La strega Saranoya

Yin Yang Yo! è un cartone animato che racconta le avventure di Yin e Yang, due conigli (fratello e sorella) che praticano l’arte marziale del “Woo-Foo”, composta da combattimento e magia, nella quale vengono istruiti da Yo, un grosso e pigro panda che fa loro da maestro e genitore.

Yin è una coniglietta rosa di undici anni, esperta nell’uso della magia e più intelligente del fratello. Il coniglietto Yang, blu, preferisce usare la forza fisica al posto della magia e si comporta sempre in modo dispettoso con la sorella, con cui litiga continuamente.

In un episodio viene mostrato l’interno della sua testa con una radiografia: oltre ad avere un cervello di dimensioni decisamente inferiori alla media, nel suo cranio vive una falena che Yang chiama Bart.

Curiosamente Yang è l’unico dei tre protagonisti a non essere mai diventato temporaneamente malvagio, in nessun episodio.

Ci sono tantissimi cattivi con cui Yin e Yang devono vedersela: Carl, uno scarafaggio dotato di poteri magici; Ultimoose, una grossa alce quasi totalmente priva di intelligenza che parla di se stesso in terza persona e ripete continuamente il suo urlo di battaglia (uh-ah-hu!); Roger, che è un enorme mostro verde, di scarsa intelligenza e non molto pericoloso; la formica Herman dalla forza sovraumana, fratello di Carl e molto più potente di quest’ultimo, che parla con uno strano accento tedesco; Fastidious, un criceto chiuso in una palla di vetro ossessionato dall’ordine e dalla pulizia; Zarnot, un robot giocattolo animato da una forza magica. che vuole a tutti i costi eliminare Yang perché lui lo gettò via quando era privo di vita; Feccialacustre, un pesce (in realtà in una puntata si scopre che è una rana) che manovra un grosso robot dorato, adora l’oro e parla con un incomprensibile accento svizzero…

Ma il personaggio di cui vorrei parlare è Saranoya, la strega.

saranoyaNon bastavano i coniglietti rosa e blu a ricordarci tutti i più beceri stereotipi sul maschile e il femminile (lei saputella e viziata/ lui forte, lei versata nelle arti magiche/lui nelle arti marziali, lei riflessiva/lui istintivo, lei stucchevole/lui dispettoso), a peggiorare la situazione si aggiunge questo personaggio femminile, perfetta incarnazione della femminista misandrica di cui tanto si favoleggia nel web più misogino.

Questa donna, munita di corna e coda puntuta, è ossessionata dal “salvare” la coniglietta Yin (che non ritiene di dover essere salvata) dal fratello e dal maestro Yo, nella convinzione che tutto ciò che è “maschio” non può che essere negativo.

Vi riporto la descrizione fornita da wikipedia:

A powerful sorceress with Electra complex and mistress of disguise. She had a difficult childhood with her father and her lazy brother Mark, which led her to establish strong women’s empowerment and feminist views and values. Due to the nature of her obsessive-compulsive behavior, Saranoya’s goal is to terminate Yang’s masculine influence on Yin, and also terminate Yang’s existence altogether, while heavily pursuing Yin into education. She also mistakes Master Yo as her boy-favoring wizard father, just as she mistakes Yang for Mark. She was condemned to an insane asylum from “The Truth Hurts” to “A Bad Case of the Buglies.” …

Traduco: Una potente strega con il complesso di Elettra e maga del travestimento. Ha avuto un’infanzia difficile a causa del padre e del pigro fratello Mark, un’esperienza che l’ha portata ad fissarsi con l’empowerment della donna e assumere altri punti di vista femministi. A causa della natura del suo comportamento ossessivo-compulsivo, l’obiettivo di Saranoya è di interrompere l’influenza maschile di Yang su Yin, nonché eliminare Yang del tutto, per proseguire nell’istruzione di Yin. Proietta sul il maestro Yo la figura del padre, che le preferiva il fratello, così come proietta il fratello Mark su Yang. Viene rinchiusa in manicomio da “The Truth Hurtsa “A Bad Case of the Buglies.”

