La verità, vi prego, sull’amore

Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un’assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben lischio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.

I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi
e l’ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle este è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità grave, vi prego, sull’amore.

Sono andato a guardare nel bersò
lì non c’era mai stato;
ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l’aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio
e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accedrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.

Wystan Hugh Auden

Brokeback-Mountain

Ultimamente si è molto discusso della proposta di adottare nei moduli scolastici i termini genitore 1 e genitore 2 invece di “madre” e “padre”.

La proposta è stata avanzata da Camilla Seibezzi (subito minacciata di morte), delegata ai “Diritti Civili e alla Politiche contro le discriminazioni” del Comune di Venezia. Secondo Seibezzi (Pd) bisognerebbe indicare sui certificati di nascita, o anche sui moduli d’iscrizione a scuole e asili, “genitore 1″ e “genitore 2″ per non discriminare i figli di coppie omosessuali; l’utilizzo del termine neutro “genitore” eliminerebbe la distinzione fra coppie di genitori eterosessuali e coppie gay.

L’idea della Seibezzi non è originale, ma ci arriva dalla Francia, dove il progetto di legge «Matrimonio e adozione per tutti» comprende il titolo III che recita: «Disposizioni che mirano a rendere coerente il vocabolario del codice civile».

Le polemiche intorno alla proposta si sono rivelate veramente grottesche.

In particolare mi ha colpito l’indignazione del Cardinale Caffarra, che dal pulpito ha gridato: “Ci hanno scippato la parola amore!”

Scippato?

Caffarra, ma che dici? La parola amore è forse tua?

“Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto ‘amore’, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente.”

A quanto pare i cristiani avrebbero imposto il copyright sull’amore; chiunque provi a darne una interpretazione viola il diritto del Vaticano a stabilire il corretto significato della parola.

Di fatto la parola amore esisteva anche prima dell’avvento di Gesù e dei cristiani.

La parola latina amare sembra derivi da camare, dalla radice indoeuropea ka: desiderare, amare. La parola amore, quindi, non deriverebbe da altri significati, ma sin dall’origine del linguaggio significa solo se stessa: amore.

Il greco antico aveva parole diverse per descrivere i diversi aspetti dell’amore:

Agape è l’amore incondizionato, anche non ricambiato, spesso con riferimenti religiosi; è la parola usata nei vangeli.
Philia è l’affetto dal quale ci si aspetta un ritorno, il sentimento che si instaura, ad esempio, tra gli amici.
Eros è l’amore sensuale.
Anteros è l’amore corrisposto.
Himeros è la passione del momento, il desiderio fisico presente ed immediato che chiede di essere soddisfatto.
Pothos è il desiderio verso cui tendiamo, ciò che aneliamo.
Stοrge è l’amore d’appartenenza, ad esempio tra parenti e consanguinei.
Thelema è il piacere di fare qualcosa, il desiderio voler fare.

Sull’amore e le sue diverse diverse sfaccettature si scrivono da sempre pagine mirabili.

Su tutte basterebbe citare Saffo (640 a.C. – 570 a.C. circa):

Vieni
inseguimi tra i cunicoli della mia mente
tastando al buio gli spigoli acuti delle mie paure.
Trovami nell’angolo più nero
osservami.
Raccoglimi dolcemente scrollando la polvere dai miei vestiti.
Io ti seguirò.
Ovunque

Ma anche i non-cattolici amano, o almeno così pare.

Wu-ti dei Liang (464-549 d. C.) – “La gente nasconde l’amore”

Chi dice mai
Che sono io che lo voglio
Questo distacco, questo viver lontano da te?
Le mie vesti odorano – ancora dello spigo che mi donasti,
La mia mano tiene ancora la lettera che m’inviasti,
Intorno alla vita porto sempre una doppia cintura;
Sogno che essa ci lega entrambi in un unico nodo.
Non lo sapevi tu che la gente nasconde l’amore
Come un fiore troppo prezioso per essere colto?

