diventare grandi chef o passeranno tutto il loro tempo libero a decorare enormi torte multistrato.

Tra l’altro: ormai una pentola non si nega a nessuno… Che c’è di male? La buona cucina dovrebbe forse rimanere appannaggio di pochi eletti? Perché?

Il termine femminicidio non è attualmente abusato e non ci sono prove concrete che le donne finiranno con l’abusarne.

Perché, allora, parlare di brand?

Brand e violenza non sono realtà così distanti come si potrebbe pensare.

keepcalm_t-shirt

Questo genere di messaggi è di moda ed è comunemente considerato senso dell’umorismo.

enjoyAma il suo skateboard molto più di me, piange la ragazza col braccio rotto su questa maglietta. La maglietta si chiama ex-girlfriend.

Odiare la ex è trendy, fa tendenza, tanto che spuntano come funghi i gadget che ci raccontano che gli uomini sentono il bisogno di fare del male alle loro partner.

Picchiare le donne è divertente, fa ridere:

joke_rightleft

Queste donne che parlano di diritti andrebbero rimesse al loro posto:

cosedamaschi

Per rimetterle al loro posto si usa la violenza.

In tutta onestà, io non ho tempo di preoccuparmi dei brand di domani: sono già abbastanza angosciata per i brand di oggi.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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15 risposte a Questione di brand

  1. Paolo1984 ha detto:

    la vignetta del cervello è più offensiva per i maschi, forse.
    Le altre comprese le magliette sono pessime. L’umorismo macabro va saputo usare e chi ha fatto questo non sa farlo

  2. Luisella ha detto:

    Ho letto un sito che spiega che il femminicidio non esiste (anzi l’italia è quasi il paese più sicuro al mondo) e che tutta questa campagna dei media e dei partiti e’solo per far avere 82 milioni di euro a centri da loro gestiti che costruiscono false accuse contro gli uomini

  3. Romano ha detto:

    @Luisella
    Luisella o Luigino, sai benissimo di dire sciocchezze. Se vuoi ti tiro fuori una lista di siti che parlano di centrali mondiali del femminismo con centri nevralgici in Spagna e poi in Svezia, Canada e altri Paesi.
    E poi pubblicano i commenti deliranti di gente all’ultima spiaggia che con la bava alla bocca esprimono odio e violenza contro le donne. Violenza che spesso si ripercuote su figli e altre persone vicine a queste donne.
    E poi ci sono personaggi dello spettacolo che in modo diverso esprimono questo delirio e fanno da catalizzatori a frasi di odio su youtube ecc.
    Del resto lo ha detto ieri anche il Presidente Napolitano di fermare la violenza, anche verbale, prima che degeneri. Si applica a tutto però, non solo al pericolo dell’eversione.
    Diamo una protezione concreta a chi subisce minacce. Facciamo passare regolarmente una macchina che vada a bussare e chieda se va tutto bene, quando si sa che c’è un pericolo. Sono sicuro della vigliaccheria di molti violenti. Chi usa la violenza contro i deboli, se non si può curare, deve essere contrastato con la forza.
    E allora viva ancge l’iniziativa della Polizia di Stato di istituire le volanti del Web. Non vedo l’ora che parta ad agosto per segnalare tutto quello che non va. Vedano loro poi se indagare oppure no.

    • In un mondo senza legge vige la legge del più forte.
      In un mondo perfetto gli esseri umani agirebbero “gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”, come recita l’articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
      Ma questo mondo sembra aver rinunciato anche solo ad aspirare alla convivenza civile…
      Concordo con quanti sostengono che la violenza contro le donne è strutturale e che non si può, in questo momento, “appiattire il femminicidio a un problema di emergenza e di sicurezza” (http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2013/05/10/femminicidio-uno-spettro-si-aggira-quello-di-giovanna-reggiani/)
      Il problema della sicurezza però c’è.
      Se è vero che bisogna insegnare la non violenza, come dobbiamo reagire di fronte a chi questa lezione non l’ha imparata e se ne serve? Come difendere concretamente le vittime di violenza?

      Un esempio pratico, una storia vera (liberi di crederci, come no): sento gridare, mi affaccio alla finestra che dà sulla corte interna. Nel palazzo di fronte un uomo ha preso la moglie per il collo e la tiene contro il muro. La bambina grida, le finestre sono aperte perché è estate. Sento gridare la signora del piano di sopra “Dobbiamo fare qualcosa!” una voce maschile da un altro appartamento risponde “non possiamo fare niente! se chiami la Polizia ti becchi una denuncia per diffamazione!”. Abbiamo chiamato la Polizia denunciando gli schiamazzi. Ci è stato risposto che per “schiamazzi” non sarebbero intervenuti, perché le volanti (quelle vere, non quelle virtuali) erano troppo poche e dovevano occuparsi di reati “seri”.

