Anche io sono un cane!

Domenica al cinema. Un cinema pieno pieno di bimbi. Che hanno gradito, e molto.

E anche io.

La Dreamworks recupera un vecchio cartone degli anni ’60, L’improbabile storia di Peabody, e in momento storico in cui di famiglie tradizionali e non tradizionali si discute molto, ci propone un rapporto genitore-figlio che meno “tradizionale” non si può, perché il papà è un cane.

Un cane intelligentissimo, che ha vinto un premio Nobel e costruito una macchina del tempo, che eccelle nella scherma oltre che in svariati altri sport, che cucina meglio di Gordon Ramsay… ma pur sempre un cane, e quindi, necessarimente, un genitore inadeguato, come rimarca la perfida Mrs Grunion.

Mrs GrunionIl villain di questa storia è infatti una pingue e tutta rosa assistente sociale, che lavora per l’Ufficio per la Sicurezza e la Protezione dei Bambini.

La minaccia che incombe sul piccolo eroe di sette anni è l’incubo che molti bambini in carne ed ossa vivono e molti altri rischiano nella civile società contemporanea: quello di essere strappato alla sua famiglia da un rappresentante dello Stato.

Sulle note di “Beautiful boy” di John Lennon, il film ci racconta che Mr Peabody, in un giorno di pioggia, ha trovato un neonato in uno scatolone di cartone abbandonato in vicolo buio, con appuntato sul petto un cartoncino col suo nome: Sherman. In quel momento decide che vuole donare a quella creaturina indifesa quello che lui non ha mai avuto: il calore di una famiglia.

“Quanto potrà essere difficile prendersi cura di un bambino!”, dice Mr Peabody al Giudice che decide per l’affidamento. E infatti tutto sembra procedere per il meglio, finché il piccolo Sherman non si trova ad affrontare il mondo esterno: il primo giorno di scuola è subito bullismo. Sherman è diverso, perché suo padre è un cane, e per questo viene invitato a mangiare il suo pranzo dal pavimento. Umiliato, Sherman reagisce.

Prendersi cura di un bambino è difficile: lo è se sei una mamma, lo è se sei un papà, lo è se se sei un genitore adottivo. E’ difficile anche per un premio Nobel. Non esiste il manuale del genitore perfetto, perché ogni figlio è unico nel suo genere e quello che ogni genitore dovrebbe saper fare è imparare ogni giorno da suo figlio come essere il genitore migliore possibile per lui.

Mr Peabody e Sherman affrontano e gestiscono a meraviglia, nel corso del film, la famiglia diffidente della bulla Penny e la bulla Penny, la tomba egizia piena di trappole alla Indiana Jones, la furia del Faraone-bambino viziato Tutankhamon,  i tumulti della Francia rivoluzionaria, la sete di sangue degli Achei alle porte di Troia, persino le reciproche incomprensioni (ma chi non ha problemi in famiglia? – ci suggerisce Agamennone – siete mai stati a cena da Edipo?)…

Solo contro Mrs Grunion e i suoi pregiudizi l’ingegno di Mr Peabody non può nulla: un bambino non può avere un cane come padre, non importa se il suo curriculum farebbe impallidire il più geniale dei bipedi, non importa quanto sollecito e responsabile possa dimostrarsi nell’accudire il suo cucciolo, non importa che Sherman lo ami e sia felice e voglia rimanere col suo papà. Peabody è un cane, un essere inferiore, e quindi non può avere una famiglia come un essere umano “normale”.

Non so se la morale di questo film sia che dobbiamo creare un enorme wormhole in grado di risucchiare nell’antica Grecia tutti quegli ottusi che non riescono a riconoscere un rapporto sano genitore-figlio quando si realizza al di fuori dello schema “sacra famiglia”. (Mi scuso per lo spoiler)

Spero di no.

Questa è una famiglia:

Mr PeabodyCi sono tante famiglie:

family

I cartoni lo sanno. I cani pure.

Non sosteniamo di essere una delle specie più intelligenti di questo pianeta?

