Le false accuse e la Polizia di Stato

La Convenzione in materia di prevenzione e contrasto della violenza sulle donne, chiamata comunemente Convenzione di Istanbul, è stata approvata dal Comitato dei ministri dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 e aperta alla firma dall’11 aprile 2011.

La Convezione di Istanbul Si tratta è uno strumento internazionale giuridicamente vincolantela cui dinalità è quella di “prevenire e contrastare la violenza intrafamiliare e altre specifiche forme di violenza contro le donne, di proteggere e fornire sostegno alle vittime di questa violenza nonché di perseguire gli autori“.

La Convenzione ha tra i suoi principali obiettivi l’individuazione di una strategia condivisa per il contrasto della violenza sulle donne, ma anche la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la perseguibilità penale degli aggressori. La Convenzione mira inoltre a promuovere l’eliminazione delle discriminazioni per raggiungere una maggiore uguaglianza tra donne e uomini. Ma l’aspetto più innovativo del testo è senz’altro rappresentato dal fatto che la Convenzione riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione.

La Convenzione, nel giugno di quest’anno, è diventata legge.

La Convenzione di Istanbul parla anche di “vittimizzazione secondaria” (pag.10, cito: “Le Parti si accertano che le misure adottate in virtù del presente capitolo… mirino ad evitare la vittimizzazione secondaria”).

Con l’espressione “vittimizzazione secondaria” si intende il complesso delle ripercussioni negative (stress, angoscia, sofferenza, mortificazione, senso di abbandono) che possono derivare alla vittima di un reato dal contatto con le agenzie di controllo, vale a dire polizia, magistratura, strutture penitenziarie.

Il fenomeno della “vittimizzazione secondaria”, quando parliamo di violenza contro le donne, è connesso alla percezione collettiva della violenza di genere. La giornalista Luisa Betti ne ha recentemente parlato al convegno in senato del 24 settembre 2013, “Convenzione di Istanbul e media”, affrontando il problema della narrazione della violenza, che – priva di qualsiasi prospettiva di genere – influenza l’attribuzione delle responsabilità:

La violenza sulle donne – femminicidio (che in Italia ha ancora un altissima percentuale di sommerso), era trattata come un fatto di cronaca isolato e sporadico, attraverso una narrazione che per rendere più “appetibile” il racconto andava a scavare nel “torbido”, indugiando su aspetti morbosi per interessare e facendo leva su stereotipi culturali, senza dare un quadro d’insieme. Trasformando anche la vittima in offender e minimizzando la gravità del reato commesso.

… la sottovalutazione di quello che rappresenta in realtà la violenza sessista e discriminatoria contro le donne, persiste.

Il punto cruciale è allora la percezione della violenza nella sua reale gravità: lo smantellamento di una cultura della “sottovalutazione della violenza” che traspare ovunque con conseguenze enormi, e in cui si rischia di far passare come normalità, un danno o una violazione.

Dare la sensazione che l’uomo è un poveretto respinto da una donna che giocava coi suoi sentimenti di uomo ferito, senza chiamare quel tipo di situazione col suo vero nome, cioè violenza psicologica, è molto più pericoloso di quanto si possa pensare. Perché quello che è importante non è soltanto il racconto dei fatti, ma l’imparare a raccontarli soprattutto in un contesto culturale così discriminatorio per le donne come quello italiano, dove l’idea che continua a passare è che comunque un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano un ingrediente normale dei rapporti intimi: una convinzione che nei tribunali, nelle caserme, e in alcune perizie psicologiche (CTU), espone la donna a grave rischio. La violenza psicologica nei rapporti d’intimità, non è una semplice conflittualità della relazione.

Scrive Luisa Betti.

Mi soffermo un attimo sull’ultimo passo: il contesto culturale italiano – che giustifica la violenza quando è perpetrata contro le donne perché “un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, sono un ingrediente normale dei rapporti intimi” – trasforma la vittima in uno dei colpevoli.

Se volete leggere un esempio di questo tipo di narrazione, che deresponsabilizza chi ha commesso il reato, concentrando l’attenzione del lettore sugli errori commessi da chi ha subito, potete seguire questo link: La cultura della violenza.

Ma c’è un altro aspetto della questione che contribuisce alla vittimizzazione secondaria (a scrivere è sempre Luisa Betti):

il pregiudizio della discriminazione di genere permane, e si riflette nel sostegno sotterraneo di una cultura che in ambito giudiziario trova ancora donne che non sono credute quando denunciano una violenza. Donne che rischiano di essere rivittimizzate in tribunale, e che si ritrovano impossibilitate a un accesso sicuro alla giustizia a causa dell’impreparazione degli “addetti ai lavori”.

Le donne non sono credute.

