Misoginia nel web: Sgarbi e i Drughi

Mi segnalano questo video, “Arancia Mediatica“.

Ed io lo segnalo a voi, perché se non avete letto il romanzo di Anthony Burgess “A Clockwork Orange” (letteralmente “arancia ad orologeria”), sono certa che a tutti voi è familiare il volto di Malcom McDowell nel ruolo di Alex, il protagonista del pluripremiato film di Stanley Kubrick.

Il mio intento è rendere giustizia al romanzo di Burgess, associato in questo video agli sproloqui sessisti di Vittorio Sgarbi.

arancia-meccanica

Quello che molti non sanno è che l’autore del romanzo, deceduto nel 1993, a proposito della notorietà che il film aveva procurato al suo romanzo distopico, dichiarò: “It became known as the raw material for a film which seemed to glorify sex and violence. The film made it easy for readers of the book to misunderstand what it was about, and the misunderstanding will pursue me till I die.” (Tutti lo conoscono come la materia prima per un film che sembra glorificare sesso e violenza. Il film ha reso facile per i lettori del libro di fraintendere di cosa si trattava, e l’equivoco mi perseguiterà fino alla morte).

Burgess non amava il film di Kubrick. Del suo romanzo ci racconta:

Sentii per la prima volta pronunciare l’espressione “sballato come un’arancia a orologeria” in un pub londinese, prima della Seconda guerra mondiale. Si trattava di un’espressione tipica del vecchio  slang Cockney, in allusione a una stranezza o anormalità così estrema da sovvertire la natura, giacché quale altra idea più bizzarra può  esserci di quella di un’arancia con meccanismo a orologeria? L’immagine mi piacque per il fatto di non essere soltanto qualcosa di fantastico, ma anche perché implicava qualcosa di oscuramente significativo, di surreale, e a uno stesso tempo di  reale,  in senso osceno. Il connubio forzoso di un organismo – una cosa vivente, che cresce, è dolce e  succosa – e di un meccanismo,  un manufatto freddo e inerte,  poteva essere soltanto un’idea da incubo? Ho scoperto quanta risonanza potesse avere una tale immagine per la realtà del Ventesimo secolo nel 1961, quando iniziai a scrivere un romanzo su come porre rimedio alla delinquenza giovanile. Avevo letto da qualche parte che utile e proficua poteva essere l’idea di eliminare del tutto  l’impulso a delinquere tramite la terapia dell’avversione e ne ero rimasto turbato. Iniziai a elaborare le implicazioni di questa teoria in una breve opera di fiction. Il titolo –  Arancia meccanica – era lì, già pronto per congiungersi al libro. Era l’unico titolo possibile.

La “terapia dell’avversione” è un trattamento che consiste nell’associare uno stimolo a qualche forma di disagio: per chiarire il concetto con un esempio pratico, è “terapia dell’avversione” collocare sostenze disgustose sulla punta delle dita per togliere a qualcuno il vizio di mangiarsi le unghie.

Della “terapia dell’avversione” si sono serviti in modo estremamente crudele (e si servono ancora oggi) molti professionisti intenzionati a “curare” l’omosessualità.

Negli anni ’70, ad esempio, lo psichiatra inglese Philip Feldmann propose l’elettroshock con queste modalità: “Si proietta una diapositiva di un uomo nudo visto di spalle davanti ad un omosessuale. Se questi indugia più di otto secondi ad ammirarla riceve una scossa, un piccolo choc, attraverso gli elettrodi applicati ai polpastrelli. Poi la diapositiva dell’uomo scompare sostituita da quella di una bella donna anch’essa nuda. In questo caso l’omosessuale non riceva alcuna scossa.

Nel 1999, l’APA, American Psychiatric Association, dichiarò che “non esiste alcuna evidenza che le cosidette terapie riparative abbiano efficacia nel convertire un orientamento sessuale in un altro”.  La dichiarazione sottolineava i rischi potenziali di simili terapie riparative: “depressione, ansia, e comportamento autodistruttivo”.

Sebbene a questa prima dichiarazione ufficiale ne siano seguite molte altre  (dell’Associazione Nazionale americana degli Assistenti Sociali nel 2000, oppure del Royal College of Psychiatrists nel 2009…) sono ancora parecchi gli psichiatri e gli psicologi che si affidano a pratiche definite dalla comunità medica “dannose per l’individuo”.

