Dei diritti e dei doveri

Art. 143.
Codice civile , Libro I, Titolo VI, Capo IV, (Diritti e doveri reciproci dei coniugi)

Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.

Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

matrimonioDa Il Sole 24 Ore:

L’assegnazione della casa coniugale non può costituire una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma può disporsi a favore del genitore affidatario esclusivo ovvero collocatario dei figli minori, oppure convivente con figli maggiorenni ma non autosufficienti economicamente (convivente con figli maggiorenni ma non autosufficienti economicamente (e ciò pur se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune). Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 18440/2013, respingendo il ricorso della donna e stabilendo che siccome “non vi sono figli minori o maggiorenni autosufficienti economicamente … del tutto correttamente, il giudice a quo ha revocato l’assegnazione della casa coniugale alla moglie”.

Ed ecco l’interpretazione che dà di questa sentenza il sito La legge per tutti:

Con la sentenza di separazione, l’assegnazione della casa coniugale a uno dei due coniugi viene effettuata dal giudice non come misura assistenziale per chi, dei due, è economicamente più debole, ma solo come tutela dei figli. Il che vuol dire che la casa viene assegnata solo a favore del genitore che sia:

– affidatario esclusivo dei figli minori (nel caso di affidamento esclusivo)

– collocatario dei figli minori (nel caso di affidamento condiviso)

convivente con figli maggiorenni, ma non autosufficienti dal punto di vista economico.

In tutti questi casi, l’assegnazione avviene anche se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune.

– See more at: http://www.laleggepertutti.it/36967_lassegnazione-della-casa-coniugale-dopo-la-separazione-dei-coniugi#sthash.F39iR5jF.dpuf

Con la sentenza di separazione, l’assegnazione della casa coniugale a uno dei due coniugi viene effettuata dal giudice non come misura assistenziale per chi, dei due, è economicamente più debole, ma solo come tutela dei figli. Il che vuol dire che la casa viene assegnata solo a favore del genitore che sia:
affidatario esclusivo dei figli minori (nel caso di affidamento esclusivo)
– collocatario dei figli minori (nel caso di affidamento condiviso)
– convivente con figli maggiorenni, ma non autosufficienti dal punto di vista economico.
In tutti questi casi, l’assegnazione avviene anche se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune.

Partiamo dal presupposto che vi voglio parlare del coniuge economicamente svantaggiato, ovvero quello che, al momento della separazione, è più povero: che uno dei due coniugi sia più povero dell’altro dipende dal suo reddito e dalle sue proprietà, non certo dal suo genere.

Quello che non dobbiamo dimenticare, però, è che oggi come oggi, in Italia, è molto più probabile che quella più povera sia la moglie (tanto che la sentenza citata da entrambi gli articoli che vi ho riportato parla di una moglie alla quale non viene assegnata la casa).

Un po’ di dati:

(questo è quanto emerge da un’analisi effettuata per Repubblica ed elaborata dal centro studi Red Sintesi con i dati che sono stati forniti dal Ministero dell’economia e delle finanze in relazione agli anni di imposta 2007 e 2011, quindi alle dichiarazioni dei redditi del 2008 e del 2012)

  • lo stipendio delle donne è in media pari al -34% di quello degli uomini;
  • le contribuenti donne in cinque anni sono cresciute di 122mila unità, vale  adire +più 0,6% e hanno sfiorato così quota 20.000.000. Non hanno compensato però la diminuzione del 2% dei contribuenti maschi, che risulta pari a 465.000 persone;
  • le donne nel 2012 hanno dichiarato un reddito medio pari a 15.400 euro, il 34% in meno dei 23.500 euro percepito dai maschi;  per guadagnare come gli uomini le donne dovrebbero lavorare una settimana circa in più al mese;
  • il 41% delle donne si colloca nella fascia sotto i 10mila euro l’anno; il 34,6% dei maschi invece in quella tra i 15mila e i 26mila euro;
  • le donne che dichiarano più di 55.000 euro sono solo il 2%, contro il 6% dei maschi;
  • per quanto riguarda la tipologia di rapporto di lavoro le donne che se la cavano meglio sono le dipendenti, il 46,9% del totale femminile: guadagnano 16.710 euro l’anno, che corrisponde al  -26% degli stipendiati uomini.

Parliamo di disoccupazione: si definisce disoccupazione in Italia, la condizione in cui si trovi un soggetto in età di lavoro che non sia una forza attiva nel mondo del lavoro, le possibili situazioni sono quelle di:

  • una persona che cerchi attivamente un impiego ma non riesca a trovarlo,
  • una persona che ha perso il lavoro che svolgeva (disoccupato in senso stretto),
  • un soggetto in cerca della prima occupazione.

La situazione del mondo del lavoro è molto più complessa e comprende altre categorie, che non  rientrano nelle categorie ufficiali. Aggiungendo quelle categorie che vengono definite “forza lavoro potenziale” ai disoccupati otteniamo questi dati, relativi al 2012: un totale di 5,8 milioni di persone senza lavoro, di cui 3,6 milioni di donne (il 62%), somma alla quale vanno ad aggiungersi 605 mila sottoccupati part time, di cui 386 mila donne (il 63%).