Capita piuttosto spesso. Le donne denunciano di essere in pericolo, ma le istituzioni competenti sottovalutano il problema. Le donne denunciano, chiedono aiuto e nonostante questo muoiono. Il 70% delle vittime dei femminicidi dello scorso anno aveva già denunciato la persona che poi le ha uccise…

Andiamo a vedere chi sono quelli che alimentano la cultura della discriminazione.

Voglio essere chiara: io, oggi, intendo accusare la Polizia italiana. Non tutta la Polizia, ma quei soggetti al suo interno che alimentano la cultura della violenza contro le donne diffondendo stereotipi di genere. Anzi, con maggiore precisione: oggi vi parlerò di un poliziotto in particolare.

polizia_modernaLuigi Luchetti, psicologo della Polizia di Stato, firma questo articolo pubblicato dalla rivista Polizia Moderna.

Ci legge Polizia Moderna? I poliziotti, immagino. Quegli stessi poliziotti che dovranno intervenire quando una donna decide di denunciare le violenze perpetrate dal suo partner.

Con quale disposizione d’animo il poziotto che si è letto l’articolo di Luigi Luchetti ascolterà il racconto della donna che si propone come vittima? Il fatto di essere stato informato che è in corso una epidemia di denunce contro mariti e padri degeneri, tutte false, inventate da donne assetate di vendetta, potrebbe condizionare il lavoro di indagine sul caso secondo voi?

Secondo Keir Starmer, avvocato inglese a capo del Crown Prosecition Service (la pubblica accusa britannica), si: la convinzione errata che le “false accuse” di stupro o violenza domestica siano comuni può minare il lavoro di polizia e autorità giudiziarie nel momento in cui si trovano ad investigare su questo genere di crimini, ha dichiatato Starmer.

Ma soprattutto: è vero che spesso, in Italia, le accuse che le donne muovono contro gli uomini sono false? Perché questo articolo non parla di false accuse in generale, parla di donne che muovono false accuse: sono solo le donne che mentono, per lo psicologo Luchetti.

Gli uomini sembrerebbero particolarmente sinceri. Forse la sincerità risiede nel pene… Ma non ho trovato un qualche studio che lo dimostri.

La versione integrale dell’articolo di Luchetti la trovate qui:

polizia_moderna_gardnerIl blog è tutto dedicato a Richard Alan Gardner, il medico statunitense inventore della Pas, la sindrome da alienazione genitoriale.

Visto che l’articolo di Luchetti non riporta alcun dato concreto (parlo di cifre) a sostegno della tesi di una “epidemia di false accuse” che infesterebbe le Questure italiane e visto che il suo articolo è pubblicizzato da un sito intitolato a Gardner, mi sento di ipotizzare che alla base delle considerazioni dello psicologo della Polizia di Stato ci sia il lavoro del medico statunitense.

Lavoro è stato definito da parecchi colleghi junk science, scienza spazzatura.

Stress, angoscia, sofferenza, mortificazione, senso di abbandono… ecco ciò che aspetta le donne che si rivolgeranno in cerca di aiuto al Poliziotto formatosi alla scuola della rivista “Polizia Moderna”. Un fenomeno che la Convenzione di Istanbul, sottoscritta dall’Italia, chiama “vittimizzazione secondaria”, un fenomeno che andrebbe evitato.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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7 risposte a Le false accuse e la Polizia di Stato

  1. Paolo1984 ha detto:

    le false accuse sono poche e vengono presto scoperte di solito. Non mi stanco di dirlo

  2. AlessioX1 ha detto:

    Scusami ma la polizia , penso che sappia ciò che faccia,non penso siano dei misogeni, ci sono anche donne nella polizia, poi ci sono 3 gradi di giudizio ,e poi con la nuova legge sul femminicidio non si può neanche togliere una denuncia.

  3. Marco ha detto:

    Sinceramente credo che una legge che si proponga di affrontare la violenza contro le donne parta con il piede sbagliato, sottintenda cioè che solo uno è il sesso dell’aggressore, solo l’altro quello della vittima. Una frase come “prevenire e contrastare la violenza intrafamiliare e altre specifiche forme di violenza contro le donne” sottintende, a livello puramente sintattico, che la violenza intrafamiliare sia sempre maschile. E si tratta dello stesso stereotipo, per quanto rovesciato e apparentemente a favore del progresso e della donna. Un intento di legge così sbilanciato può effettivamente essere sfruttato da qualche furba. Per il resto le fattispecie di reato, per entrambi i sessi, esistono già da tempo.

    • La violenza domestica è prevalentemente contro le donne. E’ un dato di fatto, non uno stereotipo. Parliamo di razzismo contro i bianchi italiani in Italia?
      La sintassi non può essere l’unico strumento di lettura della realtà, le leggi non debbono essere solo sintatticamente corrette: debbono essere utili nel contesto sociale. E’ per questo che, a parte alcuni principi fondamentali, le leggi cambiano nel corso del tempo…

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