Due pesi e due misure: i genitori single e il genere

povertà

A gennaio di quest’anno: il Tribunale di Genova sottrae una bambina di 4 anni alla madre Irina, definita una “parassita” perché senza lavoro; la maestra della bambina protesta: “Per me Irina è un’ottima madre, portava la piccola tutte le mattine e veniva a prenderla all’una o alle cinque a seconda degli impegni. Naturalmente potrei non sapere tutto. Non poteva pagarmi la retta, ma per me non c’è problema.”

Era febbraio: Maria, 35 anni, che lavora come colf e vive in un residence gestito da religiose dove paga un regolare affitto, si vede portar via il suo bambino dal Tribunale dei Minori di Roma. Non è non è accusata di alcun reato nè di atti di violenza, “nutre affetto nei confronti del figlio” – ammettono i giudici – ma “È povera, ha sofferto molto in gioventù”, “a causa del suo vissuto doloroso risulta ella stessa bisognosa di vicinanza e prossimità”.

Questa notizia è del 3 agosto: Hafida Qanoune, 34 anni, chiede di rivedere la sua piccola di sei mesi, che le è stata portata via lo scorso 30 giugno.

“Il 30 giugno sono uscita per portare dei documenti di lavoro e ho lasciato la bimba in comunità. Quando sono tornata non era in camera. L’ho cercata ovunque, gridavo, piangevo, nessuno mi voleva dire dove fosse. Mi sentivo morire”.

La bimba è ora in una struttura per minori, dove Hafida può recarsi durante la settimana a vederla massimo per un’ora al giorno.

“Sono preoccupata, non la trattano bene là dentro. L’ultima volta ho dovuto chiamare il pediatra: aveva la tosse, la febbre, era trascurata. In più non mi dicono nulla, non so neppure se mia figlia sia in qualche lista d’adozione”.

Stiamo parlando di mamme sole, straniere, povere, poverissime, che hanno fatto il possibile nonostante le avversità.

Oppure si tratta di mamme inadeguate, manchevoli, deleterie, mamme da tenere lontane dai loro bambini, così come invece vengono percepite da chi è chiamato a giudicarle?

A tale proposito ho letto recentemente un interessante articolo sul sito everyday feminism, The Single Parent Double Standard: Demonizing the Moms and Martyrizing the Dads, che, prendendo spunto da analoghi casi registrati negli Stati Uniti (Shanesha Taylor in Arizona, Debra Harrell nello stato della Carolina del Sud, o Raquel Nelson in Georgia ad esempio) spiega come lo stigma sociale sulla mamma single influisca negativamente sul modo in cui la società – ed in particolare gli operatori dei servizi sociali che entrano in contatto con queste donne in difficoltà a causa della povertà – percepisce le competenze genitoriali di queste donne.

La stigmatizzazione, nelle scienze sociali, è quel fenomeno a causa del quale vengono attribuite una serie di qualità negative a una persona o ad un gruppo di persone; sulla base di connotazioni biologiche, psicologiche, sociali o di altro tipo, il soggetto o i soggetti stigmatizzati vengono perceipiti come diversi, devianti, inferiori. Lo stigma porta all’alienazione di particolari categorie di individui e alla loro discriminazione.

Le madri single (mai sposate, vedove o separate) sono discriminate a causa del loro particolare status? Le loro competenze genitoriali vengono giudicate più severamente di quanto lo siano quelle dei genitori che vivono in una “normale” famiglia eterosessuale (mamma, papà e prole)? Le loro competenze genitoriali vengono giudicate più severamente di quelle dei padri single?

Secondo una ricerca che ho reperito in rete grazie all’articolo, sembrerebbe di si.

La ricerca si intitola Negative Perceptions of Never-Married Custodial Single Mothers and Fathers: Applications of a Gender Analysis for Family Therapists, e si propone di indagare quali qualità negative vengono attribuite ai genitori single – padri e madri – e se queste qualità negative variano in base al genere del genitore.

In altri termini: posto che ricerche precedenti hanno dimostrato che esiste uno stigma sul genitore single (sia esso maschio o femmina), che è sempre e comunque percepito come inadeguato – a prescindere dalle sue reali competenze genitoriali -se paragonato a quello che è considerato l’ “ambiente ideale” nel quale allevare dei bambini (la famiglia definita da alcuni “naturale”, ovvero formata da due genitori di sesso opposto), cosa avviene se si analizzano i pregiudizi della gente assumendo una prospettiva di genere?