Vorrei adesso citarvi una poesia di Paul Verlaine, dedicata a Rimbaud (“Vers pour etre calomnié”, ovvero “Versi per essere calunniato”):

Tutto il tuo corpo dormiva casto sull’umile letto.
E vidi, come uno che legge e che riflette,
ah! ho veduto che tutto è vano sotto il sole!

Che si esista, oh delicato miracolo,
tant’è il nostro splendere un fiore che gualcisce.
Oh pensiero che sconfina nella follia!
Misero, dormi! Me, tiene desto una pena per te.

Ah! sfortuna d’amarti mio fragile amore
che respiri come si spirerà, un giorno!
O immobile sguardo, che tale farà la morte!

Oh bocca, che nel sonno ride sulla mia bocca,
nell’attesa di un altro riso più truce.
Presto, svegliati. Dì, l’anima non muore?

Perché anche gli omosessuali amano.

Il cardinale Caffarra se ne dovrà fare una ragione prima o poi.

Sul tema della mascolinità e della femminilità il Cardinale si esprime così:

«Non è che esista una persona umana che ha un sesso maschile e femminile, ma esiste una persona umana che è uomo o donna»… «la coniugalità, si fa per dire, omosessuale, trasmette oggettivamente questo messaggio: ‘di metà dell’umanità non so che farne, in ordine alla più intima realizzazione di me stesso è superflua’»

Ora, detto da uno che ha rinunciato a qualsiasi rapporto coniugale – con uomini o con donne – suona piuttosto ridicolo: come mai la sua scelta non trasmette il messaggio “di metà dell’umanità non so che farmene?” Perché un prete è libero di esprimere la sua capacità di amare senza “porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana” mentre altri no?

Già tempo fa ho espresso la mia opinione sul concetto di famiglia, ed oggi la ribadisco: non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore di tutti.

Quello che dovrebbe preoccuparci, quando pensiamo ai bambini, è solo ed unicamente il loro benessere, che deriva – come ha rimarcato l’American Psychoanalytic Association – non dall’avere un padre e una madre che sono maschio o femmina (o uomo e donna, qualunque sia la differenza), bensì dall’essere accuditi da genitori coinvolti, competenti e capaci di cure.

Qualcuno mi ha fatto notare, in passato, che queste mie affermazioni sarebbero in contraddizione con la mia opposizione alle modifiche alla legge 54/2006, che vorrebbero introdurre il “vero affido condiviso”.

In realtà non è affatto così.

Le modifiche alla legge 54/2006 (che nella versione definitiva, ribadisco, non ho ancora letto) si propongono come uno strumento atto ad eliminare le differenze fra il genitore-padre e il genitore-madre:

condivisocondiviso2Sembrerebbero quindi ispirate al medesimo principio che mi porta a criticare il Cardinale Caffarra.

Ma lo sembrano soltanto.

Perché le stesse persone che parlano di “eliminare i pregiudizi di genere” nell’articolo “Il diritto dei figli al vero condiviso deve essere asessuato”, a pochi giorni di distanza pubblicano questo articolo:

adiantumNell’articolo un passo in particolare ha destato la mia attenzione:

omofobia

A questo punto è lecito sentirsi confusi: è importante, per questi signori, eliminare le differenze sessuali tra padre e madre quando un padre e una madre affrontano il divorzio, ma la differenza sessuale tra padre e madre non può essere ignorata quando si parla di omosessualità.

Incongruenze? Contraddizioni? Incoerenza?

In realtà no.

Occultare i termini “padre” e “madre” in sede di separazione è funzionale ad un altro occultamento, l’occultamento della violenza di genere.

femminicidio

femminicidioSecondo questi signori il femminicidio è solo “una strategia denigratoria del maschile”: non è vero che le donne subiscono violenza, non in modo da “allarmare” l’opinione pubblica, e quando sostengono di venire abusate, le donne, nella maggior parte dei casi, mentono.

L’occultamento del genere dei genitori si collega ad un’altra teoria che anima sin dalle origini del progetto le modifiche alla legge 54/2006: quella teoria che mira ad assimilare la violenza domestica all’ambiguo concetto di “conflittualità”.

