La donna forte

Se dobbiamo definire la “forza” intesa come grandezza fisica, possiamo dire che , se prendiamo in mano un mattone e lo solleviamo, abbiamo applicato una forza (la nostra).
Oppure che, per rompere un vetro con un pugno, ancora una volta abbiamo applicato una forza.

La forza, in fisica, puo’ essere definita solo tramite gli effetti che produce.

Una forza applicata ad un corpo, puo’ produrre (sul corpo stesso) due tipi di effetti:

1) l’effetto dinamico, che consiste nella variazione dello stato di quiete o di moto del corpo.

2) l’effetto deformante: quando una forza applicata ad un corpo cambia la struttura fisica del corpo stesso.

La forza muscolare, invece, è quella capacità motoria che permette di vincere una resistenza o di opporvisi tramite lo sviluppo di tensione da parte della muscolatura.

Se parliamo della forza che occorre per sollevare una valigia o della forza muscolare che impieghiamo per percorrere 100 metri di corsa, è facile individuare quanta forza è in gioco.

Se parliamo di “forza” nell’ambito dei rapporti umani, di che cosa stiamo parlando?

Non è così semplice.

All’analisi della nozione di “forza” Simone Weil ha dedicato gran parte della sua vita, arrivando a concludere che è “la nozione di forza, e non la nozione di bisogno, a costituire la chiave che permette di leggere i fenomeni sociali” (Meditazione sull’obbedienza e la libertà, in Oppressione e libertà, Milano 1956).

Se l’esercizio della forza è per certi versi indissolubile dall’idea di esercizio del potere (l’uso della forza è un elemento necessario a dominare e sottomettere) è anche vero che altrettanta “forza” è impiegata da chi oppone una resistenza al dominatore.

Nessuno, immagino, metterebbe mai in dubbio che serve una forza smisurata per vivere in condizioni disumane – e penso alla povertà, alla fame, allo sfruttamento – eppure chi si trova suo malgrado in condizioni del genere è considerato “il debole”, in quanto sottomesso ad un potere più grande.

Questo perché, se ben visibili sono “gli effetti” della forza impiegata da chi “vince” – inteso come chi opprime – la forza impiegata da chi, in un rapporto di forza con l’altro, esce “sconfitto” rimane in qualche modo celata: chi perde, nell’immaginario collettivo, è sempre e comunque “il più debole”.

Pensiamo al sistema della leva:

leva servendomi della lunghezza del braccio, applico una forza infinitamente minore alla “forza resistente” e “vinco”.

Non è sempre così ovvio stabilire chi è “più forte” e chi “è debole”, perché molto dipende dal sistema di riferimento: applicando la giusta leva, una “piccola forza” può avere la meglio su una forza che, da un altro punto di vista, in un altro sistema, potrebbe essere valutata come molto più grande.

“In un’epoca come questa, in cui la forza bruta detta legge, è quasi impossibile, per chiunque, credere che qualcuno possa rifiutare la legge della supremazia della forza bruta”, scriveva Gandhi proponendo l’idea di una forza nascosta in chi si rifiuta di fare uso della forza.

Tutto questo per dire che non comprendo cosa si intende quando si parla di donne “forti” o “deboli”: forti rispetto a cosa? Deboli rispetto a chi?

Coloro che oggi parlano di proporre una “immagine di donna forte” che cosa intendono? A quale sistema fanno riferimento?

Una donna ricca e potente? Una donna di successo? Una donna integerrima? Una donna che sbaraglia gli avversari a colpi di kung fu? Una donna che è sopravvissuta?

Un esempio: quelle che reclamano il diritto ad essere definite “sopravvissute” piuttosto che “vittime” (sopravvissute alla violenza, sopravvissute alla tratta di esseri umani) adducendo come motivazione il fatto che il termine “vittima” rimanderebbe ad una immagine di “donna debole”, mi stanno dicendo che chi non è sopravvissuto è “debole”? Che di fronte a chi soccombe sono autorizzato a presumere che non avesse “forza sufficiente”?

E chi stabilisce quanta forza è sufficiente a guadagnarsi il diritto di sopravvivere?

La parola “forza” è una parola che mi mette una grande angoscia. Perché la “forza” può essere quantificata solo attraverso gli effetti che produce e a seconda della prospettiva – a seconda del sistema di riferimento – ci sono molte persone che rischiano di ritrovarsi appioppate il valore zero senza che questo corrisponda a verità.

