Lega Nord e affido condiviso

Fatti e opinioni che devono passare attraverso tante persone per essere mal interpretate dalla stoltezza dell’uno, e dall’ignoranza dell’altro, non possono presumibilmente presentare molta verità alla fine.
(Jane Austen, Persuasione, 1818)

locandinaSENATOIl Dottor Vittorio Vezzetti ha diffuso, a sostegno delle modifiche alla legge 54/2006 sull’affido condiviso, un articolo dal titolo dal titolo Lo stato dell’arte in tema di domiciliazione dei figli di coppie separate, che afferma di chiarire lo stato dell’arte nella letteratura scientifica internazionale sul controverso tema della struttura familiare da considerare come obiettivo da raggiungere nel vero interesse del minore. Il vero interesse del minore, secondo l’autore di questo articolo, si concretizzerebbe nell’affido condiviso con doppio domicilio perché gli studi scientifici sul tema dimostrerebbero che:

  • questa soluzione migliora lo status psichico del minore;

  • questa soluzione risulta benefica nei casi di separazione conflittuale, ovvero contribuisce a ridurre i conflitti;

  • questa soluzione non presenta alcun tipo di svantaggio;

  • questa soluzione è sconsigliata solo nel caso di genitori inetti (abusanti, trascuranti, malati psichici).

Le tesi del Dott. Vezzetti sono argomentate sulla base di una serie di studi e di dati. Ma nell’analisi di questi studi e questi dati il Dott. Vezzetti commette macroscopici errori.

Le fonti proposte dal Dott. Vezzetti non sono pertinenti e non dimostrano che il doppio domicilio corrisponda al “superiore interesse del minore”. Molte delle informazioni riportate nell’articolo non corrispondono a verità e sono molti gli studi scientifici sul tema che il Vezzetti omette di citare. Ritengo pertento l’articolo del Dott. Vezzetti non possa essere considerato una fonte attendibile di informazioni in merito allo stato dell’arte nella letteratura scientifica internazionale sul controverso tema della struttura familiare da considerare come obiettivo da raggiungere nel vero interesse del minore, né in Dott. Vezzetti un interlocutore competente sull’argomento.

Andiamo a vedere alcuni di questi errori.

Uno dei primi studi citati dal Vezzetti dovrebbe dimostrare che l’assenza di una figura genitoriale di sesso maschile procurerebbe danni fisici, oltre che psicologici, ad un bambino. Leggiamo:

Nel primo settore (conseguenze in termini biomedici) sono note importanti influenze della deprivazione affettiva e dello stress emotivo in ambito neurologico e psicologico (Battaglia, Pesenti, Medland et al., 2009) dimostrano con uno studio che <i bambini geneticamente predisposti sottoposti a traumi da divisione dai genitori – lutti o separazioni coniugali difficili – in tenera età, hanno elevate probabilità di soffrire da adulti di crisi di panico per una azione modificatrice sui centri bulbari della respirazione>

Lo studio citato è questo: Battaglia M.,Pesenti Gritti P.,Medland S: et al., “A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss”. Archives of general psychiatry, 06-01-2009.

Questo studio non riguarda l’affido condiviso o esclusivo.

In soldoni di cosa si occupa il Professor Battaglia?

Contesto: Childhood separation anxiety disorder can predate panic disorder, which usually begins in early adulthood. Both disorders are associated with heightened sensitivity to inhaled CO(2) and can be influenced by childhood parental loss. (l’ansia da separazione infantile può anticipare il disturbo da attacchi di panico, che di solito ha inizio nel giovane adulto. Entrambi i disturbi sono associati con una ipersensibilità alla CO(2) – anidride carbonica – inalata e possono essere influenzati dall’assenza nell’infanzia di un genitore)

A pag.2 si dà una definizione di CPL – childhood parental loss: CPL was defined as a period of at least 1 year of unexpected or unscheduled separation from 1 or both biological parents that occurred prior to the participants’ 17th birthday. (un periodo di almeno 1 anno di inaspettata o non programmata separazione da 1 o entrambi i genitori biologici che avvenga entro il 17 anno di età).

L’ansia da separazione oggetto dello studio nel bambino non ha nulla a che vedere con la separazione dei genitori:

L’ansia da separazione fa riferimento ad uno stadio dello sviluppo infantile durante il quale il bambino sperimenta ansia quando viene separato dalla principale figura che si prende cura di lui (in genere la madre). Il periodo in cui questo accade normalmente è collocabile tra gli otto mesi e può durare fino ai quattordici mesi.

Sebbene le ansie da separazione siano normali tra gli infanti o i bambini ai primi passi, non sono invece appropriate per fanciulli più grandi o adolescenti e potrebbero rappresentare sintomi del Disturbo d’Ansia da Separazione. Per raggiungere la soglia diagnostica per questo disturbo, l’ansia o la paura deve causare stress o disagi di tipo sociale, scolastico, lavorativo e tali sintomi devono durare almeno un mese. I bambini con ansia da separazione possono letteralmente aggrapparsi ai propri genitori e avere difficoltà ad addormentarsi da soli durante la notte. Quando si trovano soli, potrebbero mostrare terrore che i propri genitori siano stati coinvolti in un incidente o stiano male, o in ogni modo che l’abbiano abbandonato per sempre. Hanno bisogno di stare sempre vicini ai propri genitori o a casa e potrebbero avere difficoltà a frequentare la scuola o partecipare a un campeggio, stare a casa di amici o in una stanza da soli. La paura della separazione può condurre a senso di vertigine, nausea o tachicardia.

Ciò che si propone di studiare il Professor Battaglia è il legame tra questi 3 fattori: il disturbo da ansia da separazione, il disturbo da attacchi di panico e la ipersensibilità all’anidride carbonica, e misurare l’effetto della CLP sull’andamento di queste tre variabili:

Obiettivi: To find the sources of covariation between childhood separation anxiety disorder, hypersensitivity to CO2, and panic disorder in adulthood and to measure the effect of childhood parental loss on such covariation.

A che conclusioni giunge lo studio?

Shared genetic determinants appear to be the major underlying cause of the developmental continuity of childhood separation anxiety disorder into adult panic disorder and the association of both disorders with heightened sensitivity to CO(2). Inasmuch as childhood parental loss is a truly environmental risk factor, it can account for a significant additional proportion of the covariation of these 3 developmentally related phenotypes.

Detto in modo semplice: le principali cause dello sviluppo del disturbo da ansia da separazione in un disturbo da attacchi di panico nell’adulto e del legame di questi due disturbi con l’ipersensibilità alla CO(2) sono di tipo genetico. Poiché il CPL è un reale fattore di rischio ambientale, può influenzare in modo significatico la covariazione di questi 3 fenotipi.

Si parla di divorzio? No. Si parla di affido? No. Piuttosto imbarazzante…

Il secondo studio citato dal Dott. Vezzetti è “Fathers’involment and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies”(Il coinvolgimento paterno e gli effetti sullo sviluppo del bambino: una analisi sistematica di studi longitudinali), di Sarkadi A, Kristiansson R, Oberklaid F, Bremberg S. (Department of Women’s and Children’s Health, Uppsala University, Sweden), nel quale leggiamo, a pag. 154, la tipologia dei soggetti esaminati: “per gli scopi che questo studio sitematico si prefigge la definizione di ‘padre’ include sia il padre biologico che altre figure maschili. Potrebbero essere patrigni, o uomini che coabitano con la madre”.

Figure maschili che coabitano con la madre: anche questo studio non ha nulla a che fare con l’affido di minori in caso di separazione.

Lo studio analizza, è vero, gli effetti sulla prole di un “coinvolgimento paterno” definito come (sempre pag.154) “accessibilità, intesa come presenza e disponibilità, impegno, inteso come contatto diretto, ad esempio il gioco, la lettura, passeggiate o attività di cura, e responsabilità, intesa come coinvolgimento nelle decisioni relative alla cura del bambino, ad esempio la partecipazione attiva alle visite mediche o altre cose pratiche come la scelta dei vestiti, la messa a letto o il cambio del pannolino nel caso dei neonati”, ma solo ed esclusivamente per ciò che riguarda “famiglie intatte”, le famiglie integre, non separate.

Quello che analizza questo studio è il coinvolgimento nell’educazione dei figli della figura maschile che abita con la madre, e lo ripete più e più volte, arrivando ad affermare a pag.156 che “12 studi suggeriscono che il legame biologico non è necessario per produrre effetti positivi.” Addirittura uno di questi studi suggerisce che “una figura maschile con un alto livello di impegno può avere un maggiore impatto nel ridurre i rischi di problemi emotivi e comportamentali nei ragazzi di 16 anni dell’impegno di un padre biologico”. In una famiglia “intatta”, con due adulti in casa che vivono felicemente insieme, non è importante che uno di questi non sia “biologicamente” il padre: se ha cura del bambino, il bambino starà meglio.

Nelle conclusioni, questa analisi sottolinea una carenza (pag.157): “Si avverte la necessità di studi che esplorino il ruolo del padre biologico tra figura parentale maschile e bambino e sugli effetti di questo tipo di coinvolgimento paterno: ci sono risultati importanti che indicano che un padre non-biologico può giocare un ruolo importante per i bambini all’interno della famiglia, ma in qualche modo anche i padri biologici potrebbero produrre effetti positivi.” Insomma: il ruolo del padre che non è in casa, quello che non fa parte del nucleo familiare ricostituito da madre-biologica e nuova figura maschile, è terreno inesplorato e non ci sono dati per ipotizzare come si potrebbe configurare il suo impegno né quali sarebbero gli effetti.