Ai soggetti cui sono stati sottoposti i questionari (873 partecipanti) è stato chiesto, in soldoni, che cosa pensano dei genitori single che crescono da soli dei bambini: 445 dei partecipanti sono stati intervistati a proposito delle madri single, 428 si sono espressi sui padri.

Ciò che emerge dallo studio dei risultati è che le manchevolezze attribuite al genitore single sembrano dipendere non tanto dal suo status di genitore single, quanto dai più comuni stereotipi di genere.

Ai padri single gli intervistati rimproverano ad esempio una “lack of household skills” (mancanza di competenze domestiche, pag. 34), tra le quali vengono spesso citate il preparare i pasti o il rammendare un vestito.

MasterChef

E’ curioso come da più di 10 anni la TV ospiti una quantità esorbitante di programmi dedicati agli chef – che sono per lo più maschi – eppure se si deve rimproverare qualcosa ad un uomo è l’incapacità di preparare il pranzo o la cena ai suoi figli…

E gli stilisti?

D&G

Forse sono più celebri degli chef… Cionostante secondo la grande maggioranza degli intervistati un padre single non sarebbe in grado di riattaccare un bottone.

Ma veniamo alle madri single.

Alla madre single viene rimproverato che “cannot fill the role of a male/father figure for their children” (non può ricoprire il ruolo maschile / di una figura paterna per i suoi figli, pag.36).

Se le competenze tipicamente femminili sono nominate chiaramente (pulire, cucinare, rammendare…), non è chiaro in cosa consista il “ruolo maschile”: “while the importance of male skills is mentioned throughout our data, the partecipants do not actually define male skills rather referring to those male skills in vague terms such as different things” (sebbene l’importanza delle competenze maschili è menzionata ovunque nei dati raccolti, i partecipanti non ce ne forniscono una descrizione, ma si limitano a riferirsi a queste competenze tipicamente maschili in termini vaghi, come “cose diverse”, pag. 36).

Single mothers were described as performing or completing tasks such as food preparation, mending clothes, and housekeeping. The descriptions of single mothers’ roles were specific and clearly defined, while the role of single fathers was ambiguous, as if we actually do not know what fathers do, but we know it is important (pag. 36).

(Le madri single vengono descritte come persone in grado di eseguire compiti ben precisi, come cucinare, rammendare i vestiti, pulire. Le descrizioni del ruolo di madre sono specifiche e chiaramente definite, mentre il ruolo del padre single è ambiguo, come se in realtà non sapessimo cosa fanno i padri, sappiamo solo che è importante.)

Oltre al fatto che gli attributi negativi sui genitori single trovano il loro fondamento in quelli che sono ancora oggi i ruoli stereotipati nei quali maschi e femmine sono confinati nell’immaginario collettivo (la donna in casa a rammendare, pulire, cucinare, l’uomo fuori casa a guadagnare – di qui la difficoltà a immaginare cosa potrebbe mai fare con i suoi bambini), la ricerca ha portato alla luce un altro aspetto dei pregiudizi su questa particolare categoria di persone:

The participants’ responses regarding the negative attributes of single mothers
appeared to be connected to her personhood while participants’ comments regarding the negative attributes of single fathers were primarily connected to situational events or circumstances and not his personhood. (pag.38)

Le risposte dei partecipanti per quanto riguarda gli attributi negativi delle madri single sembravano essere collegati alla loro personalità, mentre i commenti dei partecipanti per quanto riguarda gli attributi negativi dei padri single erano collegati principalmente ad eventi o circostanze, e non riguardavano la loro personalità.

Alcuni esempi per comprendere di cosa si sta parlando: dei padri single è stato scritto che hanno difficoltà a trovare un lavoro, quando lo hanno trovano difficile conciliare lavoro e cura dei bambini, oppure che dovendo districarsi tra lavoro e bambini non hanno l’opportunità di avere una soddisfacente vita sociale e affettiva (pag.39).

Delle madri single è stato scritto che molto probabilmente si tratta di donne “neglectful, irresponsible, immature, stressed out, depressed, prone to making bad choices, promiscuous, hopeless, and / or insecure.”: negligenti, irresponsabili, immature, stressate, depresse, inclini a fare scelte sbagliate, promiscue, senza speranza, e / o insicure.

