Residenza alternata: il punto di vista di uno psichiatra infantile

di Bernard Golse, Psichiatra infantile, Psicanalista, Primario di psichiatria infantile dell’Hôpital Necker-Enfants Malades (Paris), Docente di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’Università René Descartes (Parigi 5)

Traduzione di Maria Rossi.

Il testo originale su “Actualités juridiques Famille”, gennaio 2012

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Come sottolinea il preambolo del dossier di Actualités Juridiques Famille del mese scorso, il tema della residenza alternata è al centro di ricorrenti dibattiti, generalmente colmi di passione, ma nei quali, frequentemente, con il pretesto di difendere l’interesse fondamentale del bambini, si mira in realtà a tutelare l’interesse o il narcisismo degli adulti.

Dalla lettura di questo dossier, si può comprendere come il concetto di “interesse del bambino” muti da un magistrato all’altro, ma anche da un genitore all’altro. Ora: se l’interesse del bambino deve essere definito in relazione ai bisogni che ha e che variano con l’età, è necessario conoscere questi bisogni.

Con l’incremento delle separazioni delle coppie con bambini molto piccoli, l’età del bambino dovrebbe costituire un criterio di primaria importanza, mentre, secondo quanto denuncia Luc Briand, esso non compare che tra gli ultimi elementi presi in considerazione dai magistrati.

Per i bambini più piccoli

La misura della residenza alternata dovrebbe essere vietata per i bambini dagli 0 ai 3 anni circa, e anche fino ai 3 anni e mezzo-4 anni per alcuni.
Infatti, un bambino appartenente a questa classe di età ha immediatamente e sostanzialmente bisogno  di un senso di sicurezza interiore che acquisisce a poco a poco grazie al rapporto con una figura di attaccamento detta principale o “base sicura”.

La figura di attaccamento principale è la persona che si è occupata in misura prevalente del bambino nei primi mesi di vita, cioè la madre nella maggioranza dei casi, e il senso di sicurezza interiore richiede un tempo più o meno lungo per consolidarsi. Questo non significa che il bambino ami questa figura di attaccamento più degli altri adulti che gravitano attorno a lui, ma è questa figura che produrrà in lui il senso di sicurezza.

In altri termini, un bambino può nutrire una profonda insicurezza al pensiero di essere separato dalla sua “base sicura”, pur amando l’altro genitore.

Il sistema di attaccamento evolve con lo sviluppo delle capacità cognitive del bambino. Fino a due anni circa, il sistema di attaccamento mira a mantenere la prossimità dell’adulto, in funzione dei bisogni che il bambino avverte. Dai 2 ai 3 anni circa, il bisogno di vicinanza sarà sostituito, a poco a poco, dal bisogno di sapere che la figura di attaccamento principale è raggiungibile, se il bambino ha bisogno di essere rassicurato (stress, malattia ecc.).

E’ verso i 3, 4 anni per alcuni, che il bambino comincia ad essere in grado di evocare mentalmente, di “interiorizzare” la figura di attaccamento se essa si assenta per un determinato periodo di tempo, tempo, tuttavia, che non deve superare le sue capacità di memorizzazione e che si allungherà via via che aumenteranno le competenze mnemoniche del bambino. Ma egli avrà ancora bisogno di sapere che la sua figura di attaccamento è raggiungibile, in caso di necessità.

E’ di cruciale importanza sapere che questo sentimento di sicurezza svolge un ruolo fondamentale nella regolazione delle funzionalità psico-fisiologiche del bambino, in particolare nella modulazione della sua attitudine biologica alla gestione dello stress, attitudine che, ben o mal acquisita, resterà immutata nel corso della sua esistenza. Si capisce allora come ogni singola separazione dall’adulto di riferimento per un periodo di tempo che superi le capacità di comprensione del bambino, non appaia propizia  al costituirsi di rappresentazioni di attaccamento sicure e rassicuranti. Bisogna sapere, inoltre, che la notte è un momento particolare di separazione che riattiva il sistema di attaccamento di tutti i bambini piccoli. Essi hanno bisogno di seguire le loro abitudini e di avere vicina la loro figura di attaccamento principale.