Ovviamente non bisogna generalizzare: non è detto che in tutte le famiglie il soggetto economicamente più debole sia la donna. Resta il fatto che è molto probabile.

La Cassazione ha stabilito che in caso di divorzio il Giudice non deve tenere conto delle difficoltà economiche delle parti in causa quando assegna l’immobile in cui risiedeva il nucleo familiare, ma l’articolo de Il sole 24 Ore non ci dice cosa il Giudice debba tenere in considerazione nel prendere la sua decisione: se la casa non va al più povero, allora a chi va?

In questo evidente disprezzo per il concetto di “misura assistenziale”, io vi leggo una chiara presa di posizione nei confronti della povertà: come era ovvio fino a qualche secolo fa, la povertà assume sempre di più i contorni di una colpa.

Se si decide di ignorare ogni istanza del più povero, è perché il povero viene considerato l’unico responsabile del suo stato di povertà; in quanto unico responsabile sembra perdere il diritto a pretendere una qualche tutela.

Le difficoltà economiche di un individuo rimangono completamente sconnesse dal contesto sociale: la crisi economica, il mercato del lavoro o, nel caso della donna, il carico di lavoro domestico; insomma tutti i fattori estranei alla volontà della persona scompaiono e rimane solo la decisione del soggetto di essere povero.

Sono state molte le dichiarazioni dei politici in tal senso: i giovani choosy della Fornero, i poveri sfigati di Stracquadanio, Tremonti con i suoi bamboccioni, sono solo le più celebri tra le dichiarazioni che ci hanno deliziato negli ultimi tempi. Il succo è: se non lavori o se non guadagni abbastanza, la colpa è solo tua.

Una curiosità: secondo alcuni etimologisti il termine nascerebbe povertà ha origine dal latino pauper come la contrazione di pauca (poco), e pariens (che produce): il povero dunque è colui che produce poco e quindi inevitabilmente tale.

Un altro elemento che è completamente scomparso dal dibattito è il lavoro domestico.

Se solo una ventina di anni fa la Corte Costituzionale aveva equiparato il lavoro effettuato all’interno della famiglia a qualsiasi altro lavoro, difendendone il valore sociale ed economico e riconoscendo gli indiscutibili vantaggi che la collettività trae da esso, oggi il rivendicare un qualche riconoscimento per il lavoro domestico svolto è un qualcosa che fa ribrezzo persino alle femministe.

Eppure la legge parla chiaro: Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

Il lavoro casaligo compare come concreto contributo ai bisogni della famiglia.

Andiamo a guardarci un po’ di cifre: nel  biennio 2008-2009, ci dice l’Istat, il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è stato a carico delle donne.Nelle famiglie in cui la donna non lavora, il lavoro familiare svolto dalla donna è l’83,2%. Nelle famiglie in cui la donna lavora, è il 71,4%.

Un lavoro che esiste, che viene materialmente svolto, ma che oggi, a distanza di pochi anni dalla sua rivalutazione, ha perso ogni valore sociale ed economico.

La donna che lo svolge si trova così improvvisamente povera.

Ma andiamo avanti.

L’interpretazione che dà della sentenza della Cassazione il sito La legge per tutti ci dice che l’assistenza al coniuge più debole economicamente deve essere connessa al benessere dei minori: ovvero il più povero ha diritto ad essere tutelato se e solo se accetta di assumersi la maggior parte del lavoro di cura della prole anche dopo la separazione.

Se consideriamo che molto probabilmente il coniuge più povero è la donna e tenendo conto dei dati Istat, del lavoro familiare che la donna ha svolto in più prima della separazione, non rimane nessuna traccia…

Alla luce del fatto che il Movimento 5 Stelle sta pronendo delle modifiche volte ad eliminare dalla legge 54/2006 ogni traccia della figura del genitore collocatario (ovvero quello che trascorre più tempo con la prole) e ad eliminare tutte le eccezioni che potevano condurre il Giudice a decidere per un affido esclusivo, e se l’immobile non va automaticamente assegnato al coniuge più povero, mi domando di nuovo: allora quali saranno i criteri per decidere chi si ritroverà assegnata la casa familiare? Che ne sarà di quella donna che pure ha contribuito con ben più del 50% di lavoro domestico ai bisogni della famiglia?

Io non sono un’esperta di diritto, ma se quella che si svolge in Tribunale in sede di separazione viene spesso definita una “guerra tra poveri”, ho come l’impressione che la giurisprudenza stia prendendo chiaramente le parti del meno povero.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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14 risposte a Dei diritti e dei doveri

  1. Silvana ha detto:

    Ma non ti vergogni? Ma vai a lavorare e smetti di cercare di usare i bambini per ottenere mantenimenti e altri privilegi. Hai voluto separarti? Arrangiati. Impara a badare a te stessa. Non pretendere che un uomo debba farti da schiavo o cederti la sua casa.