Conciliare lavoro e famiglia è una difficoltà oggettiva, che nulla ci dice della personalità di chi si trova ad affrontarla. Immatura, frustrata, depressa sono aggettivi che descrivono la persona.

Torniamo alle notizie dalle quali siamo partiti: Irina, accusata di essere una “parassita”, giudicata incapace di accudire la sua bambina perché aveva rifiutato un lavoro offertole (“Ho rifiutato il lavoro a Sestri Levante perché era notturno e non potevo lasciare la bambina” si è difesa la donna) è una madre immatura che fa scelte sbagliate, oppure una donna che trova grandi difficoltà a conciliare lavoro e famiglia?

Maria, accusata di non essere riuscita “in ben tre anni” a dimostrare “di riuscire a sostenere se stessa e il figlio”, è una donna che si è trovata incinta nel nostro paese senza sapere una parola di italiano, e per questo impossibilitata a trovare un lavoro adeguato, oppure una donna dalla personalità irrimediabilmente compromessa?

Hafida, costretta dalla a vivere in una comunità che lei stessa descrive così: “Non era un posto adatto per la bambina, era molto degradato, una volta si è perfino staccato un pezzo di intonaco ed è caduto in testa a mia figlia”, è una donna povera o una madre negligente?

Quanto lo stigma sulla madre single ci influenza nel momento in cui donne come queste ci vengono a chiedere aiuto?

Forse dovremmo riflettere su questo aspetto della questione anche in Italia…

In conclusione un piccolo dettaglio; vorrei che vi soffermaste a riflettere sul fatto che – secondo lo studio – se è comune biasimare il padre single perché è costretto a privarsi della possibilità di intrattenere delle relazioni sentimentali, alla madre single si rimprovera di “take risks sexually and in relationship” (pag.40), correre dei rischi nelle relazioni sessuali e sentimentali.

 

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24 risposte a Due pesi e due misure: i genitori single e il genere

  1. natasha ha detto:

    Grazie per l’articolo e la parte delle fonti americane, tradotte. Incredibile quello che può succedere ad una donna single in difficoltà. Sembra che non ci sia altra soluzione che strapparle i figli. Ma per il bene di chi, mi chiedo. L’uomo, come al solito, anche se nella stessa situazione riceve più comprensione. Tempi peggiori di quelli molto antichi in cui la madre veniva protetta

  2. Paolo ha detto:

    ingiusti pregiudizi, una madre single non è nè meglio nè peggio di qualsiasi altro genitore

    • Luke ha detto:

      Chiamasi femminismo..

      • Vale ha detto:

        Luke, non ho capito il tuo commento. Me lo spieghi, cortesemente?

      • Io l’ho interpretato così: qualsiasi cosa brutta accade al mondo è colpa delle femministe cattive.

      • ladymismagius ha detto:

        Il femminismo ha sempre sostenuto che ogni forma di famiglia, laddove esistano la cura e l’amore fra i suoi componenti, ha pari valore rispetto alle altre. Il femminismo ha sempre sostenuto i genitori single e ribadito la necessità che i padri svolgano il lavoro di cura nei confronti dei figli e della casa in maniera equa.
        Il femminismo ha sempre lottato contro questo genere di pregiudizi e stereotipi.
        Quindi vorrei sapere perché diamine ritieni che sia colpa del femminismo se le madri single sono discriminate sulla base di stereotipi di genere.

      • Vale ha detto:

        Riccio, è proprio perché (se il commento intendeva una cosa del genere) non ha alcun senso, che chiedevo spiegazioni. Si sa che, al più, la colpa è proprio del maschilismo, quindi dire che è colpa del femminismo sarebbe l’idiozia più stupida che potesse dire.
        Ammetto di rimanere perplessa dalla (praticamente inesistente) arguzia di certi commentatori :-/

