Fermati

Arriva un nuovo spot dal titolo “La violenza non si cancella”.

Per la prima volta uno spot che non si rivolge alle donne vittime di violenza, ma all’uomo che quella violenza la agisce.

Il messaggio è semplice, diretto e inequivocabile: fermati.

Mi piace molto quel segno indelebile sulla mano. La vita di una persona che ha subito violenza non sarà mai più la stessa: quel marchio rosso rappresenta la presa di coscienza della propria resposabilità, la consapevolezza dolorosa di aver segnato per sempre, con le proprie azioni, la vita di qualcun altro.

Parte in questi giorni la campagna di Intervita, che intima: “Contro la violenza sulle donne servono altri uomini!”

Massimo Guastini, Andra Baldelli e Roberto D’Agostin spiegano:

In rete si possono trovare centinaia di campagne che rappresentano, direttamente o simbolicamente, varie forme di violenza perpetrate (e perpetuate) ai  danni delle donne. Ma dietro questi atti di solito ci sono uomini. Possiamo fare  nuove leggi, possiamo inasprire le pene, ma non elimineremo questa piaga senza una maggiore partecipazione degli uomini e un cambiamento culturale al quale gli uomini stessi devono contribuire. Contro la violenza sulle donne ci servono altri uomini.

E’ un appello qualitativo prima ancora che quantitativo. Ci servono uomini capaci di alzare una mano per e non sulle donne. I primi a raccogliere il nostro appello  ’contro la violenza sulle donne ci servono altri uomini’ vengono dal cinema. Io Donna di sabato 16 novembre ha dedicato alcune pagine a questa risposta. E sappiamo che altri sono pronti a rispondere. Personaggi illustri e illustri sconosciuti.

Ci servono altri uomini. Non è solo un appello quantitativoCi servono uomini capaci di impegnarsi al punto di guardare dentro se stessi. Al punto di capire che in una società che si trascina un pesante fardello patriarcale, non basta non picchiare una donna per essere migliori.

Occorre prendere consapevolezza del contesto ‘a misura di maschio’ in cui si è cresciuti, e fare uno sforzo, piccolo o grande che sia, per prenderne le distanze. Perché è così importante il contesto? Perché una certa tolleranza nei confronti anche solo della prevaricazione dell’uomo sulla donna, funziona inevitabilmente come ossigeno per i singoli atti di violenza. E sono infiniti i modi i cui tutti i giorni le donne italiane sono prevaricate.

Solo cambiando il contesto culturale si toglie quell’ossigeno. Il film e i soggetti stampa della campagna realizzata da cOOkies per Intervita sono il primo passo di molti altri che seguiranno. Non si cambia un contesto culturale in una settimana. Quello che ci ha convinti a lavorare per Intervita è stata proprio la promessa di un impegno di lungo termine su questa battaglia culturale.

La campagna di Intervita punta il dito sul contesto culturale.

E’ di ieri la notizia della donna picchiata dal compagno, col supporto dei vicini di casa:

I carabinieri hanno appurato che il rifiuto della donna ad un “momento d’intimità” aveva provocato una reazione violenta del compagno, andato in escandescenza: dopo le offese è passato alle vie di fatto, tirando i capelli della donna e colpendola ripetutamente a calci e a pugni su tutto il corpo. Sentendo le urla, è intervenuta una coppia di vicini di casa che anziché soccorrere la 44enne le hanno inveito contro. E l’hanno colpita a loro volta con calci e pugni.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, i vicini – con i quali la 44enne aveva avuto dei dissapori – sono arrivati quando la vittima si trovava sul pianerottolo cercando di fuggire alle violenze del compagno. Bloccata dai vicini, è stata riportata dentro e pestata.
La vittima ha riferito che le violenze del compagno non erano una novità, ma non aveva mai trovato il coraggio di sporgere denuncia per paura. Da quando lei aveva detto di voler troncare quella relazione burrascosa, le violenze sarebbero aumentate.

