Una fuga dall’autenticità

…che cos’è una donna? «Tota mulier in utero: è una matrice», dice qualcuno. Tuttavia, parlando di certe donne, gli esperti decretano «non sono donne», benché abbiano un utero come le altre. Tutti sono d’accordo nel riconoscere che nella specie umana sono comprese le femmine, le quali costituiscono oggi come in passato circa mezza umanità del genere umano; e tuttavia ci dicono che «la femminilità è in pericolo»; ci esortano: «siate donne, restate donne, divenite donne.» Dunque non è detto che ogni essere umano di genere femminile sia una donna; bisogna che partecipi di quell’essenza velata dal mistero e dal dubbio che è la femminilità. La femminilità è una secrezione delle ovaie o sta congelata sullo sfondo di un cielo platonico? Basta una sottana per farla scendere in terra? Benché certe donne si sforzino con zelo di incarnarla, ci fa difetto un esemplare sicuro, un marchio depositato. Perciò, essa viene descritta volentieri in termini vaghi e abbaglianti, che sembrano presi in prestito al vocabolario delle veggenti. Al tempo di S. Tommaso, la donna pareva un’essenza altrettanto sicuramente definita quanto la virtù soporifera del papavero. Ma il concettualismo ha perso terreno: le scienze biologiche e sociali non credono nell’esistenza di entità fisse e immutabili che definiscano dati caratteri, come quelli della donna, dell’Ebreo o del Negro; esse considerano il carattere una reazione secondaria a una situazione. Se oggi la femminilità è scomparsa, è perché non è mai esistita. Dunque la parola donna» non avrebbe alcun contenuto? È ciò che affermano vigorosamente i partigiani dell’illuminismo, del razionalismo, del nominalismo: le donne sarebbero soltanto quegli esseri umani che arbitrariamente si designano con la parola «donna», gli americani in specie sono portati a pensare che la donna come tale non esista più; se un’arretrata si considera ancora una donna, le amiche la consigliano di farsi psicanalizzare per liberarsi di codesta ossessione.

Dorothy Parker ha scritto, a proposito di un’opera del resto molto irritante, intitolata: Modern Woman: a lost sex: «Non posso essere giusta verso i libri che trattano della donna, come tale… Io penso che tutti, uomini e donne, dobbiamo venir considerati esseri umani.» Ma il nominalismo è una dottrina un po’ miope, e gli antifemministi hanno buon gioco nel dimostrare che le donne non sono uomini. Certo che la donna è, come l’uomo, un essere umano: ma questa è un’affermazione astratta; il fatto è che ogni essere umano concreto ha sempre la sua particolare situazione. Respingere le nozioni di eterno femminino, di anima negra, di carattere giudaico non significa negare che vi siano, oggi Ebrei, Negri e donne: questa negazione non ha per gli interessati un significato di libertà, ma rappresenta una fuga dall’autenticità. È chiaro che nessuna donna può pretendere in buona fede di porsi al di là del proprio sesso.

(Simone de Beauvoir, “Il secondo sesso”, pag.13, Il Saggiatore, Milano, 1961)

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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58 risposte a Una fuga dall’autenticità

  1. IDA ha detto:

    Pare che non sia cambiato nulla:”gli antifemministi hanno buon gioco nel dimostrare che le donne non sono uomini.” Grazie a Dio.. aggiungerei io.

  2. Paolo ha detto:

    ogni donna è una donna. e femminilità e mascolinità si possono vivere in tanti modi più o meno frequenti ma legittimi, tanti quanti sono gli uomini e le donne nel mondo

    • IDA ha detto:

      Il problema Paolo, non è come uno vive la femminilità o la mascolinità, ma è il perchè.

      • Paolo ha detto:

        perchè fa parte di noi

      • hmve ha detto:

        Signor Paolo scusi se mi intrometto, ma credo che la Signora Ida, mi corregga se sbaglio, intendesse dire che se una persona vive la sua femminilità/mascolinità in un determinato modello per conseguenza di una scelta libera e consapevole va bene, mentra se tale scelta è viziata da condizionamenti culturali (anche inconsapevoli ) la questione è diversa.
        Mi spiego meglio: se scelgo il mio look al solo scopo di compiacere altre persone ( la mia famiglia,ad esempio), o perchè la società in cui vivo si aspetta che io, in quanto donna, debba desiderare proprio quel tipo di abbigliamento e mi conformo per paura di ricevere delle critiche; allora il modello a cui sto aderendo non è più frutto di una mia scelta ma di un’imposizione culturale.
        Quindi direi che, indipendentemente dal singolo individuo, le motivazioni dietro la scelta di un modello di femminilità/mascolinità non sono affatto irrilevanti, anzi siano proprio il criterio discriminante, un ottimo metro di misura per giudicare il grado di libertà e democrazia in un determinata società.