La conflittualità è simmetrica, bidirezionale ed implica una paritetica corresponsabilità dei soggetti coinvolti.

Fra i vari obiettivi delle modifiche alla legge 54/2006, c’è quello di stabilire che la conflittualità esistente tra i coniugi non può, di per sé, giustificare la deroga dal regime di affido condiviso.

Il modello di riferimento è definito dalla psicologia sistemica “responsabilità diffusa”: Secondo il modello della separazione amichevole, i conflitti dei coniugi in questa fase sono una conseguenza della tensione legata all’evento in sé, semmai acuiti dalle procedure giudiziarie, e non il prolungarsi o l’inasprirsi di conflitti precedenti, che li hanno portati alla separazione. Con questa assunzione di base (peraltro non provata e bizzarra: perché si separano se andavano così d’accordo?) si apre già la strada alla negazione della violenza domestica. La pratica della mediazione richiede infatti che gli ex coniugi si concentrino sul presente e sul futuro senza rinvangare il passato e i relativi conflitti. Inoltre, e anche questo è un aspetto decisivo, eventuali denunce o procedure giudiziarie devono essere sospese. Se la donna cerca di discuterne – per esempio, facendo presente che incontrare l’ex marito per consegnare i bambini la mette in una situazione pericolosa, o esprimendo il timore che lui li trascuri o li maltratti – verrà ripresa perché non sta alle regole e trattata da donna vendicativa e rancorosa, la stessa accusa già descritta nella sindrome di alienazione parentale e nelle false denunce di abuso in fase di separazione. Eppure questo succede e può rappresentare una strategia deliberata degli uomini violenti. Dato che la separazione limita la possibilità di dominare e controllare l’ex partner, alcuni di loro cercano di ottenere che il tribunale imponga la mediazione familiare, proprio perché dà un’opportunità di incontrare l’ex moglie e di continuare a perseguitarla. Uno studio svolto in California ha mostrato che in più di 2/3 dei casi di mediazione familiare imposta dai tribunali c’era stata in precedenza violenza domestica; nel 60% di questi casi, inoltre, era stato difficile garantire la sicurezza delle donne: alcune di loro erano state uccise dall’ex partner mentre si recavano alle sedute di mediazione. (Patrizia Romito, Un silenzio assordante)

Come ha rimarcato il rapporto Onu sulla violenza di genereGran parte delle manifestazioni della violenza denunciata ha luogo in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia; la violenza domestica, inoltre, non sempre  viene percepita come reato.

In un contesto caratterizzato da una società patriarcale, evitare di nominare il genere dei genitori significa rinunciare a descrivere corretamente una situazione di squilibrio di potere, a discapito dei soggetti che subiscono violenza domestica.

Occultare il genere dei genitori in sede di divorzio si trasforma da un’operazione mirata ad includere la coppia omosessuale nel concetto di famiglia ad uno stratagemma per far sì che l’agire con violenza non impedisca al genitore biologico di esercitare i suoi diritti sulla prole.

Un’operazione portata avanti da persone che all’inclusione delle coppie omosessuali nel novero delle “famiglie” non ci pensano proprio.

Tutto questo, temo, con l’amore ha ben poco a che fare.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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18 risposte a La verità, vi prego, sull’amore

  1. Paolo1984 ha detto:

    sono d’accordo. Secondo me la differenza sessuale non è solo una costruzione culturale, ma ci sono tanti modi più o meno diffusi di viverla ma sempre legittimi.

    • Paolo1984 ha detto:

      quando parliamo di esseri umani..è tutto intrecciato: natura, cultura e storia ma ciò non ci rende incapaci nel bene e nel male di decidere

  2. stregadellosciliar ha detto:

    Sei bravissima. Intensa, precisa, puntuale…. con una visuale amplissima. Apri gli occhi alle persone in modo chiaro, semplice, diretto. Grazie. Grazie di cuore. Meno male che ci sono persone come te.

  3. Simona ha detto:

    Alle femministe non basta privare i bambini dei loro papà, ora vogliono anche eliminare la parola.