A pag. 156 ci viene spiegato perché non ci sono dati: “Siccome la quantità e il modo in cui intende il coinvolgimento paterno differiscono di generazione in generazione, studi i cui dati sono stati raccolti negli anni ’50 o anche negli anni ’80 hanno un valore dicutibile per i padri di oggi. Ricerche future dovrebbero tenere conto anche delle odierne non-intatte strutture familiari”, strutture familiari che questo studio non considera proprio.

Questo studio è rilevante nella discussione intorno alle modifiche della legge 54/2006 e sulla questione del doppio domicilio e del mantenimento diretto? No.

Viene da chiedersi se il Dott. Vezzetti lo abbia davvero letto.

Subito dopo il Vezzetti cita lo studio Bauserman, studio che è stato accusato dagli esperti in materia di presentare importanti limiti metodologici, a causa dei quali non può essere preso in considerazione da chi deve prendere decisioni in merito al superiore interesse del minore.

Due articoli, uno di Bruch C., (2006) “Sound Research or wishful thinking in child custody cases?” (Family Law Quarterly 40,281) e Emery R.E., Otto R.k., O’Donohue W. (2005) “A critical Assessment of child custody evaluation: Limited science and flawed system“, (Psicological Science in the Public Interest, 6 (1), 1-29) contestano al Dottor Bauserman il fatto dei 33 studi presi in esame, la maggior parte (ben 22) sarebbero tesi di studenti mai pubblicate.

Un altro limite dello studio di Bauserman è che, nel prendere in esame i casi di affido condiviso con equilibrata frequentazione di entrambi i gentori, non si fa alcuna distinzione fra i casi in cui i genitori di comune accordo decidono per la soluzione del condiviso e i casi in cui il condiviso è deciso dal Tribunale di fronte a genitori che presentano una separazione conflittuale: questo particolare limite metologico impedirebbe di prendere in considerazione lo studio di Bauserman per giustificare la teoria che questo genere di affido condiviso sarebbe vantaggioso per quelle famiglie incapaci di stipulare autonomante un accordo, quelle famiglie che si rivolgono ad un Giudice per risolvere separazioni conflittuali.

Inoltre: se si divide il numero totale dei minori coinvolti nello studio Bauserman (1.846+814) per il numero degli studi presi in esame (33) si ottiene la media di otto bambini per ciascuno studio, dei quali circa 6 in affido monogenitoriale e circa 2 in affido condiviso/residenza alternata. Dati del tutto irrilevanti dal punto di vista statistico.

Un altro degli articoli citati dal Dottor Vezzetti è Life satisfaction among children in different family structures: a comparative study of 36 western Societies.

Il primo passaggio riportato dal Vezzetti che vorrei esaminare è questo: I bambini che vivono in sistemazione di collocamento materialmente congiunto (suddivisione paritaria dei tempi) riportano comunque un più alto livello di soddisfazione di vita rispetto ad ogni altra sistemazione di famiglia separata, solo un quarto di rango (-0,26) più basso dei bambini nelle famiglie integre.

Il Vezzetti specifica tra parentesi che per “collocamento materialmente congiunto” lo studio intende “suddivisione paritaria dei tempi”, ovvero un affidamento con doppio domicilio in cui il tempo è matematicamente diviso tra i genitori a metà: 50% con un genitore e 50% con l’altro.

In realtà lo studio parla di joint phisical custody: Joint physical custody, instead of one parent having custody with the other having visitation, does not mean exact division of time with each parent, but can be based on reasonable time with each parent either specifically spelled out (certain days, weeks, holidays, alternative periods) or based on stated guidelines and shared payment of costs of raising the child.

Il dizionario legale ci tiene a sottolineare che il joint phisical custody non significa necessariamente una esatta divisione del tempo fra i genitori! Il minore trascorre un tempo “ragionevole” con ognuno dei genitori, secondo una tabella fissa in cui sono specificati determinati giorni, settimane, vacanze o periodi, oppure secondo delle linee guida stabilite.

L’articolo del Dottor Vezzetti vorrebbe far passare l’idea che all’estero l’affido condiviso è inteso come doppio domicilio, ma allo stato dell’arte in tema di domiciliazione dei figli di coppie separate non è affatto così.

Quindi: lo studio Life satisfaction among children in different family structures: a comparative study of 36 western Societies non tratta di doppio domicilio e paritaria divisione dei tempi.

Pertanto le conclusioni alle quali giunge non sono rilevanti al fine di decidere se una divisione paritaria dei tempi è vantaggiosa o meno per i minori coinvolti in un divorzio.

Lo studio, inoltre, esamina ragazzi di 11, 13 e 15 anni e non prende minimamente in considerazione i bambini al di sotto degli 11 anni. Questo dettaglio è molto rilevante, perché le modifiche alla legge 54/2006 proposte vogliono eliminare l’età del minore quale fattore da tenere considerazione quando si parla di affido.

Scrive il Vezzetti i bambini che vivono approssimativamente metà del tempo con la loro madre e metà del tempo con il loro padre sono ugualmente soddisfatti come quelli che vivono con la loro madre o con la madre ed il patrigno la maggior parte del tempo. Mai è stata trovata una situazione di svantaggio per i figli in collocazione paritaria (traducendo joint custody con la perifrasi “metà del tempo”)

Lo studio originale dice (pag.59): the highest level of life satisfaction is found in intact family, second highest in single mother, mother-stepfather or joint phisical custody, and the lowest level in single father and father-stepmopther households.

Tradotto: il livello più alto di soddisfazione si riscontra nelle famiglie integre, il secondo livello più alto nelle famiglie costituite da madri single o madre più nuovo partner o in famiglie con affido condiviso, il livello più basso di soddisfazione si riscontra nelle famiglie costituite da padre single o padre più nuova compagna.

La conclusione alla quale giunge lo studio è questa: our results do not suggest that living all or most of the time with mothers is crucial in this respect – children living approximately half the time with their mother and half the time with the father are equally satisfied as those living with their mother or mother and stepfather most or all the time.

I risultati suggeriscono che vivere tutto o la maggior parte del tempo con la madre non è cruciale (ovvero fondamentale) in relazione al contesto descritto (cioè il livello di soddisfazione di vita in ragazzi tra gli 11 e i 15 anni); i minori che vivono approssimatamente metà del tempo con un genitore e metà con l’altro sono soddisfatti come quelli che vivono con la madre o con madre e nuovo partner.

Da questo possiamo dedurre che quelli che vivono con la madre o con la madre e il nuovo partner dovrebbero vivere metà del tempo con un genitore o con l’altro e che è fondamentale per il superiore benessere del minore introdurre una legge che renda obbligatoria la joint custody in caso di separazione?

Direi di no. Perché?

Semplice: perché se il minore sta bene o in regime di joint custody tanto quanto sta bene affidato alla madre, non c’è alcuna ragione imporre a tutti una unica soluzione. Nessuna ragione desumibile da questo particolare studio.

L’unica cosa sulla quale occorrerebbe interrogarsi, e dovrebbero farlo i papà, è sul perché i minori meno soddisfatti sono risultati quelli affidati al padre.

Il Dott. Vezzetti cita anche Poussin G., Martin E.: “Conséquences de la séparation parentale chez l’enfant”, editore Eres,1999, sbagliando il nome di uno degli autori: il nome corretto è infatti Elisabeth Martin-Lebrun (http://www.editions-eres.com/parutions/enfance-et-parentalite/fondation-pour-l-enfance/p56-consequences-de-la-separation-parentale-chez-l-enfant.htm).

La legge francese sull’affidamento condiviso (garde partagée) è del 2002, incorporata nel Codice civile francese, Titolo IX, dall’articolo 371 in poi. Prima del 2002 il Codice civile francese vietava esplicitamente il doppio domicilio del minore. Il Dott. Vezzetti scrive in proposito: Uno studio importante su 3000 ragazzini francesi di scuola secondaria condotto da Poussin-Martin e ripreso dal Collegio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi italiani nelle audizioni presso la Commissione Giustizia del Senato attesta che sono i bambini che vivono con entrambi i genitori ad avere più alti livelli di autostima e a percepirsi i più sicuri di se stessi se paragonati con quelli che vivono con un solo genitore. Peccato che, dei 3.000 bambini presi in esame dallo studio, soltanto 17 erano in residenza alternata, perché in quel periodo la legge non era ancora in vigore.