      • Paolo ha detto:

        le aspettative della società e della famiglia ci saranno sempre in un modo o nell’altro (l’importante è che non schiaccino l’individuo), sta anche a noi saperle affrontare (e lo dico senza colpevolizzare nessuno). I condizionamenti “inconsapevoli” cosa vogliono dire? Siamo tutti un mix di natura e cultura ma ciò non significa che il nostro look non sia “nostro”, Certo se fossi nato in un’altra epoca e in un altro posto forse vestirei diversamente ma il mio look è comunque mio

  3. hmve ha detto:

    Buongiorno, seguo questo blog da qualche tempo anche se questa è la prima volta che commento un post. Vorrei in primo luogo esprimere il mio apprezzamento alla Signora Riccioccorno ( a Ricciocorno ? Non riesco a dare del tu ad una pesona fino a quando quest’ultima non mi autorizza espressamente ), per la chiarezza espositiva e la lucidità con la quale affronta e analizza le diverse tematiche relative alla violenza di genere. La vorrei sopratutto ringraziare per avermi mostrato un altro punto di vista, rendendomi più una persona più consapevole . Nonostante sia cresciuta in un contesto familiare/culturale particolarmente maschilista, mi sono sempre posta in maniera molto critica ed essendo una persona razionale, dotata di una spiccata “curiositas” verso la conoscenza in sè, ritenevo di essermi liberata completamente dal condizionamento mentale relativo modello di femminilità impostomi da mio nonno fin dalla più tenera età. Non mi rendevo conto tuttavia, o perlomeno non ero perfettamente conscia, di alcuni sottili e insidiosi preconcetti radicatisi in un tempo relativamente lontano ( mi piacerebbe un giorno poterlo definire “remotissimo e senza influenza alcuna sul presente” ).
    Il Suo blog mi ha aiutato a vivere la mia quotidianità in maniera più serena, in quanto mi ha permesso di individuare alcuni errori intrinseci nella prospettiva da cui osservavo me stessa, errori che mi hanno condotto in più di un’occasione a conclusioni sbagliate inficiando la mia capacità di inferenza e giudizio ( dopotutto la capacità di analisi è del tutto vana se le premesse del ragionamento sono errate ).
    Ho deciso di commentare questo post perchè la fuga dall’autenticità rappresenta il fulcro di tutti i rimproveri ( apparentemente benevoli o intenzionalmente malevoli ) che ho ricevuto dalla mia famiglia da che ho avuto capacità di comprensione del linguaggio verbale.
    Mi sono sempre sentita dire “Perchè metti i pantaloni e non ti vesti mai come una signorina ? ” , salvo poi venir puntualmente accusata di frivolezza e vanità se esprimevo il desiderio di indossare una gonna o un vestito. E questo è solo un esempio di una lunga serie di critiche ( che più di una volta sono diventate dei veri e propri atti di intimidazione e bullismo psicologico ) riguardo non solo il mio vestiario ma anche i miei interessi ( “Alle “vere” donne la matematica e le scienze non piacciono!”, i miei gusti alimentari ( “Ah, tu mangi la minestra non perchè ti piace ma per fare la dieta, così poi puoi fare la stupida con i ragazzi”), e di fatto ogni altro aspetto che riguardasse la mia vita. Ogni mia scelta, ogni mia parola è sempre stata pesata e giudicata chidendomi di giustificare la mia scelta convincendo il mio interlocutore che le conseguenze di tale scelta non avrebbero compromesso la mia femminilità, benchè nessuno fosse mai stato capace di spiegarmi quali fossero le caratteristiche delle femminilità : dovevo essere impassibile non dovevo esprimere i miei sentimenti se si trattava di sconforto o di disagio(“Solo le bambine deboli e capricciose piangono ! Le brave bambine non disturbano gli altri , si sbrogliano da sole !!”), ma dovevo dimostrarmi bisgonosa di affetto e sempre allegra (“Perchè non mi chiedi mai un bacio? Perchè non mi chiedi di restare con te? Perchè non mi chiedi aiuto per i compiti ? Vuoi forse sfidarmi facendomi credere che tu non hai bisogno di nessuno ? Perchè non sei allegra ora che ti ho regalato la barbie?, Alle bambine piacciono le bambole!”). Dovevo essere efficiente, dinamica, resiliente e dotata della capacità intuitiva necessaria ad anticipare i desideri altrui ( “Le vere donne di una volta non si lamentavano mai, e non c’era tutta questa comodità moderna!”, “Era chiaro quello che volevo, come hai fatto a non capirlo”) dovevo essere colta qualora fosse servito ad esaltare la capacità del mio educatore (“Vedi mia nipote come è brava a scuola? vedi come sa citare Dante ? Questi sono i risultati quando ci sono dei valori in una famiglia!”), ma in tutti gli altri casi venivo derisa e accusata di essere snob. (“Eh,certo! sentito la professorina ? Crede che i suoi libri servano a qualcosa! Ricordati signorina che la vita è l’unica maestra. Voi letterati (frequentavo il liceo classico) vivete in un mondo di chiacchere”).
    Questi sono solo esempi di come la femminilità ( l’ideale di mio nonno, intendo ), potesse esser tutto e il contrario di tutto a seconda delle sue esigenze e convenienze, anche se, in ogni caso, restava sempre un ideale irragiungibile per me: le vere donne avevano l’istinto innato e la capacità di raggiungerlo senza sforzo, mentre io ( qualunque cosa facessi ) restavo sempre del tutto inadatta e la cosa peggiore dal suo punto di vista, era che col passare del tempo mi sentivo sempre meno in colpa per questo mio presunto fallimento arrivando addiritura a non considerarlo neanche un fallimento !!!!
    Chiedo scusa in anticipo se il mio commento è troppo lungo e Le auguro una buona serata.