Insomma, per assumere un punto di vista femminista è necessario un disturbo psicologico, una infanzia infelice e soprattutto una robusta invidia del pene. Le femministe odiano tutti i maschi in quanto maschi, questo a causa dei loro traumi infantili, e il loro comportamento aggressivo e distruttivo (che pretendono essere giustificato dall’intento di tutelare le bambine-conigliette rosa, le quali invece sono perfettamente felici di essere conigliette rosa) le condurrà inevitabilmente ad un TSO.

Vi inviterei ad accendere la tv per verificare che è tutto vero, ma la puntata in cui Saranoya è vestita da cameriera sexy (con tanto di calze a rete) ed è costretta da una scopa magica a pulire il gabinetto del maestro Yo, dopo aver declamato “solo perché sono una donna non vuol dire che sono la tua serva”, è appena finita…

Vorrei concludere soffermandomi su questa frase: heavily pursuing Yin into education. Heavily, ovvero “esageratamente”: Saranoya è esageratamente fissata con l’importanza dell’istruzione. Mentre il coniglietto Yang ha le farfalle al posto del cervello.

E adesso venitemi a raccontare che è colpa di noi mamme se ci crescono dei figli maschilisti.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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20 risposte a La strega Saranoya

  1. noviolenzasulledonne ha detto:

    “Dobbiamo lavare il cervello ai bambini fin dalla culla e indottrinarli a non discostarsi dal sessismo patriarcale”.
    Chi l’ha fatto questo cartone? Il movimento mascolinista? La casa editrice di Play Boy?
    E ci hanno fatto pure il favore di non dipingere la sorellina come una menomata rosa cipria che si infiocchetta davanti allo specchio e allestisce thè per bambole tutto il giorno.

    • Emanuele Di Felice ha detto:

      “Dobbiamo lavare il cervello ai bambini fin dalla culla e indottrinarli a non discostarsi dal sessismo patriarcale”.
      “…Tacciare questi
      forti ed evidenti desideri semplicemente come “lavaggio del cervello” prova davvero poco; infatti, si può sempre
      respingere i valori di una persona, non importa quanto siano abbracciati profondamente, come la conseguenza di
      un “lavaggio del cervello”. Tale opinione rispecchia ciò che i filosofi chiamano “operazionalmente
      insignificante”, giacchè comporta che le militanti femministe rifiutano di accettare ogni prova, logica o empirica
      di qualsiasi tipo, che potrebbe dimostrare che le loro affermazioni sono erronee…”(Contro il femminismo
      di Murray N.Rothbard).

      I doveri si impongono non i piaceri, questi casomai si possono sfruttare, ma non imporre.
      Per esempio, non posso imporre agli esseri umani di provare piacere per le ghiande.

      ” e’ un femminismo sottilmente clericale, perché si serve del vecchio trucco apologetico secondo cui l’unica libertà è l’adeguazione della coscienza al vero Bene, teologicamente o ideologicamente prescritto, e ogni altra espressione libera è illusoria, è la maschera di una schiavitù così interiorizzata da non essere percepita come tale” (Guido Vitiello).

      Se regalassimo le bambole ai maschietti e le macchinine alle femminucce come si comporterebbero questi dopo un po’ di anni, uomini femminili e donne mascoline?

