La Francia rigetta l’emendamento dei “papà separati”

emendamento_rigettato Grazie alla petizione lanciata da:

  • La Fédération Nationale Solidarité Femmes
  • SOS Les Mamans
  • Collectif abandon de Famille – Tolérance Zéro
  • L’Enfant d’Abord
  • AJC

l’emendamento al progetto di legge francese “Parità tra uomini e donne”, approvato dal Senato – emendamento che avrebbe imposto la residenza alternata in caso di divorzio – è stato respinto dalla Commissione d’esame delle leggi dell’Assemblea Nazionale.

Riporto il testo della petizione (qui l’originale) tradotto dalla sempre gentilissima Maria Rossi.

Introduzione

Il mascolinismo raggruppa movimenti di uomini che rifiutano l’uguaglianza tra donne e uomini. Sono spesso rappresentati da movimenti cosiddetti “dei padri”, che strumentalizzano la questione della genitorialità per veicolare la loro opinione. La gran parte dei mascolinisti nega o minimizza problemi come lo stupro, la violenza coniugale, l’incesto.

La nostra richiesta

Chiediamo all’Assemblea Nazionale di non accettare l’emendamento al progetto di legge Parità tra uomini e donne depositato il 16 settembre e approvato al Senato e che contiene le principali rivendicazioni mascoliniste.

Vale a dire:

– la residenza alternata imposta per obbligo: quando essa non costituisce una scelta concertata e liberamente scelta da entrambi i genitori, le decisioni dei tribunali che si occupano delle cause familiari devono essere assunte caso per caso e tener conto anzitutto dell’interesse superiore del bambino, senza pregiudizi ideologici, soprattutto se si hanno delle prove di violenza intrafamiliare.

– [l’introduzione della] PAS: <<manipolazioni aventi per oggetto il deterioramento se non la rottura del legame famigliare sono punite con un anno di carcere e una multa dell’ammontare di 15.000 euro>>. Se questo emendamento sarà approvato, le denunce di violenza sessuale e di incesto da parte di un genitore, o quelle di carenze genitoriali potranno, come già spesso accade, essere considerate una manipolazione. Tanto per essere chiari: la PAS è un concetto inventato da uno psicologo nord-americano, Richard Gardner, che riteneva la pedofilia e le parafilie utili alla perpetuazione della specie. Questo concetto non si fonda su alcuna base scientifica. Gli specialisti di questo problema riconoscono in questo tipo di misura uno “scudo per i padri che sono aggressori sessuali”.

C’è forse bisogno di ricordare che il 3% dei bambini sono vittime di incesto?

Le donne vittime di violenza che sono obbligate a mettersi al sicuro per proteggere la propria vita e quella dei figli, allontanandosi dall’ex coniuge, saranno in pericolo e saranno passibili di sanzioni. Si tratta di un arretramento del principio di uguaglianza.

C’è forse bisogno di ricordare che un uomo uccide la sua compagna ogni 2 giorni in Francia?

Uguaglianza tra uomini e donne durante la vita di coppia: ricordiamo che questa uguaglianza esiste molto raramente durante la vita di coppia, poiché le madri sono le principali protagoniste della cura dei figli.

Denunciamo ugualmente il tentativo di aggiramento dei lavori promossi dalla Direzione degli affari civili e della giustizia (su richiesta della Ministra Christiane Taubira, guardasigilli, Ministra della Giustizia) e dalla Direzione Generale della Coesione Sociale (Dominique Bertinotti, Ministra delegata alla Famiglia presso il Ministero degli Affari sociali e della Sanità) per assicurare lo sviluppo di una riflessione sugli strumenti utili ad assicurare il rispetto della “bigenitorialità” da parte dei genitori separati.

Questo emendamento non prende in alcuna considerazione le obiezioni sulla residenza alternata sollevate dalle associazioni di difesa delle donne, dei bambini e dei genitori. Rammentiamo l’importanza di attendere le conclusioni del gruppo di lavoro, consegnate il 30 novembre 2013, così come il dibattito che seguirà.

Riducendo e collegando la definizione di “bigenitorialità” alla sola modalità di residenza e convalidando teorie devianti, i deputati Mézard, Laborde , Alfonsi, Barbier, Baylet, Bertrand, Collin, Fortassin, Hue, Mazars, Plancade, Requier, Tropeano, Vall e Vendasi propongono di inserire nella Legge sull’uguaglianza tra uomini e donne le principali rivendicazioni mascoliniste.

Bisogna salire sulle gru e sui campanili delle Chiese per avere ragione?

A proposito di Francia e affido condiviso:

Dalla Francia: i papà separati, un movimento internazionale

Critiche alla riforma francese: la funzione simbolica della residenza alternata

Affidamento alternato e sviluppo del bambino

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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107 risposte a La Francia rigetta l’emendamento dei “papà separati”

  1. Lilli ha detto:

    Ottimo segnale! Speriamo che anche in Italia si comincino a capire queste cose.

  2. Luigi Parelli ha detto:

    In Francia Hollande (andato al governo pur avendo la minoranza) ha portato al governo delle femministe. E quindi impongono matrimoni gay ma privano gli uomini dei loro diritti. Ma la popolarità di questo governo è ai minimi storici. Presto verranno cacciate

    • Chissà perché maschilismo e omofobia viaggiano spesso a braccetto… E’ interessante.

    • Guarda caso, invece di sperare che ci siano diritti per tutti, si spera che i diritti siano SOLO degli uomini etero… volete anche l’applauso?

    • Lilli ha detto:

      Se Femminismo significa rispetto per i bambini e le loro esigenze di tranquillità, invidio la Francia e mi auguro che il femminismo arrivi anche nel parlamento italiano. Spero che anche i nostri parlamentari respingano DDL e PDL che pongono al centro solo gli interessi dei padri separati e non quelli dei bambini.

      • aviator ha detto:

        Potrebbe aiutarmi a ricordare quale beneficio i padri separati avrebbero ottenuto da quando esiste il divorzio? Fatta eccezione, ovviamente, per la legge sull’affido condiviso del 2006 che, del resto, non mai stata applicata? I dati ISTAT dimostrano che dal 1978 in poi i figli di separati stanno con la madre nella quasi totalità dei casi. Anche la persona più distratta dovrebbe accorgersi che si tratta di pregiudizio e discriminazione sessista.

      • Ed esattamente perché i “padri separati” dovrebbero ottenere dei “vantaggi” dal divorzio?

        Il divorzio si presuppone sia un trauma per le persone emotivamente coinvolte, non affare su cui speculare.

    • IDA ha detto:

      Chiariamo alcuni aspetti: i matrimoni Gay, non sono imposti, come nemmeno quelli eterosessuali e ci mancherebbe altro. Nell’Inghilterra vittoriana si, le donne e solo le donne, al compimento del trentesimo anno di età, se non erano sposate dovevano pagare una tassa.. Due, quali diritti dell’uomini sarebbero stati violati?

      • luciana ha detto:

        Guarda che in italia il fascismo tassava gli uomini
        http://lettura.corriere.it/la-tassa-sui-celibi-ma-non-sulle-nubili

      • Cerchiamo di fare osservazioni pertinenti.
        Io non citerei il fascismo come movimento a favore delle donne, fossi in te. Perché era questo che sottintendevi, no?
        http://digilander.libero.it/kiki82m/donna_fascismo.htm
        E’ il primo link a caso che ho trovato in rete digitando donne e fascismo: perché sono cose di dominio pubblico, le sanno tutti. O almeno così credevo.
        E’ da un po’ che mi trovo a discutere con gente che afferma cose assolutamente paradossali, assurde, che non hanno alcun riscontro di tipo concreto (storico, in questo caso) e lo fa con una naturalezza che mi sconvolge, davvero.

      • aviator ha detto:

        UNO. In Italia nel dooguerra, per convincere gli uomini a sposarsi era imposta la tassa sul celibato.
        DUE. Il diritto violato è il diritto alla paternità. Inoltre, il diritto a conservare la propria dignità di essere umano.
        Cosa più grave, è calpestato il diritto dei figli di separati di avere un padre.

      • Adesso che nessuno vi impone tasse, perché non vi dedicate in massa al celibato?
        La paternità non è solo un diritto. Mi piace pensare che sia prima di tutto un dovere.

  3. Cinzia ha detto:

    A proposito di matrimonio gay,,,pieno di femministe scatenate anche il governo Cameron e il parlamento inglese 😀

  4. Close The Door ha detto:

    Secondo me il modello di riferimento deve essere quello svedese: congedo di paternità obbligatorio (the longer, the better) cancellazione dell’assegno di mantenimento in caso di divorzio e residenza alternata dei figli in caso di divorzio. OVVIAMENTE i due secondi punti non sono applicabili se non lo è anche il primo. Testerei su questo punto i padri che chiedono solo i secondi due, se ci tengono tanto ai figli devono essere desiderosi di accudirli quanto le madri 🙂

    • Il punto non è tanto se la residenza alternata debba essere concessa o meno, ma se debba essere obbligatoria, imposta. Perché è questo che i vari disegni o progetti di legge – in Francia come in Italia – richiedono: che tutte le famiglie che affrontano un divorzio debbano – anche contro la loro volontà – sottostare al regime di residenza alternata.
      E’ questo che si contesta: non la residenza alternata in sé: l’idea che sia sempre e comunque la migliore soluzione possibile. Perché in alcuni casi non lo è.

      • Close The Door ha detto:

        qualcuno potrebbe risponderti che nemmno il congedo di paternità obbligatorio è una soluzione dato che poi i padri rischierebbero il lavoro. invece è proprio quello il punto: il padre DEVE intervenire nell’accudimento e nell’educazione, poi può essere il giudice a stabilire in casi particolari che quello non sia il caso. ma pensare che a priori la mamma è meglio mi sembra una prigione mentale speculare a quella che voleva che la madre non sposata non avesse nessun diritto di potestà sui figli – questo accadeva prima della riforma del diritto di famiglia

      • Io penso che il genitore “migliore” sia quello che fa il genitore perché lo desidera e ne è appagato: perché un genitore “costretto” forse potrà imparare qualcosa dall’esperienza, ma lo farà sulla pelle dei bambini.
        Non credo sia corretto educare un adulto sacrificando il benessere psicofisico di un bambino, è il bambino che va tutelato, perché fra i due è il soggetto più debole.
        Un’altra prigione mentale è che i genitori debbano essere necessariamente due e che debbano avere un qualche legame biologico col bambino.
        I genitori adottivi possono essere meravigliosi e amorevoli genitori, anche senza quel legame, ad esempio.
        Non importa quanti siano e chi siano, quelli che si prendono cura di un bambino: quello che conta davvero è il legame affettivo (e non genetico) che c’è fra il bambino e chi lo accudisce.
        Non lo dico solo io: “L’Associazione Italiana di Psicologia ricorda che le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale […]. Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psico­sociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno.”

      • Close The Door ha detto:

        Quello che io trovo discriminatorio e anche irritante dell’articolo è attribuire al padre in quanto maschio minore volontà di accudimento, minore capacità di accudimento e una propensione ad abusare dei bambini : nell’articolo si ricorda al giudice che non si può affidare un bambino al padre per via di un 3% di bambini abusati – dai padri? Non si dice ma si presume di sì. Il problema è che l’abuso da parte delle madri esiste anche se non lo si vuole vedere.

        Il fatto che però questi padri “si sveglino” per l’affido condiviso quando 9 volte su dieci i divorzi accadono perché i mariti non alzano un dito per dare una mano in casa, significa consolidare questo stato di cose.