    • Paolo ha detto:

      la femminilità è qualunque cosa una donna di qualsiasi cultura sia, decida di fare, possono esserci modi di viverla più frequenti di altri ma sono tutti legittimi. Tuo nonno non era in grado di capirlo
      grazie per la testimonianza

      • hmve ha detto:

        Le risponderò, Signor Paolo, con esempio personale.
        PARTE1
        Fin dall’età di 6 anni ho avuto dei diari personali, nei quali giornalmente riportavo gli eventi della giornata analizzando le mie esperienze, i miei sentimenti,…etc.
        E, in virtù di ciò posso affermare con assoluta certezza di aver sempre adorato ( almeno da quando ho avuto la capictà di scrivere), il rossetto rosso fuoco ( rosso diva anni ’50, per intenderci ).

        Quando ho iniziato a truccarmi, relativamente tardi rispetto all’età media, il mio criterio di scelta è sempre stato questo : piace a me, piace a tutti; quindi indipendentemente dagli standard della moda, film, televisione, amici, parenti,e dal giudizio di chicchessia( La mia risposta più comune alle intimidazioni di mio nonno, quando tentava di ridicolizzarmi o farmi sentire indaguata era ” Fortunatamente viviamo in democrazia; quindi puoi solo esercitare il tuo inalienabile diritto a guardare altrove ” ).

        In quel periodo io indossavo solo rossetti rosa perchè ritenevo che il rossetto rosso ( che tanto mi piaceva ) avrebbe avuto un effetto estetico sgradevole sul mio viso.

        Pertanto
        SCELTA A : Non indosso il rossetto rosso.
        MOTIVAZIONE A: Non mi piace l’effetto estetico sul mio viso.

        Prima di andare avanti con la seconda parte, secondo lei la SCELTA A è libera e consapevole ? In altri termini : secondo lei è dettata da condizionamenti diversi dal mio personale gusto estetico ?