E “verità” è un’altra di quelle parole sulle quali si potrebbe riflettere una vita…

Io non sto “dalla parte del più forte”, qualsiasi cosa significhi, proprio perché può significare qualsiasi cosa, e quindi, forse, non significa proprio niente.

Non mi interessa la quantità di forza che le donne impiegano: mi interessa che genere di mattoni vogliono sollevare, mi interessa cosa vogliono smuovere, modificare, a che cosa intendono opporre resistenza.

A mio avviso non è di quanta forza le donne dispongono o di che genere di forza si tratti, ma è che cosa intendono farne, di quella forza, che conta davvero.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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24 risposte a La donna forte

  1. Paolo ha detto:

    secondo me parlare di forza non è sbagliato a prescindere nè vuol dire che chi soccombe se l’è “meritato” a causa della sua debolezza. Ma forza e debolezza nei loro molteplici significati esistono

  2. Cinzia ha detto:

    La parola chiave che ho fatto mia non è forza, nemmeno resistenza. La parola che mi ha salvato la vita, anche quando ne ero inconsapevole, è stata (ed è ancora) RESILIENZA.
    Resilienza come capacità di sopportare le pressioni e i traumi, reiterati in tempi lunghi; come capacità di auto ripararare le ferite, di rimanere umana, di saper ripartire, di riprendermi la vita.
    Anche a me la parola vittima non è mai piaciuta, ha un che di predestinato, nella nostra cultura la parola “vittima” è troppo contigua a “sacrificale” …sacrificabile.
    Sopravvissuta è la condizione in cui mi riconosco. Non esiste nessun giudizio implicito, nei confronti di chi non ce l’ha fatta: chiunque sia sopravvissuto ad una qualsiasi condizione in cui ha sentito la propria vita, fisica e morale, in pericolo, sperimenta LA TOTALE IMPOSSIBILITA’ DI CONTROLLO nei confronti della realtà che lo sovrasta.
    L’essere in completa balia degli eventi ti lascia in uno stato d’animo di quasi dissociazione da te stesso, entri in una fase di autoconservazione primaria. Quando poi ne esci il sentimento che provi non è di vittoria, ma di stordito stupore. Le domande che ti salgono spontanee sono : “davvero è finita?” “davvero ce l’ho fatta” “perché proprio io”:
    SE QUESTO E’ UN UOMO di Primo Levi, descrive perfettamente questo stato, in effetti quello è il libro che mi ha dato le parole e la consapevolezza… non vittima,
    sopravissuta.

    • “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per la loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo” scrive Primo Levi ne “I sommersi e i salvati”. Di Primo Levi ricordo benissimo la scena struggente in cui il padre si depriva di quel poco cibo del campo e la sofferenza con cui lui lo mangia, sapendo di contribuire con quel gesto non tanto alla morte del genitore, quanto alla morte di qualcosa di “umano” dentro di sé. A che prezzo ci salviamo? Insomma, proprio Primo Levi – che ha scelto, alla fine, di non sopravvivere – pone quesiti importanti sul tema della sopravvivenza come valore assoluto.

      • Paolo ha detto:

        veramente non è detto che si sia suicidato..c’è chi ha parlato di tragico incidente,
        comunque dichiararsi sopravvissuti NON è disprezzare chi soccombe

      • Allora spiegami perché tanto “orrore” per il termine vittima.
        Perché posso essere “vittima” di un terremoto – senza che nessuno per questo ne desuma alcunché a proposito della mia personalità – ma se si parla di violenza il termine “vittima” fa storcere il naso?
        Se dico “sopravvissuta”, racconto il risultato della violenza subita: l’essere sopravvissuti ad essa. Se dico vittima di violenza, pongo l’accento sulla sopraffazione subita e su chi l’ha perpetrata. E quindi, se da una parte il dichiararsi sopravvissuti dà come l’idea di aver superato il trauma di ciò che si è subito, di aver reciso ogni doloroso legame emotivo con chi ne è responsabile, il termine vittima rende quel legame più visibile: e da questo punto di vista il termine vittima è un coraggioso atto d’accusa.
        Se ci atteniamo al dizionario, ovviamente…

      • Paolo ha detto:

        io non ho nessuna avversione per il termine vittima..ma neanche verso sopravvissuta

      • Ma neanche io! Dico solo che non sono due termini opposti: non nel senso di positivo/negativo…

  3. IDA ha detto:

    Uno dei sinonimi di vittima è “caduto”.. i torti, le persecuzioni, l’inganni, la violenza… che la vittima subisce, sono al disopra della sua volontà.. diverso è “fare la vittima”, è considerarsi, sempre oppresso, danneggiato osteggiato da persone e circostanze.. Chi ha l’interesse a stigmatizzare la condizione della vittima? Naturalmente il suo carnefice, che ha tutto l’interesse a deresponsabilizzarsi. Mi ci sono voluti anni, per valutare il concetto di vittima, la prima cosa che fa una vittima, si sente in colpa, pensa di avere una mancanza di cui vergognarsi, l’autostima ne risente… Non bisogna mai vergognarsi di essere vittime, perché è un qualcosa che va oltre le nostre capacità, la nostra volontà e non è sinonimo di debolezza….

