Attribuzione di significato

boldriniSpesso le parole che utilizziamo hanno più di un significato. Quando un vocabolo ha più di un significato, si parla di parola polisemantica.

A volte i significati di una parola sono completamente diversi tra loro: ad esempio la parola “collo” indica la parte anatomica del corpo umano che regge la testa, la parte stretta di una bottiglia, la parte superiore di una camicia, un pacco in spedizione, la parte inferiore del capitello in una colonna, la parte iniziale dell’estuario, la parte dell’armatura del cavallo… e innumerevoli altre cose.

Come faccio a sapere a cosa si sta riferendo la persona che usa la parola “collo”? Lo deduco dal contesto.

La polisemia delle parole può essere origine di fraintendimenti, oppure può essere sfruttata per giocare con il linguaggio, come nel caso del calembour:

“Capitano, siamo attaccati dai monsoni!”
“Allora ci batteremo con onore”
“Ma capitano, i monsoni sono venti!”
“Anche se fossero cento, li batteremo comunque”

L’effetto comico è creato dalla scorretta attribuzione di significato alla parola “venti”, che può riferirsi al numero 20 oppure alle correnti aeree.

Ma la polisemia di una parola può anche essere usata in un dibattito per confutare una argomentazione.

E’ il caso della frase della Presidente della Camera Boldrini.

La Boldrini afferma: ”Basta spot con la mamma che serve la famiglia a tavola”.

Il verbo servire ha un sacco di significati diversi: l’origine della parola è latina e il verbo deriva da “servus”, cioè “schiavo; uno dei significati di servire è infatti essere servo, schiavo, soggetto interamente alla volontà altrui; ma servire significa anche essere a servizio, lavorare alle dipendenze di altri in qualità di domestico, oppure, riferito a  commessi, commercianti e artigiani (raram. professionisti), soddisfare le richieste dei clienti… di significati ce ne sono altri, vi rimando al dizionario per leggerli tutti.

Vorrei soffermarmi su questo significato: Compiacere, essere utile ad altri, soddisfarne i desideri con atto disinteressato di cortesia.

A quale dei significati intendeva riferirsi la Boldrini quando ha pronunciato la frase incriminata?

Analizziamo il contesto: il convegno “Donne e media” che si è svolto in Senato e l’argomento gli stereotipi proposti dalle pubblicità.

Che cos’è uno stereotipo? Lo stereotipo è  un’opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni.

Di che cosa hanno parlato gli esperti di comunicazione in questo convegno, quindi? Del fatto che (cito) ” i mass media rappresentano l’universo delle donne italiane in modo a volte offensivo, troppo spesso stereotipato e sempre carente. Potrebbero e dovrebbero invece da una parte dar conto della varietà e della ricchezza dell’universo femminile, dall’altra offrire nuovi positivi e necessari modelli di ruolo.”

Alla luce di questa brevissima analisi del contesto (per approfondire posso consigliarvi di leggere qui), mi sento di giungere alla conclusione che quello che voleva esprimere la Boldrini con la sua affermazione – forse un po’ troppo apodittica – è che la donna, nella rappresentazione che ne danno i media, è sempre relegata in una posizione di servizio, intesa proprio come donna di servizio: quella che cucina, lava, stira e porta in tavola. L’accusa rivolta ai media è di non proporre mai altre attività delle donne: le donne sono scienziate, letterate, svolgono lavori pesanti o sono impegnate nel mondo della finanza, della tecnologia, ecc.

Se è vero che le donne a volte ingaggiano battaglie contro la macchia impossibile, questa è una piccola porzione della loro vita, eppure è l’unica che ottiene visibilità.

Proporre sempre un solo tipo di donna (ci dimostra con una serie di esempi il blog Un altro genere di comunicazione) contribuisce a “fissare” nell’immaginario collettivo uno stereotipo, che può portare alla conclusione che chi non vi corrisponde “non sia una vera donna”.

D’altra parte, non si può negare che il “servire a tavola” riconduce a quell’ambito semantico della parola servire che fa pensare ad una posizione subordinata e rimanda al significato: “lavorare alle dipendenze di altri in qualità di domestico”… o addirittura al significatoessere servo, schiavo, soggetto interamente alla volontà altrui”.