      • Paolo ha detto:

        il nostro gusto estetico così come quello gastronomico è legato anche alla cultura del posto in cui nasciamo (se fossi stato cinese forse non mangerei le stesse cose che mangio essendo nato e cresciuto in Italia) benchè stiamo sempre più globalizzandoci..ma comunque i nostri gusti (che possono cambiare nel tempo oppure no) sono sempre nostri e non eterodiretti dai film o dai romanzi i quali raccontano l’umano

    • paolam ha detto:

      🙂 è il doppio input cui sono spesso sottoposte le donne che crescono in un ambiente “evoluto”: si offrono loro tutti gli strumenti di istruzione, ci si aspetta da loro qualcosa, rispetto ad una realizzazione personale, e in uno spazio esterno, ma allo stesso tempo si dice loro, in qualche modo, che le aspettative sono altre, e che il loro spazio rimane quello privato delle loro nonne, e il loro posto è un passo indietro.

  4. hmve ha detto:

    @Signora Ricciocorno, a costo di sembrar una maestrina dalla penna rossa , nel tag post Simone de Beauvoir un Titivillus dispettoso le ha fatto digitare una “d” 😉

  5. hmve ha detto:

    Benissimo Signor Paolo dalla sua risposta ne deduco che la risposta sia un sì : lei rittiene che la SCELTA A sia una scelta libera e consapevole ( il mio gusto estetico non è eterodiretto, ed è l’unico arbitro ).

    Allora PARTE 2
    IPOTESI : supponiamo per un istante che la situazione fosse stata differente
    SCELTA B : Non indosso il rossetto rosso
    MOTIVAZIONE B: Non voglio ricevere critiche dalla mia famiglia che lo ritiene un colore inadatto.
    ( Ho scelto una motivazione che per ALCUNE donne può anche essere veritiera, tuttavia non sto esprimendo alcun giudizio riguardo queste eventuali donne ).

    Allora dal mio punto di vista la SCELTA B ( benchè identica alla SCELTA A ) non sarebbe più libera ma condizionata : sotto questa specifica ipotesi la scelta continuerebbe ad essere legittima, come dice lei, ma condizionata dal timore di ricevere delle critiche. Sarebbe in ogni caso consapevole, io sarei perfettamente conscia di questo tipo di condizionamento e dell’effetto.
    Secondo la sua opinione ( gradirei una risposta secca : sì o no ), si può definire la SCELTA B consapevole ma condizionata ?

    PS Gradirei che si staccasse per un attimo dal contesto culturale : diamo per scontato l’influenza culturale del luogo di nascita. Il concetto è che sotto l’ipotesi B una persona sta modificando ( anche solo parzialmente ) il suo gusto estetico per adattarsi ad un’aspettativa familiare. Le chiederei anche di sospendere il giudizio sulla validità della scelta : ossia, assumiamo che entrambe, A e B, sono legittime e quindi ogni sicussione in merito diviene irrilevante.

    A seconda della sua risposta, arriverò finalmente a farle un esempio pratico di cosa intendo con scelta condizionata inconsapevole, che era la sua domanda iniziale.

    • hmve ha detto:

      *ritiene

    • Paolo ha detto:

      sì è una scelta consapevole in quanto si sceglie, probabilmente per quieto vivere, di accontentare la propria famiglia, di non sfidarla e di non affrontare eventuali critiche..ma siamo sempre noi a scegliere questo non si può parlare di costrizione (a meno che la tua famiglia non minacci di ucciderti o cacciarti di casa se metti il rossetto rosso ma non è questo il caso). è come quando vai a casa della nonna e per non scontentarla cerchi di mangiare tutto quello che ti prepara anche se non ti piace o non hai fame..puoi decidere di non farlo ma devi essere pronto ad affrontare la sua eventuale faccia delusa. (e non sto giudicando chi non si sente pronto o non ha il coraggio)

  6. paolam ha detto:

    https://www.youtube.com/watch?v=pvYjGjcP-jQ madonnasanta, o paolo, se X è condizionato/a non è che è in condizione di scegliere checchessia. Fin qui ci siamo? Ok. Procediamo.

  7. hmve ha detto:

    Molto bene, Signor Paolo, solo piccola precisazione ; con il termne “condizonamento” non intendo un sinonimo di costrizione. Dal mio punto di vista il concetto di scelta implica quello di libertà; non c’è scelta senza libertà, al più può esservi sottomissione ( in caso una persona accetti un’imposizione/forzatura) o ribellione ( in caso contario ).

    Prima di passare alla condizione di consapevolezza, la prego di essere indulgente e di permettermi di proprole un altro esempio.