  3. Michele ha detto:

    Un aspetto che mi pare che quella ricerca del Giornale Femminista della Terapia Familiare si astenga dall’indagare (o almeno io non lo rilevo) sia quello quantitativo.
    In definitiva: nella normalità dei casi, come genitore single se la caverebbe meglio un uomo o una donna?
    Non ho dati statistici attendibili, né intendo andarli a cercare, ma il mio vissuto (e penso quello di molte persone) mi dice che nel senso comune, così come nelle delibere dei tribunali e dappertutto, il pregiudizio che nel complesso la donna single sarebbe genitorialmente più adeguata dell’uomo single sia assolutamente preponderante. E si fa poco o niente per verificare caso per caso se le cose stanno proprio così.
    Dunque, una ricerca volta a dimostrare che le madri single sarebbero più discriminate dei padri single (e quindi orientata particolarmente a valorizzare quegli aspetti che vanno in questa direzione) la trovo un tantino faziosetta.
    Concludo con una piccola riflessione sui casi raccapriccianti riportati all’inizio di questo articolo e, ahimé, nella realtà assai più numerosi: se anziché sottrarre i bambini ai genitori single o alle famiglie povere si desse loro la metà di quello che costa il mantenimento di un bambino nelle case famiglia, tutti i problemi sarebbero risolti.
    Queste situazioni non sono altro che squallidi esempi di sciacallaggio istituzionale condotto sulla pelle di creature innocenti.

    • Questo studio non analizza le competenze dei genitori, cioè come se la cava un genitore nella vita quotidiana, ma analizza i pregiudizi della gente, ovvero come tutti quegli attributi che la società affibbia al “genitore single” in quanto categoria.
      La realtà è complessa, per questo se ne analizza un aspetto per volta.
      Per il resto concordo: anziché sottrarre i bambini ai genitori single o alle famiglie povere, si dovrebbe aiutarli/e economicamente.

      • Michele ha detto:

        Il pregiudizio della gente, appunto, come avevo detto: si prendono in considerazione certi pregiudizi e se ne ignorano altri.

      • Come ho spiegato, a circa la metà degli intervistati è stato chiesto cosa pensano dei padri single, all’altra metà cosa pensano delle madri single. Ma la metodologia è spiegata accuratamente nella ricerca, basta seguire il link. Se leggendo lo studio rilevi delle manchevolezze che hanno portato a dei risultati falsati, puoi trascriverci il passo cui fai riferimento.

  4. winola ha detto:

    Che poi, nei miei studi (per diventare assistente sociale) tutti i miei insegnati hanno sempre detto che la sottrazione del minore ai genitori è l’ultimissima spiaggia, quando tutti i tentativi di aiutare la famiglia sono falliti (o comunque in casi estremi di abuso/abbandono/disinteresse totale nei confronti dei figli) e che prima di predisporre una richiesta al giudice minorile per l’allontanamento del minore bisogna aiutare la famiglia e, nel caso i problemi siano di competenze genitoriali inadeguate, supportarla in modo da migliorarle (ad esempio con l’assistenza domiciliare). Insomma, l’allontanamento va predisposto solo in casi limite, quando il minore è in pericolo ad esempio o quando entrambe i genitori non se ne prendono cura, ma non perché non hanno soldi (in quel caso si predispone un aiuto economico), ma perché se ne fregano (e quindi anche gli aiuti a domicilio servono a poco, perché non gli interessa imparare a prendersi cura adeguatamente del figlio). Allontare un minore da una madre o un padre amorevoli solo perché sono poveri, beh, è francamente una cosa indegna. I soldi che si spendono per la permanenza in casa famiglia (e non sono pochi, si parla di cifre che vanno dai 60 ai 120/150 euro al giorno) potrebbero tranquillamente essere spesi per supportare la famiglia d’origine fino a che i genitori non sono in grado di mantenere i figli da soli. Qui da noi si fa così (e vivo in una piccola provincia del nord Italia, non chissà dove), ma so bene che tant* collegh* invece scelgono la soluzione più semplice: mettono il bambino in una struttura e se ne fregano di aiutare il/i genitore/i. Perché supportare una persona in difficoltà non è semplice: seguirla, ascoltarla, aiutarla a risolvere i problemi comporta un lavoro lungo e complesso, comporta il mettere in gioco competenze professionali ed emotività, mentre predisporre l’allontanamento è più facile, si fa una relazione, si va un giorno in tribunale e fine della storia. E chi se ne frega se non è corretto, nè deontologicamente, nè umanamente, comportarsi in questo modo.

