Violenza domestica e mediazione familiare

Dal sito diritto.it:

L’art. 342 bis, c.c. prevede che gli ordini di protezione contro gli abusi familiari vengano disposti “quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente”.

Con il decreto di cui all’articolo 342 bis, c.c., il giudice ordina al convivente reo della condotta pregiudizievole, la cessazione della condotta e ne dispone l’allontanamento dalla casa familiare.
Quali provvedimenti accessori, il Giudice, ove occorra, può prescrivere all’autore della condotta di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima l’intervento dei servizi sociali, di un centro di mediazione familiare o di associazioni per il sostegno e l’accoglienza di donne, minori o di vittime di abusi e maltrattamenti, nonché il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto dell’allontanamento dalla casa familiare del reo, rimangono prive di mezzi adeguati, fissando modalità e termini.

Dalla  Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, altrimenti nota come Convenzione di Istanbul:

Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.

Da “Un silenzio assordante“, di Patrizia Romito:

La mediazione familiare si ispira al modello sistemico di responsabilità diffusa e di neutralità del terapeuta. Da un punto di vista ideologico, il modello di riferimento è quello della buona separazione, in cui i coniugi mettono in secondo piano i loro conflitti per il bene del bambino, bene che viene identificato a priori col mantenere rapporti costanti con entrambi i genitori, spesso nella forma dell’affido congiunto. Secondo il modello della separazione amichevole, i conflitti dei coniugi in questa fase sono una conseguenza della tensione legata all’evento in sé, semmai acuiti dalle procedure giudiziarie, e non il prolungarsi o l’inasprirsi di conflitti precedenti, che li hanno portati alla separazione. Con questa assunzione di base (peraltro non provata e bizzarra: perché si separano se andavano così d’accordo?) si apre già la strada alla negazione della violenza domestica. La pratica della mediazione richiede infatti che gli ex coniugi si concentrino sul presente e sul futuro senza rinvangare il passato e i relativi conflitti. Inoltre, e anche questo è un aspetto decisivo, eventuali denunce o procedure giudiziarie devono essere sospese. Se la donna cerca di discuterne – per esempio, facendo presente che incontrare l’ex marito per consegnare i bambini la mette in una situazione pericolosa, o esprimendo il timore che lui li trascuri o li maltratti – verrà ripresa perché non sta alle regole e trattata da donna vendicativa e rancorosa, la stessa accusa già descritta nella sindrome di alienazione parentale e nelle false denunce di abuso in fase di separazione. Eppure questo succede e può rappresentare una strategia deliberata degli uomini violenti. Dato che la separazione limita la possibilità di dominare e controllare l’ex partner, alcuni di loro cercano di ottenere che il tribunale imponga la mediazione familiare, proprio perché dà un’opportunità di incontrare l’ex moglie e di continuare a perseguitarla.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAMolte delle immagini che si trovano nei siti che pubblicizzano i centri di mediazione familiare sono analoghe a questa: ci sono una mamma e un papà arrabbiati l’uno con l’altra e un bambino infelice. Il disegno, che è la rappresentazione grafica della situazione che richiede la mediazione, non c’è nessuna differenza fra un genitore e l’altro, entrambi contribuiscono al cuore spezzato del bambino per mezzo del medesimo atteggiamento aggressivo (le mani sui fianchi) e di chiusura verso l’altro (braccia incrociate). Per questo si parla di “responsabilità diffusa”: i partecipanti al processo di mediazione sono ritenuti ugualmente responsabili del conflitto che la mediazione di propone di risolvere, e il soggetto da tutelare è il minore, soltanto lui. Il messaggio trasmesso da queste immagini è che mamma e papà devono fare la pace, affinché il bambino possa tornare a sorridere.

Un’altra immagine ricorrente nei siti che propongono il servizio di mediazione familiare è la bilancia, simbolo di equità e giustizia:

mediazione_familiare

L’equità e la giustizia, l’armonia, sono rappresentate come due persone allo stesso livello.

La differenza fra conflitto e violenza, sta proprio nella mancanza di equilibrio: “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”… “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. (Convenzione di Instanbul).

La violenza sulle donne è quindi sia una conseguenza dello squilibrio di poteri, sia uno degli strumenti attraverso il quale si perpetua il dominio maschile: la violenza è usata per mantenere la donna in una posizione subordinata, sia all’interno di una relazione, sia nella società in generale.

La mediazione familiare è uno strumento atto a correggere lo squilibrio di potere nella coppia che è sia la causa sia l’esito di una relazione caratterizzata da episodi di violenza?