      La denuncia per diffamazione sembra essere diventata la paura numero uno: stai zitto, stai buono, fatti i fatti tuoi o ti becchi una denuncia per diffamazione… Embè?
      Mi becco una denuncia per diffamazione e allora? Lì c’è una donna che viene picchiata. Lì c’è una bambina che piange e grida. Nessuno mi riempirà di lividi con una notifica di querela per diffamazione, una denuncia per diffamazione non ti fa gli occhi neri. La verità è che siamo profondamente egoisti, che ci preme più del nostro portafoglio che dell’incolumità di un altro essere umano.

      Mi ci metto anche io, nel mucchio dei vigliacchi. Ma sto cambiando, perché voglio cambiare. Voglio imparare a fare qualcosa senza preoccuparmi prima di ogni altra cosa di cosa può capitare a me. Voglio imparare ad agire in spirito di fratellanza.

      E questa potrebbe essere una strada…

    • Emidio ha detto:

      Violente sono le parole di femministe come la sig.ra Boldrini, che straparla di femminicidio al solo scopo di attaccare gli uomini e far avere 82 milioni di € di fondi pubblici ai centri politicamente vicini al suo partito

      • Grazie signor Emidio, per essere venuto a supportare quanto scrivo. E’ evidente che ad abusare (nel senso di “usare in modo improprio”)del termine femminicidio non sono “le donne”, né tanto meno le “femministe”, ma le persone come il signor Emidio, che, non si sa bene per quale motivo, si sente minacciato. Nessuno vuole farle del male, caro Emidio, neanche la Boldrini, ne sono certa.
        Io riporto la definizione che ne dà l’Avvocata Spinelli: il termine femminicidio comprende ogni forma di discriminazione e di violenza (sia fisica, psicologica, economica, culturale, politica, normativa, istituzionale) commessa ai danni di una donna.

        Vi spiacerebbe spiegarmi di dove esce questa storia degli 82 milioni di euro?

  4. Romano ha detto:

    Ricciocorno, sono d’accordo. La guerra non dovrebbe mai essere uno strumento di risoluzione dei contenziosi e sono d’accordo. Tuttavia, cosa fai se ti trovi davanti un animale con la rabbia?
    Purtroppo non sempre le parole servono e non sempre c’è il tempo di pensare.
    Violenza no ma autodifesa sì, concetto ineliminabile nel mondo reale. Purtroppo l’autodifesa per definizione è reattiva, per la prevenzione puoi solo rivolgerti allo Stato. Tuttavia….

    • pinzalberto ha detto:

      E’ raccapricciante leggere i commenti dei lettori di “Il Giornale”. Spaziano dai colpevolizzatori nei confronti delle madri (e i padri?) nell’educare i propri figli, ai soliti misogeni. E molte sono donne! Come diceva Covatta, non siamo noi i razzisti, solo loro che sono meridionali! Ad un mio amico è successo che, assistendo ad un litigio fra una coppia, sia intervenuto dopo che l’uomo colpì con un pugno la donna. Quest’ultima lo aggredì verbalmente, difendendosi dicendo che non erano affari suoi: violenza fisica e psicologica. Poi ci sono anche i casi limite, come i coniugi Misseri…….

  5. Romano ha detto:

    ATTENZIONE ATTENZIONE!!!
    L’altro giorno a Uno Mattina era ospite un dirigente di Polizia che diceva che ora la denuncia in questi casi è d’Ufficio. Non c’è necessità di denuncia da parte della vittima.
    Pertanto, bene che un blog come il tuo si informi ed usi questo punto anche per informare su come stanno veramente le cose, su ciò che dice la legge e su qualse sia l’approccio da seguire per consentire un intervento di ufficio. Questo consente anche di spiegarsi correttamente con l’Operatore del numero di emergenza.
    Questa dirigente ha detto che se loro sanno, possono intervenire d’Ufficio.
    Alcune persone che intervengono fanno apposta disinformazione e usano frasi fatte tipo “ho visto in un sito che bla bla bla”. Tra le altre cose è vero, usano anche lo strumento della denuncia per diffamazione. Ma fare nomi e cognomi non interessa, interessa dire le cose com stanno e aiutare a fare prevenzione, educazione e, quando serve, consentire a chi opera la forza pubblica di fare anche repressione.

  6. Emanuele Di Felice ha detto:

    Statistiche sul “femminicidio”:
    http://www.butta.org/?p=13500

    • Caro Emanuele, rispondo con le considerazioni di un uomo:

      Spesso, in sé, i numeri dicono poco. Bisognerebbe relazionarli, incrociarli. Ma mi viene il dubbio che anche in anni lontani gli uomini italiani che uccidevano donne siano stati numerosi. Forse persino di più di quanto succeda oggi. Il fatto nuovo e “scandaloso” è che oggi, finalmente, di violenza maschile sulle donne, si scrive e si parla.