  5. primavera ha detto:

    Cara Winola,dovreste battervi voi assistenti sociali valide contro la maggioranza delle tue colleghe che invece distruggono i bambini e le loro mamme,indignarvi pubblicamente,aiutarci,unirvi a noi mamme in lotta contro una giustizia impazzita..
    io ho mandato via di casa il mio compagno da cui per anni ho subito (e mio figlio con me) violenze psicologiche di ogni sorta (ed evito di citare gli spintoni,sputi e insulti anche mentre ero incinta e comportamenti assurdi verso il bambino che veniva ignorato 23 ore su 24…) per evitare che mio figlio venisse cresciuto nell’odio e nella mancanza di rispetto del genere femminile e del genere umano direi ed evitare che diventasse a sua volta un violento ma il risultato è stato questo: ctu con accusa di PAS per me (eh si ,nonostante la Cassazione si pronunci contro, la Pas è ancora viva e vegeta e molto usata e non se ne esce “vivi”),affidamento al servizio sociale (assente,impreparato,prevenuto verso le mamme,falso) relazioni campate in aria e solita minaccia,che speriamo resti tale,di spedire mio figlio in casa famiglia se solo tenti di dire la tua sull’uomo che per anni ti ha distrutto e che ora continua facendo passare il suo odio e la sua misoginia attraverso la distruzione di un bambino. . Vieni fatta passare per pazza, isterica, manipolatrice e se tenti di parlare non vieni creduta o peggio additata come poco collaborativa..il bambino non conta nulla, le sue volontà i suoi rifiuti i suoi pianti..nulla..siamo tornati al.patriarcato. .
    Voglio ringraziare ricciocorno per quello che fa e personalmente per l’aiuto che mi ha dato per affrontare un pò la tragedia che mi ha colpito e che ha colpito mio figlio..a volte di( mala) giustizia si può morire…e io ti assicuro ho la fortuna di lavorare e avere una casa..figurati come si possono difendere persone indigenti! E una vergogna. ..

    • winola ha detto:

      Esatto, è proprio quello che stavo dicendo: siamo noi per prim* che dobbiamo batterci per migliorare le cose. So bene che cert* collegh* non sanno quel che fanno e mi indigno e molto anche quando leggo di situazioni come la tua, in cui viene applicata una teoria che nulla ha di scientifico e vengono rovinate delle vite per quello che è un pregiudizio. E sono d’accordo anche con il fatto che dobbiamo agire a livello politico, scendendo anche in piazza se necessario, perché le cose cambino…
      Personalmente già lo faccio, ma la mia voce conta poco e non rappresento altro che me stessa. Spero però che, con l’aiuto di altr* collegh* (e di tante altre persone, perché siamo in tant*, dobbiamo pretendere di essere ascoltat*), queste proteste portino a qualcosa di concereto. L’ordine professionale deve attivarsi, insomma, e dire chiaro e tondo che le discriminazione devono finire, che le teorie senza alcuna base scientifica, come la PAS per l’appunto, non devono essere applicare (e sanzionare duramente chi le applica) e soprattutto migliorare (e tanto pure) la formazione, perché non si può giocare così con la vita delle persone facendo lavorare degli incompetenti che agiscono in base a pregiudizi.

      Poi, vabbe’, pure i giudici devono mettersi in testa che non sono loro loro a decidere cosa è scientificamente valido e cosa non lo è: se la PAS non sta nel DSM non deve poter rientrare dalla porta di servizio in tribunale (e non solo, anche nel caso Stamina, ad esempio, i giudici hanno scavalcato i medici. Lo fanno spesso e volentieri e non va bene).

      Un ultima cosa, in generale: non siete soli in balia dei servizi: c’è la possibilità di chiedere la rivalutazione del caso, rivolgendosi al direttore del servizio o all’ordine professionale (nel caso il direttore non vi dia retta) e non possono negarvelo, è un vostro diritto. Ci sono strumenti di tutela degli utenti, solo spesso gli utenti non ne sono informati (non per colpa loro, eh, è chi dovrebbe informarli che non lo fa). Chiedete, insiste, fate in modo che vi ascoltino e se non lo fanno denunciate, davvero. In questo modo, almeno, avrete una nuova valutazione del caso, sperando ci sia un professionista valido dall’altra parte.

