Forza, debolezza e calci rotanti

kickass04hitgirlIeri sera andava in onda il film Kick-Ass (letteralmente “calcio nel culo”), un film su un supereroe un po’ fuori dagli schemi. Kick-Ass non ha i super-poteri e non pratica arti marziali, non ha neanche le super-attrezzature di Batman o la pozione di Asterix, ma ha un asso nella manica che gli permette di non morire ogni volta che incontra un cattivo: la super-ragazzina, Hit-Girl (la ragazza che colpisce).

Quella veramente forte è lei: è lei che vola in aria come la Mei de “La foresta dei pugnali volanti”, evitando le pallottole, sparando, sostituendo i caricatori, tirando coltelli tutto allo stesso tempo; è lei che trancia arti come fossero di burro e poi, tutta ricoperta di sangue e brandelli di organi interni, salta dalla finestra verso nuove e mirabolanti avventure… Lui, beh, con il costume o senza, non se la caverebbe neanche contro il bullo del liceo.

Negli ultimi anni ne abbiamo ammirate parecchie di queste donne di ghiaccio, tutte armi e calci rotanti. Dalla Sarah Connor di Terminator 2 alla Beatrix di Kill Bill, passando per le cinesi dai nomi pittoreschi (Neve che vola, Volpe di Giada), senza dimenticare le Charlie’s Angels di ieri e di oggi o l’eroina che ha dominato la mia infanzia, la donna bionica, fino alla recentissima e algida Gretel affetta-streghe, cinema e tv ci hanno regalato più o meno interessanti versioni femminili del tema “giustizia fai da te”, con tutte le sfumature dalla vendetta al “difendiamo i più deboli”.

Come si può evincere da questo breve e non esaustivo escursus, io, ogni tanto, me li guardo questi film. Non mi disturbano più di tanto gli sventramenti quando sono così smaccatamente fasulli e nessuna di queste pellicole mi ha mai indotta a concludere che dovrei iscrivermi ad un corso di kick boxing per stendere il primo che si azzarda a suonare il clacson quando non scatto come Schumacher appena il semaforo diventa verde.

Eppure, in questi giorni, il telegiornale ci racconta della “cacciatrice di autisti” di Ciudad Juárez, che i giornalisti hanno soprannominato Diana (ispirandosi immagino alla vergine divinità romana), neanche stessimo vivendo dentro un fumetto della Marvel.

Viviamo in tempi bui. Se penso alla schiera infinita di croci che in Messico ci raccontano di forze dell’ordine conniventi e di uno Stato indifferente e corrotto, mi arrabbio anche io. Ma poi rifletto: possiamo ricordare tempi che non siano stati bui? Violenza e brutalità accompagnano da sempre la storia dell’uomo.

La violenza è parte integrante dell’essere umano? La nostra società non può davvero farne a meno?

Non c’è scienza o filosofia che possa dare una risposta certa ad una domanda del genere, ma ognuno di noi deve scegliere la risposta che preferisce e regolare la sua vita di conseguenza.

Io dico: no.

Non voglio che la violenza faccia parte della mia vita.

Ah, facile! – direte voi – Mica abiti in Messico, tu. Cosa faresti se trovassero tua figlia semisepolta tra le rocce, con il corpo martoriato e gli occhi ancora sbarrati dal terrore?

La verità è che non lo so, che non ne ho idea.

Non ho mai vissuto e non posso immaginare l’angoscia di chi cerca disperatamente una persona amata svanita nel nulla: le ore, i giorni, i mesi in attesa di una notizia che ponga fine a tutte le ipotesi che si affacciano alla mente, una più terrificante dell’altra, e poi l’orrore di trovarsi di fronte un corpo senza vita con addosso i segni di una morte lenta e dolorosa, la consapevolezza di non aver potuto fare niente fuorché soffrire e soffrire e soffrire, di non poter far niente mentre la vita va avanti,  implacabile e imperturbabile, seminando altre croci, altro dolore.

Non lo so cosa farei, sono abbastanza onesta da ammetterlo.

Ma so che fra tutte le eroine in cappa e spada che grondano sangue, una ultimamente ha riscosso la mia simpatia più delle altre: Katniss Everdeen, della trilogia letteraria Hunger Games.

Katniss-Everdeen-kneels-by-the-body-of-RueQuello che mi piace, del personaggio di Katniss (il personaggio dei romanzi, intendo), è il modo in cui il sentimento della pietà è così profondamente radicato in lei da non vacillare mai, neanche di fronte agli orrori che la crudele società di Panem prima e il tredicesimo distretto poi la costringono ad affrontare.

La pietà: quel sentimento che induce l’uomo ad amare e rispettare il prossimo. Chi è il prossimo? Il prossimo è chiunque, è il buono come il cattivo, è il nemico come il compagno, il prossimo è quel concetto che vuole avvicinarci a quell’ideale di essere umano che – ne sono convinta – possiamo diventare, un essere umano che ha sopito per sempre odio e violenza dentro di lui.

Katniss uccide, è vero, ma non con la freddezza di una Hit-Girl: dentro di lei c’è il perenne tormento di un pietoso essere umano che ogni momento si interroga su quanta crudeltà le concederà la sua coscienza per salvarsi e per salvare chi sente di voler proteggere, perché rimane sempre consapevole che l’unico frutto certo della violenza è altra violenza.