    Esempio di CONDIZIONAMENTO CONSAPEVOLE FORTE:
    la SCELTA B descriveva, secondo la mia opinione un condizionamento consapevole medio/debole ( il livello, ovviamente può variare tantissimo a seconda dei contesti e della sensibilità personale ).

    PREMESSA
    Carmela ( nome di un’ipotetica donna di origine sicilana ) ha appena avuto una bambina. É perfettemente conscia del fatto la convenzione/tradizione vuole che questa bambina abbia il cognome della nonna materna in PRIMO nome, così com’è stato per lei. Supponimano che il nome delle nonna sia Crocifissa e che a Carmela non piaccia affatto.
    Carmela è al corrente che è solo una tradizione, ossia che non vi è nessun destino ineluttabile che le imponga la scelta del nome della nonna .
    Supponiamo anche che quest’aspettativa sia condivisa da tutta la famiglia di Carmela, incluso il marito e la famiglia di quest’ultimo. Supponiamo inoltre che Carmela sappia con assoluta certezza che nonna Crocifissa si sentirà umiliata e tradita se questa tradizione non verrà onorata.

    SCELTA B.1 : Carmela accetta la tradizione.
    MOTIVAZIONE B.1 : Carmela non se la sente di sottoporre sua nonna ad una grande soffrenza.
    Che cosa comporta la scelta B.1 ?
    Nonna soddisfatta, ma il sacrificio di parte dell’individualità di Carmela, il quasi scontato, disagio causato dall’essere obbligata a rivolgersi a sua filgia con un nome che non le piace e, molto probabilmente, anche il perpetrarsi di una convenzione solciale che porterebbe sua figlia a dover affrontare una situazione analoga in un futuro.

    SCELTA B.2 : Carmela rifiuta la tradizione.
    MOTIVAZIONE B.2: Carmela vuole affermare la propria libertà, anche per la figlia.
    Che cosa comporta la scelta B.2 ?
    La delusione ( se non disapprovazione ) di tutta la sua famiglia e in particolare la sofferenza della nonna ( “Che cosa ho mai fatto a mia nipote ? Perchè mi disprezza?” ), ma l’affermazione della propria individualità; il che potrebbe esonerare sua filgia in un futuro dal dover prendere una decisione simile.

    Ora, non vorrei cadere in una discussione per decidere se e quanto questo tipo di situazioni siano comuni e/o quale sarebbe la scelta giusta. Assumiamo, come prima, che entambe le decisioni siano legittime e optiamo per la sospensione del giudizio.

    In ogni caso, concorda con me che, indipendentemente dalla scelta e dalle motivazioni, l’individualità della persona è fortemente schiacchiata ? Che Il prezzo da pagare ( quantomeno a livello emotivo/psicologico ) sarà comunque alto ? La scelta di Carmela sarà comunque consapevole, sarà comunque “sua”; ma Carmela, in realtà, non sta forse scegliendo quale tipo di sofferenza preferisce affrontare ? Si può definire questo tipo di scelta consapevole ma fortemente condizionata?
    Aggiungo inoltre che ,all’aumentare dell’intensità della forza di tale condizionamento, risulta evidente come il confine tra “scelta condizionata” e “stato di coercizione/schiavitù” si assottigli fino a dissolversi. Sottolineando l’ovvio una scelta condizionata, seppur consapevole, non è libera ma subordinata alla volontà di qualcun altro ( non necessariamente una persona, potrebbe anche essere un particolare contesto culturale ).

    Ora arriva la parte 3 ( La scrivo in un altro commento per alleggerire la lettura ).

    • Paolo ha detto:

      io non capisco dove vuole arrivare: noi siamo la somma delle nostre scelte, ogni scelta comporta responsabilità, rischi, prezzi da pagare più o meno alti, vantaggi o svantaggi rinuncia a qualcos’altro..e questa rinuncia può costarci poco o tanto. Vuol dire che siamo tutti schiavi eterodiretti? Secondo me no..vuol dire che siamo animali sociali e abbiamo bisogno dell’incontro-scontro con gli altri.

