Benvenuto all’inferno

Dall’articolo Residenza alternata: nell’interesse del bambino?,
del Professor Bernard Golse, scritto in collaborazione con Jacqueline Phelip:

Il concetto di residenza alternata si è imposto a partire dall’immagine molto pubblicizzata dai media dei “nuovi padri”, ma anche a partire dall’immagine dei padri che sarebbero tutti “nuovi” e tutti impegnati come le madri nella cura dei bambini durante la convivenza. Questa visione idealizzata dei “nuovi padri” che condividerebbero con le madri in ugual misura le cure e l’educazione dei bambini durante la convivenza è smentita da tutti gli studi sociologici (INED, DREES, CEREQ ecc.): oggi come ieri, che lavorino o meno, sono sostanzialmente le madri ad accollarsi le cure e l’educazione dei bambini  e senza che i padri se ne lamentino o che i professionisti  pensino che i bambini soffrano gravemente se i genitori vivono sotto lo stesso tetto).

Nel marzo 2011, sulla rivista Politique sociales et familales, Carole Brugeilles e Pascal Sebille così concludono uno studio sull’evoluzione della condivisione delle responsabilità genitoriali tra il 2005 e il 2009:

“Lo studio della ripartizione dei compiti genitoriali e della loro evoluzione conferma che le madri sono sempre le principali protagoniste della cura dei bambini, mentre la partecipazione dei padri è secondaria e limitata nel tempo. Nello stesso tempo, nelle coppie dove la ripartizione dei compiti tende verso l’uguaglianza, i cambiamenti sono più frequenti, mostrando che, quando le attività sono più condivise, le possibilità che, nel corso del tempo, i padri cessino di impegnarsi sono più rilevanti” (Brugeilles, Sebille, 2011)

Questo studio conferma quello che  questi ricercatori avevano scritto nel marzo 2009, ossia che, a dispetto di una nuova concezione della paternità molto pubblicizzata dai media e dell’aumento del lavoro delle donne, la partecipazione degli uomini alle cure e all’educazione dei bambini era aumentata di molto poco.

Il Centre d’Analyse Stratégique, n.294 (ottobre 2012), “Désunion et paternité”, riporta:

” La partecipazione dei padri [alla cura dei figli] è aumentata di soli 5 minuti in media tra il 1999 e il 2010, anche nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano.
In generale, le donne devono continuare ad accollarsi la responsabilità della conciliazione tra famiglia e lavoro. La nascita di un bambino comporta  un mutamento professionale, se non un vero e proprio declassamento, per una quota significativa di donne (uscita dal mercato del lavoro, passaggio al part-time, cambiamento delle mansioni), mentre i cambiamenti per gli uomini sono minori e di natura diversa.
Meno di un quinto  degli uomini dichiara che si sia verificato un mutamento professionale dopo la nascita di un figlio, mutamento che interessa invece la metà delle donne. L’analisi delle coppie in cui entrambi i partner lavorano mostra che la tendenza alla specializzazione “tradizionale” delle donne nella sfera privata-famigliare si rafforza con la nascita di ogni nuovo figlio.
Le differenze nel lavoro genitoriale tra uomini e donne sono anche di natura qualitativa. Le madri dedicano il tempo consacrato ai bambini alle cure fisiche, o al lavoro domestico, mentre i padri lo impiegano in attività ludiche e nel trasporto dei bambini.
Le madri sono molto più presenti dei padri accanto ai figli il mercoledì e si impegnano ad accudirli in caso di imprevisti (malattie, scioperi), anche quando i padri hanno impieghi che consentirebbero loro di fruire di orari di lavoro flessibili”.

Ricordiamo che il 97% dei congedi parentali sono richiesti dalle madri, il 3% dai padri.

Questa è una analisi della situazione francese. Ma se andiamo a confrontarla con la situazione italiana, non c’è troppa differenza.