Dopo l’entrata il vigore della legge, il Dott.Poussin ha scritto, insieme ad altri autori, un altro libro “Pour o contre la garde alternée?”, 2010 (http://www.amazon.fr/Pour-ou-contre-garde-altern%C3%A9e/dp/2918414360) nel quale scrive: La residenza alternata non può affatto essere pensata con la stessa modalità per età differenti. Ci sono differenze evidenti tra un bambino molto piccolo, un bambino nel periodo scolare e un adolescente. … Vorrei farvi conoscere il risultato di due studi che abbiamo realizzato. Il primo è conosciuto e pubblicato e l’altro in corso di stampa. Il primo studio è stato fatto nel 1996, prima della legge del marzo 2002 che ha autorizzato la residenza alternata. È risultato che i bambini in residenza alternata erano il 3,6% e avevano una migliore stima di sé rispetto ai bambini che vivevano secondo una modalità di affido più classica: la residenza principale. Oggi questa differenza è completamente scomparsa. Questo significa che prima del 2002, poiché il giudice non poteva imporre la residenza alternata, i genitori dovevano mettersi d’accordo e comunicare tra loro. Oggi, si ha sempre il 3,6% che comunicano tra loro e il restante 16% cui questa modalità di affido è stata imposta. E senza comunicazione, i benefici della residenza alternata sono annullati.

Una prima lettura dello studio del Dott. Vezzetti mostra che gli studi citati non supportano in alcun modo le conclusioni che si pretende dimostrino.

Ma gli errori non si limitano all’analisi degli studi scientifici citati nella bibliografia.

Scrive il Dott. Vezzetti: l’affido condiviso, legge italiana dal 2006, era la regola in Svezia, Grecia e Spagna dal 1981, in Gran Bretagna dal 1991, in Francia dal 1993, in Germania dal 1998.

In Gran Bretagna le coppie separate generalmente concludono scritture private per ciò che riguarda la gestione dei figli; solo il 10% delle separazioni passa attraverso il Tribunale, e sono quei casi particolari definiti “conflittuali”.

Nel luglio 2010 un membro del Parlamento inglese, Brian Binley, si fece promotore di una proposta di legge, The Shared Parenting Orders Bill, che disponeva l’affido condiviso per quei genitori separati non in grado di raggiungere un accordo autonomamente.

Nel marzo 2011, un altro membro del Parlamento, Charlie Elphick, presentò una nuova proposta di legge intorno al tema “minori”, The Children’s Access to Parent Bill, con il medesimo obiettivo: fare in modo che per le coppie in separazione incapaci di accordarsi per la custodia dei figli – ovvero per tutte quelle coppie che finiscono in Tribunale- venisse disposto dal Giudice l’affido condiviso. Queste proposte di legge avrebbero dovuto modificare il Children Act, del 1989, che dispone che il Tribunale, nel prendere un decisione in merito alla cura e all’educazione di un minore, deve tenere conto innanzi tutto del benessere dello stesso. Questo significa che le proposte di legge di Binley ed Elphic pretendevano di identificare l’esclusivo interesse del minore con lo “shared parenting” (l’affido condiviso con due residenze per il minore e il tempo suddiviso al 50% fra i due genitori), in tutti i casi di separazione conflittuale.

Queste proposte sono state entrambe rigettate: The child’s welfare should be the court’s paramount consideration, as required by the Children Act 1989. No change should be made that might compromise this principle. Accordingly, no legislation should be introduced that creates or risks creating the perception that there is a parental right to substantially shared or equal time for both parents. (Family Justice Review Final Report, pag.21)

Traduzione: Il benessere del minore dovrebbe essere la pricipale preoccupazione della corte, come previsto dal Children Act del 1989. Nessun cambiamento dovrebbe intervenire a compromettere questo principio e non dovrebbe essere introdotta nessuna legge volta ad introdurre o a creare la percezione dell’esistenza di un diritto dei genitori a pretendere un equa divisione del tempo fra le due figure genitoriali.

Viene citata anche la Svezia.

Una ricerca sulla Svezia mi ha condotto a questo documento: http://www.government.se/content/1/c6/06/87/31/f36b184c.pdf, dal quale cito: it has been clear from the rules in the Children and Parents Code that the best interests of the child are to be the primary consideration. The importance of the best interests of the child is now further underlined in that the Code stipulates explicitly that the best interests of the child must be the determining factor in all decisions concerning custody, residence and access. It has thus become more important for courts and social services committees that are to decide on issues involving custody, residence and access to adopt a distinct child perspective.  (Si evince dalle regole contenute nel Children and Parents Code che l’interesse superiore del bambino è la prima cosa da tenere in considerazione. L’importanza dei superiore interesse del bambino è ora ulteriormente sottolineato dal fatto che il Codice prevede esplicitamente che debba essere il fattore determinante in tutte le decisioni in materia di affidamento, di residenza e accesso al minore. Diventa quindi più importante per i tribunali e le commissioni dei servizi sociali, chiamate a decidere su questioni che riguardano la custodia, la residenza e l’accesso, adottare una prospettiva distinta per ogni bambino).

Non si parla di residenza alternata, ma di singoli casi e di “prospettiva del bambino”: ogni singolo caso va valutato per decidere la migliore soluzione, sia per ciò che riguarda il tipo di affidamento (custody), sia per ciò che riguarda la residenza (residence), sia per ciò che riguarda le visite (access). A proposito del condiviso (joint custody) spiegano che i Tribunali per concederlo o toglierlo devono assicurarsi che sia nel migliore interesse del minore: As before, a court is entitled to refuse to dissolve joint custody or to decide on such custody against the will of one of the parents, provided that joint custody is in the best interests of the child.“Provided that”: a condizione che.

Ora, se il condiviso è oggetto di indagine, ovvero se il Tribunale deve valutare se è o non è la soluzione migliore per il minore, significa che il condiviso non è la soluzione migliore a priori.

Per ciò che riguarda la Spagna, la legge del luglio 2005 ha introdotto nel diritto spagnolo la residenza alternata (Actualité Juridique Famille, dicembre 2011).
Ma: l’applicazione dell’affidamento alternato è il frutto di un accordo di entrambi i genitori.
Il giudice non può imporlo su richiesta di un solo genitore se non in circostanze eccezionali e, in questo caso, deve ottenere il parere favorevole del Procuratore.
La residenza alternata è espressamente esclusa nel caso di violenze coniugali.

Nulla a che vedere con le proposte del Dott. Vezzetti, che vorrebbe la residenza alternata imposta per legge anche a quelle coppie di genitori che non riescono ad accordarsi sulle modalità di affido.

Non è chiaro, quindi cosa intenda il Vezzetti quando scrive che la residenza alternata “è la regola” in molti paesi europei.

Il Dott. Vezzetti scrive anche “Risultati molto buoni si sono ottenuti anche con la legge del 2006 in Belgio mentre qualcosa di incredibile è avvenuto in Australia: con l’introduzione della legge sulla genitorialità condivisa del 2006, a fronte di un incremento di cause generali da 76.807 a 79.442, in un biennio i ricorsi alla Family Court (grosso modo corrispondenti alle nostre cause giudiziali) si son ridotti da 27.313 a 18.633.”

L’ Australia nel 2006 ha introdotto nelle norme sull‟ affidamento una forte parità formale di diritti tra genitori, ampliando i diritti dei padri. Fra le altre cose la legge chiedeva la “equal parental responsability” (pari responsabilità genitoriale) e “equal time” (shared parenting), introduceva la mediazione obbligatoria prima di adire il Tribunale (salvo nei casi di violenza domestica). Inoltre fu introdotta la “friendly parent provision” (regolamentazione a favore del genitore “ben disposto”) con cui si privilegiava dare l‟affidamento al genitore che dimostrasse piu’ disponibilita’ verso l’altro, con la conseguenza che spesso le mogli/madri traumatizzate dalla violenza del partner venivano dichiarate non “friendly” verso il padre e quindi penalizzate nell’affidamento a favore del genitore abusante.

A soli sei anni dall’applicazione di detta legge l’Australia ha dovuto fare marcia indietro.Le conseguenze di questa nuova regolamentazione australiana, infatti, sono state talmente negative, soprattutto per i minori coinvolti, che nel novembre del 2011 la legge è stata nuovamente modificata, in quanto varie ricerche scientifiche e studi hanno dimostrato la dannosità ed il pericolo di una siffatta regolamentazione, non solo nei casi di violenza domestica pregressa e/o in corso, ma anche nei casi di alta conflittualità tra i genitori dopo la separazione.

Pertanto la “Family Law Legislation Amendment (Family Violence and Other Measures Act 2011”, passata nel novembre 2011 ha portato a significativi emendamenti, come per esempio l’abolizione della “friendly parent provision”, della mediazione obbligatoria, della previsione di una sanzione pecunaria a carico del genitore che alleghi fatti falsi/dichiarazioni false.

Fra gli studi condotti in Australia sull’argomento si può citare Post-separation parenting arrangements: Patterns and developmental outcomes. Studies of two risk groups, di Jennifer McIntosh, Bruce Smyth, Margaret Kelaher, Yvonne Wells and Caroline Long, del 2011, studio che giunge alla seguente conclusione: “Se alcune famiglie sono pronte per il condiviso, altre necessitano di tempo e supporto per giungere a questo genere di accordo. Per un più piccolo, ma ciononostante significativo gruppo di famiglie, il condiviso non sarà mai appropriato”.