      • Michele ha detto:

        Cara Winola, mi congratulo per i tuoi interventi e mi piacerebbe capire una cosa: quando riferisci di quello che ti hanno insegnato nei tuoi studi, nonché della prassi adottata dai tuoi colleghi nella tua cittadina del nord, parli di linee guida genralmente condivise, di regole per tutti, oppure sono modalità operative scelte solo da voi?
        Voglio dire: sacrosanto il fatto che tu e i tuoi colleghi onesti vi battiate per migliorare la situazione, ma finché non ci sono regole precise che prevedano che l’allontanamento dalla famiglia NON debba mai essere disposto per motivi di insufficienza economica, e che quindi sia possibile punire adeguatamente quegli operatori disonesti che dospongono per fare i propri porci comodi o addirittura per interesse economico, temo che le cose non potranno migliorare. Dunque, uno statuto che preveda dettagliatamente il da farsi nelle casistiche di questo tipo mi pare necessario.
        Mi permetto di concludere completando un tuo intervento precedente: un bambino può crescere bene anche senza una mamma indegna, violenta e menefreghista, non solo senza un papà. La diffusa consuetudine di attribuire queste inadeguatezze alla sola genitorialità maschile non è che l’ennesima riprova di quale sia la vera inclinazione del pregiudizio corrente al quale avevo fatto cenno prima.

      • “un bambino può crescere bene anche senza una mamma indegna, violenta e menefreghista, non solo senza un papà”: senza dubbio.
        Se però facciamo affidamento sui casi di cronaca che ci propone la stampa, leggiamo che madri che non sono accusate di violenza si vedono sottrarre i figli, mentre in altri casi – dagli esiti drammatici, come l’assassinio dei piccoli Davide e Andrea Iacovone – un uomo su cui pendevano diverse denunce per stalking, continuava ad avere accesso ai propri figli, senza alcun controllo: http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/07/16/news/brescia_rogo_in_un_appartamento_due_carbonizzati_e_un_ferito_grave-63079798/
        “ora me li porto 15 giorni al mare e poi non li vedrai più. Li ammazzo” – “Nessuno parli di incidente – ha detto ancora Milani – C’erano dieci denunce a carico di quest’uomo per stalking. Proprio ieri è stata fissata la prima udienza per un processo a ottobre”.
        Penso che sia ad incongruenze come questa che fa riferimento Winola…

      • winola ha detto:

        parli di linee guida genralmente condivise, di regole per tutti, oppure sono modalità operative scelte solo da voi?
        Le modalità operative sono stabilite in base a teorie e prassi consolidate, accettate dalla comunità scientifica internazionale, ma ad oggi non esistono linee guida valide su tutto il territorio nazionale. Abbiamo una legge quadro, la 328/2000, che però non è stata del tutto applicata perché subito dopo è stato riformato il Titolo V Costituzione, che passa le compentenze in materia socio-assistenziale alle Regioni (esattamente come per la sanità, insomma), quindi ogni Regione ha leggi differenti. Allo Stato rimane l’obbligo di stabilire le linee guida generale e i livelli minimi delle prestazioni (che non sono mai stati stabiliti per il socio-assistenziale, ma solo per la sanità), ma tutto il resto è stabilito con leggi regionali.
        Tieni però conto che le prestazioni socio-assistenziali non possono essere standardizzate come quelle sanitarie e proprio qui sta il problema: qualcuno ha provato a farlo ed è stato un disastro. Il problema della sottrazione dei minori è dovuto proprio a questo: standardizzazione. Si allontano i minori per qualsiasi sciocchezza, senza minimamente valutare le conseguenze e le singole situazioni (ogni caso è unico e come tale va valutato, ce lo ripetono fino alla nausea durante il corso di laurea, possibile che gente che lavora da anni nei servizi ancora non l’abbia capito?) appunto perchè si applicano provvedimenti standardizzati che non tengono conto delle singole necessita individuali.
        Esistono comunque regolamenti e statuti dei singoli enti ed esiste un codice deontologico che tutti gli assistenti sociali devono seguire (e se non lo fanno vengono radiati dall’ordine e non possono più esercitare, proprio come i medici) e degli strumenti per la tutela degli utenti.
        Il codice deontologico, ad esempio, dice chiaro e tondo che non si può agire con pregiudizio, quindi IMHO l’ordine dovrebbe sanzionare duramente, ad esempio, chi parla di PAS, perché agisce in base al pregiudizio che il minore è stato alienato e non lo ascolta per questo, ma anche chi predispone un allontamento solo per povertà agisce in base al pregiudizio che essere poveri è una colpa. L’ordine però non conosce ogni singolo caso, ovviamente, quindi serve una segnalazione per far partire un provvedimento disciplinare, per questo dico che gli utenti devono pestare i piedi e alzare la voce, perché è un loro diritto chiedere la revisione del caso per sospetto pregiudizio dell’operatore. Ovvio che pure gli assistenti sociali devono segnalare i colleghi che agiscono con pregiudizio, imperizia, poca professionalità eccetera eccetera e deferirli all’ordine perchè prenda provvedimenti, se ne vengono a conoscenza.
        Poi, parlando del caso specifico dell’allontamento dei minori, la legge italiana (184/83 e 149/01) stabilisce il diritto del bambini a vivere con la propria famiglia e fissa i principi fondamentali per garantire questo diritto. Dice esplicitamente che il nucleo familiare in difficoltà deve essere supportato con interventi idonei ad evitare l’allontanamento dei minori e solo in caso questi interventi non funzionino si può predisporre l’allontamento, privilegiando l’affido famigliare e, in caso non sia possibile trovare una famiglia affidataria, l’inserimento in strutture come case famiglie o comunità, senza spezzare il legame con la famiglia d’origine. All’ultimo punto parla di adozione legittimante, quando è definitivamente impossibile per il bambino vivere nella sua famiglia d’origine.
        Questo significa che l’allontamento può essere predisposto solo quando gli interventi di aiuto alla famiglia sono falliti. Non farlo è contro la legge. Poi, che la giustizia italiana funzioni un po’ a modo suo lo so, ma comunque è una violazione della legge sottrarre un minore alla famiglia senza prima aver predisposto interventi d’aiuto alla famiglia stessa. I giudici dovrebbero conocerla la legge e pretendere che gli operatori documentino i tentativi falliti di aiuto alla famiglia prima di allontanare il minore e non accontentarsi della loro parola. Insomma, come dicevo sopra, ci va più controllo, molto più controllo, da parte delle autorità competenti (e parlo non solo di giudici, ma anche dei supervisori e dei direttori degli enti, che a volte non sanno nemmeno cosa succede sotto il loro stesso tetto).

