L’animale più discusso dell’universo

Avete un’idea di quanti libri si pubblicano sulle donne in un anno? Avete un’idea di quanti fra questi libri sono scritti da uomini? Sapete di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo? (…) Il sesso e la sua natura possono benissimo attrarre i dottori e i biologi; ma il fatto sorprendente e difficile da spiegare era che il sesso – la donna voglio dire – attrae anche i piacevoli saggisti, i romanzieri dal tocco leggero, i giovani che hanno preso la laurea in lettere; altri che non hanno preso nessuna laurea; altri che non hanno alcun titolo apparente tranne quello di non essere donne. Ovviamente alcuni di questi libri erano frivoli e faceti; ma molti altri erano invece seri e profetici, morali ed esortativi. La semplice lettura dei titoli suggeriva innumerevoli professori, innumerevoli religiosi che salivano sui loro podi e i loro pulpiti e cominciavano a parlare con una loquacità che eccedeva di molto l’ora solitamente assegnata alle conferenze su questo argomento. Era un fenomeno abbastanza strano; e – a quanto sembrava – poiché avevo consultato anche la lettera U – confinato al sesso maschile. Le donne non scrivono libri sugli uomini… (Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé”)

Mansplaining: neologismo composto da “man” (uomo) e “explaining” (spiegazione): descrive il modo in cui un uomo parla a una donna partendo dalla sua convinzione che, qualsiasi sia l’argomento discusso, lei ne saprà al proposito sempre meno di lui: perché è una donna.

mansplain

Ieri sono incappata nell’addio al vecchio feminismo di Beppe Severgnini.

Recita proprio così l’occhiello, scritto in stampatello: ADDIO AL VECCHIO FEMMINISMO.

“Vecchio femminismo” che Severgnini descrive usando le parole: “steccati degli anni Settanta.”

“Noi contro voi, come eserciti prima di una battaglia. Un femminismo iracondo che ha portato poco“.

Iracondo: Di persona, che ha inclinazione naturale ad adirarsi, a infiammarsi d’ira (sinononimo quindi di irascibile, che accenna però piuttosto agli atti esterni, agli sfoghi dell’ira, mentre iracondo indica piuttosto la disposizione all’ira come sentimento di astiosità).

Astiose erano, secondo Severgnini, le femministe degli anni Settanta: donne piene di rancore e malanimo, e sebbene riconosce loro che i torti per i quali quell’esercito di iraconde si mobilitava non erano meri pretesti

“Alcune di queste rimostranze  – sia chiaro – sono sacrosante. Altre, comprensibili.”

esorta le femministe di oggi

“bisogna resistere”.

Basta battaglie, signore mie – ci consiglia Beppe – lottare per i nostri diritti è stata

“Un’inutile scuola di durezza e di scaltrezza, che ha trasformato ragazze felici in donne amareggiate dietro una scrivania, inacidite intorno a un tavolo, incattivite su una tastiera.”

Eravamo “ragazze felici” prima degli anni Settanta.

Prima che la riforma del diritto di famiglia introducesse la parità nell’ambito familiare, e le donne erano felicemente genitori di serie B, prima della famigerata legge sull’aborto, quando si moriva felicemente di aborti clandestini, prima dell’abrogazione del matrimonio riparatore, quando si andava felicemente a nozze col proprio stupratore, i bei vecchi tempi, insomma, quelli in cui le donne stavano felicemente a casa a sfornare bambini e biscotti, invece che incattivite su una tastiera (come la sottoscritta) a scrivere

“Ma vaffanculo Beppe!”

Le parolacce no, avete ragione. Vi chiedo scusa. E’ la “natura iraconda”, non ci posso fare niente, mi è uscito così. E’ colpa degli anni “inutili” trascorsi a “dimostrare agli uomini che non me me frega niente del modo in cui “i maschi raccontano le donne”.

Perché è per questo che facciamo ogni cosa, noi donne: per dimostrare qualcosa agli uomini. Ad esempio: non andiamo a lavorare per pagarci vitto e alloggio o perché magari abbiamo un qualche talento da spendere nel mondo, no, lo facciamo solo per dimostrare agli uomini che siamo esseri umani come loro. Ma adesso che gli uomini – ci assicura Beppe – lo hanno capito, possiamo anche smetterla di sgomitare per farci notare, e tornare nel nostro felice cantuccio a “disfare questo gomitolo di giorni”, che lo stress ci fa male, e poi diventiamo antipatiche.