L’articolo si compone di due separati studi; Lo studio 1 si occupa del gruppo School-aged children in high conflict separation, cioè dibambini in età scolare in un contesto di separazione altamente conflittuale, e ha coinvolto 133 famiglie (per un totale di 206 bambini) seguite in un lasso di tempo di 4 anni; dall’analisi dei dati raccolti lo studio giunge alla conclusione che lo shared parenting non contribuisce significativamente a risolvere il conflitto fra i genitori allorquando è imposto in sede di mediazione. Lo shared parenting, inteso come siddivisione paritaria dei tempi da trascorrere col minore, non contribuisce alla costruzione di una cooperative parental relationship: in altri termini, non contribuisce a ridurre i conflitti genitoriali e non è benefica in caso di separazioni conflittuali (come invece sostiene il Dott. Vezzetti).

Lo studio 2 si occupa di Overnight care patterns and the psycho-emotional development of infants and preschoolers, cioè del problema del pernottamento in relazione a neonati e bambini in età prescolare, e si avvale dei dati raccolti dal Longitudinal Study of Australian Children (LSAC), che ha seguito lo svilupo di 10.000 bambini e famiglie in diverse zone dell’Australia per due anni.

Questo studio giunge alla conclusione che lo shared parenting ha effetti negativi sullo sviluppo di neonati e bambini molto piccoli, anche quando i genitori instaurano un rapporto di collaborazione e si impegnano affinché funzioni; una suddivisione del bambino al 50% fra i genitori non risponde ai bisogni emozionali del bambino e gli svantaggi sono maggiori dei vantaggi.

A proposito dei minori in tenera età, un recente e importantissimo studio scientifico che ha approfondito la teoria dell’attaccamento di Bowlby mettendola in relazione con lo sviluppo cerebrale del neonato.

Il lavoro è del 2011 ed è a cura del Dr Allen Shore [Shore, A. & McIntosh, J. (2011). Family law and the neuroscience of attachment, part I: Attachment theory and the emotional revolution in neuroscience. Family Court Review 49 (3), 501-51] e del Dr
Dan Siegel [Siegel, D. & McIntosh, J. (2011). Family law and the neuroscience of attachment, part II: On attachment, neural integration, and meanings for family law. Family Court Review 49(3), 513-520].

Ci raccontano il Dott. Siegel e il Dot. Shore che la teoria dell’attaccamento svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo del cervello, determinando nell’adulto la qualità dei rapporti con gli altri esseri umani.

Alla nascita il cervello del bambino non è del tutto formato e non è in grado di regolare autonomamente le proprie emozioni ed in particolare non è in grado di controllare il meccanismo di regolazione dello stress; l’attaccamento, ovvero quella particolare relazione che un bambino nei primi anni di vita stabilisce con un caregiver principale, è ciò che sopperisce a questa mancanza e contemporaneamente ciò che contribuisce allo sviluppo di un corretto meccanismo di regolazione delle emozioni e dello stress.

Il caregiver principare, la figura adulta di riferimento, è colui che agisce da regolatore dello stress al posto del bambino, aiutandolo ad imparare nel tempo ad autoregolare le proprie emozioni.

Perché il bambino, sebbene stabilisca relazioni significative e importanti anche con altri caregiver, sceglie una figura sola di riferimento? Perché, appunto, il suo cervello è ancora ad uno stadio primitivo; pertanto sono limiti biologici quelli che fanno si che il bambino crei quel particolare legame chiamato attaccamento solo con uno dei caregiver.

Il genere del caregiver è determinante? Su questo punto non c’è concordanza fra i due studiosi. Mentre il Dott. Shore ritiene che la madre sia biologicamente predisposta ad essere il caregiver principale, poiché nelle donne si riscontra una corteccia orbitofrontale più sviluppata che nei maschi adulti e quindi, ad esempio, una maggiore capacità di leggere le espressioni facciali, interpretare il tono di voce e la gestualità in termini emotivi, il Dott. Siegel ritiene che la predisposizione femminile al ruolo di caregiver sia principalmente di matrice culturale, visto che nei casi in cui non vi sia materialmente nessuna madre l’attaccamento del bambino con un caregiver di sesso maschile risulta essere normalmente organizzato.

Che sia maschio o femmina, che cosa fa il caregiver principale? Il caregiver principale è quel soggetto sintonizzato sulle esperienze interiori del bambino. Un legame di attaccamento disorganizzato – ovvero un bambino e un caregiver non in sintonia – causa dei problemi nello sviluppo delle capacità di regolare le emozioni: un bambino con un legame di attaccamento disorganizzato sarà un adulto incapace di gestire le sue emozioni e incapace di relazionarsi con gli altri in modo costruttivo.

Per questo motivo entrambi gli studiosi si esprimono a proposito dell’affidamento in caso di divorzio, consigliando le persone preposte a prendere decisioni in questi casi a tenere conto dell’importanza di non danneggiare il legame di attaccamento con il caregiver principale (chiunque esso sia). E il doppio domicilio rischia di danneggiare il legame di attaccamento con il caregiver principale.

A pag. 507 dello studio scrive il Dott. Shore: 50-50 shared time custody splits during the first two years of a child’s life is highly problematic with negative long-term consequences. Tradotto: dividersi un bambino al 50% quando il bambino ha meno di due anni è molto problematico e ha gravi conseguenze a lungo termine.

Il Dott. Siegel, da parte sua, sottolinea che frequenti spostamenti possono essere disorientanti per il bambino, se non addirittura terrorizzanti. D’altra parte è del tutto normale, egli nota, che nelle famiglie intatte il bambino piccolo trascorra molto più tempo con il caregiver principale di quanto non ne trascorra con gli altri membri della famiglia; conclude che non c’è motivo che il divorzio modifichi questo stato delle cose.

Un recente studio dal titolo Overnight Custody Arrangements, Attachment, and Adjustment Among Very Young Children  condotto da ricercatori dell’Università della Virginia (Samantha L. Tornello, Robert Emery, Jenna Rowen, Daniel Potter, Bailey Ocker e Yishan Xu) dimostra che quei neonati che trascorrono almeno una notte a settimana lontano dalla madre sviluppano un legame di attaccamento insicuro, cosa che non avviene per quei bambini che pernottano lontano dalla madre più raramente o trascorrono con il padre solo le ore diurne.

Samantha Tornello, Ph.D. candidate in psychology della U.Va.’s Graduate School of Arts & Sciences e resopnsabile dello studio in oggetto, ha dichiarato in una intervista:
Judges often find themselves making decisions regarding custody without knowing what actually may be in the best interest of the child, based on psychology research. Our study raises the question, ‘Would babies be better off spending their overnights with a single caregiver, or at least less frequently in another home?‘”

Traduco: I Giudici che si trovano a prendere decisioni sugli accordi di affidamento spesso deliberano senza sapere cosa la psicologia intende con “il migliore interesse del minore”. Il nostro lavoro si pone la domanda “E’ meglio per i bambini trascorrere la notte presso un unico caregiver oppure spostarsi spesso in una diversa abitazione?”

La Tonello afferma che entrambe le figure genitoriali possono assumere il ruolo di caregiver principale, ma che, a prescindere dal fatto che si tratti del padre o della madre, trascorrere la notte alternativamente in case diverse danneggia lo stabilirsi di un sano legame di attaccamento.

“Ciò che è importante, in caso di separazione dei genitori, è che il bambino possa contare sulla presenza costante della figura di riferimento”.

La Tonello e gli altri autori dello studio si sono serviti dei dati del Fragile Families and Child Wellbeing Study, uno studio longitudinale che ha coinvolto 5000 bambini di età compresa tra 1 e 3 anni, nati nelle principali città degli Stati Uniti tra il 1998 e il 2000, dati raccolti dai ricercatori delle università di Princeton e Columbia.

Il 43% dei bambini che settimanalmente hanno trascorso una o più notti lontano dalle madri ha sviluppato un legame di attaccamento insicuro, mentre solo il 16% dei bambini che hanno frequentato il padre nelle ore diurne ha sviluppato questo genere di problema.

Mano a mano che il bambino cresce, il dormire in case diverse diventa progressivamente meno problematico.

If mothers and fathers can be patient, cooperate and take a long view of child development, such evolving plans can work for both children and parents” sostiene il Professor Robert Emery: la soluzione ideale sono quindi quegli accordi fra genitori separati che mutano nel tempo, in sintonia con lo sviluppo del bambino, e il successo degli stessi trova il suo fondamento nella capacità degli adulti di cooperare.

La “capacità degli adulti di cooperare” è quel “tenore dei rapporti” attualmente presente nella legge 54/2006 come criterio sulla base del quale un Giudice dovrebbe deliberare in merito all’affido di un minore in caso di separazione, criterio che secondo il Dott. Vezzetti dovrebbe essere eliminato.