Sono convinta che è di questi significati che la Boldrini stesse parlando, soprattutto perché si è parlato anche di femminicidio, che, come affermato nella convenzione di Istanbul, è “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette a una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

La donna che offesissima ha scritto “sono una mamma che serve la famiglia a tavola e ne va fiera“, invece fa riferimento ad un altro significato del verbo servire, che però ha poca attinenza con il contesto di cui sopra.

Questa fiera mamma scrive: “Ha presente il piacere che può provare una madre – mi perdoni se mi permetto di utilizzare un termine così obsoleto – dopo una giornata di duro lavoro a preparare una cena per suo marito e i loro figli, servirli a tavola e trascorrere con loro probabilmente l’unico momento della giornata davvero in famiglia?”

Chiaramente sta facendo riferimento a questo significato del verbo servire: Compiacere, essere utile ad altri, soddisfarne i desideri con atto disinteressato di cortesia.

Io ho presente il piacere che si prova a compiere un atto completamente disinteressato nei confronti di una persona che amo. Sono convinta che anche molti uomini provano il medesimo piacere: diamo visibilità anche a loro. Così forse la smetteremo di fare confusione fra i vari significati della parola “servire” e potremmo godere tutti godere appieno della gioia di rendere felice la nostra famiglia.

i mass media rappresentino l’universo delle donne italiane in modo a volte offensivo, troppo spesso stereotipato e sempre carente. Potrebbero e dovrebbero invece da una parte dar conto della varietà e della ricchezza dell’universo femminile, dall’altra offrire nuovi positivi e necessari modelli di ruolo. – See more at: http://nuovoeutile.it/stereotipi-pubblicitari-sulle-donne/#sthash.IdrmReAj.Z6cRb4eT.dpuf
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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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23 risposte a Attribuzione di significato

  1. pinzalberto1 ha detto:

    E’ ovvio che piacevole ed appagante soddisfare una persona amata. Esiste solo un sottilissimo confine, quando un giorno ti rifiuterai e prenderai per questo un sacco di botte. Deve essere un piacere, non un obbligo. Citando Checco Zalone , “Solo una cosa sul Musulmanesimo : non trattate male la Donna!”. “MAMMA!!! DUE CAFFE’, E VELOCE!!!”

  2. maurozennaro ha detto:

    Sono un uomo e cucino, anche discretamente, tutti i giorni. Faccio anche un mucchio di altre cose. Non voglio dire che mi piaccia pagare le bollette, rifare il letto, cambiare le lampadine e pulire il bagno, ma sono cose che vanno fatte e basta. Quindi le faccio. Preferirei stipendiare camerieri/e, autisti/e, governanti e maggiordomi e starmente spaparanzato a leggermi un libro, fare musica con gli amici, passare più tempo con la mia compagna e i miei figli e mia figlia, ma non ho abbastanza soldi, accetto la mia vita e mi sta bene così. Perché solo le donne devono sobbarcarsi tutte le incombenze? Non è solo sbagliato, è anche idiota. La vita materiale è per certi aspetti un vero strazio, ma se lo dividiamo va molto meglio. E non è che gli uomini che in casa non fanno un accidente stiano meglio. Proprio no. Al massimo più comodi. Ma non è la stessa cosa.

    • Il “piacere” non sta nell’azione in sé… ovviamente! 🙂 Se mi avvicino ad una persona in difficoltà per prendere parte del suo bagaglio, non lo faccio per il piacere di sollevare pesi, ma perché mi rende felice il pensiero di aver aiutato un altro essere umano!