Ecco, questo è il contesto culturale: il nostro è un paese in cui la violenza non è solo rimossa, occultata, minimizzata, dove non solo la vittima è considerata corresponsabile di ciò che subisce, ma anche e soprattutto un paese complice di chi agisce la violenza di genere.

Nessuna donna, neanche la più forte e determinata, può farcela da sola in un simile contesto.

Servono più uomini: uomini che, invece di lavarsene le mani, alzino la mano per chiedere di partecipare attivamente al cambiamento.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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24 risposte a Fermati

  1. paolanu ha detto:

    Sono veramente allibita nel leggere questa notizia della donna picchiata dal compagno e dai vicini……ma che razza di persone sono ?!
    Sono convinta che anche gli uomini, giustamente, debbano impegnarsi per fermare questa violenza e per cambiare ……certo il cambiamento passa anche dalle donne che hanno figli maschi che sin da piccoli devono essere “educati” al rispetto verso le donne.
    Sono convinta poi che le bambine debbano essere “educate” dalle mamme a non subire e non accettare di essere picchiate, denigrate, usate e abusate.
    E’ un cammino lungo che deve partire da lontano ….. ma la mentalità DEVE CAMBIARE !!!!

    • “Perché nella maternità adoriamo il sacrificio?
      Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e se una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita
      dei figli, e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. (…) Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perché, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo all’essere noi stessi…”
      (Sibilla Aleramo)

      • Pinzalberto ha detto:

        Chi picchia una donna quasi sempre è la stessa persona che abbandona il cane in autostrada, che ammazza il vicino di casa per un parcheggio, che scappa dopo aver investito un bambino, che si macchia di crimini a sfondo mafioso, che abusa di minori, sfrutta la prostituzione, spaccia, scippa. Parliamo di delinquenti e meritano la galera. Ragionare con questa feccia è difficile, conoscono solo la violenza. Personalmente non ho mai fatto a botte, mai tirato un pugno, mai utilizzato un’arma da fuoco, non saprei nemmeno come fare. Non sono cresciuto nella violenza. Il contesto familiare incide sullo sviluppo psichico di un bambino, ma fino a che punto? Troppo spesso crescono serial killer in buone famiglie: come mai? Colpa della società che dovrebbe cambiare radicalmente: meno violenza in TV, cinema e videogiochi. Ci ritroviamo come nuovi eroi personaggi del calibro di Balotelli, Cristiano Ronaldo e Rooney, misogini, rissosi, maleducati.

      • Paolo1984 ha detto:

        pinza, mettere nello stesso calderone tv, cinema e videogiochi è profondamente errato

      • Pinzalberto ha detto:

        Paolo, era solo un elenco. Ho accomunato anche i mafiosi con chi perpetra violenza sugli animali, e non ho inserito evasori e truffatori. Sar, ma fra la violenza dei videogiochi e i programmi come Jersey Shore e i filmetti di Boldi e De Sica accentrati sulle solite trame fedifraghe, non vedo molta differenza. Fanno tutti schifo allo stesso modo, ineducativi e malsani.

  2. paolanu ha detto:

    Perfetto è proprio quello che intendevo !!!!!

  3. Cristina ha detto:

    Scusa, ma davvero adesso bisogna anche fare appelli ai carnefici e chiedere loro gentilmente di fermarsi? Dobbiamo dialogare con gli aguzzini per convincerli a smettere riconoscendoli così come vittime inconsapevoli del vortice di violenza del contesto culturale? A me sembra un capovolgimento della realtà. Mi rifiuto di contrapporre a un mostro un “altro” uomo, perché il comportamento di quest’ultimo non deve essere considerato esemplare ma semplicemente normale. Non ci servono altri uomini che combattano al nostro posto, ci servono donne che mostrino alle vittime che uscire dall’inferno è possibile, e ci serve una rete, composta sì da donne e uomini, non protettiva ma solidale, che supporti le vittime.