L’uomo è lo zimbello più facile di sé stesso, perché quello che vuole che sia vero generalmente lo ritiene vero. (Demostene)

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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37 risposte a Lega Nord e affido condiviso

  1. tanto lavoro = tanta gratitudine

  2. Vittorio Vezzetti ha detto:

    Sono il dottor Vezzetti e mi segnalano il suo articolo. Per replicare a tutto dovrei impiegare troppo tempo (che francamente impiego in altro modo) e scrivere un altro libro ma poichè ci sono alcuni macroscopici errori mi permetto di correggere questi e di fornirle anche alcuni chiarimenti su punti che pare non aver compreso. Premetto che non proseguirò la polemica a oltranza a causa dei molteplici impegni, ormai anche internazionali 1) Children society: le è scappato che a pag. 55 gli autori danno la loro definizione di joint custody diversa da quella che fornisce lei:Those who lived half the time with their mother in
    one household and half the time with their father in another household were classified as
    living in joint physical custody. Pare quindi confermato -sul campione di 184.000 minori – che stanno meglio quelli in doppio domicilio !! 2) Battaglia. Il senso della citazione è questo: la parental loss causa danno organico (ho citato Battaglia ma potrei citarle tanti studi più recenti e autorevoli che attestano altri tipi di danno organico). Ma quale è secondo la letteratura la principale causa di parental loss nei Paesi occidentali? Non ci son più guerre o carestie. La risposta è il divorzio.La letteratura ci dice inoltre che la probabilità di perdere un genitore a seguito del divorzio è ovviamente maggiore nei Paesi monogenitoriali come l’Italia che in quelli bigenitoriali come la Svezia. 3) Acta pediatrica: lo studio innanzitutto conferma che i figli che non hanno una figura maschile educativa e vivono con la madre sola hanno degli svantaggi o dei mancati vantaggi. Lo studio non differenzia tra padre biologico (che comunque analizzando deduttivamente le caratteristiche dello studio appare nettamente preponderante) e padre non biologico ma, a meno che non si muova dall’assunto che è cosa bella sostituire il padre biologico col nuovo compagno, credo che possa stimolare a coinvolgere di più i padri biologici disponibili, no?4) Per l’Australia le confermo il crollo delle cause di tipo giudiziale (con chiari intuibili benefici per i minori) e la rimando allo studio commissionato dal governo australiano segnalandole che i tentativi di dimostrare effetti negativi per i minori molto piccoli e le coppie altamente conflittuali è naufragato di fronte all’esiguità del campione analizzato. Gli australiani hanno onestamente specificato che da poche decine di casi non si poteva trarre conclusione alcuna e il governo non ha promosso modifiche su questi punti (vorrà dire qualcosa o no?). Gli inglesi anti shared custody si sono dimenticati di citare questo particolare in un articolo apparso su una rivista della Oxford University e quando la gabola è saltata fuori è scoppiato un putiferio (anche perchè lo studio era stato profumatamente sovvenzionato da una fondazione anti condiviso).5) Per la situazione estera la rimando alla mia ricerca comparata appena presentata al parlamento europeo di Strasburgo: noi siamo molto vicini alla Grecia e al Portogallo mentre il faro mondiale per la tutela dell’infanzia, la Svezia, ha una situazione che corrisponde abbastanza alla mia idea. Incidentalmente dalla ricerca è apparso che l’Italia ha il tasso di affido esclusivo al padre più basso d’Europa…6) Per quanto concerne gli studi che cita, vorrei dirle che l’argomento specifico dell’effetto dell’alternato nei bambini piccoli è difficilmente standardizzabile. Li leggerò con piacere ma le dico già che ce ne sono molti altri che attestano l’opposto.In generale nella letteratura accreditata sono molti molti di più quelli a favore e mi permetto di segnalarle il libro sul Wechselmodell della prof. Suenderhauf che ne ha scelti ben 200 (duecento) a favore dell’affido alternato.Cordiali saluti, Vittorio Vezzetti

    • Le faccio solo un esempio del modo in cui lei mistifica i risultati delle ricerche scientifiche che cita:
      “3) Acta pediatrica: lo studio innanzitutto conferma che i figli che non hanno una figura maschile educativa e vivono con la madre sola hanno degli svantaggi o dei mancati vantaggi. Lo studio non differenzia tra padre biologico (che comunque analizzando deduttivamente le caratteristiche dello studio appare nettamente preponderante) e padre non biologico ma, a meno che non si muova dall’assunto che è cosa bella sostituire il padre biologico col nuovo compagno, credo che possa stimolare a coinvolgere di più i padri biologici disponibili, no?”
      Lo studio di fatto non differenzia tra padre biologico e padre non biologico: e questo è un fatto che non si può ingorare quando si vanno ad analizzare i risultati.
      “a meno che non si muova dall’assunto che è cosa BELLA sostituire il padre biologico col nuovo compagno”… cosa BELLA? In che senso? Che concetto scientifico è? A me sembra un giudizio di tipo morale… E comunque, anche stabilissi che una cosa è più o meno “bella” (bella per chi, poi? e sulla base di cosa dovrei stabilire che una cosa è bella o non-bella?) questo non cambierebbe in nessun modo i risultati della ricerca in oggetto.
      ” credo che possa stimolare a coinvolgere di più i padri biologici disponibili, no?”: nessuno vieta ai padri biologici di interessarsi dei propri figli, anzi, ben venga un sincero interesse!
      Un conto è “stimolare” un genitore a prendersi cura dei bambini, un conto è stabilire per legge che qualsiasi genere di genitore, anche quello che non mostra alcun interesse, debba trascorrere il 50% del tempo con il bambino “per il suo bene”: sono due cose diverse.
      Io non sono affatto contraria all’affido condiviso, a patto che venga concesso in situazioni in cui si dimostra funzionale a garantire al minore una genitorialità di qualità, ovvero due genitori che collaborano e si occupano entrambi del minore.

      L’Inghilterra ha recentemente approvato la maternità condivisa: un congedo di un anno da dividere a piacimento fra mamma e papà: queste sono le basi concrete da stabilire per un reale coinvolgimento paterno.

      Se vogliamo parlare di “stimolare”, lo studio svedese propone un sacco di esempi di politiche mirate a stimolare un nuovo tipo di paternità: suggerisce ai pediatri di coinvolgere entrambi i genitori, invece di fare riferimento solo alla madre per tutto ciò che riguarda la salute del bambino; suggerisce ai docenti di stimolare una maggiore partecipazione dei padri alla vita scolastica dei figli (come ci dice l’Istat, in Italia sono le madri prevalenetemente quelle che supportano i figli nello studio); suggerisce ai datori di lavoro di gratificare quel padre che usufruisce dei congedi per rimanere a casa con la prole invece di mortificarlo… Ecco, questi sono metodi per supportare il coinvolgimento paterno, un vero coinvolgimento paterno.

      Mentre il doppio domicilio è solo uno strumento atto a giustificare la scomparsa dell’assegno di mantenimento e niente più.

      Per ciò che riguarda lo studio “Chlidren Society”, i risultati sono chiari: non c’è alcuna differenza fra i ragazzi che vivono in joint phisical custody e quelli affidati alla madre. Mentre riscontra differenze in quelli affidati al padre: questo a sostengo del fatto che ancora i padri non sono abbastanza competenti da garantire un pari grado di soddisfazione. E certo non è un problema “biologico” connesso all’essere “maschi”, ma un problema culturale connesso al modo in cui il genitore maschio percepisce e mette in pratica la genitorialità: un problema culturale che merita tutta l’attenzione, come sostiene lo studio svedese…
      Quello che lo studio sottolinea, invece, è la grande differenza che intercorre fra quei paesi che hanno un welfare a sostegno delle famiglie e quelli in cui le famiglie soffrono maggiormente l’impoverimento causato dalla separazione perché lo Stato non ha attivato misure a sostegno di chi versa in difficoltà economiche.

      Per il resto, nel mio articolo cito letteralmente le conclusioni dello studio (se ha notato): “our results do not suggest that living all or most of the time with mothers is crucial in this respect – children living approximately half the time with their mother and half the time with the father are equally satisfied as those living with their mother or mother and stepfather most or all the time.” Coclusioni che parlano di “children living approximately half the time (circa metà del tempo) with their mother and half the time with their father”…

      A porre l’accento sulle difficoltà economiche ci aveva già pensato il dottor Henry Ricciuti della Cornell University (Journal of Educational Research – Vol. 97, No. 4); il suo studio, pubblicato nel 1999, dall’esame di ben 1700 bambini non aveva rilevato particolari problemi scolastici o relazionali in quelli che vivevano con un genitore single.

      Afferma il Dottor Ricciuti: “The findings suggest that in the presence of favorable maternal characteristics, such as education and positive child expectations, along with social resources supportive of parenting, single parenthood in and of itself need not to be a risk factor for a child’s performance in mathematics, reading or vocabulary or for behavior problems.“

      Ciò che conta davvero sono le “social resources supportive of parentig“: risorse sociali a supporto della genitorialità, oltre, ovviamente, le caratteristiche del genitore. Un bravo genitore, anche da solo, se vive in un ambiente che supporta la genitorialità (parliamo di welfare) cresce bambini che non presentano problemi di apprendimento né problemi realzionali.

      Incalza Ricciuti: Many single mothers lack the social, economic or parenting resources that are known to promote good parenting. He stresses the need for making such parenting resources more readily available to single mothers, thus helping them to provide more supportive home and family environments for their children. “Potential risks to single-parent children could be greatly reduced or eliminated with increased parental access to adequate economic, social, educational and parenting supports” Ricciuti concludes. (intervista: http://www.news.cornell.edu/stories/2004/05/children-single-mothers-do-just-well-school)

      Per ciò che riguarda gli effetti del doppio domicilio, le suggerisco di leggere le osservazioni scaturite dall’esperimento francese: una legge votata con le migliori intenzioni, che però non ha condotto ai risultati sperati: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/11/02/affidamento-alternato-sviluppo-bambino/

      • paolam ha detto:

        Io mi sono fermata a “francamente”, avverbio del tutto inutile, ma ci ho questa deformazione che mi rende incapace di obiettività nei giudizi, e so’ problemi. Posso però rimediare, girando il post ad un’amica che ha visto di persona, su alcuni suoi familiari, i risultati dell’affido condiviso, e la cui opinione debbo, perciò, reputare affidabile quando mi dice che l’affido condiviso è una follia se pensiamo al bene de-i/-lle bambin-i/e, invece che all’egoismo dei genitori: un bambino o una bambina non possono essere rimpallati come pacchi postali, ma hanno diritto a una casa che sia sempre la stessa. E la fonte mi sembra tanto più attendibile in quanto, in questo caso in particolare, l’autrice di questo giudizio attribuisce la maggior parte della responsabilità della separazione alla ex-moglie.