        Io sul serio chiederei ai padri una forma di do-ut-des: se vogliono l’affido condiviso, devono battersi per il congedo obbligatorio di paternità. Altrimenti danno la dimostrazione che la loro è una banale rivalsa verso le ex-mogli.

      • Il punto non è che la donna in quanto donna è più amorevole o accudente, ma che, statistiche alla mano, in Francia come altrove, il lavoro di cura è svolto dalle donne. Anche dopo un divorzio, nonostante la residenza alternata. Perché, come dimostrano i rapporti che ci vengono dai paesi che l’hanno applicata (ad esempio l’Australia: http://www.smh.com.au/federal-politics/political-opinion/reports-show-shared-care-needs-fixing-20100203-nd7a.html#ixzz2nfQ94Nlr) molti padri pretendono una divisione del tempo al 50% non perché hanno voglia di accudire i loro bambini, ma per non versare il mantenimento, cioè con l’intento di risparmiare (cito: The current misconception of parental rights to equal time has led some fathers to seek more time with children to reduce child support payments rather than out of a wish to care for them. Separated mothers are receiving less of the family property than pre-2006, worsening their more disadvantaged financial position.) Ovvio che un uomo ha tutte le potenzialità per svolgere bene il lavoro di cura, ma nel mondo sessista in cui viviamo non lo fa, o meglio, la maggior parte degli uomini non lo fa.
        Io credo che i contenuti dei siti che propagandano oggi, in Italia, l’affido condiviso con residenza alternata forniscano prove sufficienti che solo di rivalsa si tratta: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/11/12/le-politiche-dei-papa-separati-in-australia-e-in-italia-strategie-a-confronto/
        E credo, ragionando per priorità, che la sicurezza, l’incolumità e la serenità di donne e bambini vengano prima dell’educazione del papà che non alza un dito: soprattutto dopo un trauma emotivo quale il divorzio.

      • Morgaine le Fée ha detto:

        @Close the Door: la legge svedese non istituisce l’obbligo di congedo di *paternitá*, non parla necessariamente di padre ma di *vårdnadshavare*, cioé della/e persona/e che hanno la responsabilitá giuridica sul minore (padre/madre ma anche altre figure). Nelle norme sul congedo é compreso che, se presente un secondo vårdnadshavare, questi debba prendersi un numero minimo di giorni lavorativi di congedo parentale (60), pena la perdita dei suddetti giorni.
        In caso di divorzio/separazione si cerca di avere una residenza alternata, ma compatibilmente alla situazione familiare del minore. Un genitore violento in teoria non avrebbe il diritto di vedere i figli e sono anche previste identitá e residenze protette (soldi permettendo, che purtroppo sono pochi), anche se ci sono sentenze-porcata anche qui.

    • Lilli ha detto:

      Vorrei però far notare che nella prima infanzia (fino a 3 anni), a meno che non ci siano problemi, il bambino “normalmente” succhia il latte materno al seno (dopo l’anno affiancandolo ad altri alimenti). Perfino le case che producono latte artificiale dicono che bisogna fornirgli il loro latte SOLO SE quello materno non basta. Quindi dire che fino a 3 anni per un bambino è indifferente che a mancare da casa per 10-12 ore sia il padre o la madre non è corretto: fino a 3 anni la figura materna è indispensabile.

    • aviator ha detto:

      Scusi ma chi le ha detto che i padri separati non vorrebbero occuparsi dei propri figli?
      Ma certo che lo vorrebbero il congedo di paternità!
      Il fatto che in costanza di matrimonio la suddivisione dei ruoi genitoriali sia impostata, di comune accordo tra i coniugi, con criteri tradizionali non significa affatto che dopo il divorzio il padre non sia in grado di sostituire la madre.

      • aviator ha detto:

        Close The Door. Mi perdoni il tono del precedente messaggio. Leggendo meglio ho potuto constatare che lei è una persona intelligente e dalla eccellente onestà intellettuale.

      • Intelligente per certe persone significa “d’accordo con me”…

      • Il fatto che la madre possa non essere d’accordo, ovviamente, è irrilevante. Il fatto che un brusco cambiamento delle abitudini possa essere un trauma per qualcuno (magari dei bambini) non ha nessuna importanza: è importante solo quello che vuole il Padre, giusto?

      • Paolo1984 ha detto:

        si conferma quello che pensavo: finchè dura il matrimonio a molti uomini va bene il ruolo “tradizionale” poi se c’è la separazione diventano tutti “scandinavi”.
        Cari padri separati, se volete il congedo di paternità più lungo di quello attuale, (accanto a quello di maternità) perchè non lo chiedete allo Stato durante le vostre manifestazioni?

      • Close The Door ha detto:

        @Paolo1984, quella che hai scritto tu era la mia proposta iniziale , ma si è persa nei meandri delle risposte a incasso: solo dopo aver introdotto il congedo obbligatorio di paternità si può rivedere la normativa sull’affido condiviso.

        @Aviator, sono solidale con la richiesta dei padri di stare con i figli perché penso che sia un’opportunità sia per loro, che per i figli, perché penso che la genitorialità maschile sia sottostimata, e anche perché dire che “i figli sono delle madri” è una gabbia per le donne, anche se concedo che è una gabbia d’oro.

        Per questa ragione trovo molto molto triste il fatto che il congedo di paternità obbligatorio sia considerato una richiesta ”femminista”, mentre in costanza di matrimonio si voglia far valere il principio che i figli sono delle madri. Insomma ho dei dubbi sul fatto la suddivisione dei ruoi genitoriali fosse impostata con criteri tradizionali “di comune accordo tra i coniugi” come dici. Questo silenzio sull’argomento da parte maschile significa che in Italia gli uomini disposti a sottrarre tempo al lavoro per stare con i figli in costanza di matrimonio sono evidentemente una minoranza ridicola

        (Sono una mosca bianca, ne ho sposato uno, il quale mi ha riferito di avere fatto la fila allo sportello ”congedo di maternità” e di essere stato squadrato con occhio interrogativo dall’impiegata, la quale ha dovuto fare mente locale sul fatto che il congedo parentale è possibile per entrambi i coniugi).

      • Paolo1984 ha detto:

        in costanza di matrimonio (e pure dopo) ogni coppia dovrebbe potersi organizzare come ritiene e come può, “tradizionale” o no che sia. Certo che un congedo obbligatorio anche per i papà sarebbe una buona cosa

      • aviator ha detto:

        @ricciocorno,
        1. Close The Door non la pensa affatto come me. basterebbe leggere.
        Ho scritto di ritenerla intelligente perché pur dicendo cose che io non condivido lo fa in modo intelligente ed equilibrato.
        2. Che gli uomini abbiano una generale preferenza per il celibato non è cosa di oggi. Anzi, direi che a sposarsi siano soltanto più gli ultimi idioti. Ci si sposa sempre meno.
        Sembra abbastanza evidente.
        3. per un bambino sarà certo meno traumatico farsi cambiare il pannolino dal papà, o dalla sua nuova compagna, che subire la separazione dei genitori.
        @Paolo1984.
        1. la gente deve essere libera di vivere la propria vita senza che nessuno si senta in dovere di stabilirne o ridefinirne i ruoli. Se in una coppia l’uomo preferisce spaccare la legna e la donna cambiare i pannolini ai bambini, questo non significa che, dopo la separazione, i ruoli non possano essere ridefiniti con risultati accettabili.
        Visto che per cambiare un pannolino non bisogna seguire un corso di laurea, è assolutamente scorretto stabilire con chi devono stare i figli, nella situazione B, sulla base delle scelte che la coppia aveva assunto, con buone probabilità, di comune accordo nella situazione A.
        2. Perché i padri non protestano per avere il congedo? Veramente i padri non protestano nemmeno per cose molto più gravi. La presa di coscienza maschile è ancora molto lontana.

      • Ma sembra evidente a chi? Quando? Cosa? Che solo gli ultimi dioti si sposano? E se sono così “idioti” cosa li rende automaticamente bravi genitori?
        “per un bambino sarà certo meno traumatico farsi cambiare il pannolino dal papà, o dalla sua nuova compagna (e certo, perché occorre un essere inferiore provvisto di vagina per toccare i pannolini, quindi il papà deve procurarsi una nuova compagna), che subire la separazione dei genitori”: per farsi cambiare il pannolino da una nuova compagna il bambino non dovrà aver subito il “più grave trauma” del divorzio prima? Il vantaggio dove si colloca quindi?
        “la gente deve essere libera di vivere la propria vita senza che nessuno si senta in dovere di stabilirne o ridefinirne i ruoli. Se in una coppia l’uomo preferisce spaccare la legna e la donna cambiare i pannolini ai bambini, questo non significa che, dopo la separazione, i ruoli non possano essere ridefiniti con risultati accettabili.” Accettabili per chi? Chi è che stabilisce chi assume quale ruolo e quando?
        L’uomo, naturalmente. Che, quando si è stufato di una moglie, la sostituisce con una nuova e trasferisce il bambino dalla vecchia (usata e consunta) a quella nuova.

      • aviator ha detto:

        @ricciocorno. Si può diventare genitori anche senza sposarsi. Se nemmeno questo non le appare evidente, non so proprio che farci.
        Anche la sua obiezione in merito ai vantaggi che gli uomini avrebbero dal matrimonio è fuori luogo. Lo chieda alla sua amica Lilli, come ho fatto io. Lei accusa di trollare tutti quelli che non condividono i suoi deliri, vero?

      • Io non l’ho accusata di niente. Le faccio notare le contraddizioni in cui cade. Ad esempio “Si può diventare genitori anche senza sposarsi”: grazie della spiegazione. Ciò non toglie che lei ha dato degli idioti a chi sceglie il matrimonio. Questo significa che lei è qui a difendere i diritti solo di chi concepisce al di fuori del matrimonio? Oppure che i figli di genitori non coniugati non soffrono della separazione dei genitori solo perché non c’è la parola “divorzio” di mezzo?
        Mi sembra che si stia facendo fin troppo baccano intorno all’equiparazione dei figli naturali con quelli nati nel matrimonio perché lei non ne abbia sentito parlare… E le coppie di fatto cominciano ad essere trattate come le coppie coniugate: http://www.altalex.com/index.php?idnot=47979
        Ma comunque tutto questo nulla ha a che fare con la sofferenza del bambino: se mamma e papà si lasciano, certo il bambino non soffre di meno perché non erano legalmente sposati.
        Non mi sembra di delirare. Mi sembra di constatare la mancanza di logica nelle affermazioni sconclusionate della gente che passa di qua…

  5. Close The Door ha detto:

    @ Morgaine La Fée: grazie della precisazione, ma se non capisco male, la Svezia contempla in ogni caso due congedi obbligatori, il che può contemplare due madri o due padri nel caso di un matrimonio omosessuale, possibilità che non è prevista da noi. Quello che non mi piace di questo articolo è che si dà per scontato che una donna sia più amorevole, accudente e una migliore educatrice di un uomo, in quanto femmina. Pensare questo è la faccia positiva del martellamento dei bambolotti rosa e della casa regno della donna. E poi sapete che c’è? Non è proprio vero.