Chiedo scusa anche a Severgnini. Infondo lui ci ama e ci apprezza. Siamo le “sue” donne, i “suoi” fiori nel deserto… quelle che gli insegnano ad essere uomo.

Che cosa rimane ad un uomo, se non può spiegare alla donna come essere donna? Se non può darle lezioni sulla libertà, sull’uso corretto della lingua italiana, sul mondo del lavoro… come fa a sentirsi un vero uomo?

Bisogna resistere alla tentazione di mandare a quel paese Beppe Severgnini, signore. Non è femminile, e porta a poco.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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24 risposte a L’animale più discusso dell’universo

  1. Paolo ha detto:

    Severgnini è supponente e spocchioso. Detto questo trovo legittimo che un uomo scriva sulle donne, e una donna scriva sugli uomini ed è altrettanto legittimo che uomini e donne critichino tali articoli

  2. ladymismagius ha detto:

    Severgnini è una persona che stimo e che leggo sempre con grande interesse (e quando ha pubblicato una mia lettera sulla sua rubrica Italians, su corriere.it, nell’ormai lontano 2010, sono stata felicissima). E dopo questa ammissione di parzialità, ecco i miei rilievi alla tua critica.

    L'”inutile scuola di durezza e scaltrezza” di cui parla Severgnini non sono le battaglie femministe, ma l’imitazione dei modelli maschili sul lavoro, il fatto di de-femminilizzarsi per poter superare il soffitto di cristallo. Si può non essere d’accordo con lui (io non lo sono) ma almeno non fraintendiamolo.

    E la retorica…è un suo vezzo. Direi che possiamo anche passarci sopra e concentrarci su quelli che secondo me sono i punti salienti dell’articolo: la difesa dei suffissi al femminile per i nomi di professioni (avvocata, direttrice, ecc) quando ci sono uomini che pontificano su come pretendere i femminili e in generale un linguaggio non sessista non sia altro che seghe mentali; il grande consiglio “non preoccupatevi dei giudizi”, quelli che contribuiscono a tenere indietro le donne. Insomma, capisco che come articolo può essere irritante e che può essere ancora più irritante sentirsi dire certe cose da un uomo come se si stesse ricevendo un bollino di approvazione, ma ciò che dice Severgnini l’ho sentito dire molto spesso anche da ambienti femministi e non vedo il motivo di indignarsi particolarmente perché è stato un uomo a dirlo…

    Contestualizziamo: il primo commento sotto l’articolo è di un uomo che ribadisce che il femminismo è solo odio per gli uomini (“Queste femministe vogliono quote rosa, e credono che convenga loro cambiare il nome ad un brand diventato ormai simbolo di odio contro gli uomini. Ma sempre femministe rimangono, e l’odio se lo portano dentro”). E non è che gli altri commenti siano meglio. La morale? Ce n’è di strada da fare, e pur di andare avanti accetterei volentieri anche un po’ di benintenzionata retorica…

    • La mia interpretazione del testo (che può essere errata, ci mancherebbe!) parte dall’occhiello: addio al vecchio femminismo.
      Un invito piuttosto chiaro rivolto a tutte donne: smettela di essere iraconde, non c’è più niente per cui valga la pena arrabbiarsi.
      In questi giorni si discute un po’ ovunque della sentenza della Cassazione che propone come circostanza per la quale concedere delle attenuanti in caso di reiterati stupri lo stato di ebbrezza, una sentenza che chiede di valutare i danni riportati dalla vittima, prima di presumere che una serie di stupri sia un reato così grave (http://www.huffingtonpost.it/2014/09/25/cassazione-attenuanti-stupro_n_5882770.html).
      “Risate invece di rimostranze”: ma che c’è da ridere? Dovremmo scrivere dei pezzi comici sulla cosa?
      Tempo fa ho pubblicato la traduzione di un post di Laurie Penny sul rendere il femminismo più digeribile per gli uomini “di buona volontà” (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/10/09/se-sei-femminista-sarai-considerata-una-odiatrice-di-uomini-non-ce-modo-di-evitarlo/) e concordo con lei quando dice: “Il rebrand del femminismo, che per renderlo un più appetibile stile di vita vuole trasformarlo in un accessorio desiderabile, gestibile al pari di una dieta disintossicante… e altrettanto minaccioso, non è un’idea nuova. (…) Purtroppo non c’è modo di creare una nuova immagine del femminismo senza privarlo della sua energia essenziale, perché il femminismo è duro, impegnativo e pieno di rabbia (giusta). Puoi ammorbidirlo, sessualizzarlo, ma il vero motivo per cui molte persone trovano la parola femminismo spaventosa è che il femminismo è una cosa spaventosa per chiunque goda del privilegio di essere maschio. Il femminismo chiede agli uomini di accettare un mondo in cui non ottengono ossequi speciali semplicemente perché sono nati maschi. Rendere il femminismo più carino non lo renderà più facile da digerire.”