    • “Fermati” non è esattamente una richiesta gentile, è un imperativo. Io ho inteso quel “fermati” non come un blandire il “povero uomo violento”, ma come un riconoscere la sua piena responsabilità, senza le scusanti di rito: “lo provocava, è stata lei a cominciare, era un amore malato…”
      Qui non si tratta di chiedere agli uomini “di combattere al nostro posto”, si tratta di pretendere dagli uomini che prendano coscienza di uno stato di cose. E’ piuttosto inutile spronare le donne a denunciare la violenza subita, se poi quelle donne saranno rivittimizzate da forze dell’ordine alle quali è stato spiegato che “le donne spesso e volentieri si inventano abusi o stupri”: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/09/29/le-false-accuse-e-la-polizia-di-stato/ E’ piuttosto inutile spingere le donne a denunciare se poi saranno costrette dal sistema a seguire programmi di “riavvicinamento” al loro carnefice: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/10/10/il-familismo-amorale/
      E’ piuttosto sciocco pensare che una situazione del genere, in cui la violenza sulle donne è perpetrata non solo dall’uomo che materialmente la mette in atto, ma da un sistema di valori che ci coinvolge tutti, uomini e donne, si possa risolvere con un’atteggiamento alla kill bill: “se sarò abbastanza forte ce la farò, se sarai abbastanza forte ce la farai.”
      Sono perfettamente consapevole che ci sono uomini con i quali non c’è dialogo, uomini come questo: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/08/08/storie-di-ordinaria-crudelta/
      Ma gli uomini non sono tutti così, e quello che si chiede a quelli che non sono così è di prendere le distanze, di condannare chi pensa di avere il diritto di essere tanto crudele solo perché uomo.

      • Paolo1984 ha detto:

        (ma che c’entra kill bill? Tarantino racconta storie, non da’ lezioni)

      • Mi viene in mente Kill Bill ogni volta che leggo “le donne non vanno tutelate”. Intanto ogni cittadino di questo paese ha il diritto di pretendere di essere tutelato, visto che viviamo in uno stato di diritto. Poi, ci sono tanti modi di essere “forte”, e uno è certo il possedere quella forza fisica e quelle competenze che mettono in grado una persona di reagire a colpi di kung fu alle aggressioni… Ma non tutti siamo “forti” in quel senso. Prendi me, ad esempio: spero di non dovermi mai mettere alla prova, ma immagino mi si possa stendere con poco. E allora? Merito per questo di soccombere? Dobbiamo avere tutti la tempra del lottatore? In Kill Bill si vede lei che si sveglia dal coma e con una enorme forza di volontà si trascina fino all’auto, poi con determinazione aspetta nascosta finché non riesce a ricominciare a muovere le gambe… Beh non tutti sono così determinati. Non tutte le donne trovano il coraggio di reagire di fronte al compagno violento, non tutte le donne trovano il coraggio di affrontare quello che consegue il dire basta, non tutte reggono allo stress e magari, minacciate, ritirano le querele che hanno presentato, se vengono abbandonate a se stesse… Penso al bellissimo monologo di Franca Rame, che termina con lei che dice “li denuncerò domani”: non siamo tutte Uma Thurman, non siamo tutte lottatrici in grado di combattere le avversità sguaninando la katana. Ci sono donne fragili, donne che hanno paura… non meritano di salvarsi per questo? E’ giusto che soccombano perché sono troppo deboli?
        Io sono dalla parte dei più deboli. Non c’è niente di vergognoso nell’essere deboli e non è giusto stigmatizzare chi si sente debole, chi ha bisogno di aiuto per uscire dall’inferno in cui è piombato… Non si dovrebbe salvare soltanto chi è grado di salvarsi da solo: io vorrei che si salvassero tutti quelli che sono vittime di ingiustizia, invece di soccombere perché soli e circondati da una società ostile e solidale con chi perpetra violenza… e non sono addestrati come una eroina di Tarantino.