    • Lilli ha detto:

      Dovresti fati un giro sui gruppi facebook di mamme che allattano anche oltre i 3 anni per capire che hai detto una cosa sbagliatissima. Comunque se per te un bambino di 7 mesi può vivere 15 giorni con il padre e 15 con la madre (questo è l’affido alternato con tempi paritari, se non lo conosci) per me non vale proprio la pena di sprecare tempo per parlare con te. Sei una di quelle persone che coltiva gli interessi dei padri separati e non quelli dei bambini. Comunque, per vedere con i propri occhi che un bambino piccolo ha bisogno assolutamente della madre, basta farsi un viaggio in un villaggio africano.

      • Close The Door ha detto:

        Direi che no, non devi assolutamente sprecare il tuo tempo a parlare con me Lilli. Se non ti rendi conto di quanto devastante può essere una madre, ti manca un’esperienza che non ti puoi rifare con mille viaggi in Africa. Cari saluti.

      • Lilli, riguardo all’allattamento al seno fino ai tre anni, usiamo un po’ di buonsenso. Il latte materno, a lungo andare non fa bene al bambino. Tenere “attaccato” al seno un bambino di tre, vuol dire non insegnarli l’autonomia necessaria; il bambino non si staccherá facilmente dalla madre (e a sua volta la madre non si staccherà dal figlio). Immagina un bambino di tre anni che, dall’oggi al domani, si ritrovi all’asilo con i suoi coetanei. Ovviamente proverà ansia, eccitazione, paura, smarrimento, felicità. Ora, se fino a ieri la madre gli ha dato il seno da succhiare, istintivamente lo cercherà e naturalmente non lo troverà. Cosa succederà quindi? Non essendo abituato ad affrontare le difficoltà senza una “poppata” scacciansia, andrà in crisi, diventando irritabile e poco collaborativo. Come so queste cose? Guardando i figli delle mie amiche/conoscenti che hanno seguito il diktat dei 36 mesi; i bambini hanno reagito tutti nello stesso modo. Per non parlare poi delle madri che, abituate a quel gesto, sono andate anche loro in crisi.

    • Morgaine le Fée ha detto:

      @Close the Door: sí, é proprio cosí, ed é pensato sia per includere la genitorialitá omosessuale, sia quei casi in cui chi accudisce il bambino non sia un genitore, ma un’altra figura (anche i nonni, per dire) che possono subentrare se i genitori non ci sono/ non sono idonei all’accudimento. Sono anche d’accordo con te sul fatto che il diritto di un genitore ad avere l’affido dei figli debba dipendere dall’impegno di cura che lo stesso genitore (padre madre o chicchessia) ha dimostrato *prima* della separazione.

      Da questo punto di vista, non vedo contraddizione con la tua posizione e quella di Lilli: mi sembra che entrambe sosteniate che i figli debbano stare con quei genitori che hanno dimostrato di accudire BENE e responsabilmente i figli PRIMA della separazione. I genitori violenti/menefreghisti, ecc. non dovrebbero avere gli stessi diritti. Da quel che ho capito di questo post, quello che si contesta ad un progetto di legge sull’affidamento condiviso obbligatorio al 50%, é che venga applicato *a prescindere* e alla cieca, senza tener conto della situazione familiare precedente, senza prendere una decisione caso per caso. È quel * a prescindere* che é pericoloso.
      In culture come quella italiana, dove é la madre ad occuparsi in prevalenza della prole, ci si puó aspettare che sia una percentuale piú alta di madri ad ottenere l’affidamento.
      In quella svedese, dove i padri (grazie anche all’effettivo inserimento del congedo bigenitoriale!) sono piú presenti, sará piú frequente trovare casi di affido condiviso e piú paritario.

      Il problema delle associazioni dei padri separati é che questi vogliono l’affido condiviso al 50% a prescindere, anche nel caso di genitori lassisti se non violenti (di solito i padri, tra questa gente, col che non intendo che TUTTI i padri siano cosí). Questi specifici padri separati, poiché non hanno molti modi di dimostrare che loro sono stati bravi padri, cercano scappatoie come la PAS per dimostrare l’inettitudine della madre/expartner. Naturalmente non si esclude che esistano situazioni rovesciate, dove il padre si é dimostrato genitore migliore della madre. Il fatto é che ogni caso dovrebbe essere valutato singolarmente e con competenza professionale, ció che non sempre avviene.

      • Close The Door ha detto:

        Ciao Morgaine. La contraddizione fra la mia posizione e quella di Lilli è che lei sembra sostenere che in virtù del’allattamento la madre è intoccabile e insostituibile fino ai 36 mesi del bambino, mentre io penso che la madre debba essere trattata alla pari delle altre figure accudenti e quindi non dovrebbe avere l’affido esclusivo o ”maggioritario’ a prescindere in quanto femmina allattante.
        Il fatto che con il latte passino tante vitamine e proprietà importanti non conta quanto la relazione che si instaura con la madre.
        Faccio un esempio che mi ha colpita: l’estate scorsa ero al mare e avevo come vicina di ombrellone una mia coetanea con una bambina sui due anni. Siamo state vicine con i ritmi da spiaggia, diciamo 6 ore al giorno per tre giorni. In questi tre giorni lei ha chiamato la figlia ”scema” e ‘matta” ininterrottamente per 6 ore al giorno per tre giorni. Non ho visto botte ma ai miei occhi quello era un maltrattamento bello e buono. Ora se già uno schiaffo è minimizzabile come un ”buffetto” immaginate come si può intervenire riguardo al maltrattamento verbale.
        Quella ragazza poteva allattare la bambina al seno finché voleva, insieme alle vitamine passava veleno.
        Il fatto di non lasciare cicatrici fisiche nella mia esperienza è tipico della violenza femminile, anche il bullismo da parte delle compagne di classe e sul lavoro ha le stesse caratteristiche, non ci sono botte quanto manipolazione e sarcasmo, e quindi è ancora più difficile identificarla di quella maschile. E’ pensabile immaginare ogni madre separata come una madre abusante? Ovviamente no, quindi penso che sia sbagliato farlo con gli uomini, anche se statisticamente ci sono più evidenze.
        Quindi ok, accolgo tutte le vostre argomentazioni, solo nella lettera riportata io leggo una criminalizzazione dei padri, tutti assimilati a maschi violenti a prescindere. Se poi le organizzazioni dei padri separati insistono a negare l’evidenza della violenza famigliare questo li rende ovviamente complici, sta ai legislatori valutare l’inattendibilità delle organizzazioni e la stupidità delle loro proposte.

      • Sbagli a leggercela, perché non c’è. Quello che si chiede è una maggiore attenzione al fenomeno della violenza di genere, che è sottovalutato da chi dovrebbe occuparsene.

        A portare avanti la petizione c’è, fra gli altri, uno degli uomini che ha studiato più a fondo il movimento dei “papà separati” francesi e canadesi, Patric Jean, autore anche di un documentario sull’argomento: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/08/03/dalla-francia-i-papa-separati-un-movimento-internazionale/
        Patric Jean si è intrufolato all’interno del movimento, fingendosi uno di loro, e ci racconta:
        “Quando mi sono infiltrato in questi movimenti a Montréal, ho potuto ascoltare nei minimi dettagli la strategia che questi militanti della causa maschile desideravano approntare sul piano internazionale…
        Ma cos’è il mascolinismo? Si tratta di un movimento, chiamato anche antifemminismo, che propone la restaurazione dei valori patriarcali senza compromessi: differenza radicale dei sessi e dei ruoli dell’uomo e della donna in ogni sfera sociale, supremazia dell’uomo sulla donna in famiglia, ma anche in politica, difesa della coppia eterosessuale quasi indissolubile come solo modello possibile, educazione virile dei ragazzi e, quindi, rifiuto dell’uguaglianza tra uomini e donne. I militanti del mascolinismo negano l’importanza delle violenze coniugali, dell’incesto e dello stupro, che sarebbero invenzioni delle femministe, che alcuni di loro chiamano nazifemministe…
        Poiché il divorzio viene più frequentemente richiesto dalle donne, essi auspicano un inasprimento delle condizioni per ottenerlo. La loro battaglia è dunque quella della difesa di un potere maschile ancestrale in ogni sfera sociale.”

  6. Lilli ha detto:

    La maggior parte degli abusi sessuali intrafamiliari viene effettuata dai padri, in secondo luogo dai conviventi nel nucleo familiare (nonni, zii, patrigni, ecc,) e, in percentuale molto minore, dalle madri (circa il 7% dei casi).
    Io direi che-osservando questi dati- non è sbagliato pensare che è molto più probabile che un abuso sessuale su un bambino venga commesso da un padre piuttosto che da una madre.
    http://www.psicotraumatologia.com/abuso_sessuale.htm

    • Close The Door ha detto:

      Lilli secondo molti specialisti l’abuso sessuale da parte della madre è molto più difficilmente identificabile e soprattutto c’è una difficoltà da parte dell’osservatore a concepirlo. In ogni caso anche se la maggioranza fosse composta dai padri non viene meno la mia obiezione che sempre di discriminazione si tratta: la discriminazione consiste nell’attribuzione di presunte caratteristiche a un individuo sulla base della sua appartenenza a un gruppo, quindi: sei un uomo e in quanto tale potenziale abusante dei tuoi figli, quindi non ti do l’affidamento congiunto. Sareste così determinate a negare l’affidamento congiunto a coppie omosessuali ?

  7. Close The Door ha detto:

    Rispondo qui perché non riesco più a farlo con i reply a incasso.
    A me sembra che qui si dà per scontato che il genitore che desidera esserlo è per forza di cosa la madre – ma come dicevi nell’altro post, se una madre abbandona un figlio è considerata un mostro, mentre dagli uomini quasi ce lo si aspetta, e mi sembra lo stesso tipo di aspettative che vogliono restringere o proibire l’accesso alla 194, perché vivaddio, non è semplicemente possibile che una donna un figlio non lo voglia. Può essere teoricamente possibile che una donna non voglia tenere un figlio dopo il divorzio? Ora vorrei conoscere il giudice che dà l’affido del bambino alla madre perché “è obbligatorio” senza concedere delle deroghe se la madre si dimostra inadeguata. Non credo possibile che un affido congiunto obbligatorio costringerebbe il giudice a negare la custodia a un padre inadeguato. Vedersi sottrarre i figli è il massimo del disonore per una madre, quindi la mia domanda è perché si dà per scontato che un maschio non desideri fare il padre e che sia geneticamente inadeguato a questo compito?

    Mi si può ribattere che non è giusto che sia costretto perché non sceglie di partorire, ma francamente dubito che in una coppia sposata sia solo lei a decidere quanti figli avere.
    Rendendo la norma l’affido condiviso a meno di gravi eccezioni, l’uomo che si vede sottrarre i figli non potrà più raccontare in giro la storiella che tanto i giudici premiano sempre le donne, ma dovrà rendere conto delle sue manchevolezze, per esempio la soluzione di “sparire” rendendosi irreperibile e magari ricominciando daccapo con un’altra famiglia.

    Vorrei dire una cosa su questa soluzione anche se mi costa farlo, perché mi è successo di pensare veramente di fare questa cosa con mia figlia, a causa di una relazione molto difficile con mia mamma. Sembrava che volesse mia figlia molto più di me, e attraverso tutti i canali possibili mi arrivava il messaggio che lei era molto più brava di me ad accudire mia figlia. Ho avuto la possibilità di uscire da questo scacco perché vivevo in un’altra città e ho potuto rincominciare da zero, dopodiché ho deciso di entrare in terapia. Dentro di me so che se non avessi avuto l’opportunità di passare da sola del tempo con mia figlia sarei stata capace della più involuta e distorta delle ribellioni, cioè dare a mia mamma quello che desiderava tanto,e farla finalmente preoccupare del nostro rapporto che non andava. Mi ha aiutato quel tipo di retorica del genere “di mamma ce n’è una sola”, “una madre lo sa” eccetera eccetera, per cui ho sentito il diritto e il dovere di riappropriarmi del mio ruolo di madre.