        un bambino può crescere bene anche senza una mamma indegna, violenta e menefreghista, non solo senza un papà
        Certo che sì, parlavo di padri solo perché si parlava dello stigma sociale sulle madri single, ma ovviamente se è la madre ad essere violenta/abusante/trascurante è dalla madre che va allontanato. Difatti in tutto il resto dei miei interventi ho parlato di genitore, appunto perché non c’è differenza se è la madre o il padre ad essere inadeguato al ruolo genitoriale.

      • winola ha detto:

        @Riccio: ovvio che facevo riferimento a quello, tutta questa enfasi sulla bigenitorialità sta facendo danni enormi. E soprattutto, com’è che si parla sempre di rapporto col padre che va mantenuto sempre e comunque, pure se ci sono decine di denuncie a suo carico (e i casi di cui hai parlato qui sul blog ne sono la prova lampante), mentre invece una madre basta che sia senza risorse economiche e le portano via il figlio? Qualcosa non torna…
        Poi, in Italia passiamo da un estremo all’altro e non riusciamo a trovare una sana via di mezzo: o lasciamo i bambini con genitori abusanti/maltrattanti perché guai a toccare la famiglia, o li portiamo via a caso, per le motivazioni più stupide. Valutare seriamente i casi tenendo conto del supremo interesse del minore come stabilito dalla legge no, eh…

  6. Michele ha detto:

    Ti ringrazio, Winola, della risposta completa ed esauriente.
    Sono andato a cercarmi il codice deontologico e ho memorizzato l’indirizzo: credo sia buona cosa, quando si ha a che fare con certe figure professionali, aver ben presente fino a dove queste si possono spingere e su cosa è possibile (se lo è) fermarle.
    Ricciocorno, nella cronaca si trova di tutto e di più. Forse non in quella ben filtrata della stampa, ma chi sa cercare in rete può trovare facilmente tutte le incongruenze che gli fanno comodo.

  7. primavera ha detto:

    michele, continuare a sostenere che la legge e la società in generale non sia da tempo immemore un tantino “maschilista” è ragionare a proprio comodo e aiutare il diffondersi di false informazioni..fatti un giro nei tribunali per minori e ordinari..poi ne riparliamo…

  8. Pingback: La tacita accettazione | Blog delle donne

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