      • Paolo1984 ha detto:

        ma tarantino non ha assolutamente stigmatizzato le donne che si sentono deboli davanti ad un marito violento con loro. Credo che tu non ce l’abbia col film (che è un capolavoro assoluto, tra l’altro) ma con un certo blog

      • Guarda che a me il film è piaciuto (un po’ troppo splatter…) Beatrix mi serviva solo da esempio…

      • Cristina ha detto:

        Non ho sostenuto da nessuna parte che gli uomini siano tutti così. Anzi, il fatto che non siano tutti così mi porta anche a ridimensionare il contesto culturale, nel quale noi tutti, uomini e donne, viviamo. Sia chiaro, anch’io riconosco l’esistenza di una cultura sessista e patriarcale diffusa. Ciò che contesto è, in primo luogo, l’ennesima pubblicità progresso che, questa volta, si rivolge addirittura al carnefice e, in secondo luogo, a quel “ci servono altri uomini”, che si rendano protagonisti. Sono d’accordo sul pretendere dagli uomini che riconoscano uno stato di cose, ma mi auguro più protagonismo dalle donne, non dalla singola che subisce, da tutte insieme. Nel fatto di cronaca che citi nell’articolo, dove una donna viene picchiata con il supporto dei vicini di casa, ciò che trovo scandaloso è il supporto di un’altra donna nella vicenda. Quando parlo di una rete solidale, intendo questo, i vicini che aprono la porta e accolgano la vittima; quando parlo di più protagonismo da parte delle donne, intendo la vicina che sia disposta a chiudere la porta in faccia perfino al proprio marito, non solo per solidarietà ma anche perché poteva esserci lei in quella situazione.
        Nemmeno io sono Beatrix di Kill Bill e non sono cresciuta in una palestra di pugilato. Lentamente però ho imparato a reagire: la prima volta che ho subito nell’adolescenza, uno strusciamento su un pullman, per ore mi sono detta che era impossibile, che dovevo aver pensato male. La seconda volta, anni dopo, ho pestato il piede del porco con tutta la forza e il peso che avevo. Adesso, se qualcuno mi importuna, valuto rapidamente la situazione, se non corro rischi eccessivi per la mia incolumità, reagisco in modo aggressivo. Se una donna mi dice di aver subito una molestia, mi schiero con lei e faccio rete con lei. Ovviamente ho fatto degli esempi banali e non paragonabili a chi subisce quotidianamente violenza domestica, però credo che la battaglia vada condotta anche su di noi. Non credo nella frase “le donne non vanno tutelate”, però è importante che impariamo ad autotutelarci e poi a tutelarci tutte insieme, l’un l’altra. Conosco donne che appena hanno annusato l’odore di uomini violenti (“ho avuto paura che mi tirasse uno schiaffo”), hanno girato i tacchi e troncato qualsiasi rapporto. A me, questo, aiuta a riconoscere una certa situazione e a fare la stessa cosa se dovessi trovarmi in circostanze simili.
        Non credo nella frase “io mi salvo da sola”, però sono convinta che “insieme ci salviamo”. Penso che la convinzione che siamo deboli e incapaci di reagire sia un altro prodotto preconfezionato della cultura sessista. Da sola prendo botte, in due ne prendiamo meno, in tre forse ne usciamo senza graffi.
        Come riferimento cinematografico preferisco Once were warriors.