    Quello che io vedo è che centinaia se non migliaia di papà vivono una situazione simile con le loro mogli, e a differenza delle donne non hanno nessun tipo di supporto da parte della società. Non finirei più di linkare articoli, filmati, pubblicità e discussioni nei forum in cui gli uomini che si avvicinano ai figli per accudirli sono sminuiti e ridicolizzati. Anche nel forum genitoricrescono.com quando un padre scrive un post, i commenti spesso si rivolgono a lui al femminile perché nella disattenzione il nome dell’autore non si legge se un genitore parla di suo figlio facendosi delle domande. Beh io non giustifico affatto il padre che si dilegua lasciando la moglie in brache di tela, ho ben presente che è una forma “involuta” di ribellione, però ecco, penso che se la società lo pretendesse padre e lo incoraggiasse come padre, ne guadagneremmo tutti.

    • Quello che evidenzi è un problema culturale, del quale ho parlato spesso, ad esempio qui: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/10/07/benvenuto-allinferno/
      E un problema culturale non credo si possa risolvere nelle aule di Tribunale.
      Il fatto è che in un numero di separazioni non trascurabile è coinvolta la violenza domestica. L’avvento della legge 54/2006 e la propaganda sulle “false accuse” portata avanti dai gruppi di “papà separati” ha comportato situazioni spiacevoli in cui donne vittime di violenza sono rimaste in balia dei loro aguzzini a causa di una cattiva interpretazione del “superiore interesse del minore”. E alcune donne sono morte. Alcuni bambini sono morti.
      E’ di questo che parla questo blog.
      Sono giunta alla conclusione che sono altri i luoghi in cui l’uomo va incoraggiato alla condivisione del lavoro di cura, non il Tribunale dei minori e non quando la separazione è – come va di moda dire oggi – “conflittuale”, perché spesso il termine “conflittualità” serve solo a mascherare la violenza domestica o, peggio, l’abuso sui minori.
      https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/10/10/il-familismo-amorale/
      Rendere obbligatoria la residenza alternata renderebbe più difficile riconoscere e tutelare le donne in difficoltà e lo dico perché è questo che è avvenuto nei paesi in cui sono stati applicati questi progetti di legge, paesi che oggi stanno tutti ingranando la marcia indietro.

      • Close The Door ha detto:

        Avevo precisato all’inizio che la conditio sine qua non per dare l’affidamento congiunto è il congedo obbligatorio di paternità, ma a questo punto vorrei chiedere quali paesi stanno ingranando la marcia indietro, perché ho il dubbio che siano proprio quelli in cui è previsto l’affidamento ma non il congedo.

      • https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/08/01/residenza-alternata-nellinteresse-del-bambino/ Qui c’è la situazione all’estero, più o meno.
        Il caso più recente di “marcia indietro” è questo francese, ma il più documentato è sicuramente quello australiano.
        L’Australia ha ceduto nel 2006 alla “seduzione” di una visione di genitori parimenti presenti e responsabili, innegabilmente desiderata da tutta la società: pertanto ha introdotto nelle norme sull‟ affidamento una forte parità formale di diritti tra genitori, ampliando i diritti dei padri. Fra le altre cose la legge chiedeva la “equal parental responsability” (pari responsabilità genitoriale) e “equal time” (pari tempi), introduceva la mediazione obbligatoria prima di adire il Tribunale (salvo nei casi di violenza domestica). Inoltre fu introdotta la “friendly parent provision” (regolamentazione a favore del genitore “ben disposto”) con cui si privilegiava dare l’affidamento al genitore che dimostrasse piu’ disponibilita’ verso l’altro, con la conseguenza che spesso le mogli/madri traumatizzate dalla violenza del partner che non trovavano credibilità, venivano dichiarate non “friendly” verso il padre, con conseguente loro limitazione nella regolamentazione dell’affidamento.
        A soli sei anni dall’applicazione di detta legge l’Australia è dovuta tornare sui suoi passi. Le conseguenze di questa nuova regolamentazione australiana, infatti, sono state talmente negative, soprattutto per i minori coinvolti, che nel novembre del 2011 la legge è stata nuovamente modificata, in quanto varie ricerche scientifiche e studi hanno dimostrato la dannosità ed il pericolo di una simile regolamentazione, non solo nei casi di violenza domestica pregressa e/o attuale, ma anche nei casi di alta conflittualità tra i genitori dopo la separazione.
        Pertanto la “Family Law Legislation Amendment (Family Violence and Other Measures Act 2011”, passata nel novembre 2011 ha portato a significativi emendamenti, come l‟abolizione della “friendly parent provision”, della mediazione obbligatoria, della previsione di una sanzione pecunaria a carico del genitore che alleghi fatti falsi/dichiarazioni false.
        Quello che occorre, in casi di separazione “conflittuale” sono indagini accurate, non principi generali. Indagini per verificare il reale coinvolgimento dei genitori, le loro competenze e la loro relazione col minore; una indagine su quelle che sono le necessità del minore e i suoi desideri. Un constante monitoraggio di queste esigenze e desideri, perché un neonato non è un adolescente e un accordo fra i genitori non può essere rigido e immutabile, ma deve cambiare come cambiano le persone nel corso del tempo.
        Occorre una reale attenzione alle persone, alle loro peculiarità, a cosa le fa sentire a loro agio, alle loro difficoltà, ma non per portarle dove vogliamo farle stare noi secondo una idea precostituita di cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché una situazione può calzare a pennello a qualcuno, ma essere tremenda per qualcun altro.

      • Close The Door ha detto:

        Grazie della risposta. In Francia che io sappia il congedo di paternità non è obbligatorio e nemmeno in Australia, ovviamente la mia rischia di essere una banalizzazione ma in fede, devo dire che penso piuttosto il contrario: là dove il padre è coinvolto e valorizzato da subito nella cura e nell’educazione dei figli, le separazioni sembrano statisticamente meno conflittuali.
        Nel merito, mi sfugge la ragione del perché l’applicazione del congedo congiunto debba essere così rigida nei tempi e nei modi, comunque mi pare che la cazzata immane – devo dire tipicamente anglosassone – sia la “friendly parent provision”. Per curiosità lascio uno sguardo alla Svezia http://genitoricrescono.com/separazioni-fine-del-progetto-famiglia/ Buona serata.

      • “Nel merito, mi sfugge la ragione del perché l’applicazione del congedo congiunto debba essere così rigida nei tempi e nei modi”: perché è così che i “papà seaparati” la propongono. Anche a me sfugge la motivazione, e sfugge a tutti quelli che contestano i loro progetti/disegni di legge.

        O meglio: stabilire che un bambino debba stare il 50% del tempo con un genitore e con l’altro servirebbe – secondo loro – ad evitare di sottomettersi a quella misura che si chiama “assegno di mentenimento” per il minore, che è stabilita dal Tribunale al fine di garantire al minore uno stile di vita omogeneo: sono soldi versati dal genitore più ricco (e non dal padre alla madre) al genitore meno abbiente, per garantire al minore di non subire un improvviso “impoverimento” (cioè bruschi cambiamenti) nel caso di grosse differenze di reddito fra le due figure genitoriali.
        Di fatto – in Italia come altrove – il genitore più povero è la madre.
        Il discorso è complesso, ma meriterebbe una analisi più approfondita.
        L’istituto del mantenimento diretto suggerirebbe che, invece di versare il denaro alla persona che normalmente si occupa di gestire le esigenze del minore, tali esigenze il minore dovrebbe manifestarle direttamente al genitore che ha il potere di soddisfarle. Ovvero: se uno dei genitori guadagna 10 e l’altro 5, il genitore da 10 dovrebbe contribuire al dopppio delle esigenze di quello da 5. Dal punto di vista della “giustizia” è un discorso interessante, dal punto di vista pratico si è rivelata una debacle, perché se il genitore con disponibilità economiche maggiori “non concorda” con l’ “opportunità” di certe spese (perché meno emotivamente coinvolto, magari), la discussione sull’opportunità di ogni singola spesa diventa oggetto di controversia in Tribunale, perché – com’è giusto che sia – non è il minore che decide: ma se i genitori non sono d’accordo? Un problema pratico che ha spinto alla “marcia indietro” giuridica di cui sopra.

      • Close The Door ha detto:

        “se il genitore con disponibilità economiche maggiori “non concorda” con l’ “opportunità” di certe spese (perché meno emotivamente coinvolto, magari), la discussione sull’opportunità di ogni singola spesa diventa oggetto di controversia in Tribunale, perché – com’è giusto che sia – non è il minore che decide”.

        Credo che fosse TIna Lagostena Bassi che descriveva l’affido congiunto come una bella favola, “e vissero divorziati felici e contenti”. Nessuno può pretendere che tutto fili liscio dopo ma è la rigidità del provvedimento a lasciarmi perplessa, non tanto nella proposta ma nell’esecuzione, perché trovo insensato che i giudici recepiscano tale e quale una proposta che viene da una parte sola. Comunque, non credo che dare addosso ai padri separati per partito preso sia la soluzione, non troverei nulla di peggio per un figlio di un padre che lascia i figli alla madre tutto il tempo e per sempre senza protestare, non lo accetterei da una donna e mi dispiacerebbe in un uomo.
        Ma mi sembra che le nostre posizioni siano reciprocamente chiare.
        Buona giornata e buon anno.

      • Io penso che alla fin fine diciamo la stessa cosa: il problema è culturale.
        A tale proposito, è interessante uno dei saggi che ho letto sulla questione, il famoso lavoro svedese frainteso dai più (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/11/17/lezioni-di-inglese-agli-psicologi-qualcuno-provveda/) che invece suggerisce degli interventi ben precisi sulle famiglie integre (non quelle separate) per migliorare in coinvolgimento paterno.
        Le misure proposte sono semplici e vanno agite da tutti quelli che collaborano con la famiglia: la scuola, il pediatra, persino i datori di lavoro.
        Questi ultimi, ad esempio, sono invitati a non penalizzare, ma anzi incoraggiare i congedi parentali agli uomini. I pediatri sono incoraggiati a pretendere la presenza del padre alle visite mediche e ai controlli, gli insegnanti a richiederne la presenza a colloqui, riunioni ed iniziative che coinvolgono i genitori: sembrano banalità, invece – a mio avviso – sono le uniche misure in grado di cambiare la mentalità della gente.