  4. Cinzia ha detto:

    E infatti la sopravvivenza non è un valore assoluto, è un istinto connaturato alla specie.
    Ne credo che si “reclami un diritto ad essere sopravvissuta/o” ci si riconosce in una condizione di sopravvivenza. Giustamente Ricciocorno chiedi: Perché se sono vittima di un terremoto, si può usare questo termine senza che nessuno ne desuma alcunché della mia personalità, ma se si parla di violenza la parola vittima ,fa storcere il naso ?
    A me non viene da storcere il naso, aver condiviso la condizione di vittima crea in me un legame solidale con chi (in passato o nel presente) soffre questa condizione, ma come per il terremoto, se non muoio, sopravvivo.e che devo farne del mio non esserne morta? Devo ogni volta narrare di quando la terra cominciò a tremare ed io rischiai di morirne? O forse mi è più utile, capire da dove e con cosa ricostruire, magari migliorando la vivibilità della mia terra?
    Poi continui: Se dico sopravvissuta racconto “Il risultato” della violenza subita; ma non siamo persone ad una dimensione, non siamo il risultato di una sola esperienza. La violenza è totalizzante mentre la si subisce, ma se non ne muoio, se me ne libero, allora sarà del mio percorso che racconto, della mia trasformazione ed evoluzione, oltre la violenza.
    E qui comincia la parte che più mi rimane oscura: “dichiararsi sopravvissuti, dà l’idea di aver superato il trauma di ciò che si è subito, di aver reciso ogni doloroso legame emotivo con chi ne è responsabile, il termine vittima è un coraggioso atto di accusa”.
    La parola vittima non mi crea orrore, ma mi imprigiona in una condizione cristallizzata che mi definisce come “colei che subisce senza via di scampo” .Perchè dovrei non voler superare il trauma? Perchè non dovrei testimoniare che il trauma si può superare? Cos’è sbagliato nel recidere ogni doloroso legame emotivo con chi ne è responsabile?( vedi che sotto sotto il binomio vittima/ carnefice resta indissolubile nei recessi dell’inconscio) Sopratutto perché dovrei sacrificarmi sull’altare del bel gesto di accusa?
    Il rischio è di non riconoscersi il diritto alla vita, alla libertà, alla gioia oltre la violenza, è di rimanere schiavi anche se ci hanno tolto le catene… di dare un nome diverso alla vecchia trappola del martirio per la nobile causa.

    • Quello che intendevo è che a mio avviso non sono termini che si escludono a vicenda.

      La vittima è una persona che ha subito una ingiustizia: questo non significa che “non abbia scampo”, o che sia in qualche modo destinata a subire ingiustizie per sempre. Essere vittima di un evento non è un tratto della personalità, è una condizione causata da qualcosa di esterno che non ha nulla a che fare con il modo di essere della vittima.
      La vittimologia dei soggetti che subiscono violenza di genere (le molestie sul luogo di lavoro, la violenza domestica, lo stupro, lo stalking… è sempre violenza di genere) non identifica una precisa tipologia di donne: sono vittime di femminicidio le ragazze come le donne anziane, le donne in carriera come le casalinghe, le mogli come le ex-mogli, sono vittime le mamme, le sorelle, le colleghe, le sconosciute, quelle che indossano la minigonna come quelle che indossano il burqua.
      http://www.europaquotidiano.it/2013/06/28/la-crusca-perche-si-dice-femminicidio/
      Ci dice l’accademia della Crusca: si intende con femminicidio non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.
      Le donne subivano violenza di genere nell’antica Roma, nel Medioevo, durante la rivoluzione francese come il secolo scorso, e l’avvento del femminismo non ha modificato (ancora) lo stato delle cose: non è l’emancipazione delle donne a causare la violenza contro le donne.
      Se leggiamo la cronaca troviamo le giustificazioni più svariate: lei lo amava troppo o non lo amava abbastanza, si ribellava oppure sopportava, non riusciva a lasciarlo o lo aveva lasciato, era troppo disponibile o non era abbastanza disponibile, era troppo aggressiva o era troppo docile…
      Il termine femminicidio è questo che ci racconta: basta essere donne.
      E’ allora è inutile crucciarsi o interrogarsi sulle vittime: se erano deboli o forti… forse sarebbe ora di iniziare a interrogarsi su chi sono quelli che aggrediscono e tracciare il loro di profilo.