      • Le donne, fino adesso, sono state le uniche protagoniste delle campagne di sensibilizzazione intorno al fenomeno della violenza. Manifesti pieni di donne con stampato l’invito a chiamare in cerca di aiuto… Ma chi le picchia queste donne? Non si procurano i lividi da sole… (anche se molti sostengono di si). Insomma, perché non puntare il dito contro chi la compie quella violenza? Tu interpreti questa pubblicità come un “appello”, una richiesta implorante… Io la vedo come una pretesa: è ora che gli uomini si assumano la responsabilità di ciò che fanno, senza scuse. In questa pubblicità vedo anche un invito a considerare la violenza sulle donne non come “un problema delle donne” (problema che si risolve, poi, nei media, con quella analisi dei dettagli della vita della vittima di violenza alla ricerca di tutto ciò che possa averlo -lui, il violento- provocato: era troppo aggressiva, pretenziosa, lavorava troppo, non faceva il bucato… analisi che sottontende che se la donna fosse stata diversa, non le sarebbe capitato nulla), ma come la rivoluzionaria affermazione del fatto che la violenza sulle donne è un problema dell’uomo: è l’uomo che è sbagliato, è lui che deve cambiare… Insomma, non è che questi uomini sono dei minorati mentali incapaci di capire verbi semplici semplici come “fermati” o “piantala”… Da come la metti tu (per rimanere nel cinematografico) sembra che dobbiamo considerare l’uomo violento una sorta di king kong che al limite può essere abbattuto… Sono esseri umani, e in quanto tali è ora che prendano coscienza che il loro comportamento non è più tollerato da questa comunità, da tutta la comunità. Si devono evolvere…
        Inoltre: finché la grande maggioranza delle persone di questo paese saranno convinte che la cosa più importante “è tenere unita la famiglia” (http://www.massimolizzi.it/2013/11/repubblica-come-costanza-miriano.html), uscire da situazioni di violenza domestica sarà sempre troppo difficile per certe donne: è questo che intendo quando parlo di “cambiare la cultura”.

  4. Il Rasoio di Occam ha detto:

    @Cristina, non mi pare che gli uomini del secondo spot si pongano come esemplari, anzi. A me piace proprio perché contrappone all’ordinaria misoginia rappresentata dalla voce narrante, quella che strizza l’occhio alla violenza (“chi è che non ha mai picchiato una donna?”), la normalità vera di tanti uomini decenti, che si limitano ad alzare una mano, senza gesti o espressioni eclatanti, a significare appunto che non picchiare le donne è semplicemente normale. Il maschilista ama parlare a nome di tutti gli uomini, e trae forza anche dall’aspettarsi la solidarietà maschile, che purtroppo spesso arriva. E’ importante che si vedano uomini che rompono le fila e che lo facciano pubblicamente.

    Per inciso a me non piace la retorica del mostro, il mostro evoca sempre le immagini del marginalizzato e del diverso, ma questi uomini sono, per molti versi, uguali a tutti gli altri. Aspettarsi il mostro significa poi non riconoscere l’assassino quando è un uomo per bene, anche affascinante, con la valigetta da professionista e benvoluto da tutti. Inoltre parlare di mostri fa molto comodo ai sessisti di stampo comune che non si sentono spinti a interrogare certi loro atteggiamenti perché tanto la violenza è roba da mostri, e loro magari ti tengono pure aperta la porta mentre borbottano che in fondo quella se l’è andata a cercare.

    • Cristina ha detto:

      Nemmeno a me piace la retorica del mostro per tutte le ragioni che hai elencato ma, ancora meno, apprezzo gli appelli a chi quella violenza la esercita.