Gli studi sulla teoria dell’attaccamento, che si sono considerevolmente sviluppati, mostrano come un attaccamento insicuro, che può tradursi per il bambino in una seria angoscia da separazione, in collera, in insonnia, in momenti di depressione, in disturbi psicosomatici, crea una fragilità psicologica, se non addirittura una psicopatologia, nell’età adulta, caratterizzata da angoscia permanente, da rischio di depressione cronica ecc.

Alla luce di queste acquisizioni, e per ciò che riguarda questa classe di età, sono in realtà tutti i ritmi di alternanza inappropriati, se troppo lunghi e ripetuti e  se allontanano il bambino dalla sua principale figura di attaccamento, ad essere sconsigliati, così come, per i bambini più piccoli,  è sconsigliato trascorrere metà delle vacanze scolastiche presso l’altro genitore. E’ essenziale attenersi a una certa gradualità nel tempo di separazione del bambino dalla sua figura di attaccamento principale, in relazione alla sua età e soprattutto quando i genitori non sono in grado di rispettare entrambi le abitudini del bambino.

La gradualità del   tempo da trascorrere presso la residenza del  genitore che non rappresenta la figura di attaccamento principale dovrebbe essere rigorosamente rispettata nei provvedimenti di affido emessi dai magistrati.

Per i bambini di più di 3-4 anni

Dopo i 3-4 anni, la residenza alternata non può essere pensata che a precise condizioni, relative non soltanto ad un ritmo ragionevole di alternanza e alla prossimità del domicilio dei due genitori, ma soprattutto  al fatto che questa misura sia desiderata simultaneamente  da entrambi i genitori e tollerata dal bambino.

Infatti, se il periodo da 0 a 3 anni circa è peculiare, un numero sempre maggiore di medici osserva bambini più grandi che stanno male in regime di residenza alternata, anche quando i genitori hanno scelto questa modalità di affido di comune accordo. Essi constatano che la perdita ripetuta ogni settimana delle persone care e dei luoghi noti può avere un effetto traumatico severo e durevole.

La Sindrome di alienazione genitoriale

L’invocazione sempre più frequente della PAS pone un grave problema. Questo concetto, che non si fonda su alcuna base scientifica  inerente alla sua definizione, alla sua eziologia o ai suoi criteri diagnostici, serve generalmente ad occultare l’aggressività e le carenze del genitore, se non un comportamento maltrattante, sotto gli orpelli di una falsa scienza.

Contrariamente alla spiegazione causale lineare propria della concettualizzazione di Richard Gardner cui si rifà Marc Juston, i fattori che conducono un bambino a rifiutare un genitore sono molti e raramente dovuti alla sola manipolazione del genitore preferito dal bambino. La residenza alternata non potrebbe che aggravare questo problema.

Conclusione

Credo che il dibattito relativo alla residenza alternata sia sostanzialmente un dibattito  di adulti che dimenticano troppo spesso che l’interesse di un bambino raramente è quello di avere la propria esistenza suddivisa in parti uguali tra l’uno e l’altro genitore, soprattutto se il bambino è piccolo e i suoi genitori non sono in grado di cooperare.

Al di fuori dei casi di intesa sufficientemente buona tra i genitori, che consente loro di avviare una reale collaborazione, ma che esige ugualmente un coinvolgimento personale di entrambi nella cura del figlio, casi che fortunatamente esistono, la residenza alternata è spesso un mezzo per continuare a regolare i conti con l’ex e l’interesse del bambino viene completamente dimenticato, come ho potuto osservare nei casi che ho seguito personalmente.

Alcuni genitori richiedono l’applicazione della residenza alternata, pensando che l’affetto del bambino o l’efficacia del ruolo genitoriale non possa che essere proporzionale al tempo trascorso con lui, quando non la pretendono per motivi puramente economici.

Tutelare e preservare l’interesse del bambino non è cosa semplice quando i genitori sono separati e non sono in grado di capirsi. Ma gli adulti, i genitori, i magistrati e il legislatore vi riusciranno alla sola condizione che essi non confondano l’interesse degli adulti con quello dei bambini e che rinuncino a una visione adultocentrica  del mondo dell’infanzia.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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7 risposte a Residenza alternata: il punto di vista di uno psichiatra infantile

  1. Natascia Rimondi ha detto:

    La residenza alternata è una fatica psicologica. Lo è per chiunque di noi, ovvio che lo sia anche per i minori.