L’Istat ha pubblicato nel 2010  la terza edizione dell’Indagine multiscopo sull’Uso del tempo, intervistando un campione di 18.250 famiglie e 40.944 individui, che hanno descritto in un diario le attività quotidiane.

Per analizzare il grado di condivisione dei carichi di lavoro familiare nella coppia, l’Istat utilizza l’indice di asimmetria del lavoro familiare: tale indice assume valore 100 nei casi in cui il lavoro familiare ricada esclusivamente sulla donna, è pari a 50 in caso di perfetta condivisione dei carichi di lavoro familiare; i valori compresi tra 0 e 49 e quelli compresi tra 51 e 99 indicano un carico di lavoro, progressivamente più sbilanciato, rispettivamente sull’uomo o sulla donna.

Nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è risultato quasi interamente a carico delle donne, valore di poco più basso di quello registrato nel 2002-2003 (77,6%)

Ci dice l’Istat: Persiste dunque una forte disuguaglianza di genere nella divisione del carico di lavoro familiare tra i partner. L’asimmetria nella divisione del lavoro familiare è trasversale a tutto il Paese, anche se nel Nord raggiunge sempre livelli più bassi. Le differenze territoriali sono più marcate nelle coppie in cui lei non lavora. L’indice assume valori inferiori al 70% solo nelle coppie settentrionali in cui lei lavora e non ci sono figli, e nelle coppie in cui la donna è una lavoratrice laureata (67,6%). Rispetto a sei anni prima, l’asimmetria rimane stabile nelle coppie in cui la donna non lavora (83,2%). Cala, invece, di due punti percentuali nelle coppie con donna occupata, passando dal 73,4% del 2002-2003 al 71,4% del 2008-2009. Tale calo riguarda sostanzialmente le coppie con figli: in presenza di due o più figli l’indice passa, infatti, dal 75% al 72,2%.

Paradossalmente, la presenza di figli nella coppia non abbassa il valore dell’indice di asimmetria, ma lo innalza: la presenza di figli, in una coppia, aumenta quindi il carico di lavoro di cura della donna, mentre diminuisce il contributo fornito dall’uomo.

Un altro dettaglio interessante: tra il 1988-1989 e il 2002-2003, ad esempio, si era registrata una significativa riduzione del tempo di lavoro familiare delle donne, soprattutto occupate, e una sua redistribuzione interna, caratterizzata da un calo del tempo dedicato al lavoro domestico e da un incremento del tempo di cura dei figli da parte delle madri.

La suddivisione del “lavoro familiare” (inteso come tempo dedicato da entrambi i partner al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi) non riguarda solo la quantità di tempo, ma comporta una distribuzione delle competenze: gli uomini si fanno carico di quella parte di lavoro familiare che comprende il “lavoro domestico e l’acquisto di beni e servizi”, le donne invece si occupano maggiormente del “lavoro di cura”, cioè della prole.

Se andiamo a leggere il capitolo dal titolo “I tempi di vita di uomini e donne che vivono in coppia”, troviamo questi dati: nel 2008-2009, in un giorno medio settimanale, cioè un giorno teorico che tiene conto sia dei feriali sia dei festivi, la quasi totalità delle donne che vivono in coppia si occupa del lavoro familiare (98,9%), mentre circa il 24,1% degli uomini non vi dedica nemmeno 10 minuti, percentuale che sale al 31% se la partner non è occupata.

Ma parliamo del lavoro di cura (bambini da 0 a 13 anni): se la donna lavora resta a carico della madre il 65,8% del lavoro di cura, contro il 75,6% se la madre non è occupata. Nel lavoro di cura dei figli piccoli le mamme rispondono alle più diverse esigenze dei figli. La gran parte del lavoro di cura delle madri è rappresentato da cure fisiche o sorveglianza (dar da mangiare, vestire,  fare addormentare il bambino o semplicemente tenerlo d’occhio); nel caso dei padri il tempo è soprattutto dedicato ad attività ludiche, che sono anche le sole per le quali l’indice di asimmetria assume valori inferiori al 50%, per la precisione il 41,5% del tempo dedicato al gioco da entrambi i genitori, a significare che è maggiore la porzione di tempo relativa ai padri. Infine, sono ancora più numerose dei padri, le madri coinvolte nell’aiutare i figli quando devono fare i compiti scolastici: in un giorno medio, il 19,3% delle madri contro il 4,8% dei padri segue i figli nei compiti a casa.