  4. lafatina ha detto:

    O Saranoia, non sollevare polveroni. I papà vogliono avere eguali diritti, mica vogliono abbracciare .l’ideologia del genere.

    • Non sollevare polveroni? Io mi limito a constatare che c’è gente che un giorno sostiene a gran voce una cosa e il giorno dopo pubblica l’esatto contrario. Mi sembra giusto che la gente sappia come stanno le cose, soprattutto quelli che vengono qui ad accusare “le perfide femministe” di “voler cancellare la parola papà dal dizionario” perché odiano gli uomini.
      Tu saresti la fatina e io sarei la strega? Cos’è, un modo per sentirti spiritoso?

  5. thesparesuit ha detto:

    Lasciando da parte il solito Cardinale Cretino, ché tanto l’opinione è standardizzata e invariabilmente ottusa, vorrei soffermarmi un momento sulla questione affido condiviso / terminologia neutrale. Non conosco molto sull’argomento, ci tengo a premetterlo, ma trovo la demolizione della proposta un tantino bizzarra. In primo luogo, è evidentemente discriminatorio partire dal presupposto che, in caso di divorzio, in qualsiasi coppia uomo-donna esista una verità silente di violenza domestica nei confronti della donna, cosa che il tuo discorso sembra implicare, quando parli dello “squilibrio di potere” (a sfavore della donna) che esisterebbe, mi pare di capire, in una qualsiasi coppia eterosessuale. In secondo luogo non si comprende perché non si dovrebbe distinguere una situazione di “conflittualità” di cui entrambi i partecipanti sono responsabili, da una di reale abuso in cui uno dei due è la vittima e l’altro il carnefice. Derivare che l’assunzione di una terminologia gender-free, diciamo, implichi l’impossibilità di vedersi tutelati in caso di violenza mi sembra illogico: la separazione amichevole è solo uno dei modi possibili per approcciare il divorzio. Se è vero (non conosco la legge dunque devo fidarmi) che in tale situazione è impossibile presentare la testimonianza e le prove di un abuso allora il problema non sta nella terminologia, ma nei paletti imposti a questa tipologia di separazione. Non capisco perché essere identificata come genitore 1 o giallo o verde piuttosto che come “madre” dovrebbe rendere inascoltabile un eventuale “grido d’aiuto”. A meno che il valore di quel grido non sia legato al genere sessuale dell’individuo interessato, cosa che sarebbe discriminazione.

  6. Emanuele Di Felice ha detto:

    C’è anche chi vuole mettere le coppie eterosessuali e omosessuali sullo stesso piano, ma non i due coniugi sullo stesso piano nei casi di divorzio con figli.

    “In un contesto caratterizzato da una società patriarcale, evitare di nominare il genere dei genitori significa rinunciare a descrivere correttamente una situazione di squilibrio di potere, a discapito dei soggetti che subiscono violenza domestica.”
    Significa che le donne sono oppresse in quanto tali, e dunque le donne che denunciano le violenze(in sede di divorzio e non solo),queste non possono che essere vere, ed ogni analisi sulla credibilita della parola delle donne viene considerato come uno stratagemma sessista, un modo per impedire alle donne di denunciare le violenze subite e/o preservare lo status quo. E il denunciare l’esistenza delle false accuse non è altro che un modo per calunniare le vittime di default.
    Se c’è un squilibrio di potere tra i due sessi, allora si capisce il perché le femministe difendono lo squilibrio legale e giurisprudenziale, nei casi di divorzio e non solo, a vantaggio delle donne.
    Uno squilibrio originario non può che essere curato con uno squilibrio successivo.
    Più sono oppresse e più possono pretendere.