      • Verso la fine del XVIII secolo, nell’Aveyron in Francia, correva voce che un essere selvaggio girovagasse nel bosco cercando radici e ghiande. Sembravano solo fandonie invece, nel settembre 1799, tre cacciatori riuscirono a bloccarlo mentre si arrampicava su un albero. Con loro grande stupore si trovarono di fronte un ragazzino nudo, sozzo, dalla carnagione chiara, che si dimenava per sfuggire alla cattura. Aveva capelli lunghi e aggrovigliati, denti affilati e gialli, occhi bruni, naso lungo e appuntito, mento sfuggente e un collo elegante sfigurato da una cicatrice. Doveva avere qualcosa come 11-12 anni, ma era basso per la sua età, neppure un metro e quaranta, e poi ringhiava e tentava di mordere chiunque.
        Il ragazzino fu legato, portato in paese e affidato a una vedova che tentò di dargli un po’ d’affetto. Niente da fare: il giovane andava avanti e indietro come un animale in gabbia, sputando, orinando e defecando ovunque. Alla fine i suoi ripetuti tentativi di fuggire riuscirono e dopo due giorni tornò fra le montagne. Venne l’inverno, un inverno rigido, e i villici si chiesero se quell’essere, all’apparenza così gracile, potesse resistere al freddo e alla neve. Evidentemente non aveva problemi. Dapprima fu avvistato seminudo in lontananza, poi fu visto scorrazzare vicino al villaggio. In primavera venne catturato di nuovo e questa volta in maniera definitiva. Fu trasportato all’ospedale Saint-Afrique, quindi a Rodez. Le voci sul ritrovamento si diffusero a macchia d’olio. Il caso era eccezionale, soprattutto per lo studio della mente, così il ragazzo dell’Aveyron venne richiesto a Parigi dove l’interesse e la curiosità crebbero di giorno in giorno. Se ne parlava come del “nobile selvaggio” descritto da Rousseau, ma chi si aspettava di vedere un uomo fiero, dai modi rudi e nel contempo affascinanti, rimase oltremodo deluso. Quello che si trovò di fronte era un essere tanto animalesco da mordere e graffiare chiunque gli si avvicinasse, che emetteva soltanto grugniti e ringhi, che andava avanti e indietro come una fiera in gabbia. Il famoso ed esperto psicologo Philippe Pinel mise a tacere le voci discordi che si erano levate sul suo conto: il selvaggio era un ritardato mentale che differiva dalle piante solo perché si muoveva e gridava. La diagnosi era autorevole e non lasciava spazio a repliche, tuttavia lo studio andava approfondito.
        Jean-Marc-Gaspard Itard, un medico appena ventiseienne, assunse l’incarico e subito si appassionò al caso. Quel selvaggio, così abulico e assente, non gli sembrava affatto ritardato. Nel suo modo di essere, anche se fissava il vuoto e si dondolava ossessivamente, c’era qualcosa che sembrava nascondere un’intelligenza latente in attesa di esprimersi. A riguardo i dati bibliografici non erano di grande conforto, tutti concludevano che nulla si potesse fare per educare i ragazzi selvaggi.
        Ma Itard si convinse che le testimonianze precedenti erano poche, incomplete e frammentarie: un apprendistato adeguato avrebbe riportato alla normalità il suo giovane paziente. Sarebbero stati necessari svariati anni, è vero, ma ne valeva la pena. Itard pianificò i suoi obiettivi: 1) interessarlo alla vita sociale; 2) risvegliare la sua sensibilità nervosa; 3) migliorare la sua fantasia; 4) insegnargli a parlare attraverso l’imitazione; 5) farlo esercitare nelle operazioni più semplici per poi procedere alle più complesse. Lo chiamò Victor, per quel suo strano modo di girarsi ogni qual volta si esclamava “oh!”, e si mise al lavoro.