      • ladymismagius ha detto:

        Che ci sia ancora molto per cui arrabbiarsi è indubbio. L’articolo sicuramente è molto superficiale e si focalizza su una cosa che per me è molto, molto secondaria, la negatività del modello “aggressivo” di donna in carriera.
        Ma alla fine tutto quello che mi lascia quest’articolo è il desiderio di liquidarlo con un’alzata di spalle: non mi dice e non mi dà nulla.
        Ma se non fosse così per tutte? Se ci fossero persone per cui anche una riflessione così banale può essere illuminante?
        A volte quando sei dentro al femminismo (io ho iniziato ad avvicinarmici ormai sei anni fa e ad occuparmene tutti i giorni almeno da un paio d’anni), frequentando ambienti femministi tutti i giorni, filtrando le notizie da una prospettiva femminista, perdi il senso di come possa apparire il mondo a chi è fuori.

        L’obiezione di Laurie Penny è valida e nessuno vuole sminuire il femminismo come battaglia, come causa per cui lottare, e la forza della rabbia come sostegno e rinforzo, ma non credo si applichi a questo caso.

        La rabbia, però, allontana le persone, crea barriere. Lo vedo accadere tutti i giorni nella comunità razionalista, quella che difende la scienza, la sperimentazione animale ecc.
        Laddove c’è pacatezza, i risultati si vedono. Laddove predominano la rabbia e il dileggio verso gli oppositori (gli animalari) molte persone sono a disagio.

        Insomma, Ricciocorno, qual è la direzione che vogliamo dare alla rabbia – che comunque c’è e di cui abbiamo bisogno?
        Io ho 19 anni e sono stanca di non vedere nemmeno una direzione dove andare, ok? Vogliamo impegnarci con tutte le nostre forze per divulgare il femminismo, o vogliamo restare dure e pure ma isolate?
        Me lo chiedo. Forse dovremmo iniziare a pensarci tutte: qual è il modo migliore per far sentire le nostre istanze, farle diventare una prospettiva accettata e rispettata nella società, senza privarci della nostra energia essenziale, come dice Penny?

      • Se la rabbia non si incancrenisce in rancore, se “essa rimane entro il giusto limite e trascende la mera soggettività dell’impulso e del sentimento individuale” (http://archiviostorico.corriere.it/2002/ottobre/10/IRA_NON_FUNESTA_TUTT_ALTRO_co_0_0210104083.shtml) è un sentimento che ci dà la misura dell’ingiustizia della quale siamo testimoni: “L’ ira è dunque, almeno inizialmente, giusta e anzi doverosa, una risposta non solo psicologicamente ma anche e soprattutto eticamente motivata e necessaria.”
        Il passo successivo e altrettanto necessario, naturalmente, è liberarsi di essa.

      • ladymismagius ha detto:

        Mi fa piacere sentire queste cose sulla rabbia, e dico sul serio. In effetti la rabbia non è un sentimento socialmente accettato, e sono tante le persone che mi dicono che semplicemente “non dovrei avere” la rabbia che sento dentro.

        Però non hai risposto alle altre domande, e vorrei davvero una risposta.