L’intento di Anthony Burgess, nel raccontare la storia del crudele Alex e dei suoi amici Drughi che passano le serate fra stupri e sevizie, era condannare la popolarità che in quel periodo – scrisse il libro nel 1962 – godeva il concetto di “manipolazione mentale a fin di bene”: la morale di Arancia Meccanica è che il lavaggio del cervello è sempre sbagliato, anche quando nel proporlo ci sentiamo animati dai migliori propositi.

E le terapie riparative elaborate nel decennio successivo per redimere gli omosessuali hanno confermato quelli che erano i suoi timori.

Per lanciare questo messaggio lo scrittore decide di proporre un personaggio estremo: “Quello che cercavo di esprimere è che è meglio essere malvagi per propria scelta che essere buoni grazie a un lavaggio scientifico del cervello. Quando Alex ha il potere di scegliere, sceglie soltanto la violenza (…) Nell’edizione britannica del libro  –  non in quella americana e neppure nel film  –  c’è un epilogo nel quale si vede Alex crescere, imparare a provare disgusto per il suo vecchio modo di vivere, pensare all’amore come a qualcosa di più di un gesto violento e arrivare a immaginarsi un giorno marito e padre. La strada, quindi, è sempre stata aperta: alla fine è lui a scegliere di  imboccarla. È stato un’arancia molto aspra e amara. Adesso si riempie di qualcosa di paragonabile a una dignitosa dolcezza umana.”

Sempre nel medesimo articolo, Burgess ci spiega la sua idea di “bene” e “male”: “Il male è sempre male, e potrebbe essere concepito forse come qualcosa di fondamentalmente distruttivo, una negazione voluta e deliberata della vita organica. È sempre male ammazzare un altro essere umano… Si potrebbe applicare il principio del male ad ambiti comportamentali nei quali la distruzione della vita non è intenzionale. È sbagliato spacciare droga tra i  bambini, ma pochi negherebbero che ciò è anche male: la capacità di autodeterminazione di un essere vivente ne uscirebbe compromessa. Mutilare è male. Gli atti di aggressione sono male, anche se tendiamo a trovare qualche scusante nello spirito ardente di vendetta (che è una sorta di giustizia selvaggia, diceva Francis Bacon) o nel desiderio di proteggere il prossimo da atti di violenza presunti anche se non sempre portati a termine. Tutti noi abbiamo nel nostro immaginario o tra i nostri ricordi qualche immagine del male dal quale è esente qualsiasi giustificazione seppure piccola – quattro giovanotti sghignazzanti che si accaniscono a torturare un animale, una gang di stupratori, i vandali a sangue freddo. E da ciò pare conseguire che condizionare con la  forza una mente – a prescindere da quanto sia buona l’intenzione sociale – debba essere male.

La via per l’Inferno (credo lo disse Samuel Johnson) è lastricata di buone intenzioni: non si può predicare il rispetto dell’essere umano e al contempo violarlo con pratiche che riducono la persona ad una macchina che si può “resettare” come fosse un orologio.

E su questo, Burgess mi trova completamente d’accordo.

Il finale – che nel film di Kubrick non c’è – ci racconta un aspetto di Burgess che immagino molti ignorino: il suo ottimismo. Alex, alla fine, sceglie autonomamente di ripudiare la violenza.

La violenza è più che “sbagliata”: è un “male”, cioè un qualcosa che non si può giustificare neanche quando a monte c’è la buona fede di chi la agisce. Non era proprio intenzione dello scrittore sostenere che il “male” non possa in alcun modo smettere di far parte della vita di un essere umano, anzi, ognuno di noi, secondo Burgess, dovrebbe impegnarsi a diffondere la non-violenza, in primis le istituzioni, che proprio per questa ragione dovrebbero bandire ogni forma violenta di repressione della violenza.

Ma torniamo al video dal quale siamo partiti, quell’ “Arancia Mediatica” che giustappone Vittorio Sgarbi ad “Arancia Meccanica”.

Nel video Sgarbi, con la pacatezza che lo contraddistingue, si affanna a negare l’entità del fenomeno della violenza di genere.

Non nega l’esistenza del fenomeno, ma si sofferma sui numeri riportati dagli altri ospiti del programma.

Nel video compare una scritta in sovraimpressione: “quello che si dice della violenza sulle donne non è vero” e poi si sente la voce di Sgarbi che dice: “allora il mondo è pieno di gente cattiva!

Ci sono delle donne che subiscono violenza, ce ne sono ogni giorno; ieri, 11 febbraio:

L’ha presa a pugni e schiaffi nel centro di Chiavari

Picchia la moglie. Arrestato pregiudicato a Montecorvino Rovella

Picchia la moglie incinta di 5 mesi a Taranto

Picchia la moglie davanti ai figli a Bologna

Sono 4? Sono 8? Sono 16, 32, 120 le donne picchiate, stuprate o uccise? Ha davvero così tanta importanza conoscere il numero esatto?