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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6 risposte a Anche io sono un cane!

  1. Adriano ha detto:

    Adesso m’è venuta voglia di vedere il film 😀 il senso del film si capisce già dal trailer in ogni caso.

    Comunque per quanto riguarda la questione del togliere i bambini alle famiglie va detto che per quanto gli assistenti sociali siano dipinti come demoni che si infilano nell’armonia familiare, spesso è l’unico modo di togliere i bambini da situazioni di violenza, abusi e quant’altro. Che sicuramente vengano fatti degli errori è indubbio, ma insomma, il fatto che ci sia la possibilità di “sottrarre” i bambini alle situazioni drammatiche e ricollocarli in una famiglia che possa essere amorevole la trovo una cosa positiva, qualunque trauma che possa derivare dal lasciare la famiglia “problematica” sarà sicuramente inferiore a quello del rimanerci per sempre.

    • Gli assistenti sociali sono persone: ci sono le brave persone, quelle che fanno con coscienza il loro lavoro, e ci sono le persone che lo fanno male, sulla base di presupposti sbagliati. Come in questo orribile caso, che ci è valso una condanna internazionale
      http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2014/03/20/news/bimbo-in-adozione-condannata-l-italia-1.8887551
      L’intento, ovviamente, non è quello di stigmatizzare una categoria, bensì segnalare un problema.

      • winola ha detto:

        Da (quasi) assistente sociale (sono studentessa dell’ultimo anno del corso di laurea, ma ho lavorato nel sociale per qualche anno come volontaria prima di decidere di renderla la mia professione) posso dire che il problema della sottrazione dei minori esiste e che solo ora si sta iniziando a sensibilizzare le nuove generazioni di assistenti sociali (ovvero noi studenti) su questa cosa. Togliere il minore alla famiglia non è sempre la soluzione migliore, lo è solo in rari e gravissimi casi. Ci sono vari livelli di famiglie problematiche, sono stati studiati appostiti criteri di valutazione della problematicità in relazione alle conseguenze che può avere sul minore e nella maggior parte dei casi si può fare un lavoro con il/i genitore/i in modo che il minore non venga allontanato (lavoro che viene fatto anche a domicilio) dai suoi affetti. Parlo ovviamente di famiglia in cui non ci sono abusi o violenza, in cui i genitori collaborano nell’interesse del minore, ma hanno problemi propri (povertà, poca capacità di relazionarsi correttamente con i figli o tra loro eccetera) che rendono difficile occuparsi nel modo migliore del bambino. In casi di sospetto abuso/violenza, poi, non va allontanto il bambino, ma il genitore violento/abusante (abusi e violenze non sono generici problemi relazionali, sono reati contro la persona e come tali vanno trattati). Solo nel caso in cui entrambe i genitori siano abusanti/violenti, abbiano entrmbe seri problemi di droga/alcolismo/altra dipendenza (e qui vanno aiutati anche i genitori, dopo aver provveduto al minore, in modo che risolvano il problema e intendo alla radice, non basta la disintossicazione, la recidiva senza adeguato supporto psicologico è altissima) o siano trascuranti (ovvero nessuno dei due si prende cura dei figli, ma perchè non gliene frega niente, non perché ci provano in ogni modo, ma da soli non ce la fanno, in questo secondo caso va supportata la famiglia) va allontato il minore e prima di affidarlo ad una comunità/casa famiglia si deve verificare che non ci siano parenti o anche amici di famiglia (vedi il caso della bambina di Bologna che ha fatto scalpore perché affidata ad una coppia omosessuale, l’ho seguito un pochino ed è stata la stessa madre che, non essendo in grado di occuparsi adeguatamente della figlia, ha chiesto venisse affidata a questa coppia che già la stava aiutando e sostenendo nell’accudire la bambina, richiesta ovviamente accolta da giudice dopo aver verificato che la coppia fosse idonea) che possano prenderlo in affido (ovvero va verificato se ci sono persone che già sono figure di riferimento per il minore stesso e nel caso ci fossero non ne va allontanto perché la stabilità è molto importante per un sano sviluppo).
        Anche parlare di bigenitorialità e allontantanare minori sani e felici dal genitore affidatario in nome di questo principio è un gravissimo errore, è provato che un bambino non ha necessariamente bisogno di entrambe i genitori e che conta la qualità del rapporto e non la quantità (insomma, se ha le cure adeguate cresce sano, sia con un genitore, che con due, che con quattro e indipendemente dal sesso dei suddetti genitori). Il bene del minore viene prima dell’interesse dei genitori, sempre e comunque. Tra l’altro, bigenitorialità è proprio sbagliato come termine, perché presuppone due genitori divisi che si spartiscono il figlio, il termine corretto è cogenitorialità, che sta ad indicare genitori (anche più di due, ad esempio nelle famiglie allargate) che insieme si curano del figlio. Stabilire uno standard adatto ad ogni famiglia, poi, è assurdo: non esiste la famiglia, esistono le famiglie e ognuna è diversa e va valutata singolarmente (dal primo giorno di corso ci ripetono che ogni caso è unico e come tale va valutato e credo sia un principio che andrebbe tenuto bene a mente, mentre pare che cert* collegh* l’abbiano scordato).
        Insomma, forse sono stata fortunata nell’avere professori attenti e competenti, informati sugli sviluppi della varie scienze sociali e sulle ultime ricerche (per dire, parte del programma d’esame di sociologia della famiglia era il report “Mamme nella crisi”, in modo che potessimo applicare le teorie studiate alla situazione attuale), ma mi chiedo spesso, leggendo certe notizie sul giornali, come possano certi colleghi non agire nell’interesse del minore, ma andar dietro alle richieste assurde dei genitori. Come fanno a non accorgersi che strappare un bambino felice, sano e ben accudito a sua madre o a suo padre per metterlo in casa famiglia è sbagliato? Non fanno corsi di aggiornamento (eppure, per rimanere iscritti all’ordine degli assistenti sociali, è obbligatorio acquisire un tot di crediti in corsi di aggiornamento ogni anno)? Forse se ne fregano e basta? O oberati dal lavoro hanno perso la passione per la professione e vanno avanti in modo meccanico (e anche questo è un grave problema, di cui abbiamo ampiamente parlato a lezione e in svariati seminari)? Non lo so, so solo che quando verrà il mio turno farò del mio meglio per non commettere errori del genere.