    “”Secondo questi signori il femminicidio è solo “una strategia denigratoria del maschile”, se i “femminicidi” fossero 10 sarebbero comunque “femminicidi”, se ne fossero 10000 sarebbero lo stesso dei “femminicidi”. Conta la qualità non la quantità.
    Ricondurre il crimine di pochi alla cultura, significa chiamare sul banco degli imputati tutti gli uomini.
    Perché le femministe non distinguono mai gli assassini dagli uomini che rispettano le donne? Invece chiedono la conversione degli uomini, come se fossero tutti colpevoli.
    Imputare i crimini commessi da alcuni stranieri alla loro cultura viene considerato razzismo, lo stesso schema applicato agli uomini non viene considerato sessismo.
    L’utilizzo del comportamento di una esigua minoranza per la criminalizzazione della totalità di un gruppo è lo strumento invincibile di ogni ideologia dell’odio.

    ” Occultare il genere dei genitori in sede di divorzio si trasforma da un’operazione mirata ad includere la coppia omosessuale nel concetto di famiglia ad uno stratagemma per far sì che l’agire con violenza non impedisca al genitore biologico di esercitare i suoi diritti sulla prole.”
    Ad un cattivo ragionamento rispondo con un altro cattivo ragionamento.
    C’è chi vuole preservare lo status quo squilibrato in ambito di divorzio perché conviene alle donne.

  7. Rispondo ad entrambi.
    Vorrei intanto obiettare all’espressione “Cardinale Cretino”. Non credo affatto che si possa liquidare l’opinione del Cardinale come una semplice “cretinata”, né tanto meno addebitare il tutto al fanatismo religioso. Ci sono fior fior di “esperti” che condividono il suo punto di vista e lo spacciano per scienza: http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/09/11/lomofobia-di-stato/
    Queste persone rimangono impermeabili all’evoluzione del pensiero che ha condotto all’eliminazione dell’omosessualità dal DSM e quindi dall’essere definita una malattia; http://elfobruno.wordpress.com/2013/01/03/i-figli-dei-gay-e-lapocalisse-degli-etero/
    Sono persone ancorate ad un sistema e cercano di giustificarlo con la biologia, la psicanalisi, la religione… ma tutto ciò che ci dicono è che non riescono ad immaginare un mondo diverso da quello in cui sono cresciute e sono così terrificate dall’idea che qualcosa cambi che si opporrano con tutte le loro forza a qualsiasi mutamento.

    Secondo: io non “voglio” perpetuare alcun statu quo. Io sono fra quelli che vogliono che le cose cambino. Ma che cambino in meglio, non in peggio.

    Terzo: non vedo perché il riconoscere che in una società patriarcale esiste uno squilibrio di potere a sfavore della donna implichi necessariamente che in ogni coppia eterosessuale si verifichi violenza domestica.
    Non c’è nessun legame di causa ed effetto tra le due affermazioni!
    Quando parlo di squilibrio di potere nella nostra società, parlo di cose ovvie, che sono sotto gli occhi di tutti: che ci sono molte più disoccupate donne che disoccupati uomini, che la crisi ha colpito più le donne che gli uomini, che in media gli uomini guadagnano più delle donne, che a parità di mansione gli uomini ricevono un salario più alto delle donne, che ci sono molti più uomini in posizioni dirigenziali che donne…(http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2013/9/17/36774-lavoro-stipendio-donne-34-degli-uomini-pensioni-37/) insomma: tutto ciò che ha fatto precipitare l’Italia all’80° posto del Global Gender Gap Report: http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2012/10/29/ennesima-vergogna-italia-all80-posto-come-parita-di-genere/
    Questo non equivale a sostenere: in tutte le coppie la donna subisce violenza! E’ una sciocchezza che non sosterrei mai, perché non ha senso (questo per chiarire che “Ricondurre il crimine di pochi alla cultura, significa chiamare sul banco degli imputati tutti gli uomini.” è una conclusione alla quale non so proprio come si possa giungere sulla base di ciò che ho scritto…)
    Certo, la discriminazione di genere è un terreno fertile per il germinare della violenza di genere: questa considerazione, però, non ci dice né dove né quando la violenza avrà luogo, perché ci sono i singoli individui con le loro peculiarità di mezzo.