    • IDA ha detto:

      Cinzia.. Non capisco perché il temine vittima, ti imprigiona nella condizione di vittima, e non ti faccia superare il trauma. Da parte mia, sono riuscita a superare la condizione di vittima, solo quando sono riuscita a rielaborare il concetto di vittima.. mi ci sono voluti dieci anni, ma credo di aver superato, almeno quello… Quando dici, “ rimanere schiavi anche se ci hanno tolto le catene.” Ecco qui, mi sono venuti i brividi, mi ci sono riconosciuta. La condizione di non contenere più se stessa, la rabbia che riaffiora per poi svanire e racquetarsi.. la domanda ossessiva e continua perché io, perché a me..

      PS: Sbaglio o ieri c’era anche un post su Nelson Mandela?

      • Si c’era, ma poi i titoli dei giornali, Renzi e Civati che si beccano sulla foto con Mandela, la Santanchè che paragona Mandela a Berlusconi, per non parlare dei commenti razzisti… mi ha tutto così enormemente depresso che in un moto di stizza l’ho cestinato.

        La Santanché… sarebbe da resuscitare, come Lazzaro, giusto per spiegarle un due cosine!

      • IDA ha detto:

        Ieri l’avevo saltato, perchè ne avevo abbastanza.. oggi lo cercavo ed era sparito.. 🙂

      • Già, è quella la sensazione: simili sviluppi mediatici ti fanno sentire che ne hai abbastamza, e certe cose finisci col preferirle in una dimensione “più intima”…

      • Cinzia ha detto:

        Ida,
        semplicemente non sono più vittima da almeno tre decenni, perché dovrei ancora riconoscermi in quella condizione.
        Ho saldato i conti col mio passato e con le persone che ne hanno fatto parte.
        Anch’io per parecchio tempo ho sentito quel “perché a me, perché io” come colonna sonora della mia rabbia.
        La rabbia è un sentimento tabù, di questi tempi, manifestarlo ci espone al rischio di essere giudicati instabili, problematici e potenzialmente nefasti per l’equilibrio altrui. In realtà la “rabbia del giusto” è la risorsa che ti ricorda che non ti meriti quel che ti accade, che non è colpa tua, è il contrario della sottomissione e dell’indifferenza, è la doverosa denuncia dell’ingiustizia.
        Ma la rabbia che si “incancrenisce”, come dice il nostro Ricciocorno, quella che ci rimette davanti agli occhi le solite immagini, come lo spezzone inceppato di un
        film, bhe ! Quella è una trappola che rischia di imprigionarti, che ti tiene incatenata al passato, che ti impedisce di decidere che persona vuoi diventare, che vita vuoi vivere:
        Perchè noi siamo anche il nostro passato, ma siamo sopratutto il presente e il futuro che
        abbiamo il diritto di desiderare.

  5. Cinzia ha detto:

    Capisco.
    “Cominciare ad interrogarsi su chi sono quelli che aggrediscono” è un tema importante da affrontare. Con un passo indietro però, ho notato che nella lista delle vittime, non hai messo le “figlie”, omissione involontaria, ma sintomatica, perché dimostra che anche noi donne abbiamo argomenti che rimuoviamo, e c’è da chiedersi perché?
    Tornando al tema “gli aggressori”, sarebbe un cambio di visuale notevole e auspicabile, ma che richiede una disposizione mentale nuova.
    Per comprendere è necessario “almeno all’inizio” sospendere il giudizio e ascoltare, e prima ancora fare tabula rasa delle convinzioni precostituite e non da meno della rabbia.
    Faccio un esempio… potremmo accettare l’idea che la cultura patriarcale oltre a reprimere le nature e condizioni femminili, lo faccia anche con le nature e condizioni maschili ?
    Che perchè gli uomini comincino a prendere coscienza del mondo emotivo ed affettivo a cui rinunciano, per aderire ad uno stereotipo maschile di supremazia, dovremmo farci carico della complicità che oggettivamente le donne hanno esercitato e delle convenienze che ne hanno ottenuto, altrimenti non si giustifica il perdurare millenario del patriarcato.
    Siamo pronte? Siamo a sufficienza attrezzate?
    Se lo siamo apriamo le trattative…