      • A proposito di casi come questo: http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/donatella_figli_separazione/notizie/590805.shtml
        davvero non so cosa dire… Se non che è sconvolgente ciò che accade.

      • winola ha detto:

        La PAS (o in qualunque altro modo vogliano chiamarla, la sostanza non cambia) non esiste, non è riconosciuta dalla comunità scientifica non per chissà quale strano complotto degli psichiatri cattivi, ma perché non ha alcun fondamento.
        Allontanare un bambino dalla famiglia per una sindrome inesistente, indiagnosticabile con criteri scientifici (tutto è PAS praticamente, secondo i sostenitori), senza contestualizzare e senza tener conto del comportamento del genitore “respinto” prima della separazione, obbligarlo a incontare quel genitore che non vuole vedere beh, è terribile, è una violazione dei diritti del bambino stesso e ci si deve opporre con ogni mezzo, compreso ricusare periti vari e assistenti sociali che si ostinano a diagnosticarla, anche deferendoli all’Ordine compentente se necessario.
        Che poi il tribunale non disponga che i bambini tornino immediatamente con il genitore affidatario (in questo caso la madre, ma se i ruoli fossero invertiti non cambierebbe nulla) una volta dimostrato che erano stati allontati sulla base di una malattia farlocca e inesistente è terribile, davvero, va contro ogni logica.

      • Se pensiamo che all’estero chi diagnostica la Pas viene denunciato, mentre in Italia gli esperti in materia lavorano indisturbati… http://www.theaustralian.com.au/news/nation/ruling-debunks-custody-diagnosis/story-e6frg6nf-1111115991375

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