Madri, utensili ed evoluzione umana

Una recensione di Paola Mazzei (grazie Paola!)

madri_utensili

Ho appena finito di leggere il saggio dell’antropologa e paleoantropologa statunitense Nancy Makepeace Tanner, intitolato On Becoming Human, edito a Cambridege nel 1981, e pubblicato in Italia nel 1985, con il titolo Madri, utensili, ed evoluzione umana, e in seguito ristampato almeno fino al 1989. Lascio alla vostra lettura della controcopertina le informazioni essenziali dell’abstract, da parte mia aggiungo alcune considerazoni personali: avevo sempre immaginato che, alle origini delle comunità umane, il fatto che le femmine della specie umana partorissero e allevassero una prole fosse stata la causa prima della loro subordinazione da parte dei maschi della specie, come se l’impegno di energie e l’investimento di tempo nell’attività di generare ed allevare avesse costituito un ostacolo, un peso, un ingombro, un impedimento, che aveva facilitato l’emarginazione delle femmine umane da tutte le altre attività, quelle poi divenute direzionali, che i maschi della specie avrebbero così facilmente riservato esclusivamente a sé stessi. Sbagliato, e  niente di più sbagliato. Anch’io, come i naturalisti e gli antropologi del XIX secolo, sovrapponevo il nostro modello ad una ipotesi ricostruttiva delle origini.

Al contrario di quanto potremmo pensare in base alla nostra esperienza, sarebbe stata proprio la cura materna della prole, e il prolungarsi di essa, la causa determinante dell’evoluzione dalle antropomorfe ancestrali verso l’ominazione.

Che molte caratteristiche di queste specie antenate le condividessimo con i nostri cugini scimpanzè, mi sembrava già di saperlo, ma è fondamentalmente nuovo (anche se di trent’anni fa!) quello che possiamo ricostruire: e quello che possiamo ricostruire ci dice che le nostre specie antenate si sono evolute verso di noi perché le madri prediligevano l’andatura bipede, per portarsi incollo le creature con un braccio e per procurarsi il cibo con l’altro, e che il bisogno di procurarsi il cibo, non solo per sé stesse, ma pure per le creature, aveva aguzzato loro l’ingegno, incentivando la capacità di servirsi di utensili, che pure quelli dovevano essere trasportati, incentivo a sua volta ad usare le mani per portare e utilizzare oggetti e non più per spostarsi. E che il bisogno di conservare il cibo raccolto doveva aver prodotto l’invenzione di oggetti atti a conservarlo. E che i mutamenti della dentatura dimostrano mutamenti nella dieta, consistenti, prima, nella predilezione per vegetali coriacei, ma che più tardi indiziano l’invenzione di strumenti per trattare il cibo rendendolo più commestibile: raschiarlo, tagliarlo, spezzettarlo, etc.: insomma, leviamoci dalla testa l’orda di cacciatori che inseguono animaloni armati di asce di pietra, erano invece gruppetti non rigidamente gerarchici, ma fluidi come quelli degli scimpanzè, spesso capitanati da una femmina adulta, con figlie/i, sorelle e fratelli, compagni vari, che raccoglievano, e inventavano gli utensili per raccogliere, trasportare, trasformare il cibo. E i mutamenti ambientali sollecitavano questi mutamenti comportamentali e quindi l’adattamento genetico, e la scelta da parte delle femmine di maschi più simili a loro determinava la diminuzione del dimorfismo sessuale, cioè quella poca differenza tra femmine e maschi, rispetto ad altre specie, che ancor oggi ci contraddistingue, e tutto ciò significava che alla selezione naturale si sommava la selezione sessuale verso l’ominazione, cioè il diventare esseri umani. Ma questo ve lo spiegherà meglio l’autrice.

A me piace pensare che: essere madri non è stata una palla al piede, è stata invece la causa prima dell’evoluzione dalle antropomorfe ancestrali alle specie umane,  e alla nostra specie. Bello, no? se è così, non potremmo essere, oggi, ad una nuova svolta? Se, come conclude l’autrice, la cultura è la forma di adattamento delle specie umana, cioè l’attitudine che ha permesso agli esseri umani di sopravvivere e di colonizzare il pianeta, non sarà che l’attuale opportunità evolutiva di sopravvivenza potrebbe essere agita da una nuova iniziativa “culturale” delle donne? Ci piace pensarlo.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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19 risposte a Madri, utensili ed evoluzione umana