Nel lavoro di cura dei figli sono ricomprese diverse attività, che risultano così distribuite all’interno della famiglia: la madre si occupa di cose come dar da mangiare, mettere a letto, lavare e vestire, aiutare i figli a fare i compiti, mentre i padri giocano.

Non voglio sminuire l’importanza del giocare con i bambini, ci mancherebbe: è importantissimo. Ma vi chiedo: è più piacevole cambiare un pannolino pieno di cacca o dedicare un paio d’ore ai videogiochi?

Cosa comporta un carico di responsabilità maggiore: occuparsi del rendimento scolastico di un figlio o affrontare una partita a Monopoli?

Di questi dati sconfortanti sembra non preoccuparsi nessuno.

Invece, troviamo pubblicato sulla 27esima ora del Corriere l’appello di un padre che manifesta tutto il suo disagio nel doversi accollare alcune incombenze che riguardano la sua bambina.

Questo padre moderno (che si guarda bene dall’informarci se la compagna lavori oppure no, ma ci tiene a farci sapere che lui lavora) ha iniziato a sentirsi a disagio sin dalla gravidanza:

“Quando esci dal lavoro per accompagnarla alla visita ginecologica, con la ginecologa che per tutto il tempo guarda solo LEI, come se tu non fossi servito a niente.”

La ginecologa non gli presta abbastanza attenzione; la sua compagna è incinta e nessuno si preoccupa di visitare lui. Che tremenda ingiustizia! Perché nessuno ha pensato alle analisi del sangue per i poveri papà – stremati dal concepimento – magari per controllare il livello di glucosio nel sangue? E se gli fosse venuto il diabete da coito?

La sua perfida compagna, una volta avuta la bambina, si permette di rimanere a letto, costringendo il disgraziato papà a preparare la colazione: preparare la colazione! Lui! Questa immagino sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, costringendolo a scrivere disperato al Corriere in cerca di aiuto. Non è possibile che un uomo debba affrontare tutto da solo una bambina che appena lo vede gli chiede “Succo e Pippi!” senza prima omaggiarlo della gratitudine mattutina necessaria a sopportare simili titanici sforzi: versare un succo di frutta e accendere la televisione.

Chi ha scritto questo articolo si sente umiliato e sminuito da ciò che fa per la sua bambina, e il perché è chiaro qualche riga dopo, quando scrive:

“…la porti al parco e la fai giocare, mentre le altre mamme ti guardano come se fossi una bestia rara in via di estinzione.

C’è solo lui al parco con la bambina, circondato da mamme: lui è l’unico papà. E questo lo fa sentire una “bestia rara”, lo mette a disagio.

E io lo capisco. Davvero. E’ normale. E’ più o meno la stessa sensazione che prova una donna quando, al lavoro, si trova in una stanza piena di colleghi maschi…

Questo padre scrive al Corriere disperato perché non si sente abbastanza gratificato per quello che è costretto a fare da quando è diventato padre: preparare la colazione, accompagnare la bambina all’asilo, andarla a prendere, portarla al parco, raccontargli una favola alla sera. Sente che il lavoro che svolge non gode di una considerazione proporzionata allo sforzo che comporta.

Cosa dovrebbero rispondergli le donne? Tutte quelle donne che in Italia si fanno carico di più del 70% del lavoro familiare?