      Scegliere per quieto vivere di seguire una tradizione culturale e familiare oppure ribellarsi ad essa sfidando la propria famiglia e la propria comunità (ovviamente se non si condivide quella tradizione perchè in caso contrario il problema non esiste): ognuna di queste scelte ha dei pro e dei contro, ognuna di queste scelte comporta una responsabilità e l’assunzione di un rischio..mi viene da dire: questa è la vita.

      se si vuole essere a riparo dai giudizi altrui, se si vuole evitare quelli che vengono definiti “condizionamenti esterni” (ammesso che siano sempre e comunque negativi)..si può sempre decidere di ritirarsi su una montagna e fare gli eremiti e vivere come il poverello di Assisi..peccato che non sia molto diffuso come ideale di vita. Tiziano Terzani è vissuto per anni da solo sull’Hymalaya..forse si reputava più libero di tutti noi.

      Io ci tenevo solo a dire che chi vive in una maniera considerata “tradizionale” di per sè non è nè più nè meno se stesso di chi si ribella a tradizioni che gli stanno strette e non reputa adatte a sè. Poi istintivamente siamo portati a simpatizzare coi “ribelli” sopratutto quando la tradizione ci appare stupida e anacronistica (come dare il cognome della nonna come nome alla figlia) per non parlare di “tradizioni” che in realtà sono veri e propri crimini contro la persona come le mutilazioni genitali alle bambine ma questo è un altro discorso

      • IDA ha detto:

        Paolo, ma perchè per te le coso o sono in un modo o sono unicamente in un altro. Se te le tue catene non le vedi, non capisco perchè non le devono vedere nemmeno gli altri. Per te in tutto il mondo siamo in una società lineare, senza forma di gerarchie ne di autoritarismi. La libertà di obbedire o di scegliere un padrone, non è libertà. Schiavi eterodiretti, chi di noi usa codesto termine, e che cazzo vuol dire.. perchè se siamo in una società piena di pregiudizi e condizionamenti, uno deve andare via, rimanere e lottare no?
        Gli stereotipi di ruolo a vent’anni sono già incondizionati, perchè l’educazione alla femminilità e alla mascolinità parte già dalla culla, fiocco rosa fiocco azzurro, poi uno può fare tutto, tutto è legittimo, perchè la tua scelta individuale non conta un cazzo..
        Poi dimentichi che nel rapporto sociale noi cerchiamo approvazione, consenso, conferma, accettazione, rassicurazioni, approvazioni.non me ne viene altre, ma tutto questo condiziona i nostri atteggiamenti e scelte. per non dimenticare la “vergogna”. Sai quanto condiziona certi atteggiamenti e comportamenti?.. Questo non vuol dire che siamo tutti schiavi, ma nemmeno liberi, e per liberarci bisogna vedere e conoscere le proprie catene.
        “L’individuo, modifica abitudini e comportamenti, che a forza di obbedire si sviluppano riflessi di sottomissione.” (Le Bon- Psicologia delle folle.) Studiando e mettendo in pratica questo libro, Hitler andò al potere con il consenso della maggioranza dei tedeschi.. se fossi in te, i condizionamenti sociali non li sottovaluterei.

      • Paolo ha detto:

        fiocco rosa e azzurro? Posto che per me i fiocchi potrebbero pure sparire perchè si è maschi o femmine a prescindere dai fiocchi..il fatto che una da piccola giochi con le bambole di per sè non la condanna a fare la schiava del marito così come un bambino che gioca coi soldatini non diventerà per questo un marito oppressore è chiaro? Fermo restando che una bambina e un bambino dovrebbero poter giocare con quello che vogliono a prescindere dal genere e da quali giochi siano “tradizionalmente” più frequenti tra femmine e maschi..vuoi la bambola? Ok, vuoi i soldatini? Ok, vuoi entrambi? ok…per me così si dovrebbe fare.

        una donna che mette il rossetto e la gonna non è nè più nè meno libera e autentica di una che mette i pantaloni e non si mette il rossetto, o mette la gonna e non il rossetto o mette rossetto e pantaloni o mette il cavolo che vuole. E niente e nessuno mi farà cambiare idea su questo.

        quanto a hitler, è bastato che le prime bombe degli Alleati cadessero sulla Germania e la gran parte dei tedeschi che aveva “condizionato” lo rinnegarono rapidamente come se non avessero mai fatto un saluto nazista nella loro vita, come se non avessero mai creduto a nessuno dei suoi discorsi
        La storia del lavaggio del cervello non mi ha mai convinto, i nazisti non hanno fatto il lavaggio del cervello ai tedeschi..la gente crede solo a quello in cui vuole credere, perciò è in qualche modo complice di chi la inganna.