      • maurozennaro ha detto:

        Questo è un altro discorso. Aiuto volentieri le persone in difficoltà, ma darsi da fare in casa non è aiutare una donna a fare ciò che le compete: è prendersi carico delle proprie responsabilità. Le lenzuola da lavare sono tanto sue quanto mie, e il resto pure.
        Insisto: non bisogna “aiutare” le donne, bisogna fare quello che c’è da fare, possibilmente insieme o dividendolo equamente. Mi sento male quando sento dire: «Mio marito è tanto bravo, mi aiuta con le faccende di casa». Io non aiuto nessuno: faccio e basta. E non è sempre divertente o appagante; se potessi, stipendierei profumatamente qualcun* per lavorare al posto mio.
        Onestamente mi secca che tante donne non sappiano usare un cacciavite o un trapano, ma la colpa è di noi uomini. In famiglia abbiamo scelto una omeopata, una pediatra, una veterinaria per curare noi e i nostri animali, e sono bravissime; affiderei volentieri la mia macchina a una meccanica, se solo la trovassi.

      • Vedi quante sfumature di significato? Molto bella questa tua precisazione sulla differenza fra “aiutare” e fare la propria parte! 🙂

  3. Vittoria ha detto:

    Brava!

  4. Mirella ha detto:

    Anche io sono una mamma felice di cucinare per mio marito e per i nostri bambini. Le parole della Boldrini, che disprezza noi mamme mi hanno offeso. A queste femministe che si considerano esseri superiori da usare per le loro guerre di genere non voglio dire nulla. Mi fanno solo schifo

    • No, non è vero. Non sei Mirella e non sei una mamma. Tu sei il troll che scrive continuamente su questo blog con nomi sempre diversi, ti ho riconosciuto dall’indirizzo IP. Ieri eri Silvana, oggi sei Mirella. Dovresti trovarti un altro hobby. Il web 2.0 è una gran cosa, è un vero peccato che persone come te lo usino a questo modo…

      • Franco ha detto:

        Be molte vere mamme su facebook si sono indignate per le parole della Boldrini, e poi dai non giochiamo con le parole , per esempio se sei fidanzata il compagno che hai per parlare di te dice “la mia compagna” , “la mia ragazze” ecc… che alla fine è un aggettivo possessivo , ma mica ti considera una sua proprietà o un oggetto, e poi la maggior parte delle donne cucina veramente per le famiglie quindi è la realtà,quindi perché i pubblicitari dovrebbero non rappresentare la realtà.

      • Non è “la realtà” è “una realtà”: perché non dovrebbero rappresentare anche le altre?

      • Franco ha detto:

        conosco come ragionano le persone come la Boldrini lei non vuole solo che vengano messi spot dove sono gli uomini a cucinare , vuole che ci siano solo questo e che non ci sia neanche uno spot dove siamo le donne a cucinare, alla fine le femministe sono quelle che se la prendono per ogni spot sexy dove ci sono le donne anche quelli leggeri , ma non parlano degli spot dove ci sono gli uomini sexy se vuoi posso pure farti degli esempi.

      • Quindi siete amici, con la Boldrini. Vi telefonate, parlate fra voi di queste cose…

      • Franco ha detto:

        intendo come ragionano le persone che sono di SEL, e nel suo caso le femministe comuniste.

      • Io mio limito a quello che dice. Non faccio processi alle intenzioni. E le “femministe” se la prendono anche con gli spot con gli uomini sexy, da quel che leggo in giro:http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/09/27/gli-impulsi-del-maschio-alfa/

      • Franco ha detto:

        se la prendono con quello spot dove l’uomo è cool, cioè dai lo dico da uomo etero, quello spot è bellissimo sotto tutti i i punti di vista , io mi riferivo agli altri spot, e poi ti sembra giusto che in casa Boldrini sia sempre il compagno a cucinare e pulire e lei non faccia niente?

      • Ma tu come fai a sapere cosa avviene in casa Boldrini? In ogni caso, questa non è una argomentazione, ma una fallacia logica: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/01/03/tu-quoque/
        1°: la Boldrini non ha mai affermato che SOLO gli uomini debbano cucinare e/o servire a tavola
        2°: cosa avviene in casa Boldrini non è rilevante in una discussione seria sull’argomento in esame.

      • Franco ha detto:

        certo perché tu giochi sulla parola “servire” comunque le donne come le Boldrini mi sa che vedono gli uomini come persone di serie B.

      • Leggete tutti la mente della Boldrini… Io penso che invece il problema della Boldrini sia che si ritiene una persona di serie A.