        Io non dò addosso ai “padri separati” per partito preso, soprattutto se con “padri separati” si intendono “tutti gli uomini che affrontano un divorzio.” Ci sono uomini divorziati e uomini divorziati, come ci sono donne di tutti i generi.
        Ho spiegato più volte che non è dei genitori separati che parlo, ma di specifiche organizzazzioni, accomunate da una linea di pensiero ben chiara e da azioni volte a promuovere determinate campagne; il loro pensiero non è equivocabile, la loro propaganda si serve – come nel caso dello studio svedese – della mistificazione di dati scientifici ed è impregnata di misoginia:
        – vogliono dimostrare che la violenza contro le donne non esiste;
        – pretendono di dimostrare che le donne che si rivolgono alle autorità per denunciare violenza domestica o abusi mentano nella maggior parte dei casi (perché sono malvage in quanto donne);
        – lottano per eliminare dall’ordinamento l’assegno di mantenimento al minore (avendo già ottenuto nella pratica la quasi scomparsa degli alimenti alla moglie) presentandosi come la parte più povera della popolazione (attraverso la diffusione di dati inventati);
        – hanno diffuso l’idea che sia possibile diagnosticare ai bambini la Pas, una “malattia” non riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale che è già stata fonte di enormi sofferenze per ragazzi e bambini;
        – il loro obiettivo dichiarato non è difendere il benessere dei bambini in caso di separazione, ma tutelare i diritti degli uomini (a discapito di quelli delle donne).
        – sono omofobi, per la maggior parte;
        Sono molti gli uomini che prendono con decisione le distanze da questi movimenti, proprio perché caratterizzati da un’irrazionale odio nei confronti delle donne: http://maiorapremunt.blogspot.it/2013/05/padri-separati-not-in-my-name_8.html
        Cito dal post: ” io NON voglio essere rappresentato da simili stronzi irresponsabili. (E qui ritengo di essere anche politicamente corretto!) Dunque, RIVENDICANDO IL DIRITTO DI ESSERE PERSONALMENTE INCAZZATO con una singola donna (persona), voglio mantenere la capacità di continuare a comportarmi in modo civile, anche in assenza di riscontri positivi. Questo è nella mia dignità di persona.
        E proprio la mia dignità di persona mi impedisce di farmi complice di un’accolita di maleodoranti fascisti, che sfruttano il malessere (e talvolta le condizioni di indigenza economica) di quelli come me per diffondere menzogne deliranti su cui basare l’invocazione di leggi vessatorie, volte a rispedire le donne in pieno Medioevo. Con i “loro” bambini sulle spalle.
        Non mi offrirebbe nessuna consolazione (o peggio soddisfazione) il “vantaggio” di ricacciare una donna, meglio se piena di lividi, nel buio a cui aspirano quei “padri separati” per poter spadroneggiare. Non siamo al mondo per questo. Almeno non io.”

        Non vedo perché io, che sono una donna, dovrei dimostrarmi più comprensiva o solidale degli stessi uomini.

  8. Lilli ha detto:

    Se tu hai avuto un’esperienza devastante con tua madre, non puoi farne pagare le conseguenze a milioni di bambini, e non puoi ignorare le esperienze devastanti di milioni di bambini in tutto il mondo abusati dai padri, che sono in quantità molto maggiore rispetto alle vittime delle madri.

    • Close The Door ha detto:

      Se tu sei convinta che la madre è insostituibile perché ha il seno, non puoi farne pagare le conseguenze a milioni di bambini maltrattati dalle madri mentre nessuno te ne accorge e non possono esibire cicatrici come i bambini maltrattati dai padri. La parola ‘ipercura’ non ti dice nulla? Di recente è stata condannata una madre che ha ritardato lo sviluppo di suo figlio. Ho veramente l’impressione che tu ragioni per ideologie. Va là ti linko questo articolo di Zauberei, se vorrai leggerlo. http://zauberei.blog.kataweb.it/2011/09/26/psichico-94-quanto-vicini-quanto-lontani/

      • Nessuno dice che le madri sono insostituibili, altrimenti gli orfani sarebbero tutti morti.
        Quello che cercano di fare certe madri – almeno così la vedo io – è cercare un riconoscimento per quella mole di lavoro che fanno ogni giorno. Perché la bigenitorialità le criminalizza e questo non è giusto.
        Iperaccudenti, iperprotettive: bisogna stare attenti con questi termini e non generalizzare. Anche Antonella Penati, la mamma di Federico Bakarat , veniva accusata di questo e poi le hanno ucciso il figlio, affidandolo ad un uomo che la aveva minacciata di morte. Le donne vanno ascoltate e non etichettate.
        Gli uomini vanno ascoltati: ci sono uomini che vogliono fare i papà e uomini che vogliono il condiviso per risparmiare sugli assegni di mantenimento. I secondi non possono essere trattati come i primi.
        Molte donne si occupano dei loro figli e lo fanno con amore e con piacere. Lo fanno perché sono felici di farlo, mentre il padre dei loro figli non lo è.
        E’ giusto? E’ sbagliato? Ma per chi?
        Se queste donne sono soddisfatte, i loro figli sono soddisfatti e di quell’uomo che se ne è andato non sentono la mancanza, perché dovrebbero essere tutti obbligati a cambiare il loro stile di vita in virtù di una ideologia?
        Conosco anche qualche situazione contraria: madri che se ne sono andate e figli che vivono col padre. E quei figli stanno bene. Chi l’ha detto che i genitori devono per forza essere due?
        Perché la bigenitorialità imposta andrebbe a turbare anche questi equilibri e io mi chiedo che bisogno c’è.

      • Close The Door ha detto:

        Credo che la mia risposta verrà prima del tuo commento, in ogni caso Ricciocorno, vedo che continuiamo a non capirci: il fatto che una coppia divorzi significa che i coniugi rompono i rapporti fra di loro, ma non significa che li rompano verso i figli. Questo è un grave equivoco in cui sono indotte le coppie divorziate, dove i genitori che rimangono cercano di ”rimpiazzare” la figura che è venuta meno con un nuovo venuto. Jesper Juul ha scritto un libro in proposito sui ”genitori bonus” in cui spiega proprio che numerose famiglie che sono andate da lui in terapia, erano cadute in questo tranello: il bambino che non vede più suo padre ha perso un padre ed è inutile e controproducente cercare di sostituirlo con qualcos’altro. Può essere una scelta del bambino ma in ogni caso non può essere mai una proposta del genitore biologico o del ”nuovo acquisto” putativo. Questo vale, nostro malgrado, anche quando si tratta di genitori abusanti. Ripeto, tutte le volte che il figlio non viene affidato alla madre, il giudice evidentemente contravviene a una norma, ma lo fa a ragion veduta, non capisco dove e in che modo l’affido condiviso costringa il giudice a non escludere le figure genitoriali inadeguate.

        Secondo: fatemi capire, le etichettature e le generalizzazioni voi non le state facendo sugli uomini ? Ripetete fino alla nausea che i padri separati sono inadeguati, in maggioranza abusano dei figli, disertano il tetto coniugale e vogliono esclusivamente rivalersi sulle ex-mogli. Non so se ve ne rendete conto, ma si tratta di ragionamenti che fanno il paio con quelli per cui le mamme separate sono delle arpie che manipolano i figli e hanno come unico obiettivo quello di ridurre gli ex-mariti sul lastrico. Quindi in base a quale logica siete a favore delle coppie omosessuali maschili? Perché hanno qualcosa di femminile e quindi non sono veri uomini? Per me questa è discriminazione.

      • Paolo1984 ha detto:

        comunque il nuovo compagno (o compagna) del genitore separato secondo me potrebbe tranquillamente entrare in relazione col bimbo senza “usurpare” nulla..sempre che l’altro genitore ci sia e voglia essere presente.
        Come detto, può pure essere una scelta del bambino

      • Close The Door ha detto:

        Certo Paolo, nessuno mette in discussione l’affetto, il distinguo che fa Jesper Juul è che il nuovo partner non dovrebbe proporsi come figura genitoriale o comunque educativa, e comunque è un grave equivoco pensare che se la mamma si trova un altro uomo, suo figlio non avrà più bisogno del padre.

      • Paolo1984 ha detto:

        immagino valga anche per la nuova compagna del padre.. Poi come detto dipende anche se e quanto il genitore “ufficiale” vuole essere presente

      • Close The Door ha detto:

        Chiaramente sì, qui però stiamo parlando di padri e di bigenitorialità, in ogni caso sul ruolo della nuova compagna del padre mi pare che ci si interroghi di più appunto per questa idea che la madre non è mai sostituibile affettivamente nemmeno se abbandona il figlio, mentre il padre sì. In Francia anni fa è nato il “club des marâtres” (=club delle matrigne), un luogo di incontro per donne che frequentano uomini separati e che a volte si sentono rifiutate dai figli di lui – anche la scelta del nome marâtres non è casuale. Ma credo che stiamo andando Off-Topic rispetto al tema del post.

      • Paolo1984 ha detto:

        bè il figlio può rifiutare e accettare chi vuole, ogni situazione ha le sue dinamiche. Ma sì siamo OT

  9. Lilli ha detto:

    Il latte di una mucca lo si dà sempre e quello della mamma non sarebbe adatto a tre anni? 🙂 Che assurdità! Comunque, lascio parlare gli esperti:

    “L’allattamento al seno esclusivo è il modello di riferimento o normativo rispetto al
    quale tutti i metodi alternativi di alimentazione devono essere misurati in termini di
    crescita, salute, sviluppo, e qualsiasi altro esito a breve o lungo termine”
    American Academy of Pediatrics (2005). Allattamento al seno e uso del latte umano
    (breastfeeding and the use of human milk). Pediatrics Italiana, 17(1), 105-116.
    Consultato 8 febbraio 2008, a
    http://www.aicpam.org/docs/AAP_Allattamento2005.pdf

    “Il latte deve continuare ad essere parte integrante della dieta durante l’alimentazione
    complementare e si raccomanda di continuare con l’allattamento al seno fino a due
    anni ed oltre.”
    European Commission (2006). Alimentazione dei lattanti e dei bambini fino a tre anni:
    Raccomandazioni standard per l’Unione Europea. Consultato 2 febbraio 2010, a
    http://www.aicpam.org/docs/EUpolicy06it.pdf

    “Come raccomandazione sanitaria generale, per avere le migliori possibilità di crescere e
    svilupparsi in maniera regolare, nei primi sei mesi di vita i neonati dovrebbero essere
    nutriti esclusivamente con latte materno. In seguito, per soddisfare il crescente
    fabbisogno nutrizionale, la dieta va integrata con cibi complementari idonei e sicuri,
    proseguendo l’allattamento fino all’età di due anni o oltre. Tranne che in presenza di
    alcune patologie, l’allattamento esclusivo al seno è sempre possibile, e l’allattamento
    senza restrizioni stimola la produzione di latte in misura più che sufficiente.”
    Organizzazione Mondiale della Sanità & UNICEF (2003, May). La strategia globale per
    l’alimentazione dei neonati e dei bambini. Ginevra: Organizzazione Mondiale della
    Sanità. Consultato 11 settembre 2011, a http://www.unicef.it/doc/2595/strategiaglobale-
    per-lalimentazione-dei-neonati-e-dei-bambini.htm

    “La protezione, la promozione ed il sostegno dell’allattamento al seno sono una priorità di
    salute pubblica in Europa. Tassi ridotti ed interruzione precoce dell’allattamento al
    seno hanno importanti conseguenze sanitarie e sociali negative per le donne, i
    bambini, la collettività e l’ambiente, sono associati ad una maggiore spesa sanitaria e
    fanno aumentare le ineguaglianze.”
    Protezione, Promozione e Sostegno dell’Allattamento al Seno in Europa: Un Programma
    d’Azione (Versione Riveduta 2008). (2008, October). Luxembourg: European
    Commission, Directorate Public Health and Risk Assessment. Consultato 3
    novembre 2010, from http://www.burlo.trieste.it/documenti/newblueprintit.pdf

    Invece vorrei vedere dove sta scritto che dopo i 6 mesi il latte materno non fa più bene al bambino, grazie? Non è che per caso chi dice ciò è pagato dalle case farmaceutiche che producono latte artificiale? 🙂

    • Close The Door ha detto:

      Ma chi l’ha detto. Ho scritto che dai 6 mesi in poi non è più l’alimentazione principale dato che si inizia a somministrare cibi solidi. A meno che una mamma non voglia dare a suo figlio esclusivamente il suo latte fino ai 3 anni e oltre.