Quello che si dice della violenza sulle donne è che esiste; non sono i numeri che dovrebbero interessarci, ma le persone, e mettersi a contarle è solo un modo di cambiare discorso: hai contato male, non ti vergogni? Se conti male – e sbagli – non puoi lamentarti di chi sbaglia e picchia, stupra o uccide…

Quello che non si dice della violenza sulle donne è che “il mondo è pieno di gente cattiva“: condannare chi agisce la violenza non significa stabilire che “tutto il mondo” è cattivo e violento.

Quello che si dice della violenza sulle donne è che alla radice del fenomeno c’è il disprezzo della donna, il medesimo disprezzo che dimostra Sgarbi alla signora in studio con lui, quando afferma, allo scopo di umiliarla per metterla a tacere: “Il mio lo toccano, il suo (corpo) non lo vuole toccare nessuno!“.

Quello che si dice della violenza di genere è che zittire una donna, ricordandole che l’unica cosa che le dà il diritto di esistere (e quindi di parlare… forse) è l’essere attraente agli occhi di un uomo (e quindi stuprabile?), contribuisce ad alimentare la cultura della violenza contro le donne.

Quello che non si propone, per risolvere il problema della violenza di genere, è la “terapia dell’avversione”, come invece suggerisce il finale del video.

La Convenzione di Instabul non ha nulla a che vedere col lavaggio del cervello. Potete leggerla, seguendo il link.

Quello che propongo io, a chi ha montato questo video, è di andare in libreria a comprare il libro di Anthony Burgess.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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13 risposte a Misoginia nel web: Sgarbi e i Drughi

  1. Paolo1984 ha detto:

    Burgess non è il primo scrittore deluso dalla trasposizione cinematografica di un suo libro, con tutto il rispetto bisognerebbe capire che film e romanzo sono forme d’arte diverse e a maggior ragione quando si ha a che fare con un Autore come Kubrick ci si deve aspettare che voglia fare il “suo” film.. Il film di Kubrick resta un capolavoro e no, non “glorifica” la violenza ma riflette non solo sul libero arbitrio e sull’essere malvagi per scelta e “buoni” per costrizione, ma su quanta differenza ci può essere tra violenza del singolo e quella dello Stato (Alex viene pestato dai suoi ex compari ora diventati poliziotti e a causa del lavaggio del cervello non riesce a difendersi, il finale del film lascia intuire che lo stesso Alex verrà cooptato dallo Stato a fini di propaganda).
    Jubrick era un moralista (nel senso nobile del termine) profondamente pessimista sugli esseri umani perciò il finale in cui Alex ripudia la violenza non poteva esserci (e secondo me Kubrick ha fatto bene).
    Quanto alla nonviolenza bè io onestamente non ci credo. Per me la violenza quando ci si deve difendere da altra violenza è legittima e anche il desiderio di vendetta, a certe condizioni, è umanamente comprensibile. L’umano è fatto anche di lati oscuri

    • Una cosa è “comprendere”, una cosa è “giustificare”, un’altra ancora è “legittimare”.

      Burgess, con questo romanzo, si è posto delle domande importanti (cito ancora dall’articolo): “La libertà di scelta è davvero così importante? E, a questo proposito, l’uomo è davvero capace di scegliere? E ancora: la parola libertà significa qualcosa di preciso? Queste sono le domande che devo formulare e alle quali devo cercare di rispondere.”
      Sostenere che “abbiamo un lato oscuro”, significa che siamo obbligati a conviverci e che non possiamo che cedere all’impulso di fare del male – oppure siamo liberi di scegliere di opporci alle pulsioni distruttive che provengono da esso? Il personaggio di Alex ci dice che, come siamo liberi di scegliere la violenza, siamo altrettanto liberi di rinunciarci. E quando ci rinunciamo, lasciamo spazio alla libertà altrui.

      Quando si condanna l’uomo violento, lo si condanna proprio perché la sua è stata una scelta: se presupponessimo che violenza è intrinseca all’uomo, che un uomo non può fare a meno di essere violento (e di conseguenza “tutti gli uomini sono violenti”, ergo “viviamo in un mondo di gente cattiva”), non avrebbe nessun senso condannarlo.