      • Franco ha detto:

        Speriamo che si voti presto , cosi abbiamo un nuovo presidente(uomo o donna che sia) della camera , e se vogliono metterci di nuovo un comunista , questa volta prendiamone qualcuno dal Venezuela sono più simpatici.

  5. maurozennaro ha detto:

    I pubblicitari. Maledizione, i pubblicitari. Ebbene, nel loro ambiente circola una simpatica battuta: che quello del pubblicitario è il secondo mestiere più antico del mondo. Non stento a crederlo. È questo il motivo per cui la pubblicità vive di stereotipi. E quando si vede una pubblicità “buona” (ad esempio che non offende le donne, i gay, le minoranze, eccetera), non è perché l’autore/trice è una persona onesta: è perché quella pubblicità è diretta a un target culturalmente più elevato, che non comprerebbe mai un prodotto presentato in modo volgare. Barilla, tanto per restare nel tema del giorno, è una marca molto diffusa e popolare, quindi usa un linguaggio accettato dalla massa. La quale, duole dirlo, non è composta al 99% da femministe, LGBT, militanti di sinistra, volontari/e di Emergency. La “massa” che arricchisce Barilla è la stessa che elegge delinquenti, che guarda tv spazzatura, che racconta le barzellette sui “froci”, che considera le donne carne da letto e da fornelli. Quindi la massa sarà felice di comprare una pasta che difende i sani valori della tradizione italica. I pubblicitari, e i loro complici marketing manager, non sono mica scemi.
    Questa gente ha un solo scopo: vendere. A qualunque costo, pur di raggiungere l’obiettivo. Quando ci lamentiamo che all’estero pubblicità becere come quelle nostrane non esistono, è perché in quei paesi (più ”civili”?) non venderebbero un accidente, anzi otterrebbero l’effetto contrario. I pubblicitari non «rappresentano la realtà», rappresentano lo stereotipo del desiderio che loro stessi hanno inventato e diffuso. Ma scusate, la famigliafelice che fa colazione col mulinobianco vi pare reale? E il Banderas che macina miracolosamente il grano in un frantoio per olive è reale?
    Sono talmente bravi che per tacitare le voci critiche hanno inventato la pubblicità di se stessi: la celebre Pubblicità Progresso, che altro non è che una serie di campagne gratuite – ideate dalle stesse agenzie che nella stanza accanto scelgono con accuratezza i culi e le tette per lanciare altri prodotti – per rifarsi, come si suol dire, una verginità con le stesse strategie aggressive usate per i pannolini e i suv (in questo caso la tecnica è mostrare il negretto affamato e la donna sanguinante per dire: e TU cosa fai per salvare il mondo?). La PP è gratuita ma alla fine, ai pubblicitari, gli fa fare i soldi.
    Inutile sorprendersi per il livello di squallore degli spot che ci vengono propinati. Qualunque pubblicità, anche quella più atroce, fa vendere. La pubblicità non “informa”: persuade. Non fa produrre beni migliori: fa comprare quelli pessimi. Non è l’anima del commercio: è la sua droga.
    L’unica è evitarla. Non solo per non vomitare, ma anche per non esserne in nessun modo influenzat*.
    In un paese veramente civile la pubblicità non esisterebbe.

  6. Marco ha detto:

    Secondo me è la declinazione nei due lati (“bianco” e “nero”) di uno stesso concetto. Non si tratta di due significati diversi in senso pieno ma di due implicazioni divergenti della stessa idea (e spesso con le intenzioni e i concetti le cose vanno così). Nel servire c’è un pò di orgoglio, un pò di umiltà e a volte persino umiliazione ma anche chi prova solo orgoglio ammetterà,magari a fatica, che si sta comunque facendo in quattro per il bene di qualcun altro. Azioni e situazioni totalmente positive probabilmente non esisteranno mai nella nostra complessa vita. Possiamo dire che il discriminante è la consapevolezza da parte degli altri dello sforzo che fai/hai fatto ma…se non ci fosse nessun discrimine certo?

  7. Pingback: Stereotipi sessisti humus di discriminazione e violenza » Massimo Lizzi

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