      • Morgaine le Fée ha detto:

        Mi sembra che Lilli stia rispondendo a Nuvole di Chiara la quale sostiene la dannositá dell’allattamento prolungato fino ai tre anni.
        Nemmeno io sono d’accordo con le posizioni di quest’ultima, le quali non mi sembrano nemmeno supportate da studi scientifici.

    • Lilli, lascia perdere se il latte materno fa bene o no alla salute. Io mi sono concentrata sul gesto, non sulla bontà del sapore o se possa essere dannoso a livello fisico, esprimendo un parere stringato su quest’ultimo argomento. Se io tengo attaccato mi* figli* alle mie tette per tre anni (alcune addirittura lo fanno per quattro/sei anni; ne ho conosciuta qualcuna nel corso degli anni), come posso pensare che lui diventerà autonomo? Dopo i primi sei/otto mesi di vita (parlo di chi ha allattato e non di chi non lo ha fatto), quando il bambino inizia a mangiare cibi solidi o comunque diversi dal latte materno e quindi non ne ha più bisogno a livello nutritivo, perché la madre continua a dare la tetta (tranne per alcune eccezioni)? Perché si é sviluppato (ovviamente) un certo rapporto. Nel corso degli anni, avendo studiato il rapporto madre (padre)/figli, anche perché ho lavorato come tata (ero cioé presente nella vita dei bambini 24 ore su 24, non limitandomi a stare attenta “che non si facessero male” e basta, ma dovendo essere per loro un punto fermo e una guida in mancanza dei genitori e quindi ero doppiamente conscia della delicatezza delle situazioni e dei rapporti), ho visto donne che attaccavano i figli al seno dopo l’anno di vita per calmare ansia, vuoto, solitudine e naturalmente, il/la bambin* si abituava, a sua volta, ad attaccarsi al seno della madre per calmare la sua, di ansia. Tutte (nessuna esclusa) le donne che attaccavano al seno il/la figli* in maniera prolungata, erano delle ansiose, molte morbose co* figl*, spesso non proprio felici di come vivevano la loro vita, rapporto disagiato col marito, spesso assente, irresponsabile e/o violento e nessuna riusciva a distaccarsi, creando cosí un circolo vizioso. Alla mia (immancabile) domanda “ma perché continui ad allattarl*?” la loro (immancabile) risposta era: perché gli piace/non riesce a farne a meno. Ne sei sicura? Non é che piuttosto sei tu a non riuscire a farne a meno, per svariati motivi? Non a caso, l’allattamento al seno é il primo mezzo di comunicazione “madre/figli*”. E, avendo girato per lavoro l’Italia per anni, ti parlo di un campione nutrito di donne, tra cui le donne su citate.

      • Ma che senso ha parlare di “autonomia” di un bambino di tre anni? I bambini non sono “autonomi”, è per quello che ci sono i genitori.
        Venite qui a scrivere che non dovrei demonizzare gli uomini, però non è un problema generalizzare sulle mamme e dare delle “morbose” e “ansiose” alle donne che allattano? Una mia cara amica è consulente della Leche League (http://www.lllitalia.org/) e non è una donna ansiosa né marbosa, ha uno splendido rapporto con il marito, che è un padre presente e affettuoso.
        Come non tutti gli uomini sono aggressivi e violenti, non tutte le mamme che allattano al seno sono cattive mamme.

      • @Ricciocorno, attenzione, io non ho mai detto che le mamme che allattano sono TUTTE morbose, nè ho mai detto che tutti gli uomini diventano dei caproni quando ci sono di mezzo figli e divorzio. Scrivo qui da molto tempo e non puoi accusarmi di questo. Io ho detto che ALCUNE mamme, quelle che allattano per svariati anni, lo fanno per quel motivo. L’ho scritto perchè ho studiato il fenomeno (per lavoro e anche per mia mera curiosità). Mai mi sognerei di generalizzare o demonizzare chiunque, racchiudendo le persone in categorie.

      • 🙂 Io, per fortuna, ho avuto modo di incontrare e frequentare un bel po’ di famiglie felici a affiatate. Forse sono molto fortunata…

      • Cosa dirti… io non lo sono stata 🙂 e cmq, in tutte le famiglie in cui ho riscontrato questo fenomeno, ho notato che il padre era spesso assente o non riusciva (anzi, secondo me non voleva, perchè gli faceva comodo, ma non vorrei sembrare “cattiva”) ad incunearsi nel rapporto madre/figlio, con l’effetto finale del “cane che si morde la coda”. Posso solo dirti, da parte mia, che nell’aria si respirava, molte volte, tristezza.

  10. Ho appena cestinato un papiro di un signore che pretendeva di dimostrare che la violenza domestica contro le donne non esiste.
    Caro signore, lei ha scritto tanto: mi spiace, non l’ho neanche letta. Non vi leggerò più, perché sono veramente stanca dei vostri sforzi per mistificare ciò che è sotto gli occhi di tutti.
    Avete le vostre pagine, i vostri blog: i vostri forum: siete liberi di scrivere che la violenza contro le donne non esiste, ma non venite a farlo nel mio blog.
    Poco tempo fa una persona mi ha fatto notare che c’è bisogno di un terreno comune per avviare una conversazione costruttiva e ritengo che negare che esista una discriminazione di genere nei confronti delle donne, che le donne subiscono violenze a causa di questa discriminazione, non costituisce un terreno comune.
    I dati statistici ci dicono che nei pronti soccorsi ci finiscono le donne a causa della violenza maschile in misura molto maggiore di quanto non ci finiscano gli uomini per mano delle donne.
    Questa storia ce la raccontano anche i rapporti delle forze dell’ordine e degli ospedali.
    Il fatto che qualche ricercatore distribuisca in giro dei questionari ed elaborando le risposte degli intervistati faccia risultare cifre diverse non può nulla in confronto allo squilibrio che emerge da dati concreti e inconfutabili come i segni sul corpo delle persone.
    A me interessa risolvere problemi veri, a voi interessa occultarli. Occultare un problema significa rifiutarsi di trovarvi una soluzione.
    Non abbiamo niente da dirci davvero, niente su cui confrontarci.
    Non venite più a parlare con me, scrivo qui nel tempo libero e non ne ho molto: non voglio perderlo a leggere le vostre “opinioni”.

    E ribadisco: non si tratta di censura. Questo non è un giornale, una rivista, questo è il MIO blog. Apriteveno uno tutto vostro. L’ennesimo…

  11. Cinzia ha detto:

    Il mio ex marito ed io siamo separati da quando nostro figlio ha quattro anni. Siamo in regime di affido condiviso.
    Non abbiamo mai preso in considerazione l’idea della residenza alternata, nonostante i nostri ottimi rapporti, perché l’abbiamo entrambi considerata una follia.
    Un bambino ha bisogno di riferimenti certi che non sono solo la presenza di papà e mamma, ma è anche la routine del quotidiano, delle piccole abitudini che evitano di creare ulteriori stati d’ansia, nel menage a cui è sottoposto come figlio di genitori separati:
    BISOGNEREBBE pure fidarsi dei propri figli e ascoltarli, i bambini hanno un istinto infallibile nel riconoscere quello ch’è benefico e sano per loro. Il nostro in particolare ci ha sempre aiutato a comprendere per cosa era pronto e cosa no.
    Col risultato che se fino alla pubertà ha inteso come sua abitazione quella dove viveva con me, una volta entrato nella adolescenza privilegia quella di suo padre…
    Certo, perché queste dinamiche siano armoniche bisogna che entrambi i genitori siano intimamente convinti del primato dei figli, sulle esigenze personali (tanto per essere chiara , niente e nessuno può frapporsi tra noi e nostro figlio)
    Il loro sano sviluppo non può avvenire sulla base di concetti ideologici, ma sul riconoscimento della loro personalità e delle loro specifiche esigenze ( perché ogni figlio è diverso)
    Da questo punto di vista a volte noi genitori siamo ancora carenti… il bambino e poi il ragazzo è spesso considerato più OGGETTO dell’educazione genitoriale, che non SOGGETTO di dinamiche educative.

  12. Close The Door ha detto:

    Grazie della risposta, ciao 🙂

  13. Lilli ha detto:

    Morgaine le Fée hai capito benissimo, infatti, grazie 🙂

  14. IDA ha detto:

    Io il latte non ne avevo, un po’ alla prima settimana e poi dovevo integrarlo con quello in polvere. Questo ha permesso al padre dei miei figli, di essere presente fin dalla prima settimana di vita, allattando i figli artificialmente. La maledizione “biologica” della maternità, è talmente radicata nel profondo di ogni donna, che io entrai in competizione con lui. Mi sentivo violata di un qualcosa. Una madre incompleta.
    Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire tutto questo e l’importanza di tutto questo. Penso, che “culturalmente”, gli uomini, considerano importante solo quello che loro fanno. Se gli uomini cucinano, stirano, allattano, cambiano i pannolini, queste diventano attività importanti, se le stesse occupazioni le fanno solo le donne, verranno considerate meno importanti.. Coinvolgere gli uomini, nell’attività domestica, diventa importante per liberarci dai ruoli che ci sono stati imposti, che sono culturali e non biologici.. Prolungare l’allattamento al seno, non fa altro che escludere il padre dalla cura del figlio e fossilizzare il ruolo della madre. Questa è la mia opinione, rielaborata per quello che è stata la mia esperienza. Quando mi sono separata i figli erano già grandi, ma per loro non è cambiato di molto, ora hanno solo due genitori, che abitano trenta km. Uno dall’altra e non si parlano tra di loro, ma sanno di poter contare su tutti e due.. Il mio ex compagno, abita con la sua nuova compagna, che ha due figli adolescenti, anche perché lei è molto più giovane di me, gli uomini quando cambiano si scelgono le donne sempre più giovani, a parte questo, so che lui è molto più presente del padre naturale e conoscendolo, ci credo.