Non ci sono molti studi empirici sugli esisti del processo di mediazione, per la natura stessa della mediazione; ciò che avviene fra il mediatore e le parti in causa è confidenziale, e il prodotto della mediazione è un accordo fra le parti.

Uno studio condotto su 149 coppie assistite nella separazione dal mediatore familiare (Effects of unscreened spouse violence on mediated agreements, Richard D. Mathis & Zoe Tanner, 1998), riporta che circa il 60% delle coppie che hanno concluso il percorso di mediazione con un accordo, avevano un vissuto di violenza intrafamiliare. Il 57% degli accordi stipulati fra la coppie separatesi a causa di episodi violenti, hanno finito con lo scegliere l’affido condiviso dei figli. A concludere accordi con maggiori garanzie di contatto con i minori, e quindi con maggiori opportunità di contatto con la ex-partner, sono stati proprio gli uomini colpevoli di violenza domestica.

Un altro studio, Child custody mediation in cases of domestic violence: empirical evidence of a failure to protect, di Dennis P. Saccuzzo, Nancy E. Johnson, Wendy J. Koen, ha analizzato 400 rapporti vergati da mediatori chiamati a gestire una disputa per l’affido dei minori in caso di separazione, rapporti che poi andranno ad influenzare la decisione finale del Giudice; 200 di questi rapporti riguardavano casi in cui il mediatore aveva a disposizione la prova certa di episodi di violenza domestica (perché attestati da precedenti interventi di mediazione o da ordini di protezione, ad esempio); nel 56,9% dei casi il mediatore ha omesso di menzionare gli abusi nel suo rapporto.

Perché il mediatore evita di nominare la violenza?

Lo studio distingue questi rapporti in tre categorie:

  1. il mediatore focalizza la sua attenzione sul problema dell’abuso di alcol/sostanze stupefacenti o sugli abusi sui minori, ignorando la violenza esercitata sul partner;
  2. il mediatore non parla di violenza domestica, ma usa il termine “conflitto”, oppure espressioni come “incapacità a gestire la rabbia”, o si riferisce agli abusi parlando di “incidenti”;
  3. il mediatore semplicemente non fa alcun riferimento agli abusi accertati, dei quali è stato messo a conoscenza dal Tribunale che gli ha affidato la mediazione.

Sappiamo che il rapporto fornito dal mediatore al Tribunale ha una grande influenza sulle decisioni in merito alle modalità di affido; lo studio “An archival study of decision-making in child custory disputes“, ad esempio, ci dice che il fattore che maggiormente influenza il Giudice sono proprio le raccomandazioni del mediatore, che permettono di prevedere l’esito della causa nel 60% dei casi.

Che omettere di nominare la violenza domestica costituisca un grave fattore di rischio, per la donna e per i minori, lo dimostrano chiaramente le analisi dei rapporti che si possono leggere nel lavoro di Saccuzzo, Johnson e Koen.

Ad esempio a pag. 11 (caso numero 5799.1-3):

Nella cartella che contiene il rapporto della precedente mediazione è scritto soltanto che la madre aveva partecipato accompagnata da una operatrice di un centro antiviolenza, ma non ci sono altri accenni alla violenza domestica L’accordo precedentemente stipulato prevede visite protette per il padre. La seconda mediazione avviene senza la presenza dell’operatrice del centro antiviolenza. La violenza domestica non è nominata. Poiché il mediatore ritiene che il padre si sia comportato bene nel corso delle visite protette e appare “intelligente e comprensivo”, gli garantisce visite senza supervisione. Quando il padre riporta a casa i figli, dopo la prima visita non protetta, aggredisce fisicamente la madre in presenza dei minori, causandole una ferita alla schiena e diversi ematomi. Dopo questo incidente, nel corso di una terza mediazione si è affrontato il problema della violenza domestica. Il mediatore tuttavia, non consiglia alcun percorso terapeutico per la gestione della rabbia. L’unico accorgimento suggerito è che i bambini vengano affidati al padre in un luogo pubblico.

 

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Una risposta a Violenza domestica e mediazione familiare

  1. Cuor di strega ha detto:

    L’ha ribloggato su Antropologia e sviluppoe ha commentato:
    La pratica della mediazione richiede infatti che gli ex coniugi si concentrino sul presente e sul futuro senza rinvangare il passato e i relativi conflitti. Inoltre, e anche questo è un aspetto decisivo, eventuali denunce o procedure giudiziarie devono essere sospese. Se la donna cerca di discuterne – per esempio, facendo presente che incontrare l’ex marito per consegnare i bambini la mette in una situazione pericolosa, o esprimendo il timore che lui li trascuri o li maltratti – verrà ripresa perché non sta alle regole e trattata da donna vendicativa e rancorosa…

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