  2. Enrico ha detto:

    L’illustre psichiatra premio Nobel della medicina forse parla della propria esperienza infantile, perché oggi ci sono sempre più donne che pensano a fare carriera più che essere figura di riferimento per i propri figli, la mamma massaia che cresceva 10 figli non esiste più, oggi ci sono tanti più uomini attenti alle esigenze dei minori e che fungono da figura di riferimento più di quanto si pensi, putroppo in Italia le istituzioni arrivano a concepire riforme dopo i cambiamenti sociali. La società dei nostri nonni e dei nostri padri non esiste più, é ora che qualcuno se ne faccia una ragione.

    • La società sta cambiando, questo è fuor di dubbio. Ma la parità è ancora lontana, e questo lo dicono i dati statistici (è ora che qualcuno si faccia una ragione che è sulla realtà che bisogna ragionare): http://www.ingenere.it/articoli/come-coppie-dividono-tempo
      Misure che potrebbero favorire una maggiore simmetria e condivisione andrebbero attuate, senza dubbio, e fra queste a mio avviso ricoprirebbe un ruolo fondamentale il congedo obbligatorio per il padre, che a tutt’oggi ammonta a due soli giorni (e mai ho incontrato un commentatore, in questo blog che ne reclamasse di più).
      Come ho scritto altrove, è quantomeno sospetto che tutte queste campagne ispirate ad una nuova paternità riguardino tutte le famiglie separate, quando si risolvono in accordi per l’affido che vanno a tutto svantaggio del genitore economicamente più debole: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/04/26/parita-di-genere-e-divorzio-allitaliana/
      Ben diverso sarebbe se queste campagne fossero associate ad attività volte ad eliminare quell’asimmetria fra uomini e donne nello svolgimento del lavoro domestico che è alla radice della disparità di status economico fra uomini e donne…

  3. Alfonso Negri ha detto:

    La questione della residenza alternata è una questione molto discussa e che sovente finisce per mettere effettivamente al centro l’interesse degli adulti al posto di quello dei figli.
    Una bella soluzione potrebbe essere quella di lasciare la casa ai bimbi e permettere l’alternanza nella stessa di ENTRAMBI i genitori. Contestualmente mi viene da dire che oggi in aiuto di noi genitori separati è arrivata anche la tecnologia in quanto sono diverse le app e servizi web che ci permetteno di condividere con l’ex e di comunicare senza troppo stress. http://www.2houses.com (una di queste) è stata la prima tradotta completamente in Italiano; nata in Belgio e diffusasi prestissimo in USA e CANADA dove, forte anche di una normativa che mette sullo stesso piano entrambi i genitori, oggi sta spopolando. Certo il fattore economico tocca tantissimo sul vivo tutti coloro che si separano in Italia e noi di http://www.2houses.com ci auguriamo che presto anche nella nostra nazione si possa arrivare ad un livello di condivisione paritaria come quello sviluppato già in Belgio o Svezia dove la cultura della bigenitorialità é reale e visibile ovunque e dove spesso si vedono i genitori ALTERNARSI e non i figli spostarsi come “pacchi”.
    Di certo vi è che i genitori beneficiando di un rapporto realmente condiviso tra loro, o quantomeno di un confronto forte di una comunicazione continua e davvero completa, dovrebbe aiutare i figli a beneficiare di una maggiore serenità ed equilibrioi.