    • Sull’allattamento al seno, non so che dirvi. C’è chi sostiene che in termini di salute i benefici sono enormi, c’è chi dice che le cose non stanno così. C’è chi dice addirittura che è una tecnica per tenere imbrigliate le donne alla prole e impedire loro di emanciparsi: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/09/19/i-ruoli-davvero-ce-la-andiamo-a-cercare/
      Io credo che ogni donna dovrebbe fare quello che la fa sentire bene, senza starsi a porre troppi problemi sul benessere degli altri. Una madre infelice difficilmente sarà una buona madre: chiedere alla madre di “sacrificarsi” per i propri figli non può condurre a nulla di buono.
      Quello che ci dice la teoria dell’attaccamento è che fra il neonato e la figura di riferimento principale si crea un legame di tipo emotivo: Alla nascita il cervello del bambino non è del tutto formato e non è in grado di regolare autonomamente le proprie emozioni ed in particolare non è in grado di controllare il meccanismo di regolazione dello stress; l’attaccamento, ovvero quella particolare relazione che un bambino nei primi anni di vita stabilisce con un caregiver principale, è ciò che sopperisce a questa mancanza e contemporaneamente ciò che contribuisce allo sviluppo di un corretto meccanismo di regolazione delle emozioni e dello stress (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/06/17/la-tenera-eta-del-minore-e-la-questione-del-doppio-domicilio/).
      Se il neonato ha che fare con una figura di riferimento stressata e angosciata, che genere di legame di attaccamento potrà creare? Ovvio che finirà per assorbire le tensioni e le angosce di chi dovrebbe rassicurarlo. Un bambino con un legame di attaccamento disorganizzato sarà un adulto incapace di gestire le sue emozioni e incapace di relazionarsi con gli altri in modo costruttivo: questo ci dicono gli esperimenti condotti fino ad oggi.
      L’ultima ricerca in merito (non l’unica: l’ultima) è del 2012 e si intitola “Early Child Attachment Organization With Both Parents and Future Behavior Problems: From Infancy to Middle Chilhood”, di Grazyna Kochanska e Sanghag Kim (University of Iowa – Child Development, January/February 2013, Volume 84, Numero 1, pagg. 283-296).
      La ricerca ha esaminato dei nuclei familiari allo scopo di evidenziare il legame fra un sano attaccamento con una o entrambe le figure genitoriali e raccolto, nel corso dei primi 8 anni di vita dei bambini, i risultati che un legame sano o insicuro hanno sull’insorgere di problemi comportamentali; i dati raccolti hanno evidenziato che un sano legame con una figura genitoriale – sia essa il padre o la madre – non produce risultati migliori di un legame con entrambe le figure genitoriali, ma che i problemi comportamentali insorgono quando è mancante un legame sano con entrambi: ad un bambino, per stare bene, basta un solo genitore in grado di sintonizzarsi sui suoi bisogni emotivi e l’apparato riproduttore di quel genitore è irrilevante. Quello che è veramente importante è la qualità del rapporto che il bambino instaura con quel genitore (o quei genitori) nei primi mesi di vita, e il fatto che quel legame si mantenga solido nel corso dell’infanzia.
      Se un affido alternato genera stress e conflitti e i genitori non riescono, a causa dell’ansia, a sintonizzarsi sulle esigente emotive del minore, sebbene il bambino potrà godere di entrambi i genitori, non creerà un sano legame con nessuno dei due: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/02/08/ancora-i-colibri-il-vero-interesse-del-minore/. Rimanendo imbrigliato nel conflitto fra le figure genitoriali, costretto a subire le loro ansie, non potrà che stare male.

      • ivoavido ha detto:

        “Io credo che ogni donna dovrebbe fare quello che la fa sentire bene, senza starsi a porre troppi problemi sul benessere degli altri” cioè deve sbattersene del benessere del figlio

      • Come no, certo, è quello che intendo. E’ per quello che leggo e pubblico saggi sui bambini, l’obiettivo è fregarsene. Il mio commento era molto più complesso e articolato, ma naturalmente lei non lo ha letto, né compreso, perché altrimenti si sarebbe accorto che trattava delle scelte sull’allattamento.

        In una intervista Giovanni Bollea – celebre neuropsichiatra infantile – ha dichiarato: «… educare un figlio è un gesto di speranza ed amore, non può essere visto come un problema. Molti mi chiedono consigli pratici, ma non servono regole per amare! Cerchiamo d’essere umili e semplici, passeggiamo in un bosco con nostro figlio sforzandoci di ascoltarlo, guardiamolo negli occhi con animo pulito e vedremo tutto il suo mondo. L’importante è dare sempre valore alla sua parte positiva, aumentando la sua autostima. Fermo restando che i genitori trasmettono ai propri figli non quello che dicono, ma quello che sono».

      • ivoavido ha detto:

        naturalmente il mio commento è una provocazione per far capire che non è bello attribuire ad un’altra persona un pensiero che non ha mai espresso….”Ho appena cestinato un papiro di un signore che pretendeva di dimostrare che la violenza domestica contro le donne non esiste” con quel papiro volevo invece dimostrare che esiste anche la violenza domestica commessa da donne.
        Poi visto che nella frase successiva afferma di non aver neanche letto, mi chiedo come abbia fatto a capire ciò che intendevo dimostrare.

      • Nessuno ha mai negato che le donne possano commettere violenze, dentro o fuori casa. Ecco, il suo intervento era inutile, off topic, verboso e rientrava nelle argomentazioni conosciute come “Tu quoque”: e allora le donne? https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/01/03/tu-quoque/
        E’ una fallacia, un modo di ragionare che intende spostare la conversazione lontano dal fulcro del problema.
        Dal punto di vista dei numeri non c’è confronto: le donne che agiscono con violenza sono in numero nettamente inferiore agli uomini e non è certo un problema che ha a che fare con gli ormoni, i cromosomi o altri fattori biologici: è un problema culturale.
        Un problema culturale talmente radicato che ancora oggi ci sono persone convinte che la violenza agita all’interno della famiglia non sia un motivo sufficiente per escludere un genitore dalla vita dei propri figli.
        Lo si è spiegato così tanto che è veramente assurdo doverci tornare ogni giorno.
        L’argomento di questo post era questo: la Francia ha rigettato l’emendamento che prevedeva la residenza alternata obbligatoria per tutte le coppie separate e la Pas, perché le teorie intorno alla Pas sono prive di conforto scientifico, visto che si tratta di ipotesi mai verificate attraverso la ricerca, e perché la residenza alternata non è la soluzione perfetta per ogni famiglia e ogni bambino, come invece dimostrano le ricerche scientifiche condotte sul campo negli ultimi 10 anni.
        Viene da sé che la residenza alternata obbligatoria andrebbe a danneggiare anche quei bambini eventualmente vittime di violenza agita dalle madri.
        Creare il pregiudizio che esista una soluzione stardard che possa calzare a tutte le famiglie ha portato – nei paesi dove simili leggi sono state applicate – ad ignorare quei casi casi in cui il benessere del minore non coincide con la residenza alternata, a mettere in secondo piano la sicurezza e l’incolumità dei soggetti coinvolti a tutto vantaggio di personaggi violenti, con conseguenze anche gravi: la gente, di questi errori, ne muore.
        In Italia come all’estero, checché ne raccontino i siti dei “papà separati”, i Tribunali non dimostrano pregiudizi contro i padri né deliberano a vantaggio di madri indegne: quello che ci racconta la cronaca è proprio il contrario. La violenza contro donne e bambini è sottovalutata, mentre in massima considerazione è tenuto il diritto del genitore di “fruire” dei propri figli.
        Questo non significa che alcune famiglie non possano scegliere la residenza alternata, se tutti i membri sono soddisfatti e beneficano di un accordo di questo genere; ma è giusto che ogni famiglia venga trattata come un caso unico, con le sue peculiarità, che ogni famiglia venga ascoltata.
        Se qualcuno proponesse una legge che imponesse a tutti di insossare la medesima divisa – giustificandosi dicendo che sono capi di vestiario perfetti per qualsiasi essere umano – scommetto che un sacco di gente lo troverebbe assurdo.
        Altrettanto assurdo è presupporre che esista l’ “accordo perfetto” da ditribuire a tutti senza il minimo rispetto per gli individui.

      • Morgaine le Fée ha detto:

        Avendolo vissuto di persona, non sono d’accordo con chi sostiene che l’allattamento é un modo di imbrigliare la donna ai ruoli tradizionali. Ho allattato il primo fino ai tre anni, il secondo a due anni non fa cenno di voler smettere, eppure dopo il mio congedo a 6-7 mesi sono tornata al lavoro e il papá si é preso il suo, di congedo, di 6-7 mesi anche lui, quindi da questo punto di vista l’accudimento dei nostri figli é stata una faccenda assolutamente paritaria per noi come coppia. (qui in Svezia non é possibile avere i bambini al nido prima del compimento dell’anno d’etá).
        A me queste diatribe sulla maternitá e l’allattamento (pro come contro) sono sempre sembrate un modo come un altro per dire alle donne cosa devono fare, invece di pensare che ogni singolo caso familiare é a sé, visto che sono anche i bambini a decidere se vogliono continuare con la poppa o meno (ho conosciuto madri che avrebbero voluto continuare, tipo, fino ad un anno, ma i pargoli hanno perso interesse prima).

    • Paolo1984 ha detto:

      il fatto che solo una donna (assieme alle altre femmine dei mammiferi) possa partorire e allattare al seno non è “cultura” nè è necessariamente una maledizione, ci sono donne a cui piace e hanno il diritto di allattare al seno per sei mesi, per un anno o per due (in quel caso alternando con le pappe), come si sentono., chi non vuole o non può ha il diritto di ricorrere al latte artificiale. Latte materno o artificiale sono entrambe scelte legittime e nessuna va giudicata nè madre “snaturata” se usa il latte in polvere nè madre “talebana” se allatta al seno.
      E se una madre allatta al seno, non è che un padre è giustificato a non occuparsi del figlio, ogni coppia gestisce la situazione come vuole e come può ma ci vorrebbero dei congedi di paternità accanto a quelli di maternità (ma ai padri separati organizzati, tale battaglia non interessa).
      Per il resto noi siamo un mix di natura, cultura e storia ma ciò non ci rende eterodiretti, siamo capaci di decidere

      • Lilli ha detto:

        Bravo Paolo, non c’è niente di più “biologico”, naturale e fisiologico di una madre che allatta al seno i propri figli. Le sovrastrutture “culturali” che abbiamo sono ben altre 🙂

      • Paolo1984 ha detto:

        ma io ci tengo anche a sottolineare che una donna che non può o non vuole allattare al seno va anch’essa rispettata se sceglie il latte in polvere.
        Tendo a non porre l’accento nè sulla “natura” nè sulla “cultura” anche perchè credo non siano separabili specie negli esseri umani

      • IDA ha detto:

        Paolo, prima non avevo letto il tuo commento, ti rispondo ora: Io parlavo di “maledizione biologica della maternità” come categoria del patriarcato. secondo una teoria antropologica ottocentesca, che io non condivido, ma mi sembra che sia ritornata di moda. Questa teoria vuole che l’uomo sia cacciatore, e la donna per motivi biologici, la maternità, quindi l’allattamento, una lunga dipendenza del bambino le impedisce quella mobilità e indipendenza che gode l’uomo. Questa è una grossa sciocchezza, perchè giustifica solo l’assenza della donna alla caccia, ma non la subordinazione della donna al cacciatore. Anche perchè la biologia ci dice che cibo e continuazione della specie hanno la stessa importanza. Sul congedo di paternità sono d’accordo con te, anche perchè penso che il compito domestico deve essere suddiviso in parti uguali, oggi il compito domestico ha scarsa importanza perchè viene eseguito principalmente, dalle donne..

      • IDA ha detto:

        Lilli.. l’allattamento al seno lo può fare solo la madre, questo sono d’accordo, ma quello che dicevo io è che bisogna coinvolgere molto di più anche i padri, nel cambiare il pannolino, il bagno, portarli dal pediatra, per il vaccino.. e spesso capita, anche dove ci sono padri disponibili, noi mamme si cerca di monopolizzare troppo il rapporto con il bambino..

    • Una delle cose che intendevo, quando ho detto che l’allattamento al seno prolungato non fa bene al bambino, a livello emotivo. E neanche alla madre.

  15. IDA ha detto:

    Io ricordo che durante la prima gravidanza, comprai un monte di riviste e libri, Uno diceva una cosa, uno diceva l’esatto opposto, ma anche sui pasti, chi diceva ad orari precisi, chi no. Buttai via tutto e ci siamo affidati totalmente al pediatra e al buon senso. Quello che ho imparato, è che si sbaglia molto a fare i genitori, e credo che un buon genitore sia quello che sbaglia di meno.. piccolo esempio, mia figlia mi ha sempre chiamato per nome, mai mamma.. questo nella prima infanzia mi ha creato qualche problema, ma è stato utile nell’adolescenza, perchè lei si è sempre confidata molto con me, al contrario del maschio, che mi ha sempre chiamato mamma, dei suoi sentimenti e emozione non ne parla mai, nemmeno sotto tortura.