  1. IDA ha detto:

    Il lungo periodo di gestazione e il lunghissimo periodo di svezzamento, hanno reso necessario, per la specie umana, come per altre specie, tipo per le scimmie antropomorfe, di essere animali sociali, di vivere in comunità.. Basta, tutto il resto sono solo delle vecchie speculazioni, maschiliste,riprese dall’antropologia dell’ottocento, in cui giustificavano tutto colpevolizzando la donna sulla gravidanza..La maternità, ci dice perchè la donna quel giorno non era a caccia, ma non ci spiega la sua subalternità…

  2. Ligeia ha detto:

    Meraviglioso Paola! Adesso devo leggere questo libro! grazie per questa splendida recensione. Finalmente il famoso “cacciatore” salvatore della Patria viene messo in ombra, anzi rimesso al suo posto. Oggi hai risollevato la mia giornata, lavoro più volentieri. E grazie per la conclusione, ne sono convinta che insieme possiamo fare il cambiamento. un abbraccio

  3. Un'altra Laura ha detto:

    La verità è che mi sembra quantomeno pretestuoso cercare di ricostruire nel dettaglio società paleolitiche inferiori quando quel che abbiamo son 4 teschi e 3 orme. Sia chiaro, questo non è tanto una critica al presente libro quanto alla tiritera che si legge su tanti commenti “fin dalla preistoria…” Fin dalla preistoria che? Mi incavolo non solo come donna, come femminista, ma pure come preistorica (su questo argomento ho avuto anche una cocente delusione dal famoso cacciatore di bufale).
    Questo libro perlomeno rappresenta una voce fuori dal coro, un’altra chiave di lettura.
    Però ogni preistorico sa che:
    1) sappiam davvero poco
    2) rischiamo proprio tanto di proiettare la nostra società come chiave di lettura. Si pensi al mito del buon selvaggio che, ahimè, è morto e sepolto perché la violenza ha caratterizzato l’uomo ben prima che le società diventassero complesse, numerose ed, eventualmente, in conflitto per lo sfruttamento di risorse.
    3)Se l’uomo fosse stato sto gran cacciatore avremmo artigli e canini appuntiti. E sapremmo correre un po’ più velocemente. La triste(?) realtà è che eravamo molto probabilmente saprofagi. La carne che mangiavamo veniva dalle carogne. E a raschiar ossa di animali morti ci riescono perfettamente anche le donne incinte al 9 mese.

    • Un'altra Laura ha detto:

      Aggiungo che non so fino a che punto l’uomo e la donna fossero percepiti come diversi. O che l’accudimento dei piccoli fosse a carico esclusivo della madre. I paragoni con gli scimpanzé possono esser utili, ma non vanno sopravvalutati.

    • paolam ha detto:

      Laura io ho sintetizzato, sai come me che per capire il percorso dai dati e dalla loro interpretazione alle conclusioni, sempre provvisorie, dovresti leggere il libro, cosa che tra l’altro ti sarebbe più facile che a me, che sono archeologa ma non paleoantropologa!

      • paolam ha detto:

        3) Ci troverai anche il consumo di carne dagli animali morti: il libro è del 1981, ma oggi la nozione è patrimonio comune di chi studia preistoria. Sulla proiezione chettelodicoafà? E’ la premessa storiografica e storico culturale di tutto il libro (l’ho scritto).
        1) Sulla componente argomentativa in archeologia, che si innalza esponenzialmente quando si parla di preistoria, questa è una “mia” premessa di sempre: tenere quindi i piedi per terra e distinguere i dati dalle ipotesi interpretative, e queste dalle ipotesi ricostruttive, segnalando sempre i diversi gradi di ipoteticità di entrambe.
        Infine, l’autrice è una paleoantropologa e studia i resti delle specie, mettendo a confronto i dati ricavabili dai resti stessi con i comportamenti delle attuali specie antropomorfe. E su quello, non saprei che dire, perché paleoantropologa non sono.

      • Un'altra Laura ha detto:

        Non sono paleoantropologa, ma archeologa/archeometra specializzata in preistoria. (PS: mi fa piacere sapere che c’è un’altra archeologa su queste pagine :D). Lo leggerò, ma comunque, ripeto, la mia critica non era tanto verso il libro (che d’altra parte, appunto, non ho letto) ma su quanto “il sentire comune” crede di saperne sulla preistoria. Poi magari sono convinti che l’uomo sia in giro da 10000 anni a dir tanto, però comunque straparlano di società organizzate in questo o quel modo.
        Ad esempio, tutti convinti che gli uomini cacciavano mammuth o bisonti per via di ciò che è rappresentato sulle pareti delle caverne. Peccato che le analisi sui resti faunistici dei siti ci dicano tutt’altro.

      • paolam ha detto:

        😀 eh la divulgazione è un duro lavoro, che deve ancora essere fatto. Grazie della precisazione!