    • Non so quanto sia da considerarsi “civile” la situazione negli Usa: https://broadly.vice.com/en_us/article/all-male-committee-ensures-rapists-still-have-parental-rights-to-victims-kids
      Stiamo parlando di un paese nel quale in ben 7 stati (come si può leggere anche qui: http://edition.cnn.com/2016/11/17/health/parental-rights-rapists-explainer/) non c’è nessuna legge che protegga le vittime di stupro dal dover discutere di accordi per l’affido con il loro aggressore nel caso in cui decidano di portare avanti la gravidanza. Occorre stare molto attenti quando si parla con leggerezza di “uguali diritti per ENTRAMBI i genitori”, come se ENTRAMBI i genitori meritassero sempre e comunque un identico trattamento di fronte alla legge.
      Come testimonia chi su queste problematiche fa ricerca, il concetto di bigenitorialità può diventare estremamente pericoloso in specifici contesti: https://www.nytimes.com/2014/06/22/opinion/sunday/domestic-violence-and-two-parent-households.html?smid=tw-share&_r=2
      Dopo aver studiato i servizi dedicati alla violenza domestica offerti dalla pubblica sanità per un paio di anni, la ricercatrice Sara Shoener si è resa conto che uno dei principali ostacoli alla sicurezza delle/dei sopravvissute/i è la diffusa convinzione che le famiglie con due genitori sono meglio, a prescindere. Scrive nel New York Times:
      “Ho iniziato la mia ricerca nell’anno 2011, quando i Centri per il Controllo e la prevenzione delle malattie hanno riferito che più di un terzo delle donne americane viene assalito dal partner nel corso della vita. Ho parlato con le donne della piccola città mineraria rurale come con quelle della grande città, mi sono informata nelle stazioni di polizia, presso i tribunali penali, i rifugi di emergenza, i centri di collocamento e quelli che si occupano delle procedure di affidamento. Ho scoperto che quasi tutte le donne con figli che ho intervistato manteneva i contatti con i loro aguzzini. Perché? Molte avevano interiorizzato quella narrazione pubblica che equipara il matrimonio al successo. Alle donne che subiscono abusi domestici viene raccontato dalla nostra cultura che essere una buona madre significa sposare il padre dei propri figli o comunque mantenere una relazione con loro. Secondo un rapporto del Pew del 2010, il 69% degli americani sostiene che le madri che non hanno un partner maschio che le aiuti a crescere i figli sono un male per la società, e il 61% concorda sul fatto che un bambino ha bisogno di una madre e un padre per crescere felicemente. Ho raggiunto la piena consapevolezza dello stigma che pesa sulla madre single quando ho incontrato una giovane donna che era incinta di sette mesi. Aveva da poco lasciato il suo fidanzato violento e viveva in un rifugio per vittime di violenza domestica. Quando le ho chiesto se pensava che la relazione fosse finita, lei ha risposto: “Per quanto riguarda lo stare insieme in questo momento, io non voglio stare con lui. Ma mi auguro che in futuro – perché io mi preoccupo di questo, OK, io non voglio essere una statistica.” A queste parole ho pensato che si riferisse alle statistiche sulla violenza domestica… Ma lei continuò: “Io non voglio essere una di quelle giovani mamme incinte che non restano con il padre del bambino. Io non voglio essere così.”
      Il punto è che non solo le donne hanno interiorizzato questi concetti; di gran lunga più preoccupante è il fatto che le istituzioni che dovrebbero aiutarle, psicologi, operatori sanitari, funzionari di polizia, giudici e membri del clero, “spesso dimostrano maggiore interesse a mantenere intatta una famiglia con due genitori, invece di interessarsi alla sicurezza della madre e dei suoi figli.”
      Francamente mi fa sorridere l’idea di una app a tutela dell’incolumità e del benessere di donne e bambini.
      Non so cosa dirle a proposito dell’utilizzo di questo genere di strumenti in altri paesi, ma spero proprio che le istituzioni chiamate a decidere di fronte a casi controversi, si affidino a ben altro che a un telefonino.

      • Alfonso Negri ha detto:

        Buongiorno,
        credo che si sia perso il punto di vista di partenza in quanto non mi pare si stesse parlando di violenza domestica o di genere. Senza essere troppo prolisso sui riferimenti di studi che illustri studiosi hanno, indubbiamente, con adeguata conoscienza di materia illustrato io mi sono limitato a descrivere quanto “altrove” sta succedendo; francamente anche a me fa parecchio sorridere con quale semplicistica soluzione si possa liquidare uno strumento utile riducendo la materia ad una “app che tutela l’incolumità e il benessere di donne bambini”. In realtà il servizio non fa nulla di tutto questo ma la semplicistica soluzione la dice lunga su quanto certe volte sia complicato “aprirsi”i ad un mondo in continua evoluzione e dove anche il “telefonino”, come succede già per molti anziani o malati, può aiutare laddove si presenti la necessità.

      • “non mi pare si stesse parlando di violenza domestica o di genere”: esatto, non se ne parla mai, quando si parla di separazione, divorzio e affido. Piuttosto strano, non le pare?

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