    Di fatto la violenza di genere dipende dal genere, è per questo che si chiama così. Se io non riconosco il genere delle persone coinvolte, potrei non essere in grado di cogliere le peculiarità della violenza di genere: per descriverla, in sostanza, mi servono le parole adatte a definirla.
    http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2013/09/17/cosa-significa-centro-antiviolenza-dl-femminicidio-iv-parte/

    La proposta di eliminare i termini “madre” e “padre” in un contesto sociale in cui domina una visione della famiglia intesa come la intende il Cardinale, si basa sulla fiducia nella potenza performativa del linguaggio: costringendo le persone ad usare determinate parole posso convincerle, con il tempo, a pensare anche in modo diverso.
    Che il linguaggio abbia il potere di condizionare il pensiero, è vero, ne ho parlato anche in questo blog: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/07/09/forma-e-sostanza/

    Allora mi sono chiesta: perché una associazione che non intende in alcun modo supportare la famiglia omosessuale, anzi si oppone con fermezza persino alla legge contro l’omofobia, propone un linguaggio gender-free?
    E’ evidente che l’obiettivo deve essere un altro.
    Quale può essere l’obiettivo?
    Credo sia più che ragionevole chiederselo.

    Certo, molti di questi soggetti (Emanuele docet) sono convinti di essere discriminati in quanto maschi. Sono davvero convinti che esista una discriminazione verso il maschio e probabilmente sono convinti che l’uso diffuso del genere neutro potrebbe aiutarli a non essere più discriminati.
    Ma quali sono le discriminazioni che sostengono di subire?

    Una, ad esempio è l’assegno di mantenimento: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/03/04/misoginia-nel-web-iii-la-vacca/
    Di fatto le statistiche ci dicono che le donne (e di conseguenza i bambini) sono quelli che soffrono maggiormente le conseguenze della crisi economica: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/09/18/save-the-children-e-il-lavoro/
    C’è quindi una discrepanza fra il torto percepito e la realtà oggettiva, almeno se si guarda ai grandi numeri: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/05/06/i-poveri-papa-separati/
    Questo potrebbe farci concludere che la proposta di una terminologia gender-free potrebbe rivelarsi un boomerang per chi, fra questi soggetti, la propone.

    Io non sono qui a condannare, ma a proporre una analisi un po’ meno semplicistica della proposta.

    • Emanuele Di Felice ha detto:

      “Le statistiche sono come il bikini: quello che rivelano è significativo, ma quello che nascondono è più importante”( Alberto Mingardi)

      La disoccupazione femminile è ca.4-5% maggiore di quella maschile.
      E’ più facile trovare lavoro con un laurea in lettere o filosofia, o in ingegneria o economia?
      Ci sono posti di lavoro come meccanico disponibili in Italia, sono disposte le donne ad occuparli?
      Se la crisi ha colpito più le donne che gli uomini, ammesso o no concesso che sia vero, ciò non significa che è colpa degli uomini, ma può dipendere dai settori che le donne occupano in maggioranza, i quali sono forse più colpiti dalla crisi.
      Parità di mansione non significa parità di ore lavorate(part-time, straordinari) e di anzianità di lavoro. Se le donne guadagnassero meno degli uomini, il tasso di disoccupazione maschile sarebbe più alto di quello femminile, perché pagare di più gli uomini quando le donne costano di meno per le aziende?
      Prima della riforma Fornero le donne andavano in pensione 5 anni prima degli uomini e data la maggiore speranza di vita le donne godevano e godono di ca. 11 anni (5+6=11) di pensione in più.
      Le pensioni vengono finanziate con i contributi e con le imposte. Chi paga in assoluto più contributi e imposte gli uomini o le donne?
      Sono più donne che uomini a laurearsi nelle materie umanistiche, non mi sembra propedeutico laurearsi in lettere o filosofia etc. per diventare dirigente. Che le donne possano sacrificare la carriera per altro non lo consideri nemmeno.
      L’uguaglianza è un atto di fede, e come tale è una affermazione strumentale e senza riscontro reale.

      Dagli omicidi ai suicidi alla minore speranza di vita etc., vedono gli uomini primeggiare, proprio perché è una società patriarcale.