In Italia, oggi, una donna che non ha un lavoro retribuito si accolla l’83,2% del lavoro familiare, l’89,7% del lavoro domestico in senso stretto: deve lavare, stirare (il 98,4% del tempo dedicato a queste attività è di genere femminile, con differenze minime tra occupate e non occupate), occuparsi delle attività di pulizia e riordino della casa e di quelle riguardanti la preparazione dei pasti (con un indice di asimmetria costantemente al di sopra del 90% tra le non occupate e intorno all’80% tra le occupate).

Io gli risponderei così:

Benvenuto all’inferno, mio caro.

Torna a lamentarti quando il web pullulerà di pagine simili a questa, ma dedicate ai buoi:

vacche

Torna lamentarti quando ti daranno del “mantenuto” e ti sentirai addosso tutto il disprezzo che il termine porta con sé.

 

 

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in attualità, dicono della bigenitorialità, recensioni scadute, riflessioni, società e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

16 risposte a Benvenuto all’inferno

  1. Vittoria ha detto:

    Sei geniale, come sempre. Per chi si chiedesse perchè il Centre d’Analyse Stratégique scrive che le madri sono molto più presenti dei padri il mercoledi, specifico che in Francia a scuola c’è una pausa scolastica infrasettimanale: il mercoledi, appunto.

  2. Chiara ha detto:

    Ho letto il pezzo (e i commenti sotto al post della 27esima ora). Il pezzo sarebbe anche ironico e farebbe ridere (è scritto più o meno bene), se lui non sparlasse della propria compagna “ti vesti al buio per non svegliarle, vai in cucina e prepari la colazione, che puntualmente rimarrà lì perché LEI resterà a letto fino a tardi (“ Cerca di comprenderla, ha da poco avuto una figlia…” )” e delle altre donne “E le mamme? Alcune altrettanto indaffarate come i papà, altre sedute a chiacchierare del nulla travestito da “secondo me!””. E poi, puntuali, i soliti commenti acidi di ALCUNI uomini (alcuni, non tutti. Questo per gli uomini che diranno “ecco, donne cattive che pensano male degli uomini!”) e di un paio di donne. Cosa ci sarebbe di tanto eroico in ciò che Pisano fa? Da millenni lo fanno una marea di mamme, senza cercare il “brava! bene! bis!”. E perchè non ha detto se magari la moglie lavora tutto il giorno? Chi è che pulisce, cucina, paga le bollette? Sarei curiosa di saperlo. Mi giro e mi volto e vedo sempre più uomini vittime di se stessi, che piagnucolano e appena fanno qualcosa (hai visto amore? ho passato l’aspirapolvere! ho portato il bambino mezz’ora al parco! ho comprato un chilo di pane! sono stato bravo?) vogliono subito il riconoscimento. Il riconoscimento, cari uomini che piagnucolate sempre, lo avrete solo quando il lavoro in casa sarà DAVVERO suddiviso a metà e voi non vi limiterete a lavare i piatti o a rifare il letto, ma anche a stirare, cucire, lavare il bagno, mentre noi magari stiamo cucinando, rinfrescando gli armadi o lavando il pavimento; il riconoscimento lo avrete solo quando la cura dei figli sarà DAVVERO divisa equamente e voi non vi limiterete a portarli a scuola, ma andrete anche a parlare con le maestre/professori, cambierete i pannolini, vi alzerete la notte quando piange, mentre noi magari stiamo sterilizzando le loro tutine, stiamo preparando la loro pappa, li stiamo facendo addormentare. ALLORA e solo ALLORA potrete dire “stiamo dividendo i lavori a metà”. Fino ad allora, cari uomini acidelli e piagnucolosi, tacete e scusate se dopo una giornata di lavoro fuori casa e poi un’altra in casa non capiamo le vostre lacrime e il vostro senso dell’umorismo.
    P.s.: c’è anche il cretino di turno che fa la battuta “Fortunatamente la cura è semplice ed economica: 1 sganassone prima di ogni pasto alla mamma e alla figlia, finché il malanno non passa. In caso di ricadute raddoppiare la dose.”