    • Che la cultura patriarcale reprima anche l’uomo, non è un concetto nuovo e ci sono uomini che sentono un gran bisogno di cambiamento… http://maschileplurale.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=736:per-approfondire&catid=7:la-nostra-riflessione&Itemid=66

      • Cinzia ha detto:

        Ottimo… 😀

      • Volevo solo consigliare un vecchio articolo, ripubblicato poi nel volume “Alfabeti”, di Caludio Magris: “L’ia non è funesta, tutt’altro” http://archiviostorico.corriere.it/2002/ottobre/10/IRA_NON_FUNESTA_TUTT_ALTRO_co_0_0210104083.shtml
        “La collera appare dunque, alla riflessione filosofica, una passione ambivalente, pericolosa ma anche nobile; espressione di grandezza spesso mortalmente e tragicamente sviata, ma di grandezza. Un sale che, ove se ne abusi incontrollatamente, può essere letale, ma che, in giusta misura, non può mancare; una persona incapace di collera appare umanamente carente, priva di una corda fondamentale dell’ umanità. Mentre l’ invidia, ad esempio, è solo negativa – una meschinità velenosa per se stessi e per gli altri, che in nessuna dose e in nessuna circostanza può essere buona – l’ ira s’ intreccia, pericolosamente, alla magnanimità, all’ anima grande. Dio – e anche l’ uomo, secondo alcuni fatto a sua immagine e somiglianza – talora deve adirarsi, ma ovviamente non è pensabile che si roda d’ invidia…
        La collera contro chi è più forte non va dominata; va repressa quella, così vile e frequente, contro chi è più debole. La nobile ira, come quella generosamente provata e subito dimenticata dal signor Pickwick, l’ immortale eroe di Dickens, fa tutt’ uno con la generosità del sentire ed è antitetica al risentimento, che alligna e si radica livoroso nell’ animo e diviene la natura stabile dell’ individuo. Nessuno sdegno iracondo, per quanto motivata e dunque necessaria e giusta sia la sua origine, può divenire cruccio permanente, senza svisarsi in una falsa posa. La collera è liberatoria solo se si è capaci di liberarsi di essa…”

        Se è vero che la rabbia che si incancrenisce in rancore è un sentimento negativo, quella rabbia che è un temporaneo e violento moto di sdegno di fronte ad un’ingiustizia (perché anche Magris identifica la vittima di ingiustizia col termine “debole”, a dimostrazione di ciò che volevo intendere con questo mio post) è neccessaria provocare il disvelamento dell’ingiustizia, perché l’ingiustizia, senza quella reazione rabbiosa, sembra quasi meno ingiusta…

      • romano ha detto:

        “Che la cultura patriarcale reprima anche l’uomo…” io direi invece “Che la cultura patriarcale reprima SOPRATTUTTO l’uomo…”

      • Beh, mo’ non c’allarghiamo co’ la mania d’esse’ sempre i primi 😉

        E non ci dimentichiamo che le donne di patriarcato ne muoiono… o sei di quelli che “l’uomo, però, è morto dentro”?
        Ricordiamo il nostro illuminato esperto: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/09/04/braccia-rubate-allagricoltura/

    • romano ha detto:

      tutti i problemi di questo mondo (compresi quinidi quelli relativi ai cosiddetti conflitti di genere) hanno sostanzialmente un’ unica causa: i SOLDI. Si rende quindi necessario trovare un modello di società nella quale sia possibile vivere senza soldi. Il Movimento Zeitgeist ce ne propone uno. Vi invito perciò a guardare questo video:

      • Vale ha detto:

        Posso rispondere, invece, “42”?
        Non si può ridurre tutto a una singola parola, ma che discorsi sono? Al più, al potere, al dominio, non tanto ai soldi. L’analogia si ha perché nel mondo attuale, chi ha soldi è potente.
        In ogni caso, mi pare un’analisi assai riduttiva. Il sessismo sarebbe dovuto al fatto che gli uomini vogliono più soldi delle donne? E perché per avere più soldi “tra loro” non prendono a comportarsi così da schifo gli uni con gli altri? Ma per piacere…
        Riccio, c’entra nulla, ma lo posto qui perché il thread di qualche gg fa (le 343 firme) mi pare “abbandonato”. Se AlessioX1 passa da queste parti, consiglio questa interessante lettura: http://lunanuvola.wordpress.com/2013/12/08/la-mia-lotta-per-avere-un-futuro/ ammesso e non concesso che abbia il coraggio di leggerlo…
        Vale

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