      • IDA ha detto:

        dimenticavo: la “paura”, sai quante scelte incondizionate fanno fare?

      • IDA ha detto:

        Paolo, ho fatto riferimento al fiocco rosa, azzurro, per indicare il condizionamento di genere da dove parte.. poi tutto è legittimo, anche perché l’io individuale nell’io collettivo è uno dei tanti, conta poco o nulla.. e non si stà parlando della libertà e dell’autenticità delle persone. Se io guardo delle mie vecchie foto degli anni 80, mi vedo ridicola, gli stili tra quelli di oggi e quelli d’allora sono molto diversi, questo non vuol dire che io in quel periodo ero più schiava e ora sono più libera e autentica, o il contrario..
        Su Hitler io non ho parlato di lavaggio del cervello, è una cosa che hai tirato fuori te. Diciamo così, marketing, in pubblicità e in propaganda politica, usano le stesse tecniche.
        I miei comportamenti scolastici, sono cambiati, non perché sono stata bocciata, ma perché è cambiata la maestra. Io ho portato quel riferimento, perché io facevo le cose che facevano i maschi, per loro andava bene, a me dicevano: “che una bambina queste cose non le fa”.. chiaro ora?
        Altro elemento importante, te dici: “vabbè che oggi si boccia raramente”, questo è un luogo comune.
        Il luogo comune, non costituisce una prova ne una probabilità. I luoghi comuni si diffondono perché creano, simpatia ed empatia tra l’interlocutori. (questo accade a tutti, tra quelli intelligenti i meno intelligenti, tra i liberi e i meno liberi, tra i belli e i brutti, a tutti. A me e a te.) I luoghi comuni sono molto usati nella pubblicità e nella propaganda politica, soprattutto negli ultimi anni, la politica italiana è fatta solo di luoghi comuni.. questo non vuol dire che chi crede e diffonde luoghi comuni sia un deficiente o gli hanno lavato il cervello, questo non lo stò dicendo io ne lo dice nessuno. Spesso i luoghi comuni sono costruiti e diffusi ad arte, per sfruttarli nel momento opportuno. Esempio il razzismo si basa sui luoghi comuni più diffusi, e si sa quali conseguenze porta il razzismo. Questo non è un giudizio di merito sulle persone, l’importante è capirli e individuarli e non far finta di nulla come se non esistessero.. perché come ti ho detto, il luogo comune non è una prova ne una probabilità che un fatto sia vero, ma tutti siamo disposti a crederlo come tale.

  8. hmve ha detto:

    PARTE 3

    PREMESSA
    Nei commenti precedenti avevo menzionato il fatto che scrivo e conservo “diari segreti” fin dall’età di 6 anni. Dunque non li ho menzionati per un impulso esibizionistico o per tediarla con inutili particolari; ma per farle capire perchè posso affermare con assoluta certezza di sapere come ragionavo e quali fossero i miei desideri nell’infanzia.

    Dunque ragionavo in maniera dicotomica ( Bene/Male, Giusto/Sbagliato, Bianco/Nero ). Non riuscivo a cogliere le diverse sfumature e la complessità in generale. Inoltre ero fortemente permeabile a qualunque input del mondo esterno, in particolari quelli che venivano dai miei educatori.

    Rileggendo questi diari mi sono resa conto che, tra i 6 e gli 8 anni, avevo maturato la convinzione dicotomica che
    donna adulta = rossetto rosso sì
    donna non adulta = rossetto rosso no ( inadeguata e ridicola )
    Il criterio discriminante tra una donna adulta e una non.adulta consisteva nel matrimonio, il che implicava che solo una donna sposata avrebbe potuto indossare un rossetto rosso senza esser ridicola.
    ( continua…)

    • Paolo ha detto:

      mi perdoni ma quando abbiamo sei anni è abbastanza normale credere in cose idiote ed è abbastanza normale ragionare per dualità rigide come Bene tutto da una parte e Male tutto dall’altra (la dualità Bene-Male non si perde mai del tutto anche quando si vedono le sfumature e i lati problematici, e questo è un bene), ho il sospetto che sia una fase necessaria per crescere..ma poi si cresce, per l’appunto

      • hmve ha detto:

        Mi scusi, mi cita la frase dove ho scritto che non è normale questo tipo di ragionamento in una bambina di 6 anni ? E dove ho scritto che non è necessaria una fase di crescita ?
        Oltretutto, mi perdoni se glielo faccio notare, ma è del tutto logico che non capisca dove voglio arrivare, visto che non ho ancora finito di scrivere. Da dati parziali fare congetture in generale risulta ostico…E lo dico senza nessun disprezzo/malignità nei suoi confronti, sia chiaro !