        Da quando era arrivato a Parigi, Victor si era chiuso in sé stesso: dormiva, mangiava e in genere oziava rannicchiato in un angolo. Per prima cosa bisognava rendergli la vita più stimolante. Itard tentò regalandogli dei giocattoli, ma l’idea non ebbe successo: il ragazzino se ne disinteressò fino al punto di gettarli nel fuoco per scaldarsi. Itard, allora, riprovò cambiando tipo di stimoli, ma il risultato fu ugualmente scoraggiante. Victor rimaneva nel suo stato di perenne apatia per risvegliarsi solo in circostanze particolari. Una forte nevicata, ad esempio, lo eccitò oltremodo, ma si trattava di un raro episodio. Più spesso rimaneva assorto in uno stato melanconico per poi muoversi con movimenti marcatamente impacciati o compiere balzi improvvisi accompagnati da un dondolamento ritmico. Altro non si poteva dire. Forse amava la natura perché sembrava interessato ai cavalli e agli altri animali, ma il suo volto non tradiva nessuna emozione. Pareva non avesse sentimento alcuno. La Luna, quando di notte era alta in cielo, sembrava rasserenarlo – era stato forse allevato da animali notturni? -, ma nulla più. Per il resto Victor era indifferente al caldo e al freddo: poteva correre e rotolarsi seminudo nella neve senza scomporsi, allo stesso modo poteva addentare una patata bollente senza scottarsi.
        Rispondeva maggiormente ai sensi chimici (olfatto, gusto) e al tatto, meno alla vista e all’udito: anche un colpo di pistola non lo smuoveva. Ma Victor non era sordo, quando il rumore gli era familiare le sue orecchie funzionavano alla perfezione. Se ad esempio si sbucciavano le castagne alle sue spalle si girava interessato.
        Forse, pensò Itard, il gusto, il tatto e l’odorato erano sensi più primitivi, più automatici, mentre l’udito e la visione erano più raffinati e richiedevano organi specializzati che andavano adeguatamente educati. Evidentemente, nel caso di Victor, non lo erano stati. Non riuscendo a ottenere dei segnali di risveglio emozionale dal suo giovane paziente, il dottor Itard tentò di fargli dire qualche parola. Nel caso più favorevole Victor avrebbe potuto raccontare della sua esperienza di selvaggio, un’evenienza estremamente eccitante. Purtroppo, anche in questo settore, non ci fu nulla da fare e Itard, sconsolato, scrisse: “Vedendo che il prosieguo dei miei sforzi e il passare del tempo non portavano a nessun cambiamento, mi sono rassegnato e l’ho abbandonato al suo incurabile silenzio”. Dopo un impegno durato svariati anni Victor era riuscito a pronunciare solo due parole: “lait”, ma senza che ne conoscesse per davvero il significato e “Oh Dieu”, un’esclamazione che aveva sentito dalla sua tutrice. Per il resto farfugliava ed emetteva i soliti grugniti. Neanche il tentativo di fargli distinguere i suoni, ad esempio la differenza fra una campana e un tamburo, ebbe successo. Dopo tutto, il compito non era così difficile e Itard ebbe l’impressione che Victor rispondesse solo a ciò che gli interessava. Forse era giunto il momento di smuoverlo cambiando atteggiamento: se Victor non aveva intenzione di mostrare le sue capacità con le buone l’avrebbe fatto con le cattive. Itard non era sadico e non voleva certo il male del suo sfortunato amico e paziente, ma forse le maniere forti erano necessarie per completare il programma che si era imposto. Bendò il ragazzo affinché si concentrasse sull’udito e iniziò a percuoterlo leggermente sulle mani per punirlo quando sbagliava. Anche così non andava, anzi più si faceva pesante l’addestramento e più si inasprivano i rapporti.
        Se i progressi di Victor si potevano riassumere nel capire alcune domande abbinate a piccoli compitini come “portami dell’acqua”, va da sé che il cercare di fargli compiere delle semplici operazioni mentali fu l’ultima frustrazione in ordine cronologico. Itard venne preso da sconforto. Dopo cinque lunghi anni di duro lavoro senza risultati il dottore divenne sempre più irascibile, perse spesso la pazienza, sfiorò persino la crudeltà e nel 1806 prese l’unica decisione possibile: rinunciò. Così scrisse: “Ho sperato invano. È stato tutto inutile. Sono svanite così le brillanti attese sulle quali mi ero basato”. Si pentì di aver iniziato quell’esperienza e arrivò a condannare la “sterile inumana curiosità degli uomini che avevano strappato Victor dal suo posto”. La storia del ragazzo dell’Aveyron finisce qui. Victor visse ancora a lungo, ma né gli insegnamenti di Itard né le cure della sua tutrice Madame Guérin, proseguite per oltre trent’anni, lo fecero mai cambiare.