    • Sono d’accordo con te. Il genitore è quello che è a suo agio con se stesso e con i suoi figli, nel rispetto delle loro esigenze, ma anche nel rispetto delle proprie.

    • Paolo1984 ha detto:

      non è detto che il chiamarti mamma c’entri qualcosa con la sua riservatezza a confidarsi con un genitore, comunque capisco che vuoi dire

      • IDA ha detto:

        Paolo, vedi: una volta al colloquio con la maestra, mi chiese se Giulia era mia figlia.. io chiesi perchè, e mi rispose che sui temi non mi chiamava mai mamma, ma Ida, e io le risposi che mi ha sempre chiamato così, e non so perchè.. questo mi ha messo molto a disagio, perchè sono convinta che la maestra pensasse che io non avessi autorevolezza su mia figlia.. ma non era così.. lei oggi dice, che chiamarmi per nome, la faceva sentire importante, era l’ultima arrivata la più piccina… non sono una psicologa, quindi non so dare spiegazioni plausibili.. Sempre sulla scuola, una maestra si lamentava perchè mio figlio, era troppo introverso e timido, L’altra maestra mi diceva che mia figlia era troppo estroversa, polemica è un “maschio” usò questo termine. Le maestre,- e io mi stupivano anche perchè erano giovani- facenano una differenza d’identità di genere, il maschio deve essere estroverso e la femmina timida. per loro questo era un problema per me no..

      • Paolo1984 ha detto:

        anch’io ero introverso, nessuno mi ha mai chiamato “femmina” per questo ma vabbè quanto all’episodio dei temi..in effetti è inusuale che dei bambini si rivolgano ai genitori chiamandoli per nome, da qui le domande della maestra, presumo (ma ovviamente il fatto di chiamarli per nome piuttosto che l’usuale mamma e papà di per sè non ha ripercussioni sul rapporto genitori-figli come sai). Per il resto che dirti: l’importante è che i tuoi figli sono venuti su bene a prescindere dalle vedute delle loro maestre. Ciao

      • IDA ha detto:

        Mi correggo, per me erano un problema le maestre..

  16. Cinzia ha detto:

    Mi e vi chiedo se rileggendo tutti i nostri commenti, trovate anche voi una eccessiva tendenza al razionalismo (che non indica necessariamente razionalità).
    Trovo nei nostri dialoghi lo sforzo, devo ammettere ben riuscito, di non entrare mai nello specifico emotivo, di cui gli argomenti che trattiamo sono impastati.
    Dei sentimenti che ci pervadono quando si parla di relazioni degenerate, progetti di vita falliti, legami affettivi e funzioni educanti. Non solo non ne parliamo mai, ma lo releghiamo ad un aspetto marginale delle nostre argomentazioni.
    Gli unici sentimenti che sembra sia accettabile manifestare sono quelli di natura negativa.
    C’è uno sbilanciamento enorme tra la quantità di rabbia, rancore. rimprovero, disprezzo che ci concediamo di esternare e rivolgere al prossimo (singolo o categoria), e l’esigua dose di fiducia. ascolto. rispetto e stima che manifestiamo normalmente.
    Ma perché?
    Perché nel nostro dialogare non rientra mai il ” come mi sento ” “come mi fà sentire questa situazione”? Se non ci interroghiamo mai sui nostri sentimenti ed emozioni, come potremo arrivare a chiederci “come si sente” “come lo/la fa sentire questa situazione”?
    Come potremo essere capaci di usare uno dei più formidabili strumenti di relazione con l’ALTRO, ch’é l’EMPATIA?
    Perché esiste in noi questa urgenza di trovare un capro espiatorio ai problemi del vivere, con uno spreco immotivato di energie emotive, che impiegate per trovare soluzioni (non ideologiche ovviamente) produrrebbero meno dolore?
    Lo chiedo, perché al di là di tutte le nostre teorie e opinioni personali i figli imparano non dalle nostre chiacchiere ( che spesso usiamo come stampelle alle nostre fragilità), ma dal nostro esempio… e mi chiedo se questa mentalità che predilige un approccio aggressivo e il meno affettivo possibile, non sia la reale causa del nostro non riuscire a trovare mai un accordo.

    Un mio familiare è avvocato, da sempre sostiene che il successo sociale e economico della categoria (e quello del numero di avvocati è un primato italiano), si fonda sul pregiudizio che la ragione sia di chi vince: sia di chi è così bravo, forte e furbo da prevalere in tutto sull’altro; mentre i legali sanno che i veri vincenti (non solo in campo giuridico) sono coloro capaci di condurre una mediazione proficua, che sfoci in un accordo conveniente a tutti gli attori in conflitto. Non dilungandomi poi sul particolare di quante categorie sfami ed arricchisca questa conflitto, che viene spesso artificialmente alimentato,
    MI e Vi chiedo, non è che questa mentalità del conflitto permanente che usiamo per rappresentarci come individui capaci e forti, ci stia letteralmente fagocitando in una forma di immaturità sociale?

    • Close The Door ha detto:

      Premesso che questa mi è sembrata comunque una discussione bella e civile su argomenti delicati (sono da anni una frequentatrice di forum e blog e ho presente thread molto molto più accesi), sono d’accordo con te, personalmente sto provando in questi ultimi mesi a comunicare le emozioni che provo di fronte a una certa situazione e il vissuto che probabilmente sta alla base di queste emozioni, ma mi sorprende scontrarmi con una risposta – che era la mia fino a qualche mese fa eh!, non è che voglio vantarmi di qualcosa – del tenore ”non stiamo parlando dei casi particolari”.
      Immagino che questo approccio generalizzante, e necessariamente stereotipante, ci derivi dalla scuola, per cui preferiamo fare discussioni generali in cui inevitabilmente in filigrana si trovano i nostri vissuti personali, ma nessuno lo dice, così che i vissuti entrano in conflitto perché ognuno li considera più veri di quelli dell’altro.
      Una commentatrice di un altro blog ipotizzava che tutto è nato dalla divisione ragione/sentimento operata da Cartesio e poi dall’esaltazione della Ragione nell’Illuminismo, che ha fatto sì che la nostra parte emotiva si sia come rinselvatichita. Non so se le cose stanno proprio così ma lo trovo un’ipotesi affascinante.

  17. Cinzia ha detto:

    Grazie per la risposta.
    Sono d’accordo Close The Door che Ricciocorno sia riuscita a creare un clima particolarmente confortevole in cui confrontarsi, senza mai scadere nel becero, con argomenti delicati che riguardano la profondità delle persone:
    La mia riflessione è nata dalla sensazione di autocensura che sembriamo imporci riguardo al nostro sentire affettivo:
    Trovo giusta anche la tua osservazione che ” Così i vissuti entrano in conflitto, perchè ognuno li considera più veri di quelli dell’altro” ed è forse proprio questo il nocciolo di quello che mi è parso di cogliere… e cioè che è come se fossimo mentalmente addestrati al conflitto e non fossimo capaci di concepire altre forme di relazioni.
    Il conflitto nasce o da contrapposizione o da competizione, ma la specie umana, a differenza di molte altre, si è evoluta sulla cooperazione, solidarietà e interdipendenza tra gli individui:
    questo animale senza artigli o zanne, che non corre veloce, che non è particolarmente forte, che nasce immaturo ed ha bisogno di una lunghissima infanzia, che è l’essere umano, non avrebbe mai scalato la catena alimentare da preda a cacciatore primario, se non avesse sviluppato queste caratteristiche, di cui l’empatia è il vertice più alto e raffinato.
    L’empatia ci è fisiologicamente necessaria per essere individui completi, attivamente collegati alla rete di relazioni quotidiane, di cui la nostra vita emotiva ed affettiva (e concreta) si nutre.
    Se perdiamo la campacità di empatia, si strappa la rete di relazioni che ci supporta, l’idividualità diventa individualismo, restiamo isolati e la sensazione di uno contro tutti si impadronisce di noi, risucchiandoci in un vortice di fragilità e aggressività. che diviene reale involuzione sociale.
    Mi chiedo quindi come sia possibile il costruire (o ricostruire) una mentalità del confronto e della cooperazione, che superi quella del conflitto e della competizione?
    Non è nemmeno un argomento collaterale alle questioni di genere.
    Alla luce dell’ineterdipendenza e del cooperativismo specie/specifico umano, anche la COMPLEMENTARIETA’ uomo//donna assume una valenza diversa da quella preconizzata dal conflitto (e dal patriarcato).

    • Close The Door ha detto:

      Penso che in parte questo sia dovuto al ”frame” in cui ci si muove, i blog che parlano di politica sono generalmente più propensi al conflitto mentre i blog che parlano di bambini sono meno conflittuali – o almeno ci provano, perché le tifoserie sono molto accese anche lì, appunto per la ragione che dicevo più su, la questione classica è “mamma a casa vs nonni vs asilo nido”, dove ciascuno inevitabilmente attribuisce a ogni scelta significati particolari a seconda dei suoi ricordi.
      Nel caso di questo post sono stata polemica anche io, ma devo dire che mi mancava la premessa, cioè avevo sentito parlare dei movimenti dei padri separati ma non ne conoscevo alcune sfaccettature, immagino che saranno realtà diverse e a volte in contrapposizione come accade ai vari femminismi.

    • IDA ha detto:

      Grazie Cinzia.. Sono d’accordo sul secondo intervento, che l’evoluzione si è formata sulla collaborazione e non sulla competizione. Sull’autocensura del nostro sentire, non so a cosa ti riferisci in particolare nel dibattito che abbiamo sostenuto…ma forse mi sfugge qualcosa….o forse mi sfugge il vero punto del dibattito.. Sulla maternità, per me è una cosa molto lontana, e sinceramente ricordo poco, delle emozioni o dei sentimenti, ricordo che quando sono nati, mi sembravano brutti, con la testa allungata, e mi chiedevo se tutti li vedevano brutti come li vedevo io. E se era normale avere quei sentimenti..

  18. Cinzia ha detto:

    In effetti Ida la mia è più una sensazione che avevo voglia di condividere.
    Quando comunichiamo abbiamo due opzioni : scegliere un linguaggio razionale, oppure emotivo.
    Se dobbiamo divulgare informazioni è più efficace il primo, se dobbiamo scambiarci pareri e opinioni è più adeguato il secondo.
    Infatti il nostro Ricciocorno nei suoi post usa correttamente il primo,supportato con le necessarie pezze d’appoggio; ma quando noi commentiamo. utiliziamo la comunicazione emotiva quasi esclusivamente come un’arma di difesa e dissenso.
    Ho avuto come l’impressione che siamo completamente analfabeti quando si tratta di dare forma ad comuicazione emotiva costruttiva e collaborante…
    la domanda che mi pongo è: “siamo veramente capaci di sintonizzarci attivamente con chi comunica con noi, o ci siamo fatti completamente travolgere dal bisogno di autoaffermazione?”
    Perché se il contesto generale è questo, anche i rapporti di genere non potranno certo migliorare, e a pagare saranno tutti i figli che crescono in questo brodo mentale.

  19. Cinzia ha detto:

    ma allora ci rassegnamo ? :/

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