    • La cosa davvero sgradevole, come giustamente fai notare tu, è che non si limita a lamentarsi della fatica che fa (nessuno nega che un bambino in preda ai capricci possa esasperare), ma deve per forza di cose alludere alla fannullaggine e all’antipatia delle donne: la sua compagna che resta al letto come per fargli un torto, sempre la sua compagna che si addormenta alla sera mentre lui tutto solo fuma una sigaretta, negandogli anche una amorevole pacca sulla spalla, le mamme che spettegolano al parco mentre lui è l’unico che sta davvero dietro alla bambina…. Vuole darci ad intendere che lui è l’unico che si dà da fare, mentre tutte le creature di sesso femminile stanno lì, senza far nulla di concreto, e se fanno qualcosa è criticare (vedi l’acida maestra…). La donna non fa niente, questo è il succo del suo pezzo satirico. Ed è pure cattiva…

      Come può una donna sentirsi solidale con un soggetto del genere?

      • Chiara ha detto:

        E’ quella la cosa che mi ha colpito di più in maniera negativa. Se si fosse limitato a scrivere il pezzo riguardo alla sua bravura o fatica, personalmente (non mi permetto di parlare a nome di altr*) io ci avrei riso su. Ma denigrare, facendola passare come una cosa simpatica, la compagna o le altre mamme? Non ci siamo. E noi donne (perlomeno la maggioranza) che ci accolliamo quasi tutte le fatiche quotidiane in casa e con la famiglia, cosa dovremmo fare? Prendere una mitragliatrice e uccidere i nostri compagni?

      • pinzalberto ha detto:

        E’ solo un pezzo da Zelig, bisogna prenderlo così com’è. Come Paolo Migoni raccontava la sua vita da single che dava un nome al sacchetto della spazzatura attaccato alla maniglia della finestra (Ugo) e i binari tipo sci di fondo da utilizzare per spostarsi per casa. O Pucci e Cassini di Colorado. Uomini che rimangono bambini e appena aumentano le responsabilità familiari vanno nel pallone. Io mi sono sempre alzato la notte per i figli, preparato colazioni, accompagnati a scuola. Ma sono pienamente conscio che il carico è tutto su mia moglie: cucina, pulizie domestiche, istruzione dei figli. Cerco di dare una mano ma decisamente non riesco ad essere alla sua altezza. Siamo inferiori.

  3. Io ci terrei a precisare che il paparino oberato di lavoro che si sfoga su la 27esima ora non è un operaio ma un attore comico di Zelig. Non spacca pietre, nè va in giro tutto il giorno sugli zoccoli a cambiare cateteri. Fa un lavoro da privilegiato, da fortunato, da star. Non mi meraviglia che per lui sia una tortura la lettura della favola della buona notte.

  4. Il Rasoio Di Occam ha detto:

    A me sorprendono gli atteggiamenti di certe donne che nei commenti cadono in estasi di fronte a un uomo che fa semplicemente il suo dovere come davanti a un bambino che fa pupù da solo per la prima volta. Se fossi un uomo sinceramente mi offenderei. Davvero nel 2013 devo credere che gli uomini non si rendano conto che scaricare l’80% del lavoro domestico sulle spalle delle proprie compagne è ingiusto? Hanno bisogno dello zuccherino per dimostrare questa elementare forma di rispetto? Forse se la compagna gli desse la paghetta, questo papà smetterebbe di tenere il broncio. Il prezzo di blandire, applaudire e ricompensare con lodi sperticate i bimbi/uomini ogni volta che rimettono a posto il giocattolo, facendone un avvenimento straordinario, è rinunciare definitivamente alla speranza che la parità entri loro nella coscienza semplicemente come un fatto normale. Senza contare che spronare continuamente gli uomini a condividere il lavoro e poi doverli ricompensare delle loro ‘fatiche’, è, di per sé, un altro lavoro.