        Questa è storia, caro mio. fonte: http://www.diogenemagazine.eu/home/index.php?option=com_content&view=article&id=404:il-selvaggio-dellaveyron&catid=37:bambini-selvaggi&Itemid=115

        Visto che parlavi di impossibilità, per l’uomo, di mangiare le ghiande…

    • paolam ha detto:

      Volevo dirlo io ma qualcuna mi ha preceduta, grazie 🙂 se può servire, consoliamoci con la risposta di Liliangish, anche se quei bambini e quelle bambine sprovviste/i di contesti educativi più forti rimarranno indifese/i di fronte a chi detiene il potere mediatico e decide come occuparne gli spazi. E’ sempre questo il problema: la sproporzione tra chi detiene il potere mediatico e più imporre a milioni di persone la sua visione del mondo, e chi no.

  2. maria serena ha detto:

    sono agghiacciata…

  3. Alessio ha detto:

    Scopo dei cartoni animati è anche educare i bambini a stare attenti pericoli: c’è l’orco, c’è il lupo, non poteva mancare la femminista. Molto educativo.

  4. liliangish ha detto:

    Premesso che non permetterò mai a mio figlio di guardare cartoni con una grafica così schifosa, la caratterizzazione del personaggio è interessante anche per i colori utilizzati per definirla, tutti sui toni del violetto (ma gli occhi sono verdi, colore dell’iride tradizionalmente associato ai gatti e per analogia alle streghe…). Anche quando io ero bambina ricordo analoghe caratterizzazioni delle “cattive”: se il colore dei cattivi maschi è il nero, il colore delle cattive è il viola, il colore più scuro dello spettro, ma più chiaro rispetto al nero assoluto, come se la cattiveria delle donne fosse in un certo senso temperata dalla femminilità. Inoltre il colore dei capelli delle cattive nei racconti e giochi per bambini è quasi sempre scuro. Le cattive sono more e viola, le buone bionde e rosa. Non so se è perché sono scura di capelli, ma io ho sempre preferito i colori delle cattive. E di conseguenza, ho sempre preso in considerazione il loro, seppur deliberatamente distorto, punto di vista.
    Tutto ‘sto panphlet per dire, alla fine, che i media ci provano sempre, ma un bambino che venga dotato dei mezzi per discernere, da genitori attenti, non può essere ingannato così facilmente. Grazie per aver attirato la mia attenzione di futura mamma sull’ennesima trappola ai nostri figli. Paradossalmente, temo che sia più pericolosa per i maschietti che, privi della possibilità di identificazione in un personaggio femminile, siano più portati a vederla come viene dipinta. Anche se poi, a dirla tutta, i bambini subiscono il fascino dei personaggi cattivi dell’altro sesso molto di più che di quelli buoni…

  5. Morgaine le Fée ha detto:

    Avendo figli piccoli, mi sto accostando ultimamente a tutta la produzione mediatica per l’infanzia.
    La maggior parte dei cartoni han protagonisti maschi, le femmine relegate al ruolo di accessorio estetico-presenza isterica-premio-consolazione-cura-oggetto amoroso/”sessuale”.

    Non so che popolaritá abbia Yin Yang Yo in Italia (in Svezia non l’ho mai vista), comunque se penso al molto ben diffuso Phineas e Ferb (due fratellini geniali e intraprendenti piú animale -maschio- agente segreto, corredati da sorella maggiore insipida, isterica e mai presa sul serio e fidanzatina decorativa), allora si vede bene che di strada da fare ce n’é ancora molta.
    Saranoya mi sta molto simpatica. Mi ricorda un po’ il personaggio della TV svedese per l’infanzia Häxa Surtant (letteralmente: strega sciura acida): strega imprenditrice, indipendente, dichiaratamente stronzetta e sommamente antipatica, ovviamente senza né partner né figli.
    A me il concetto non piace perché mette in cattiva luce la donna in carriera, al mio moroso non piace perché mette in cattiva luce chi fa impresa in proprio.
    Peró: risulta che questo personaggio piaccia un sacco ai bambini, compreso mio figlio.
    Ergo: non é detto che un personaggio presentato in modo negativo riscuota disapprovazione, magari é invece quello che fa piú presa sui bambini perché piú anticonformista.
    Si puó anche compensare con una bella dose di film di Miyazaki, in cui di solito si ha una protagonista femmina (principessa Mononoke, Ponyo, Kiki delivery service, il castello di Owl, Totoro..)

    • Paolo1984 ha detto:

      i bambini (e pure gli adulti) vogliono prima di tutto storie appassionanti e bei personaggi.e con dinamiche, anche sentimentali, credibili e coerenti col tipo di storia.
      Quanto alle donne in carriera o no..non sono nè migliori nè peggiori degli uomini.