      • GIANGI ha detto:

        “Un conto è “stimolare” un genitore a prendersi cura dei bambini, un conto è stabilire per legge che qualsiasi genere di genitore, anche quello che non mostra alcun interesse, debba trascorrere il 50% del tempo con il bambino “per il suo bene”: sono due cose diverse”….”…….”Mentre il doppio domicilio è solo uno strumento atto a giustificare la scomparsa dell’assegno di mantenimento e niente più.”

        Purtroppo la non applicazione della legge 54/2006 sull’affido condiviso continua a premiare i padri che passano il meno tempo possibile con i figli ed evitano così di affrontare spese ordinarie e i sacrifici dell’accudimento e punisce, quei pochi padri che per amore dei figli gli si dedicano tutto il tempo che gli è concesso ( e pagano.. il doppio e…per tutti..).

        Cordialità

      • Appurato che esistono due tipologie di padri: quelli si dedicano ai loro figli e quelli che non hanno nessuna voglia di passare del tempo con loro né tanto meno di spendere per loro del denaro: perché entrambi dovrebbero godere dell’affido alternato? Ma soprattutto: che vantaggio ne avrebbero i figli di quel padre che non si fa vivo? Solo di diventare ancora più poveri e di soffrire maggiormente dell’incapacità genitoriale di quel padre affettivamente assente…
        Giustizia non significa distribuire a tutti indistintamente la stesso provvedimento e dovrebbe capirlo maggiormente chi si rende conto di essere diverso da molti altri.

      • Marco ha detto:

        Beh lo sostiene anche il Consiglio d’Europa con risoluzione del 02/10/15.La tipologia di affido di un genitore prevalente che poi diciamo le cose come stanno è sempre la madre per pregiudizi ovviamente di genere, ormai resiste solo in Italia, in Portogallo e Grecia i paesi più evoluti d’Europa giusto? La cosa assurda è vietare ad un minore il diritto di frequentare quotidianamente un genitore perché se no diventa un pacco postale ma la teoria del pacco postale vale solo per un bambino di genitore separati ma ovviamente non vale per figli di genitori ‘normali’ che magari per motivi lavorativi lasciano i bimbi sin da piccolissimi 8 ore al giorno (33% della giornata) tutti i giorni agli asili e sono tantissimi bimbi eh ma è normale ti diranno.. Comunque volevo avvisare ricciocornoschiattoso che l’ordine degli psicologi italiani con relazione presentata alla camera del senato l’8 novembre 2011 scaricabile dal sito del senato ha fortemente criticato la giurisprudenza italiana in materia di affidamento minori rea di aver introdotto modalità tipiche dell’affidamento esclusivo. Non solo ma hanno stabilito che i benefici che i bambini avevano nel poter frequentare in modo quotidiano entrambi i genitori superavano i disagi di piccoli spostamenti. I BAMBINI HANNO IL DIRITTO DI GODERE APPIENO DI ENTRAMBI I GENITORI E DEI LORO PATENTI NON ABUSATE DELLE VOSTRE TEORIE VETUSTE E STEREOTIPATE E LO DICO DA FIGLIO DI SEPARATOI!!

    • dott. Bruno ha detto:

      dott. Vezzetti, grazie per l’impegno a favore dei bambini. Personalmente temo che sia inutile tentare di ragionare con femministe fissatatisi nel privare i bambini dei loro papà; di solito un intervento più efficace consiste nel cercare di allontanare la paziente dalle sue credenze pervasive cercando di interessarla a qualcos’altro

      • Visto che fa lo spiritoso, caro Bruno, e neanche troppo velatamente mi dà della squilibrata (il che è molto offensivo e non è certo un modo per avviare una conversazione costruttiva su un tema tanto importante), mi citi esattamente dove avrei scritto che “bisogna privare i bambini del loro papà.” Non pensi di fare un favore al Dott. Vezzetti scrivendo simili sciocchezze…
        Non l’ho scritto da nessuna parte, comunque, in nessuna pagina di questo blog.

        Se non è all’altezza del tema che si tratta, se l’unico modo in cui sa intervenire è offendendo gratuitamente, la invito gentilmente a scrivere le sue spiritosaggini da qualche altra parte.

  3. Andrea Mazzeo ha detto:

    Per replicare al collega e alla sua fantasiosa ricerca bibliografica che usa come stampelle per sostenere le sue tesi traballanti, mi limito, per ora, a citare uno scambio di mail con il prof. Battaglia; naturalmente il collega si senta libero di polemizzare direttamente con il prof. Battaglia scrivendogli che ha ragione lui e che hanno torto loro, ma le cose così stanno. Non si fa un buo servizio alla scienza manipolando la letteratura scientifica e piegandola ai propri fini

    Da: Marco M. Battaglia (Marco.Battaglia@fmed.ulaval.ca)
    A: “Andrea Mazzeo”

    buongiorno dr Mazzeo grazie del messaggio; penso lei abbia ragione: quel che abbiamo trovato é un po’ piu’ complesso, e non c’è niente di ‘bulbare’ nei dati di questo articolo.
    mi pare il solito esempio di giornalismo divulgativo di cattiva qualità; l’aggravante qui è che è rivolto ad un uditorio medico specialistico; il redattore non aveva tempo/voglia/preparazione per leggere ‘le fonti’, come direbbe qualche vecchio professore di Liceo, e di ragionarci sopra.
    mi sono trasferito in Canada e non so come fare a contattare questi signori, se ha voglia di farlo lei ha tutto il mio apprezzamento.
    cordiali saluti
    MB

    Marco Battaglia M.D.
    Professor of Psychiatry
    Room F 4439
    Laval University & CRIUSMQ
    2601, Chemin de la Canardière
    Québec (Québec)
    CANADA G1J 2G3
    phone +1 418 663 5741

    De : Andrea Mazzeo [a.mazzeo@tin.it]
    Date d’envoi : 10 février 2013 13:40
    À : Marco M. Battaglia
    Objet : Segnalazione

    Egregio Prof. Battaglia,
    mi permetto di disturbarla per segnalarle una citazione errata di un suo lavoro.
    Sul numero 3/2012 della Rivista della Società italiana di pediatria preventiva e sociale, reperibile a questo link:
    http://www.sipps.it/pdf/rivista/anno7/3_2012.pdf
    alla pagina 27 si legge questa citazione:
    il gruppo di studio di Battaglia2 ha dimostrato che “i bambini geneticamente predisposti, sottoposti a traumi da divisione dai genitori – lutti o separazioni coniugali difficili
    – in tenera età, hanno elevate probabilità di soffrire da adulti di crisi di panico per un’azione modificatrice sui centri bulbari della respirazione”.
    Il lavoro citato è il seguente:
    Battaglia M, Pesenti-Gritti P, Medland SE et al. A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss. Arch Gen Psychiatry 2009;66:64-71.
    Poiché la citazione mi è sembrata dissonante rispetto al tono del lavoro, come lo si desume dal titolo sono andato a cercarlo verificando che la citazioen non corrisponde affatto a quanto da voi scritto.
    Poiché la rivista gira tra i pediatri forse una rettifica sarebbe opportuna, per evitare che alcuni si facciano strane idee.
    La ringrazio per l’attenzione
    Dintinti saluti

    Andrea Mazzeo
    Spec. Psichiatria
    Lecce
    —————————————————————–
    Redattore di Psychiatry On Line Italia
    http://www.psychiatryonline.it/ital/current.htm
    E-MAIL
    WEB

  4. Lilli ha detto:

    http://www.iustin.cz/files/avezzetti.pdf
    Questo è il link al documento del dottor Vezzetti “JOINT CUSTODY: THE INTEREST OF THE CHILD IN DIFFERENT FAMILY STRUCTURES”.
    Andate nella bibliografia, al punto 2, e notate come egli ha citato lo studio del professor Battaglia:
    “2) Battle M., Pesenti Gritti P:, Medland S et al., “A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss.” Archives of general psychiatry , 01.06.2009″.
    Avete visto? Ha tradotto il cognome Battaglia con Battle… 🙂

  5. Legolas ha detto:

    Salve, ho letto con interesse il confronto qui sopra con gli argomenti di Vezzetti…
    non ho assolutamente competenze per valutare.

    Ma vorrei capire esattamente il punto di vista sostenuto in questo blog.
    Proviamo con due esempi.