  5. Cristina ha detto:

    Scusa se continuo a rispondere, ti assicuro che non è per il gusto della polemica.
    Ho provato a chiedermi se l’interpretazione che do io di questo spot sia effettivamente soggettiva. Repubblica.it presenta il video così: “E’ il primo spot rivolto all’uomo. Alla fine del video, il numero verde dedicato agli uomini che decidono di ‘fermarsi’, di smettere di ‘maltrattare’ le donne”. Ho anche riguardato lo spot, alla fine compare la frase “chiedere aiuto ti aiuta”.
    Altro che puntare il dito o pretesa di assunzione di responsabilità. Se ci si rivolge a chi esercita quella violenza e lo si invita a chiedere aiuto, significa che lo si riconosce, a sua volta, come vittima. Ma vittima di cosa? Di un raptus di follia? La scena in cui il protagonista cerca di cancellare il marchio rosso sulla mano, si lava la faccia e si guarda allo specchio con espressione tormentata, non indica forse la sua sofferenza (sofferenza e non responsabilità) per lo stato di cose? Alla fine dello spot c’è il numero amico al quale potrà rivolgersi per sfogarsi e essere aiutato. Aiutato a quale fine? Aiutato a smettere di maltrattare sua moglie e salvaguardare per l’appunto l’unione della sacra famiglia? Sì, questi uomini non sono dei minorati mentali incapaci di capire e distinguere il bene dal male, ma sono in pieno possesso delle loro facoltà mentali, quindi in che modo uno spot rivolto a loro li fermerà?
    Quello spot, secondo me, è un invito al dialogo con il carnefice della vera vittima, infatti lo si invita a chiedere aiuto, non di prendersi la responsabilità di quella violenza.

    • Di “centro per uomini maltrattanti”, non sono esperta, devo essere onesta. Ma tempo fa lessi un articolo che mi face una buona impressione: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/14/violenza-di-genere-due-emendamenti-per-farsi-carico-degli-uomini/742726/ “si evidenzia la necessità di una presa in carico degli uomini autori e perché questa avvenga è altrettanto necessario attivare dei servizi specifici che siano in grado di farlo, attualmente ben lontani dal coprire il territorio nazionale…
      Soprattutto si utilizza negli articoli un linguaggio nuovo, non si parla di “maltrattanti”, ma di uomini autori e di soggetti responsabili di atti di violenza perché il maltrattamento non è una malattia o una etichetta. L’uomo autore di violenza domestica è responsabile del proprio comportamento violento ed è quello che va condannato e modificato, gli vanno dati gli strumenti perché ne diventi consapevole e responsabile, non le scuse per sentirsi malato o da curare, mettendolo in posizione passiva e assolutoria rispetto al problema. Il proprio comportamento si sceglie.”
      Io sono dell’idea che il malvagio è malvagio, e seppure ci fossero dei traumi nella sua infanzia, rimane sempre malvagio e non diventa “malato”. Ma voglio pensare che si può smettere, di essere cattivi, se lo si vuole veramente…
      Mi sembra un approccio costruttivo, non rivolto alla “vittimizzazione” di chi perpetra la violenza, bensì al suo recupero…
      p.s. Non è polemica, è un dialogo, e io lo trovo costruttivo.