      L’assegno di mantenimento viene corrisposto principalmente dagli uomini(94%) sine die, ma in cambio di nulla.
      Gli uomini in caso di divorzio sono coloro che maggiormente perdono tutto, ma la vittima è la donna, forse perché lei è vittima a prescindere.

      “la discriminazione di genere è un terreno fertile per il germinare della violenza di genere”, il retroterra culturale è l’humus dal quale nasce la violenza, o in altro modo, il singolo atto di violenza è il frutto della malapianta del maschilismo, altrimenti non ci sarebbe nessuna. Ma proprio il ricondurre la violenza alla cultura (mentre invece sono singoli atti di violenza), significa denigrare l’intero genere maschile. Violenza morale.

      Con il pretesto della società patriarcale le femministe pretendono per le donne: protezioni, tutele, quote e discriminazioni(come la presunzione di colpevolezza di fatto nelle accuse di violenza) pagate dagli uomini.

  8. Lilli ha detto:

    Fino a quando un bambino ha voglia e bisogno del latte materno, togliergli la possibilità di succhiare dalla mamma in qualsiasi momento sarebbe un crimine contro l’umanità. Perciò sarebbe un gravissimo errore eliminare i termini “madre” e “padre” dai documenti che il giudice deve visionare per stabilire la collocazione del minore.

    • Sulle perplessità in merito ad un rigido domicilio alternato per i bambini molto piccoli ho scritto parecchio.
      https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/06/17/la-tenera-eta-del-minore-e-la-questione-del-doppio-domicilio/
      https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/22/attaccamento/
      Al di là di questo, è sull’applicare un accordo preconfezionato e rigido a genitori recalcitanti che non concordo.
      Se una madre non si sente tranquilla a lasciare un bambino molto piccolo una notte si e una no – perché allatta o semplicemente perché allontanarsi le crea ansia – c’è da considerare il fatto che questa ansia influisce sul rapporto con il bambino e di conseguenza sulla salute del bambino.
      Anche gli studi che rifiutano di considerare la centralità del legame di attaccamento per un sano sviluppo del minore, come ad esempio “Critical Aspects of parenting plans for young children” di Marsha Kline Pruett, Rachel Ebling, Glendessa Insabella (http://www.researchgate.net/publication/229684232_CRITICAL_ASPECTS_OF_PARENTING_PLANS_FOR_YOUNG_CHILDREN) ribadiscono che “when parent-child relationship were more negative, the children exhibited more attentional problems, social problems and externalizing problems” (pag.46) e che “in the face of higher interparental conflict, mothers reported more sleep problems and somatic complaints” (pag. 46).
      A rendere sofferente il bambino, quindi, non è il distacco in sé, ma l’impoverimento del rapporto genitore-figlio che ne deriva e il subire il conflitto fra i genitori.
      Io concordo con quegli esperti che sostengono che il successo di qualsiasi accordo post-separazione dipende dalla capacità degli adulti coinvolti di cooperare.
      Costringere con un atto del Tribunale due adulti a sottostare ad un accordo nel quale si sentono a disagio o sul quale non concordano non può in alcun modo contribuire a sopire rancori o a risolvere situazioni di conflitto, anche nel caso in cui la violenza domestica non c’entra per niente.
      Alcuni studi condotti all’estero suggeriscono che non solo una maggiore quantità di tempo trascorsa insieme non determina un miglioramento del rapporto genitore-figlio, ma che uno affido condiviso imposto non contribuisce a ridurre la conflittualità tra genitori, a detrimento del benessere del minore: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/02/08/ancora-i-colibri-il-vero-interesse-del-minore/

      Resta da considerare il fatto che viviamo in una società ancora fortemente condizionata dal genere. Nella famiglia tradizionale italiana, oggi, la cura della prole è affidata principalmente alle madri. Il fatto che con la separazione il Giudice improvvisamente introduca un regime di condivisione della cura al 50% – in una famiglia in cui prima della separazione non c’era alcuna condivisione della cura – non può che generare un trauma, per tutti i soggetti coinvolti.
      Ciò che è importante è che la separazione diventi un processo graduale, non un taglio netto con la situazione precedente. Ovvio che questo comporta che anche che un genitore partecipe e sollecito non venga bruscamente allontanato! Ma come ho scritto altrove, non sono purtroppo i genitori solleciti che premono per questo genere di riforme: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/09/03/dalla-gran-bretagna-fathers-for-justice-i-super-papa-separati/