      A me non importa se il Guinness dei Record birrificato da Bruno Vespa o dalla Palombelli elenchi le statistiche di tante atrocità individuali, personali, familiari. Se un solo uomo ammazza una sola donna per motivi di sopraffazione sessuale, religiosa o culturale, a me basta e avanza per considerarlo un malvagio, un debole, un manovale dei poteri loschi, dell’ignoranza. Un solo assassinio di questo tipo, per me è già un segnale inquietante.

      Chi ha l’età per aver visto alla tv il processo ai violentatori di Franca Viola, non dimenticherà mai il truce ghigno d’intesa tra lo stupratore, i suoi complici e il loro legale, quando nell’aula facevano comunella per irridere e sputtanare (nell’autentico senso della parola) la vittima e il suo – isolato – difensore, l’avvocato Ludovico Corrao. Quel grand guignol non era andato in scena ai tempi della Santa Inquisizione, ma in pieno miracolo economico, cioè nel 1965, neanche mezzo secolo fa.

      Ricordiamoci che in Italia il divorzio è stato introdotto solo nel 1970, l’aborto legale nel 1978 mentre l’articolo 587 sul “delitto d’onore” era stato abolito soltanto nel 1981 – sedici (!) anni dopo quello squarcio nella cultura di un paese in gran parte ancora bigotto, oscurantista e maschilista.

      Mettere a confronto i morti per omicidio, per alcolismo o per incidenti stradali non può stabilire una scala di priorità. Sono tutti fenomeni gravi, spaventosi, ma oggi, in quest’epoca, ora (proprio così: se non ora, quando?), le prevaricazioni del potere sulle donne (economico, politico, religioso) non sono più solo un tema di dibattiti tra maschietti più o meno progressisti o cattobuonisti. Ora se ne occupano, in prima persona, la donne. Se poi, noi uomini decidiamo di stare di là o di qua, è certamente importante, ma non è più decisivo. [NOTA MIA: qui, e solo qui, caro Till, dissento: in realtà è decisivo, e molto. Come tu stesso più sotto rilevi.]

      A chi perde, per mano maschile, una madre, una figlia, una sorella, un’amica… importa poco se la vittima è stata la numero 126 o 142. Quel ranking importa ai pretacci, ai gazzettari, ai quei laidi mascalzoni che ci campano con gli scoop e gli ammonimenti familisti, agli opinionisti e ai conduttori dei talk show.

      A noi comuni cittadini, tocca fare altre cose: ogni volta che al bar, per strada, sul lavoro, un “collega” va giù pesante nei confronti di una donna, dobbiamo sputtanarlo ad alta voce. Non redarguirlo con parole sagge (la saggezza non è il mio forte, e me ne vanto), ma accusarlo di istigazione alla violenza. Esattamente come quando mi trovo di fronte a uno che esprime pensieri zozzi contro un mediterraneo o uno straniero.

      Non sottovalutiamo il potenziale che noi uomini abbiamo per ridurre drasticamente questa vigliacca sopportazione delle reiterate sopraffazioni sulle donne. Possiamo agire, ogni giorno, a livello individuale, in famiglia, sul lavoro, in ogni momento, luogo e circostanza dove un debole, un idiota, un opportunista, un violento, usa gesti e parole per perpetrare “il possesso” delle donne. Sì, dico “possesso”, perché alla fine, solo di questo si tratta.

      Ho sempre schifato – e continuo ad avversarli – gli artisti maschilisti mitizzati e osannati, come D’Annunzio, Helmut Newton e Fellini. Non m’importa se erano grandi visionari, creativi, poeti. Il solo fatto di avere inquadrato oltre la metà dell’umanità, con occhi razzisti, me li fa disprezzare.

      Dal punto di vista meramente numerico, scoperchi cose giuste. Ma, per me, il problema non è questo. Oggi, come umano tendenzialmente maschile (nel senso biologico e procreativo), non posso più scappare dalla realtà, dalle idee, dalle innovazioni, dalle ribellioni espresse quotidianamente dalle donne. E tutto questo nuovo, difficile, bellissimo, casino non solo mi obbliga a comportarmi bene, ma a ribellarmi alla volgarità, alla sopraffazione, alla violenza che vivo e vedo, leggo e sento intorno a me. Till Neuburg

      fonte: http://giovannacosenza.wordpress.com/2013/05/08/femminicidio-in-italia-obiezioni-e-contro-obiezioni/

  7. Pingback: Uomini che relativizzano la violenza sulle donne » Massimo Lizzi

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