      • Paolo1984 ha detto:

        per me significa che dobbiamo conviverci e imparare a gestirlo e incanalarlo per evitare che diventi distruttivo

    • Medea Dahmer ha detto:

      Sono d’accordo…ricordo che il libro mi aveva deluso proprio per il finale, a mio parere, fin troppo ottimista: certo, come si può scegliere il male si può anche rigettarlo, ma è anche vero che molto spesso ciò non avviene. Non sempre la violenza deriva da mancanza di consapevolezza di sè, come sembra essere nel libro, a volte è una scelta pienamente consapevole, come nel film… E credo anch’io che la violenza, in una certa misura, sia inevitabile e umana. Forse riusciremo ad eliminare la violenza “di genere”, che è frutto della cultura, ma non la violenza “in genere”, come tendenza

      • Non so se “scegliere” equivalga ad essere pienamente consapevoli delle proprie scelte… ma se ci rifletto, la violenza, intesa come un comportamento distruttivo e crudele analogo a quello del protagonista del romanzo e del film, non ha nulla di razionale, di ragionato. Che ragione può darsi? Pensare potrebbe essere una delle vie per eliminare quel tipo di violenza…

      • Paolo ha detto:

        sicuramente fare una scelta vuol dire o dovrebbe voler dire esserne responsabili

      • “responsabile” non significa necessariamente “consapevole”, soprattutto se consideriamo l’accezione giuridica del termine “responsabile”, che ha più a che fare con il concetto di “colpa”… Comportarsi in modo responsabile significa prendere coscienza delle possibili conseguenze delle proprie azioni: sono responsabile delle mie azioni perché sono consapevole di essere libero di scegliere, perché di fronte ad una alternativa prendo da solo una decisione, assumendo un rischio. Assumersi una responsabilità significa ammettere di aver fatto una scelta in piena libertà. Che significa essere consapevoli invece? Non è un superficiale essere informati, né un semplice “sapere”… La consapevolezza a livello animale è intesa come la percezione e la reazione cognitiva dell’individuo al verificarsi di una certa condizione o di un evento. Per un animale la consapevolezza non implica necessariamente la comprensione.La consapevolezza fornisce la base su cui gli animali possono sviluppare delle idee soggettive circa la loro esperienza. Ma l’uomo è andato oltre… L’uomo non si è fermato al “conoscere”, si sforza di comprendere, di darsi una spiegazione degli eventi e delle situazioni…

  2. alessiox1 ha detto:

    Sugli insulti, allora si può augurare al povero Bersani tramite facebook cose brutte come è successo quando è stato ricoverato, è nessuno dice niente si possono fare battute sulle saponette se un politico rischia la prigione se però si insulta una donna succede il caso mediatico, che poi sono prima le donne ad insultarsi fra di loro con termini sessisti,e la violenza c’è sempre stata e sempre ci sara l’unica cosa che si può fare a fare in modo che i colpevoli paghino con la giustizia e vengono rieducati, e che se una donna che denuncia alle forze del ordine intervengano tempestivamente prima che sia troppo tardi.

    • “Il caso mediatico” c’è stato anche per Bersani. Non si può insultare nessuno, o meglio: non si dovrebbe.
      “La violenza c’è sempre stata”: quindi? La violenza va bene? La dobbiamo tollerare? Non bisogna colpevolizzare i violenti? Non credo proprio.

      Ho parlato di un video che sostiene che chi parla di violenza sulle donne mente, che il fenomeno della violenza di genere non esiste: non ho mai scritto che nessun uomo subisce mai violenza, non sono certo io che nego l’esistenza della violenza.

      • alessiox1 ha detto:

        La violenza purtroppo ci sarà sempre, è lo stesso motivo per cui ci sono le carceri i giudizi e le forze del ordine in tutti i paesi , si può cercare di ridurla tutto al più, io non contesto che esiste la violenza sulle donne, non sono convinto da alcune idee femministe per ridurle.

      • Fra le proposte “femministe”, ti assicuro, non è mai comparsa la “terapia dell’avversione”.

  3. paolam ha detto:

    Cara Ricciocorno, la massa maleodorante di mistificazioni alla Sgarbi & Co viene riversata sul popolo italiano (volevo dire telespettatrici e telespettatori) da agenzie della comunicazione strapotenti. Tu e poche/i altre/i vi adoperate a ragionare, partendo dai dati di fatto ed usando la logica, attraverso uno mezzo di comunicazione che richiede una complicata serie di passaggi individuali e per scegliere la propria fonte.

  4. Namy ha detto:

    Oh finalmente qualcuno che ha reso giustizia al mio libro preferito.

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