    Primo caso.
    Una persona sposata (chiamiamola “X”) e con figli sceglie la separazione; prende i figli,
    e contrariamente alla volontà dell’altro genitore (“Y”), si trasferisce con loro a migliaia di km.
    Supponiamo che “X” sia un uomo, e che si trasferisca in Egitto. La madre “Y”, divisa dai figli
    e disperata, in linea di massima avrà la legge italiana dalla sua parte. Potrà essere
    una dura battaglia, ma nessuna legge italiana o teoria scientifica metterà in discussione il diritto
    di mamma “Y” di riprendere i figli con sé. (Negli anni scorsi ci furono altissimi rappresentanti
    istituzionali che personalmente riportarono da un paese estero bambini “rapiti” dal padre).

    Secondo caso.
    Una persona sposata (sempre “X”) e con figli sceglie la separazione; prende i figli,
    e contrariamente alla volontà dell’altro genitore (“Y”), si trasferisce con loro a migliaia di km.
    Stavolta però “X” è una donna e si trasferisce, diciamo, negli Stati Uniti. Al padre “Y”,
    diviso dai figli e disperato, si risponde che non essendo lui il caregiver principale,
    deve accettare la situazione.
    A papà “Y” resterebbe il diritto recarsi periodicamente negli States per passare brevi periodi con
    i figli, sempre se il suo lavoro gli dà il tempo per viaggi intercontinentali e soprattutto
    se può spendere migliaia di Euro ogni volta. (Teniamo presente che l’italiano medio ormai vede
    azzerata la sua capacità di risparmio).
    Inoltre a “Y” resta il dovere di sostenere il 50% delle spese di mantenimento per minori che
    vedrà presumibilmente pochissimo. In caso di bambini molto piccoli e forse anche più grandi,
    è probabile (e succede nella realtà) che comunque non lo chiameranno “papà”, riservando questa
    parola al nuovo partner di “X”.

    Quanto scritto sopra è corretto ? E’ questa la realtà dei fatti ?
    La distribuzione di diritti e di doveri ?
    Se papà “Y” ci chiede che ne pensiamo, cosa gli diciamo ?

    Grazie se mi chiarirete le idee.

    • Quanto scritto sopra è corretto ? E’ questa la realtà dei fatti ?

      Ma quali fatti? Questi sono due esempi, costruiti ad hoc per portare avanti una teoria, ovvero che il genitore di sesso maschile è discriminato dall’attuale legislazione. Ma non è con le X e le Y che si dimostrano le teorie.
      Il punto di vista di questo blog è che non esiste una soluzione standard applicabile a tutte le separazioni. Innanzitutto perché i bisogni di un bambino di 2 anni non sono i bisogni di un adolescente, quindi se il punto è tutelare il “superiore interesse del minore”, bisogna riconoscere al minore una centralità che l’affido condiviso pensato da Vezzetti gli toglie.
      E questo concetto, se le interessa, è espresso qui: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/06/22/il-divorzio-nella-nursery/
      Inoltre, nei casi di sottrazione di minore è importante valutare cosa è avvenuto prima della fuga. Ci sono casi e casi, e ogni caso deve essere esaminato per quelle che sono le sue peculiarità.
      In un caso portato in TV dalle Iene, ad esempio, https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/03/14/care-iene/ uno dei genitori è fuggito all’estero con io minore perché minacciato di morte dall’ex partner. La motivazione che sta a monte di un trasferimento è importante tanto quanto “la distribuzione di diritti e doveri”: senza quella non si può valutare.

      • Legolas ha detto:

        Grazie, Ricciocorno, per la Sua risposta. Questo sito è una miniera di informazioni, che in parte non conoscevo.
        Ho letto le pagine che Lei ha indicato… e ho visto il video delle iene, quella mamma tornata al suo paese ha di sicuro le sue buone ragioni.

        C’è un dato che mi piacerebbe conoscere ma non lo trovo da nessuna parte. (Forse Lei lo ha già trattato nel blog…). Su 100 separazioni, quanti sono i casi in cui si configura violenza (o minacce)? Il 10%, il 50%, o quasi tutti? Ci sono studi seri, fonti attendibili su questo ?
        Grazie,

      • No, purtroppo no. Non mi risultano studi statistici italiani su questo argomento. Ci sono le relazioni dei centri antiviolenza, ma fanno riferimento alle donne che si rivolgono a loro e non ai casi di separazione.

      • Ho trovato una ricerca svizzera che dice che dalla statistica criminale di polizia (SCP) 2013 emerge che in Svizzera il 26,8% dei casi di violenza domestica avvengono tra partner che si sono separati (ma non è stato indagato se la violenza si verificava anche prima della separazione). Il rapporto però è tra i casi di violenza e quelli che coinvolgono i separati, non in rapporto alle coppie separate che non denunciano alcun problema con la violenza, quindi non è indicativo di quello che mi chiedi.
        Dal British Crime Survey emerge che il 22,3% delle donne separate e il 14,3% delle donne divorziate ha subito violenze da parte dell’ex partner. Tra gli uomini, il 7,6% dei separati e l’8,3% dei divorziati è vittima di violenze commesse dall’ex partner – Smith Kevin (ed.), Coleman Kathryn et. al. 2011. Homicides, Firearm Offences and Intimate Violence 2009/10. Supplementary Volume 2 to Crime in England and Wales 2009/10.
        Da uno studio belga sugli episodi di violenza registrati nel corso di 12 mesi risulta che durante una separazione hanno subito violenze il 18,2% delle donne (il 9,1 % violenze molto gravi) e il 5,6% degli uomini (esclusivamente violenze leggere) – Pieters Jérôme, Italiano Patrick et. al. 2010. Emotional, Physical and Sexual Abuse – The Experience of Women and Men. Institute for the Equality of Women and Men (ed.). Liegi.
        Di italiano non trovo niente, ma forse questi possono dare un’idea, piuttosto imprecisa. Tutti gli studi si concentrano sulla violenza e non sul rapporto numerico fra contesto separativo e violenza.

  6. Legolas ha detto:

    Di nuovo grazie. Ricciocorno, questo blog vale quanto un “Hal 9000”.

    E’ un peccato la mancanza in Italia di dati sull’incidenza degli aspetti violenti in contesto di separazione. Ho la sensazione che i numeri aiuterebbero a inquadrare le discussioni. A me pare che certe portavoce dei centri antiviolenza tendono a esprimersi come se _ogni_ separazione originasse da violenza; mentre sul fronte opposto qualcuno minimizza il problema. Sarebbe bene che qualcuno cominciasse a contare i casi, non trova ?

    Comunque i numeri dei paesi europei ci dicono già qualcosa… Mettiamo assieme Regno Unito e Belgio, e supponiamo che qui da noi la situazione sia più o meno simile… Possiamo supporre che su 100 separazioni, in circa il 20% dei casi esistano risvolti di violenza, mentre in un 80% dei casi non ci sono vie di fatto.
    Siamo d’accordo come ipotesi di lavoro (finchè non avremo di meglio) ?

    Quindi, come si può intuire dall’esperienza quotidiana, la stragrande maggioranza delle separazioni avviene senza atti violenti, ma solo perché (come viene scritto nelle omologhe in tribunale) “è venuta meno la comunione spirituale”, in parole povere uno dei due (quando non entrambi) ha deciso che vuole dare un’altra direzione alla propria vita, proseguendo da solo/a o con una/un nuova/o partner.

  7. Legolas ha detto:

    Sono capitato su questa pagina del blog, interessato dalle riflessioni di/contro Vezzetti, per esempio sull’allontanamento del bambino dal padre biologico.
    Vede Ricciocorno, un caso che mi sta a cuore è il seguente, riguarda un mio conoscente. E’ una storia reale. Il padre di un bambino di circa un anno si sente dire dalla madre del piccolo che lei cambierà vita e città. La donna si trasferisce a 200km, sempre in Italia, perchè va a vivere con un nuovo partner. Il bambino viene collocato presso la mamma. In questa vicenda non c’è alcun accenno di violenza.
    Il padre può certo andare a prendere il bambino nei weekend, ma parliamo di centinaia di km in autostrada. Anche senza stare a discutere dei costi, questo papà si rende conto che per il bimbo ore e ore in auto, e lo strapazzo etc… possono essere un grande stress.
    Quest’uomo si chiede: che devo fare? Sono un papà migliore ad andarlo a prendere ogni volta che posso, per stare con lui? O dovrei risparmiargli la fatica, e lasciarlo ancora di più con sua madre?
    Ad appesantire il suo dispiacere, c’è la consapevolezza che il bambino impara a parlare, e gli viene detto di chiamare “papà” il nuovo partner della mamma.
    Il mio amico è costernato, chiede consigli ma nè io nè altri sappiamo cosa dirgli.