      Insomma, costruire un accordo di separazione sulla famiglia, sulle peculiarità degli individui coinvolti, nel rispetto della loro soggettività, implica necessariamente una analisi di quello che era il contesto familiare prima della separazione.
      Non esiste una soluzione standard perfetta per tutti, come chi propaganda la bigenitorialità vorrebbe farci credere: esistono tante famiglie, ognuna con la sua storia, e le persone andrebbero tutte rispettate, grandi o piccole, maschi o femmine che siano.

  9. A proposito della confusione tra “violenza domestica” e “conflittualittà familiare”: http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=32965:denunce-per-violenza-a-milano-met%C3%A0-archiviate
    Cito: Ma la vera nota dolente desunta dai dati del “Bilancio di responsabilità sociale 2011-2012” diffusi dalla Procura della Repubblica del capoluogo lombardo – che non fa che confermare quanto già ampiamente emerso in modo allarmante dalla esperienza diretta delle operatrici e delle avvocate della Casa Donne Maltrattate di Milano – riguarda il numero delle richieste di archiviazione delle denunce per i reati in questione: il dato, già elevatissimo nel 2009, è aumentato in modo esponenziale negli anni successivi fino a divenire, per il reato di ‘maltrattamenti in famiglia’, di molto superiore al 50% delle iscrizioni, ovvero su 1.545 iscrizioni ben 842 sono state le archiviazioni (1.032 le richieste di archiviazione). Così che, mentre le principali istituzioni internazionali riconoscono la gravità del fenomeno della violenza familiare contro le donne e i minori e lo considerano una priorità del sistema di giustizia e sanitario, i nostri organi inquirenti (ovvero quelli milanesi) vanno sempre di più a definirlo semplice ‘conflittualità familiare’. “Tale definizione, troppo spesso abusata e utilizzata in modo acritico – prosegue Garisto -, non fa che occultare il reale fenomeno della violenza familiare, sottovalutando la credibilità di chi denuncia i maltrattamenti subiti. La nostra esperienza ci ha infatti insegnato che la ‘conflittualità familiare’ non è che la inevitabile conseguenza dell’esercizio della violenza domestica stessa”.
    Nonostante tutto l’interesse mediatico sulla violenza maschile contro le donne, sembra quindi che le istituzioni politiche, la magistratura e le forze dell’ordine non abbiano ancora affrontato il tema della profondità e delle implicazioni che la violenza domestica ha nei rapporti tra uomo e donna. “Mi duole constatare che quanto emerso a Milano – precisa Garisto -, a dispetto della fama di realtà avanzata di cui gode la nostra città, nella pratica non rispecchia la stessa immagine. Ci sono procure in altre zone d’Italia con pratiche più virtuose rispetto alle nostre”.

    “Dai colloqui con le donne che si rivolgono a noi emerge chiaramente che esse non trovano nella denuncia uno strumento utile per l’uscita dalla violenza. Anzi, hanno molta paura di questo passo. E’, infatti, per loro il momento di maggior rischio: sia quando l’uomo viene a conoscenza della denuncia sia quando comunque dichiarano di aver deciso di interrompere la relazione. Come se non bastasse molte di loro sono costrette a vivere con il maltrattante anche dopo aver sporto denuncia, in attesa dei provvedimenti che riguardano la separazione. Fatto che abbiamo più volte denunciato, ma con scarso ascolto”. Una banalizzazione del conflitto da parte delle istituzioni che mette a rischio la vita delle donne. Un rischio che non dobbiamo più permettere.

    La mia considerazione è: se alla radice di questo genere di problemi c’è il rapporto uomo-donna, basta smettere di scrivere “uomo” e “donna” per arrivare ad una soluzione? Oppure c’è bisogno di un’idea un po’ più articolata?

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