Che cosa Intendo per Nonviolenza, di M.K. Gandhi

In un’epoca come questa, in cui la forza bruta detta legge, è quasi impossibile, per chiunque, credere che qualcuno possa rifiutare la legge della supremazia della forza bruta. Perciò ricevo lettere anonime in cui mi si consiglia di non interferire nella campagna della non-collaborazione, anche qualora da essa nascessero atti di violenza. Altri vengono da me e, presumendo che io, segretamente, stia tramando violenza, mi chiedono quando verrà il felice momento in cui le ostilità violente saranno apertamente dichiarate. Gli inglesi – mi assicurano costoro – non cederanno mai se non alla violenza, aperta o clandestina. Altri ancora – mi si informa – credono ch’io sia il più gran mascalzone vivente in India, poiché non rivelo mai le mie vere intenzioni, mentre essi non hanno alcun dubbio ch’io, dentro di me, creda nella violenza al pari di quasi tutti gli altri.

Siccome la dottrina della spada è così radicata nella maggior parte degli uomini, siccome il successo della non-collaborazione dipende soprattutto dalla rinuncia a ogni violenza dal principio alla fine, e siccome le mie tesi al riguardo determinano la condotta di un gran numero di persone, desidero precisare questi concetti nel modo più chiaro possibile. Credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero, oppure seguire il suo istinto e usar la propria forza fisica per difendermi), io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare violenza.

Però credo fermamente che la nonviolenza sia mille volte superiore alla violenza, che il perdono sia più virile del castigo. «Il perdono nobilita il soldato». Ma l’astensione dal castigo equivale al perdono soltanto allorché si ha il potere di punire; non ha senso, invece, quando proviene da una creatura impotente. Un topo non perdona il gatto nel momento in cui non può far altro che lasciarsi sbranare…

Non mi si fraintenda. La forza non deriva dalla capacità fisica. Proviene da un’indomita volontà…  Noi in India potremmo anche renderci conto da un momento all’altro che centomila inglesi non debbono spaventare trecento milioni di esseri umani. In questo caso, certo, il perdono significherà il sicuro riconoscimento della nostra forza. Assieme al perdono illuminato verrà senz’altro a noi, come un’onda, una gran forza, e allora non sarà più possibile a un generale Dyer o a un Frank Johnson recare affronto all’India remissiva. Importa poco che, per il momento, io non riesca a inculcare il mio principio. Ci sentiamo troppo umiliati, adesso, per non nutrire rabbia e desiderio di vendetta. Ma non posso astenermi dal dire che l’India ha tutto da guadagnare rinunciando al
suo diritto di punire. Abbiamo un lavoro migliore da svolgere, una missione più alta da compiere per il mondo intero…

Nonviolenza, nella sua condizione dinamica, significa cosciente sofferenza. Non significa mite sottomissione alla volontà dei malvagi, ma comporta l’impegno di tutta l’anima a opporsi alla volontà del tiranno… Dunque, non chiedo all’India di praticare la nonviolenza perché è debole. Voglio ch’essa la pratichi essendo ben conscia della sua propria forza, del suo proprio potere.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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5 risposte a Forza, debolezza e calci rotanti

  1. Paolo1984 ha detto:

    Credo che tu sappia che io adoro eroi ed eroine cinematografici e non, compresi i più violenti a patto che il film sia fatto bene., adoro le storie di “vendetta giusta” eccetera..tra l’altro figure come sarah connor e beatrix kiddo non sono soltanto violente, hanno una loro profondità e complessità, delle motivazioni credo si possa dire lo stesso per hit girl. e di sicuro per buffy
    Del resto la violenza, piaccia o meno, fa parte dell’umano e della società e va raccontata. Esistono nemici da cui ci si deve difendere anche ricorrendo alla forza.
    Comunque anche Katniss Everdeen è un bel personaggio

    • Io non sto dicendo che la violenza non esiste né tanto meno che non va raccontata. Sto solo dicendo che è possibile non considerarla semplicemente inevitabile o l’unica soluzione possibile, ma che possiamo darci l’oppurtunità di operare una scelta… Perché non esiste solo il potere esercitato dalla forza fisica e perché la nonviolenza, intesa come lotta attiva all’oppressione, produce il grande risultato di educare al rispetto dell’essere umano e non è affatto sintomo di debolezza.
      Katniss non diventa il simbolo della rivolta contro il regime per via dei suoi atti violenti, ma per la forza emotiva generata dai suoi atti di pietà, tanto che il gesto che dà il via alle proteste di massa è il suo omaggio al corpo della piccola Rue, è il suo rifiuto di accettare che la bambina è solo un avversario da distruggere, come vorrebbero le regole del gioco. Decidere di dire no alla violenza è un grande atto di ribellione alle logiche della violenza e il valore simbolico del gesto risulta più potente delle sue frecce.

  2. Vi spiace leggere il post prima di inserire i commenti? Saranno pubblicati solo quelli almeno vagamente attinenti al tema…

  3. Michele Serra ha detto:

    Non conosco Katniss Everdeen, ma mi congratulo con lo spirito del post e soprattutto con l’ottima decisione di riportare questa ampia, attualissima e opportunissima citazione di Gandhi. C’è tanto bisogno anche oggi di sentirsi ricordare cose di questo tipo.
    Condivido su fb.
    Grazie ancora!

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