  6. Cinzia ha detto:

    Era bellissimo, di quella bellezza mediterranea, calda, scura, scolpita dal lavoro fisico, un equilibrio perfetto delle proporzioni, gli occhi neri, accuminati e profondi, un sorriso candidissimo, malandrino, ipnotico… l’ho amato sempre.
    L’ ho amato anche quando ho cominciato a temerlo, anche quando mi ha fatto male, quando l’alcool lo ha stravolto, l’ho amato quando ne ho avuto paura e quando ne sono stata terrorizzata, era l’amore deluso, che me lo faceva odiare, che mi faceva pregare perché morisse in uno dei suoi tanti incidenti dovuti all’ubriachezza.
    Lo odiavo quando mi obbligava a sperare che morisse, perché l’inferno della nostra casa avesse fine.
    L’odiavo perché sapeva essere l’uomo intelligente e aperto che desideravo, solo per il tempo di poterlo desiderare e poi tornava spregevole, a lasciarmi l’amaro di un legame schizzofrenico.
    Sono scappata appena ne ho avuto la possibilità.
    Addosso ancora oggi, mi è rimasto il dolore, di tutte le cose che sono rimaste in sospeso, di tutte le parole che non abbiamo potuto dirci.
    La violenza ammutolisce.
    Così ho imparato a scrivere, ho imparato a urlare rimanendo muta…
    Questo accadeva dentro, nel nostro inferno domestico, fuori era lo schifo:
    Lo schifo di chi vedeva i miei lividi, i segni rossi delle dita sulla mia faccia e faceva finta di nulla,
    lo schifo dei vicini che sentivano le urla e i pianti, le suppliche senza mai un accenno di riprovazione, del maresciallo che non volle raccogliere la denuncia e di tutti i parenti e gli amici di famiglia che ben si son guardati dall’intervenire:
    Quell’uomo non era un mostro, non era un malvagio, l’ho sempre saputo che lui era il debole, che lui era disperato, era davvero un gran lavoratore, un uomo impegnato, che sapeva essere solidale, generoso, ma portava con sé un’enorme voragine di rabbia che esplodeva contro chi lo amava di più.
    Quell’uomo era mio padre, con quell’uomo sono cresciuta, e anche quell’uomo ha fatto di me la donna che sono.
    La sua vita ha presenteto il conto molto presto e molto caro, ha saputo morire con la dignità con cui forse non ha saputo vivere. Non se ne è andato solo, eravamo tutti accanto a lui.
    Il dolore si è fatto malinconia, ma lo schifo quello è intatto.
    Provo ancora ribrezzo per la vigliaccheria e l’ipocrisia di quel mondo di adulti “benpensanti” e “benparlanti” che blabla pomposi, riempiendosi la bocca di teorie.
    Li riconosci i tacchini che vanno in giro credendosi i pavoni del progresso spiegandoti la vita, senza mai aver il dubbio, che la vita reale di cui parlano, tu ce l’hai scritta nella carne:
    Non sanno che “noi” abbiamo imparato ad urlare muti, che ci riconosciamo con uno sguardo, che li evitiamo come la peste, tutti loro con le loro granitiche sicurezze.
    Noi che abbiamo dovuto sopravvivere all’amore e all’odio, al disprezzo e all’indifferenza.
    Noi cresciuti oltre il dolore e la vergogna, le cinghiate e gli insulti, oltre la paura e l’isolamento.

    Ogni persona ha la sua dignità, ogni persona può redimersi, ogni persona può riscattarsi,

    Sono la figlia di un padre abusante e se volete saperne qualcosa dovreste imparare ad ascoltare quelli come me.
    Per esperienza, posso dire che nessuno vuole.

    • alessioSpe ha detto:

      Da quello che leggo sei stata la figlia di un padre abusante, deve essere stato terribile , aiutare una bambina e molto più difficile che aiutare una donna adulta perché quest’ultima può scappare la bambina no, e il posto dove lei dovrebbe essere più sicura diventa quello più pericoloso.

    • fabio cedrola ha detto:

      è molto probabile,per come conduco la mia esistenza, che io possa ascoltare ancora “storie” nel resto della giornata; e mi chiedo se sia un caso o meno che le “narrazioni” di oggi siano narrazioni di donne:da antonietta ad aurora ad arrivare a te,cinzia. Il mio stato d’animo è in quella situazione paradossale del viaggio nel dolore la sofferenza la commozione l’affettività il bene, il cui punto di arrivo (che poi è solo un momento di sosta) è rappresentato dalla tua frase: “Noi cresciuti oltre il dolore e la vergogna, le cinghiate e gli insulti, oltre la paura e l’isolamento”. Poi di lavoro e nella vita (non uso distinguere la vita lavorativa dalla vita in toto) sono uno che “ascolta”, mi ritengo: “aestetikos” cioè capace di sentire,ed “erotikos” come colui che cerca nel rapporto con gli altri emotività ed affettività (eros era il daimon che accompagnava gli umani nel viaggio tra cielo e terra, tra divina follia ed umana razionalità).” “Per esperienza, posso dire che nessuno vuole.”” ,io voglio,vorrei ove tu lo ritenga possibile. In ogni caso grazie,grazie per la tua emozione

      • Cinzia ha detto:

