Vittimismo: facciamo chiarezza

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Trovo la parola vittimismo sul dizionario della lingua italiana:

L’inclinazione a fare la vittima, cioè a considerarsi sempre oppresso, perseguitato, osteggiato e danneggiato da persone e circostanze, e a lamentarsene (ma a volte anche a compiacersene): non posso sopportare il suo v.; basta con questo v.! Il termine può avere varie sfumature di significato, dal più blando (v. romantico, fondamentale tendenza psicologico-letteraria dei romantici) al più grave che assume nella psichiatria, ove indica l’atteggiamento di certi nevrotici, costantemente in cerca di situazioni in cui possano soffrire, compatirsi, e cercare simpatia, derivato del masochismo con accentuazione esibizionistica.

Adesso la parola vittima sul dizionario della lingua italiana (repetita iuvant):

Chi perisce in una sciagura, in una calamità, in seguito a gravi eventi o situazioni: le v. del terremoto; le v. dell’ultima guerra; le v. del terrorismo; le v. di un disastro ferroviario, di una sciagura aerea; morire vittima di una epidemia, di una grave infezione, della droga; vittime della strada, della montagna, ecc., i morti per incidenti stradali, per incidenti avvenuti in montagna, ecc.; v. del dovere, chi perisce nell’adempimento del proprio dovere.

Chi soccombe all’altrui inganno e prepotenza, subendo una sopraffazione, un danno, o venendo comunque perseguitato e oppresso: restare v. di un intrigo, di un tradimento; essere v. della prepotenza altrui; vittime della barbarie, della tirannide; anche in riferimento a chi si danneggia da sé stesso: quell’uomo è v. del suo eccessivo attaccamento al lavoro, della sua ambizione. In usi iperb., chi è costretto a subire le imposizioni altrui, a essere succube di altri: essere v. o la v. del marito, della moglie; quel giovane è sempre stato v. della madre, o dell’autoritarismo oppressivo dei genitori. Frequente nell’uso fam. l’espressione fare la v., atteggiarsi a vittima, dire e lamentare di essere oppresso e maltrattato: fa la v., ma in realtà chi comanda, in casa, è lei; smettila di fare la v., tanto nessuno ti crede.

Con vittimismo si intende, dunque, l’atteggiamento di chi si atteggia a vittima senza esserlo: chi finge di aver subito una prepotenza, ma non l’ha subita; chi si convince di essere in balia delle circostanze, ma è in realtà artefice del suo destino; chi accusa ingiustamente gli altri di una oppressione che di fatto non subisce.

E’ facile distinguere una vittima da un vittimista: la vittima ha subito un torto, il vittimista no; la vittima è stata aggredita, ha subito una violenza, un sorpuso, il vittimista no; la vittima, qualche volta, muore, il vittimista è vivo e vegeto, si lamenta e si lamenta senza ragione.

Francamente mi sfugge il motivo per cui si continui a fare tanta confusione fra i due termini, che evidentemente indicano due categorie di persone ben diverse.

Di questo argomento ho già parlato, qui e qui.

Per questo quando leggo articoli come questo, Femminicidio: lotta giusta, parola sbagliata – Vittimismo e moralismo complici violenza me ne sfugge completamente il senso.

Di quale vittimismo si sta parlando?

Mentre la vittima è il soggetto passivo di una azione ingiusta, il vittimista è un attore: attore perché agisce (si lamenta), e attore perché finge, cioè interpreta un ruolo, quello della vittima.

Una persona si trasforma in vittima quando qualcuno agisce su di lei; una persona è vittimista quando agisce come se fosse vittima di un qualcosa che non è avvenuto.

Lo sto ripetendo e ripetendo, lo so, ma lo ripeto anche a me stessa perché non ne vengo a capo, non riesco a sbrogliare questa matassa.

In che modo, mi chiedo, parlare di vittime della violenza di genere può trasformare le donne, tutte le donne, in soggetti non più portatrici di diritti e soggetti a tutto tondo, ma sfigate da tutelare, proteggere … – come se fossimo panda in via d’estinzione?

Questo che c’entra col vittimismo?

Usare il termine vittimismo nel medesimo contesto in cui si parla di femminicidio è fuoriviante e pericoloso: le vittime di femminicidio, le donne uccise, perseguitate, stuprate, ridotte in fin di vita dalle botte, molestate, stuprate, non sono vittimiste, perché non fingono di aver subito un abuso, non si atteggiano, non recitano, bensì hanno di fatto subito un abuso.

E’ giusto che si parli anche di loro, quando si parla di femminicidio.

E vi spiego anche il perché.

Vi ricordate il caso Pistorius? Difficile da dimenticare. Scrissi un post in merito, questo: Lacrime di coccodrillo.

Nei giorni che seguirono l’omicidio di Reeva Steenkamp, il nome della vittima non compariva su nessun giornale. Non c’era nessuna vittima e di conseguenza non c’era neanche il suo carnefice: c’era solo un uomo in lacrime con la vita distrutta.

Il dramma era tutto suo, lui era sofferente, provato, in uno stato emotivo estremamente turbato e traumatizzato.. La stampa ci chiedeva a gran voce: commuovetevi per questo povero ragazzo.

E lei? Come se non fosse mai esistita, dimenticata, ridotta ad un malaugurato inciampo, una svista, un errore fatale che rischiava di compromettere la sfolgorante carriera del campione olimpionico.

Quando si racconta una storia, vanno citati tutti i protagonisti. Se si parla di un omicidio, ci sono un omicida e una vittima: sono entrambi necessari per comprendere bene cosa è successo. Se scompare la vittima, rischia di scomparire anche l’omicidio e l’omicida può diventare un ragazzo in uno stato emotivo estremamente turbato e traumatizzato senza che se ne comprenda davvero il perché.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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