  5. maria serena ha detto:

    grazie per avermi dlucidato sul mercoledì,mi stavo giusto chiedendo cosa c’entrasse….

  6. caso reale ha detto:

    Ecco come cannare una statistica e perdere di credibilità
    <>.

    Dunque asimmetria media intorno al 70-80%, tenendo conto che “differenze territoriali sono più marcate nelle coppie in cui lei non lavora” : mi pare ovvio…..e ci volevano dei matematici per dimostrarlo?. Ma quindi ciò significherebbe che questi geni hanno messo nella media del 70% contandoli come validi anche i casi dove lei non lavora? Evidentemente secondo chi ha prodotto questi numeri statistici, in una logica di collaborazione all’economia e gestione familiare, anche in quel caso le faccende domestiche dovrebbero essere divise al 50% secondo l’Istat . E quindi lui che fa l’operaio e che sta fuori casa per 10-12 ore al giorno, al suo ritorno per essere nel “giusto” (che nella mentalità di oggi leggasi “politicamente corretto”) dovrebbe fare il 50% dei lavori domestici che gli lasciato indietro da fare la moglie? Qual è la percentuale media “reale”, cioè facendo la media solo di quelle coppie in cui lavorano entrambi ed entrambi full-time? Non capisco certe logiche, ma siccome ormai non mi meraviglio più di niente……
    …… parola di operaio 8 ore+straordinari per pagare le bollette con compagna che lavora 4 ore al giorno, fa 1-2 ore di lavori domestici e poi va al bar o al bingo con le amiche. Operaio che la sera dopo cena si trova vestiti e casa da rassettare perchè lei dice “oggi c’è la parità” e può uscire la sera con gli amici solo quando lo fa anche lei, conteggiato in rapporto paritario 1 a 1. Chiedo solo, almeno, di non essere conteggiato in statistiche del genere. Cari matematici, c’è tanta terra da zappare

    • E’ terribile: donne che si permettono di andare a giocare a bingo con le amiche, poveri operai che si trovano vestiti da rassettare… Non c’è più religione… Ci mettiamo un bel “quando c’era lui”? Ci sta bene!

      • bingo! ha detto:

        Condivido! non c’è niente da far sarcasmo! e nessun “quando c’era lui”. Perchè a quei tempi lui era lui e lei era lei. Oggi, nel nostro tempo presente, ci siamo Noi, e siamo cosa separata. Intendi giustificare nuove ingiustizie con la scusa di ingiustizie perpetrate e subite da persone vissute in un passato lontano da noi e che non ha toccato nessuno di noi qui presenti? Mi spiace, ma questa è la retorica che sta dietro alla logica secondo cui esiste un “credito di genere” da riscuotere oggi come risarcimento ai presunti danni subiti dalle proprie trisavole.

      • Se la “nuova ingiustizia”, caro Bingo, è che l’uomo deve piegarsi i panni tutto da solo, non condividiamo il medesimo significato della parola “ingiustizia”.

  7. Emanuele Di Felice ha detto:

    Ti sei dimenticata delle donne single(con o senza figli), sulle quali pesa il 100% del lavoro domestico e di cura.
    Vorrete mica imporre all’ignavia maschile il lavoro domestico e di cura che le donne dovrebbero svolgere anche se vivessero da sole? Anche il lavoro domestico e di cura che le donne scelgono liberamente di svolgere?.
    Istat, Conciliare lavoro e famiglia; le donne single dedicano in media 2 ore e 40 minuti alle attività domestiche, gli uomini 1 ora e 23 minuti.

  8. simonasforza ha detto:

    Un post eccezionale, ti ringrazio! E’ importante fare chiarezza, soprattutto quando si cerca di deformare la realtà. Abbiamo ancora tanta strada da compiere, una lunga maturazione culturale e materiale.

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