Se si tutela la madre, si tutela anche il figlio

Una traduzione di Maria Rossi dell‘intervista di Ondine Millot al magistrato Edouard Durand

EdouardDURAND

La giornata internazionale contro la violenze sulle donne segue a quella dedicata ai diritti del bambino. In queste operazioni di sensibilizzazione, così come nelle concrete politiche di prevenzione, i due fenomeni non sono strettamente collegati. Tuttavia, nella realtà, operatori sociali e operatori giuridici constatano il profondo legame che sussiste fra le due questioni.

Edouard Durand, ex giudice addetto alle cause famigliari ed ex giudice minorile, oggi formatore alla Scuola nazionale della Magistratura, ha pubblicato con la Harmattan “Violences conjugales et parentalité” (Violenze coniugali e genitorialità).

In che senso il bambino è vittima delle violenze coniugali?

Lo è per diversi motivi. In primo luogo, per il fatto di vedere o di sapere la madre, principale figura di attaccamento, vittima di violenza. E per il fatto che l’autore sia l’altra sua principale figura di attaccamento: il padre. Poi, una madre vittima di violenza può essere impegnata in una strategia di sopravvivenza che può renderle difficile occuparsi del figlio. Inoltre diversi studi, soprattutto quelli condotti in Italia dalla studiosa Patrizia Romito, hanno dimostrato che più del 40% dei bambini esposti a violenze coniugali sono essi stessi vittime di violenze fisiche o psicologiche commesse dallo stesso autore. E’ una percentuale considerevole, ma non sorprendente, se si pensa alla personalità degli autori: persone con una forte volontà di controllo, di potere sulla famiglia e incapaci di tollerare le frustrazioni.

Perché si ha difficoltà a collegare la tutela della madre a quella del bambino?

Perché vi è la tendenza a segmentare il campo della lotta contro le violenze coniugali. Da un lato abbiamo il dominio del penale nel quale si riconosce come vittima la madre, ma non il figlio. Poi la giustizia che si occupa delle cause famigliari (separazioni, diritto di visita). Qui, il pensiero è obnubilato dal prevalere della massima: “il fatto che sia un cattivo marito non significa che sia un cattivo padre”. E si chiede alla madre vittima di organizzare un’equilibrata ripartizione della responsabilità genitoriale con chi per anni l’ha terrorizzata, come se fosse una cosa normale, naturale. Senza voler vedere, inoltre, che l’esercizio della potestà genitoriale è il campo dove si perpetua spesso il vecchio controllo sulla famiglia e il ricatto affettivo (“Esigo che mia figlia sia iscritta a un corso di danza”, “Non voglio che mio figlio partecipi ad un soggiorno estivo per minori”).

La Francia non ha compiuto progressi nella lotta contro le violenze sulle donne?

Sì, li ha compiuti, perché se ne parla di più e si sono inventati nuovi strumenti. Ma nelle situazioni concrete, rinascono i vecchi blocchi di pensiero. I professionisti chiedono ancora: “Perché la donna [che subisce violenza] non se ne va? ” E se la situazione perdura diranno: “Bisogna affidare i bambini a comunità di accoglienza per minori, per porli al riparo dalla violenza”. Quando invece quel che si deve fare è allontanare l’autore delle violenze. Non è una buona cosa per il bambino essere affidato ad una comunità di accoglienza per minori se la madre continua ad essere picchiata. Se il messaggio è che i bambini vengono affidati a comunità di accoglienza nel caso in cui venga rivelata l’esistenza delle violenze, queste non verranno più denunciate né dalle madri né dai bambini.

Lei sostiene che non si possa agire contro le violenze coniugali se non se ne comprende il meccanismo.

Sì, penso davvero che non bisogna mai perdere di vista il meccanismo di controllo e di potere rivelato dalle violenze coniugali. Ci sono ancora dei professionisti che lamentano la carenza di mediazione famigliare e dicono: “La mediazione è positiva nelle situazioni conflittuali”. Ma le violenze coniugali non sono conflitti! Sono unilaterali, hanno un solo autore e tante vittime quanti sono gli altri membri della famiglia. Se si tutela la madre, le si offrono anche i mezzi per proteggere il figlio. Vi sono situazioni in cui può essere legittimo allontanare il genitore maltrattante e le violenze coniugali sono una forma di maltrattamento.

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