    • Paolo1984 ha detto:

      myazaky è ottimo ma pure gli ultimi cartoon della disney e della pixar sono ben fatti da ogni punto di vista

    • Sonsierey ha detto:

      Devo essere decisamente più ottimista, perché io invece mi accorgo che ci sono moltissimi cartoni animati che hanno come protagonista (o tra i protagonisti) delle bambine/ragazzine che escono totalmente dal modello di accessorio “estetico-presenza isterica-premio-consolazione-cura-oggetto amoroso/”sessuale”” di cui parli. Ad esempio Atomic Betty di cartoon network o Juniper Lee, sempre di cartoon network. La prima brillante studentessa ed eroina intergalattica; la seconda ultima guerriera di una stirpe (tutta al femminile) di cacciatrici di mostri. Poi c’è anche Elena Patata di Monster Allergy (se vogliamo pagare di una produzione italiana). Misty, la “sirena maschiaccio” di Pokèmon, oppure la Dr.ssa Peluche, se vogliamo parlare dei cartoni animati dedicati ai più piccoli. Oppure le più vecchie superchicche, dove in alcune puntate si parla di femminismo e dove la maggiorparte dei personaggi di spessore sono donne (l’insegnante della scuola ad esempio o Miss Bellum, in un certo senso la vera sindachessa della città di Townsville, vista l’incapacità del sindaco vero e proprio).
      Per quanto riguarda Phineas e Ferb, poi, la sorella, che si chiama Candace, è un personaggio comico, una parodia della tipica teenager certo, ma non mi sembra di certo offensiva o lesiva della dignità femminile. Tanto più che uno dei personaggi principali della stessa serie è Isabella, amica dei due protagonisti, che partecipa con entusiasmo ai loro progetti geniali ed è a capo di una squadra di abili (al limite del possibile) girlscout. Quindi, direi che la televisione ci offre moltissimi modelli femminili positivi e molti diversi fra loro. Basta solo saperli cercare.

  6. unaeccezione ha detto:

    Sei tra le mie nomine per il Versatile Blogger Awards …
    http://unaeccezione.wordpress.com/2013/09/15/versatile-blogger-award/

  7. Questa è la puntata di cui vi parlavo: http://www.youtube.com/watch?v=IAC5AN0DIx8
    Quello che vorrei farvi notare è che si usa esplicitamente l’espressione “feminine empowerment” con l’intento di metterla in ridicolo. Il termine empowerment significa “stimolo alla presa di coscienza dei propri diritti, stimolo all’autoaffermazione”; invece è associato nel cartone all’eliminazione di Yang. Insomma, questo personaggio rappresenta la paura che una presa di coscienza femminile debba per forza di cose corrispondere all’annientamento del maschio, un maschio che evidentemente non riesce ad immaginarsi al di fuori di un rapporto di potere in cui la donna è in calze a rete e minigonna, aggrappata ad uno scopino e costretta a pulire compulsivamente…

  8. Sonsierey ha detto:

    @Il ricciocorno
    Ma certamente, non volevo dire che non puoi dire cosa non ti piace. Io stavo rispondendo di Morgaine la Fee quando ha detto che quasi sempre la femmine nei programmi per bambini hanno il ruolo di accessorio estetico-presenza isterica-premio-consolazione-cura-oggetto amoroso/”sessuale. Penso invece che ci siano talmente tante eccezioni, oggigorno, da non dover considerare più nemmeno i personaggi femminili che esulano da questo ruolo dei personaggi fuori norma

    • Quello che mi dispiace, del personaggio di Saranoya, è che in un contesto sociale come quello attuale, in cui la discriminazione di genere è – soprattutto in Italia – un problema ancora vivo e vegeto – si lasci passare il messaggio che chi parla di empowerment della donna è una povera pazza con problemi piscologici.
      Soprattutto perché è quello che scrivono di me parecchi commentatori di questo blog.

    • Sonsierey ha detto:

      rispondendo a, non rispondendo di, ovviamente 😛

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