    Se sono fondate le obiezioni che muovete a Vezzetti, il bambino può stare bene con la mamma e con il nuovo riferimento maschile, senza soffire per il distacco dal padre biologico. E’ possibile che il dottor Vezzetti, anche per la sua storia personale, non sia riuscito a separare l’approfondimento scientifico “nell’interesse del minore”, dall’istinto di padre. Lo stesso istinto naturale di attaccamento che fa soffire il mio amico.
    Ho l’impressione che la parola d’ordine “interesse del minore” vada maneggiata con cura; primo, perchè è fin troppo facile illudersi in buona fede di esserne portavoce.
    E secondo: perchè chiedere a un genitore (senza colpe, non violento, che non si droga… e che _vuole_ fare il genitore) di accettare serenamente un destino come in questa vicenda, sia pure con fondati argomenti scientifici, è chiedergli davvero molto.
    Quando Vezzetti si lascia scappare che non è una cosa bella rimpiazzare un genitore, probabilmente in quel momento non parla da scienziato… Ma esprime umana empatia per qualunque genitore (desideroso di esserlo) che rischi di trovarsi escluso e sostituito.
    Se raccontassimo la storia di cui sopra, capovolgendo i generi (una madre vede che il papà del bambino lo porta a 200km, e gli insegna a chiamare “mamma” un’altra donna…) capiremmo forse meglio l’entità del dramma.
    Sia nella storia del mio conoscente, sia nelle parole di Vezzetti, non è in gioco soltanto l’interesse del minore. Si toccano corde molto profonde degli adulti coinvolti. Soluzioni facili non ne conosco, ma credo che dobbiamo rispettare il dolore di ciascuno.

    Che ne dice ?

    • Eh, questa è una situazione veramente spinosa e dolorosa. Comprendo perfettamente la sofferenza di questo padre, non ho difficoltà a comprenderlo. Potrebbe appellarsi al Giudice, impedendo il trasferimento dell’ex compagna, ma questo molto probabilmente deteriorerebbe i loro rapporti, e andrebbe comunque a danno del minore. Sono decisioni tormentate. Tutti e tre questi adulti dovrebbero cercare una soluzione di comune accordo. Certo che, con questa crisi economica, non è neanche facile pensare ad un cambiamento di lavoro per spostarsi e rimanere tutti più vicini. Però ne dovrebbero discutere. Questo è uno di quei casi in cui una mediazione competente si rivelerebbe utile per aiutare queste persone a comprendere una le esigenze emotive e i sentimenti dall’altra, mantenendo basso il livello di aggressività.

  8. Legolas ha detto:

    “se si divide il numero totale dei minori coinvolti nello studio Bauserman (1.846+814) per il numero degli studi presi in esame (33) si ottiene la media di otto bambini per ciascuno studio… Dati del tutto irrilevanti dal punto di vista statistico.”
    Non fa otto, fa 80. Ottanta non è irrilevante.

    • “… dei 33 studi presi in esame, la maggior parte (ben 22) sarebbero tesi di studenti mai pubblicate. Un altro limite dello studio di Bauserman è che, nel prendere in esame i casi di affido condiviso con equilibrata frequentazione di entrambi i gentori, non si fa alcuna distinzione fra i casi in cui i genitori di comune accordo decidono per la soluzione del condiviso e i casi in cui il condiviso è deciso dal Tribunale di fronte a genitori che presentano una separazione conflittuale: questo particolare limite metologico impedirebbe di prendere in considerazione lo studio di Bauserman per giustificare la teoria che questo genere di affido condiviso sarebbe vantaggioso per quelle famiglie incapaci di stipulare autonomante un accordo, quelle famiglie che si rivolgono ad un Giudice per risolvere separazioni conflittuali.”
      E grazie, la prossima volta verificherò con la calcolatrice.

      • Legolas ha detto:

        Ho trovato l’articolo di Bruch (2006), e ho cercato la contestazione al dottor Bauserman sui 22 studi non pubblicati… nel testo non la trovo. Mi sa aiutare ?

      • http://www.thelizlibrary.org/liz/joint_custody_studies.html
        A proposito di Bauserman, c’è di peggio, però:
        “B. Rind, P. Tromovitch, and R. Bauserman (1998) reported a meta-analysis of the relation between sexual abuse in childhood and adolescence and psychological functioning among college students. Several aspects of their work have proven to be highly controversial, including their assertion that the relation between child sexual abuse and adjustment is quite small and their questioning of whether child sexual abuse should be labeled abuse in scientific inquiry.”

        Stiamo parlando di una persona che mette in discussione il fatto che l’abuso sessuale sui bambini sia da considerare un vero e proprio abuso nell’ambito della ricerca scientifica.
        C’è da chiedersi se è il caso di fare riferimento alla sua idea di “benessere del minore”.

      • Legolas ha detto:

        La sottolineatura che i 22 studi siano di scarso valore non era di C. Bruch: E’ di questa Liz, che
        a quanto capisco non è una ricercatrice scientifica, piuttosto una attivista.
        Prendo atto della nuova informazione che Lei ha aggiunto oggi,

      • Ah, beh, è questo l’aspetto più rilevante della questione , indubbiamente.

  9. Legolas ha detto:

    L’ultima riga che ho scritto era riferita alla nuova informazione che Lei ha fornito, quella sulle critiche a Rind e colleghi.

    • Legolas ha detto:

      C’e’ una domanda generale che viene scorrendo le pagine di questo blog.
      Riguarda non un singolo post, ma piuttosto la struttura generale del blog.
      Potremmo porla così: quale è, in generale, la “mission” che si pone l’autrice ?
      Spesso in apertura del sito di una organizzazione, di un ente o azienda, si dichiara in poche parole cosa si fa o si vuol fare, quali sono le ambizioni dei responsabili.
      “Questo ente (o questo sito) esiste perché vogliamo ….”.
      Per esempio, il Ricciocorno potrebbe dichiarare : questo sito esiste per dare, su temi come la genitorialità in ambito separativo (e altri), una informazione il più possibile scientifica, aggiornata continuamente, sfatando miti obsoleti, dando conto dei punti di vista controversi, senza tesi preconcette… etc… con l’ambizione di essere una fonte autorevole per chi vuole informarsi.
      Oppure potrebbe dichiarare: questo sito sostiene alcune tesi, e fornisce tutti i possibili argomenti (scientifici, etc) a sostegno di quelle tesi.
      Non so se con uno dei due esempi qui sopra, ci sono andato vicino, e se sì con quale.
      Una tale dichiarazione di intenti, anche inserita nel menu principale, renderebbe un gran servizio a chi passa di qua. Se ce la vorrà regalare, gliene saremo grati.

  10. Legolas ha detto:

    Sì, è un blog personale. Ma questo lascia aperta la domanda (almeno per me… che forse non sono tanto perspicace) : lo spazio è amministrato con quale ambizione ?
    Di raccogliere informazioni oggettive e super partes, per quanto possibile ?
    O di essere (detto in soldoni) il contraltare di adiantum, di Maglietta, di Vezzetti ?
    L’una o l’altra sarebbero dichiarazioni d’intenti piuttosto diverse.

    • Questo blog non è “il contraltare” di nessuno, se con questo si vuole insinuare che mi oppongo ad alcune conclusioni per partito preso…

      • Tra l’altro, ho spiegato più volte che la posizione di questo blog in merito alla questione, ad esempio qui: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/18/lapplicazione-di-modalita-paritetiche-di-affidamento-condiviso-non-e-riconducibile-ad-un-modello-unitario-standardizzato/
        “Il miglior accordo per l’affido è quello che tiene conto delle particolari necessità di ogni singola famiglia. Suggerire che l’affido condiviso con suddivisione paritaria del minore fra i genitori sia in assoluto la migliore delle soluzioni presuppone che esista un accordo in grado di calzare a pennello a tutte le famiglie.”
        L’obiettivo di questo blog è fare in modo che chi si interessa della questione non perda di vista il problema della violenza domestica, strettamente connesso a fenomeni quali gli abusi sui minori e la violenza assistita, sollecitando l’assunzione di una prospettiva di genere di modo che il “diritto del minore di mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori” non diventi la scusa per dimenticare la necessità di tutelare le vittime di violenza intrafamiliare, e affinché si diffonda una cultura che prevedere una accurata valutazione del rischio prima di prendere decisioni sull’affido dei minori.

  11. Legolas ha detto:

    Molto chiaro ! La ringrazio sinceramente.

  12. Balian ha detto:

    “Una prospettiva di genere”. Per non incorrere in imprecisioni, ho cercato e trovato questa definizione (da “Considerazioni di genere” di Elena Asciutti): “fare in modo che i punti di vista, le esperienze, le conoscenze e gli interessi delle donne e degli uomini siano globalmente tenuti in conto”. Siamo d’accordo su questa definizione?
    Quindi una prospettiva di genere non dovrebbe significare solo “dal punto di vista delle donne”,
    deve includere l’analisi globale vista “da lei” e vista “da lui”. Entrando nel merito, la separazione, l’abbandono, sono esperienze spesso devastanti almeno per uno dei due e spesso per entrambi. Ci si può focalizzare soltanto sul vissuto, i problemi, i traumi delle mamme separate (e allora è una prospettiva femminile, e basta) oppure su quelli dei genitori separati, donne e uomini (e _questa_ è la prospettiva di genere, globale, secondo la definizione).
    E ancora, si possono riportare 1001 studi scientifici che descrivono i danni del distacco tra madre e figli; e anche cercare, o non cercare, quanti e quali siano gli studi scientifici che analizzano i danni del distacco tra i figli e il padre. Farlo o non farlo é una scelta strategica, indizio di ambizioni alte o di intenzioni più ristrette. Nel secondo caso si disegna la mappa di un solo emisfero, nel primo caso si vuole cartografare il mondo intero. L’importante è non assegnare alla mappa un titolo errato o fuorviante.

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