      • Un'altra Laura ha detto:

        Grazie a te per l’interessante suggerimento e per aver posto in modo chiaro e professionale l’annosa questione dell’ “uomo preistorico” che tanto piace ai machisti!
        Sulla dieta: dagli anni 80 si son fatti passi da gigante grazie allo sviluppo delle tecniche di analisi sugli isotopi stabili nei denti, che permettono di determinare, ad esempio, quanta carne/ pesce/ vegetali si mangiava. E si è scoperto, ad esempio, che anche il Neanderthal era onnivoro con un buon apporto di vegetali nella dieta.

    • ale ha detto:

      Altra archeologa presente e altra preistorica! (Ma quante siamo?) 🙂 Discussione interessante, sopratutto riguardo alla necessità di distinguere i dati dalle ipotesi interpretative e ricostruttive e sulla precisazione riguardo ai pochi dati disponibili per il Paleolitico. Tutto giusto e condivisibile. Ma…Credo che, con le dovute precisazioni di cui sopra, sia doveroso e utile produrre nuove ipotesi e letture a partire dai dati che abbiamo, semplicemente variando le analogie, l’angolazione del punto di vista soggettivo (sempre presente in ogni caso) e le intuizioni del singolo studioso/èquipe. Anche perché queste ipotesi (ottocentesche, patriarcali o di qualunque altra matrice siano) già ci sono di fatto e influenzano che lo vogliamo o no il nostro immaginario comune. Dare nuove possibilità interpretative equivale a creare nuovi varchi verso una visione più completa della preistoria, non fosse altro che per la relativizzazione e il ridimensionamento delle visioni dominanti e spesso pretestuose e opinabili senza che nessuno lo metta in luce.

  4. MarcoP ha detto:

    fra un milione di un anni un antropologo troverà questo libro e questa recensione e teorizzerà che le femmine della specie homo sapiens avevano scarsa capacità di ragionamento oggettivo

    • Queste sono offese gratuite. Se hai qualche argomento contro il libro (che immagino tu non abbia letto) esponicelo pure.

      • paolam ha detto:

        Certo, come se io avessi argomenti contro un’ipotesi di fisica teorica 😀 potrei limitarmi a esprimermi sull’efficacia divulgativa, ma come potrei entrare nel merito delle fonti e del metodo?

      • MarcoP ha detto:

        Gli antropologi poco seri hanno la tendenza ad inventare storielle sulla base del nulla, facendo come le scimmie: imitano quella che altrimenti sarebbe una scienza basata su dati scarsi ed incompleti, ma seria. Chiaramente questa è una che ha come agenda l’infilare un po’di ideologia femminista nell’antropologia, inventando storielle apposite sulla base del nulla.

      • Mettiamo in chiaro una cosa: quando si critica si debbono portare delle argomentazioni un po’ meno generiche di cose come “Gli antropologi poco seri hanno la tendenza ad inventare storielle sulla base del nulla”. Ci devi spiegare, nell’ordine:
        – perché Nancy Makepeace Tanner è un’antropologa poco seria;
        – perché la sua “storiella” si baserebbe sul nulla;
        – quale sarebbe la teoria seria a proposito della transizione da scimmie a ominidi da contrapporre alla teoria di Nancy Makepeace Tanner.
        Altrimenti il tuo commento è utile come un paio di Moon Boot alle Maldive e scientificamente rilevante al pari di una puntata di Voyager.

    • IDA ha detto:

      Certo, Marco è nostalgico dell’antropologia dell’ottocento, dove davvero s’inventavano storielle a proprio uso e consumo per il genere maschile.. ma non solo in antropologia ma in tutte le scienze dure o molli che siano. Solo con l’ingresso delle donne a tali studi, si è potuto scoprire la verità, tipo “ninfomania” e “isteria” che erano disturbi, si, ma solo nella testa degli uomini.. come illuminante è il metodo scientifico che usi, Marco.. fai affermazioni, senza argomentare, senza portare argomenti, ma solo giudizi ideologici..

    • Un'altra Laura ha detto:

      Le donne infilano l’ideologia femminista. Certo. Fammi un favore: vai su google immagini, digita “preistoria”, e osserva come sono rappresentati gli uomini e le donne, cosa fanno, se e quali utensili utilizzano e per fare cosa, poi torna qui a raccontarmi di come le donne si inventano storielle ideologizzate.

    • ale ha detto:

      Fra un milione di anni poi un antropologo troverà questo tuo commento e teorizzerà che i maschi della stessa specie non erano molto avvezzi al ragionamento e all’argomentazione delle proprie tesi, ma per motivazioni probabilmente culturali erano piuttosto abituati a offendere e attaccare gli altri, specialmente le femmine non conformi.

  5. Valeria ha detto:

    Epic win.

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