    • Esattamente, Silvana, con chi stai parlando?

      • Luisa ha detto:

        Magistrate marxiste-femministe come la sig.ra Luccioli della cassazione hanno stabilito che la donna ha diritto al mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio.

        Ma non sta scritto in nessuna legge. La separazione non è un’opera di carità. Se tu sei povera hai diritto a separarti, ma non hai diritto a parassitare il tuo ex. Se non hai voglia di lavorare, vai a chiedere la carità ma non pretendere di avere un uomo condannato a farti la carità, reso tuo schiavo da magistrati che andrebbero licenziati per il disastro sociale che hanno combinato

      • https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/02/22/dura-lex-sed-lex/
        Io prima di parlare di cosa sta scritto e cosa non sta scritto, mi farei una ricerca sui codici, invece che sui siti dedicati al povero papà frustrato.
        Nel nostro codice civile sta scritto (art. 433) che qualora si verifichi lo stato di bisogno dell’avente diritto i congiunti sono obbligati a provvedere con gli alimenti; poiché non sempre l’essere umano prova quel sentimento di solidarietà che dovrebbe portarlo a non lasciare privo di mezzi il suo prossimo, allora la legge provvede stabilendo che in virtù di un dato legame che intercorre fra due soggetti affini il più abbiente è obbligato a correre in aiuto.
        Alimenti e mantenimento sono due cose diverse.
        Come ho scritto nel post che ho citato qui sopra, il tenore di vita precedente la separazione è un fattore da tenere in considerazione, (insieme alle nuove necessità e alla reale situazione economica dei soggetti coinvolti), non il parametro unico per fissare un importo.
        Ma credo che l’argomento sia un po’ troppo tecnico per lei…

        La separazione non è un’opera di “carità”? Francamente mi spiace leggere di tanto disprezzo per la parola “carità”… Essere caritatevoli io la considero una virtù, mentre l’avidità un qualcosa di cui vergognarsi…

    • Lilli ha detto:

      Silvano, ma non ti vergogni? Fatteli da solo i figli e non pretende di usare il corpo di una donna per diventare genitore.

    • Romano ha detto:

      Ma il minchione che invece si è voluto sposare con la persona che non andava bene per lui ci ha pensato o no che dopo doveva pagare se le cose andavano male?

    • Romano ha detto:

      P.S. Lo stesso minchione, specialmente se ha figli, è il caso che aiuti anche lei senza piagnistei, finché è necessario. Oppure vuole affamare la madre dei propri figli? A quel punto mi chiedo chi sia quello che non si preoccupa del bene dei propri figli, bambini o cresiutelli.

  2. maria serena ha detto:

    Silvana,ma chi cazzo sei? con chi parli? che ne sai chi ha voluto cosa in quale vita? e se a volere la separazione fosse stato il marito? e se la casa fosse stata comprata da entrambi? e cosa stracacchio c’entrano i bambini?

  3. Matteo ha detto:

    Alimenti e mantenimento sono due cose diverse, e male fa lo stato a obbligare i parenti ad alimentarsi fra di loro. Se delle persone si vogliono bene, lo fanno spontaneamente. Se non si vogliono bene, come nel caso di coniugi separati, lo stato non può imporre con la violenza una persona a fare la carità all’altra. Un magistrato che si sente generoso a fare la carità con i soldi degli altri è solo un vigliacco che espropria una persona indifesa della sua proprietà privata e della sua libertà usando il potere tirannico dello stato

    • Ma, come può leggere dal mio post, lo Stato si sta sempre più orientando verso la sua posizione, caro Matteo. La sentenza della Cassazione che viene citata dall’articolo che ho letto (non ho letto la sentenza per intero, mi piacerebbe farlo…) mi sembra che tuteli ampiamente il diritto di un cittadino a disinteressarsi dello stato di bisogno dei suoi congiunti, tutelando appieno la “proprietà privata” rispetto all’obbligo di assistenza.

  4. Vale ha detto:

    Ricciorcorno, scusa, una curiosità. Controlli gli IP di chi scrive? Sarei davvero curiosa di sapere se alcuni commenti provengono tutti dalla stessa man… ops, pardon, tastiera!
    Vale

  5. valerio ha detto:

    primo:rispetto del diritto costituzionale della proprieta’ privata,ovvero la casa coniugale rimane al proprietario,e se è di entrambi si vende…
    secondo:il genitore collocatario nella 54/2006 non esiste,è una pura invenzione della magistratura;
    terzo:il ddl 957 è stato bloccato in sede di commissione giustizia del senato da correnti legate alla sinistra femminista proprio per mantenere i privilegi che una certa magistratura schierata continua a garantire alle donne;
    quarto:secondo i dati caritas 800.000 padri separati mangiano da loro….non madri separate(alle quali il giudice ha assegnato casa coniugale e assegni vari),PADRI SEPARATI!..

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