        Ho voluto attendere qualche giorno, prima di tornare a quanto ho scritto.
        Le volte che ho raccontato la mia storia, le persone intorno sono letteralmente “evaporate” .
        Con questa prospettiva due commenti rappresentano il 200% in più di quanto sia abituata.
        Sono consapevole di rappresentare, col mio vissuto, un aspetto particolarmente scabroso della violenza domestica di cui nemmeno le donne amano parlare.
        La violenza di un uomo contro la compagna, non così raramente si estende ai figli.
        Ho sempre vissuto la violenza su me (che non sono figlia unica) come un corollario della violenza su mia madre
        Quello che non mi aspettavo è che fossero due uomini a rispondere.
        Li ringrazio, lo ritengo importantissimo.
        Non ho mai sentito la necessità di alcuna rivalsa per quello che ho subito
        (ripudia la guerra. chi più ha dovuto combattere), la necessità di riscattarmi come persona, come donna e come genitore a mia volta,quella sì.
        Sono fiera dei miei risultati, sento di aver ottenuto successi importanti nella mia vita relazionale, anche se non sono mancate epiche sconfitte, sento di aver raggiunto un buon equilibrio,
        Ho un figlio, e questo ha aperto in me la necessità di riflettere seriamente su che tipo di comunicazione affettiva volevo instaurare con colui che sarà un futuro uomo. Cosciente della responsabilità, che il mio esempio come donna, avrà influenza sul modo con cui si relazionerà alle donne della sua vita.
        Ad Alessio vorrei dire, dopo aver letto il suo commento a “Fermati”, che ci sono fior di uomini per bene e capaci, che aiutano donne a sottrarsi alla violenza, ma che quelli che invece l’agiscono sulle proprie compagne e sui figli, oltraggiano gravemente anche l’immagine di mascolinità sana e costruttiva che è la dote della maggior parte degli uomini, per fortuna.
        Chiedi “non vedo io da uomo cosa possa fare oltre a questo (che non è poco) per impedire la violenza sulle donne.
        Ti chiedo, da donna, di rovesciare la situazione : domandati cosa vorresti fare se ti accorgessi che tuo padre , tuo fratello, il tuo migliore amico, il tuo collega di lavoro è un uomo abusante. Fermare il violento è importante come e quanto salvare una vittima, forse anche di più.
        A Fabio, si intuisce dal tuo linguaggio che sei un operatore sociale o psichiatrico, e che in qualche modo hai a che fare con aspetti della violenza…
        Ho riflettuto sul tuo invito, le aperture di dialogo sono sempre una conquista, ma non saprei che tipo di spazi possa concedere il web oltre a questi… il mezzo non è congeniale all’approfondimento,
        Grazie ad entrambi di nuovo,

      • fabio cedrola ha detto:

        ciao cinzia, resto in ascolto………

  7. alessioSpe ha detto:

    Ieri stavo guardando chi l’ha visto nel programma parlavano di una donna che si era innamorata di un uomo egiziano e lei insieme alla madre sono andate a vivere con lui , in Egitto , hanno pure avuto due figlie, il marito dopo si apre un negozio , chiedendo un aiuto economico alla madre , ma gli affari non vanno bene , lui comincia a picchiare la madre e pure la moglie, probabilmente la donna(Delia Piscopo,) è morta per i calci che le sono stati dati , che gli hanno lesionato gli organi interni, ora io da uomo non posso minimamente comprendere come un uomo posso arrivare a picchiare sua moglie la madre delle sue due figlie , e a picchiarla fino ad ucciderla, non capisco se questo appello sia rivolto agli uomini violenti o a quelli normali, voi dite che sia una cosa culturale che dipende dalle madri che educano male i figli maschi, io non riuscirei mai a picchiare la donna che amo(perché se la picchio significa che non la amo)a maggior ragione se lei fosse la madre dei miei figli ,e se venisse a conoscenza che una mia amica e stata picchiata o violentata le consiglierei di denunciare la situazione e cercherei nel possibile di sostenerla magari la ospiterei a casa mia se fosse necessario, ma non vedo cosa io da uomo possa fare oltre a questo per impedire la violenza sulle donne.

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