      • Ti vorresti sapere quale strada prendere. E sono molto lusingata che tu lo chieda a me, non mi fraintendere. 🙂 Ma non ho mai avuto velleità da guru, non sono qui ad indicare una direzione, a spiegare alle donne o agli uomini “come essere femministi”. Soprattutto perché credo che non ci sia una sola strada, ma che ognuno debba faticosamente costruirsi la sua personale giorno dopo giorno.
        Mi piace pensare a questo blog come una tavola rotonda, un luogo dove non ci sono capotavola.
        L’unico privilegio che mi riservo è quello di scacciare i troll 😉
        Io dico la mia, voi dite la vostra, si discute, e alla fine ognuno di noi ha imparato qualcosa, soprattutto io.

      • ladymismagius ha detto:

        Allora dimmi la tua opinione e basta, se ti va di farlo 🙂

      • Riguardo all’articolo di Severgnini, ritengo che la sua interpretazione del “vecchio femminismo” che vorrebbe che le donne abbandonassero è sbagliata. Parlare di donne “iraconde” che hanno ottenuto poco è un quadro della situazione che non corrisponde alla realtà. E questo mi fa arrabbiare.
        Per ciò che riguarda il criticare un articolo al cui interno ci sono anche osservazioni giuste, come la difesa dei suffissi al femminile, non significa mettere in dubbio la buona fede di chi scrive, ma è innanzi tutto un esercizio necessario a chi critica. Mi è piaciuta tanto una frase che lessi tempo fa: “Criticare è l’igiene dei propri pensieri” (http://lorenxo.tumblr.com/post/86293273512/critica-come-igiene). Se “Criticare significa non crogiolarsi nella prima risposta come la migliore, la più importante, quella più vera”, o ancora “confrontare i giudizi e non giudicare chi confronta”, allora si può vedere nelle critiche non soltanto la pars destruens, ma anche un’opportunità di arricchimento. Perché si può sempre migliorare…

  3. Doriana ha detto:

    ahahahaha! ah beh, io istituire un “Fuck You” day…..sai che lunghe liste settimanali ne uscirebbero?

  4. Doriana ha detto:

    ps, non c’entra niente ma peccato che non sei su twitter!

  5. paolam ha detto:

    Guarda cara Ricciocorno, io prima di tutto mi chiedo: ma questo signore c’è o ce fa? Ovvero: è proprio così stupido e ignorante di suo, oppure simula, almeno in parte, stupidità e ignoranza? In secondo luogo mi chiedo: perché il Corriere pubblica questa mexxaccia? Forse per “bilanciare” le firme di donne che scrivono su la 27°ora? Fosse questo, il risultato è patetico e si commenta da solo: prova ne siano gli sparuti commenti idioti. Mi attengo al fatto presente, e non esprimo, perché non è il luogo, valutazioni personali sulla qualità professionale e/o umana dell’autore, che peraltro immagino retribuito, e retribuito diversamente rispetto al/-la free lance sfruttato/a. Che aggiungere, forse questo: http://www.zerocalcare.it/

  6. paolam ha detto:

    Comunque, per l’autore ignaro di ciò di cui parla: http://www.viella.it/libro/409 solo per cominciare. Buona lettura.

    • IDA ha detto:

      Grazie della segnalazione del libro.. Paola..
      Severgnini essendo più vecchio di me, dovrebbe aver conosciuto bene il femminismo..
      Non so cosa abbia da lamentarsi, se non per il gusto di dissociarsi da un qualcosa di cui oggi è di moda dissociarsi… il femminismo di oggi lo trovo anche troppo aperto al dialogo, è molto conciliante…

  7. paolam ha detto:

    Per le fanciulle, consiglio sempre invece un brevissimo compendio: “Care ragazze”, di Vittoria Franco, Donzelli 2010. Solo per rendersi conto dei fatti. E di quanto hanno dovuto essere maleducate le donne che hanno permesso a me, e poi a loro, di vivere un po’ più come vogliamo noi.

  8. Pinzalberto ha detto:

    E Renzi scriverà “addio al vecchio comunismo”. Nel giro di pochi anni stanno distruggendo tutto quello che è stato costruito dai nostri nonni e padri con sangue e fatica. Perdipiù da gente che non ha mai fatto un cazzo nella vita.

    • paolam ha detto:

      Hanno già distrutto: la sinistra italiana del novecento con tutto il suo patrimonio storico è morta senza lasciare eredità. O meglio è stata soppressa, inseme all’eredità, e dagli stessi eredi.

  9. Pingback: Quello che le donne non dicono (e dovrebbero dire) | Nuvolette di pensieri

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