      • Paolo ha detto:

        io dico solo che una che si mette il rossetto rosso è di per sè libera e autentica quanto chi mette il rossetto blu o non mette alcun rossetto

      • IDA ha detto:

        Paolo.. Io sono cresciuta sentendomi sempre dire, che queste cose una bambina non ne fanno, non è da bambina, le bambine non fanno questi giochi, le bambine qua, le bambine la.. 1966 facevo la prima elementare, la maestra, ci diceva a noi bambine che bisognava guardarci la punta delle scarpe, quando si parlava con le persone.. a me prendeva un nervoso che mi partiva dalla pancia, e non potevo stare ferma, ( forse è da li che sono diventata femminista) Ma sai come si sente una bambina come ero io.. si sente sbagliata, colpevole.. e a conferma di quanto ero sbagliato in prima elementare sono stata bocciata.. anche per problemi comportamentali, perchè menavo tutti, urlavo, ero scomposta e scappavo da scuola.. Anche queste erano cose che una bambina “buona” non le fa.. Queste sono cose che ti segnano e ti rimangono per tutta la vita.

      • Paolo ha detto:

        Ida, non so nel 1966 ma oggi anche un bambino maschio che mena tutti, urla e scappa da scuola è a rischio bocciatura (vabbè che oggi si boccia raramente) o comunque è ritenuto problematico., oggi non dicono più di tenere gli occhi bassi e ciò è bene.

        e poi non sto negando che a sto mondo esistono bambine (e bambini) che non vogliono fare molte cose che la maggior parte delle loro coetanee fa e che non corrispondono alle aspettative dei genitori, sono sempre esistite le Arya Stark così come le Sansa (se non sai chi sono leggi le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco)

    • IDA ha detto:

      Lascia perdere Paolo e continua.. sono interessata come va a finire.
      Poi quando parli con me, puoi togliere il signora e la forma confidenziale.. Signora per la prima volta me l’hanno dato quando ero incinta.. poi basta.. 🙂

  9. hmve ha detto:

    ( Mi scusi tanto per il ritardo, problemi con Mozilla ).

    Naturalmente, crescendo, ho dimenticato che un tempo la pensavo in quel modo ( trovo del tutto normale che una persona non ricordi perfettamente ogni istante della sua esistenza ). Tuttavia questo preconcetto infantile evidentemente si era radicato nella mia testa, restando allo stato latente e causandomi la sensazione di inadeguatezza di fronte alla mia immagine con il rossetto rosso. Ne ho la certezza assoluta in quanto, quando ho riprovato ( le sto perlando di un arco di tempo di qualche giorno ) a guardami con il rossetto rosso, la sensazione di disagio che povocava il pensiero “il rossetto rosso non mi sta bene” ( presente fino ad una settimana prima ) era magicamente scomparsa.

    Con questo sto forse asserendo che prima ero una schiava eterodiretta ? Assolutamente no ! Ma ero condizionata a livello inconscio da un pregiudizio latente che pregiudicava la mia capacità di giudizio estetico ( su me stessa, intendo ). Sarebbe stata una condizione invalidante se non me ne fossi mai accorta? Non direi. La scelta del colore del rossetto è un aspetto marginale della vita di una persona.

    ( Lei è libero di non credere alla mia storia, è libero di considerarmi una bugiarda o dubitare delle mie percezioni pensando : ” Macchè condizionamento inconsapevole, ha solo cambiato gusti ! ” .)

    É come se io ,Signor Paolo, le chiedessi di indossare un paio di occhiali con le lenti colorate ( di un certo colore ) e le mostrassi due stoffe colorate che lei non ha mai visto prima ( quindi non ne può sapere il colore vero ) .
    Dal momento che può osservare solo attraverso il paio di occhiali, i colori delle rispettive stoffe le sembreranno diversi da come sono realmente.

    A questo punto le chiedoIo quindi “quale di queste due stoffe ha il colore più bello” ?
    Lei, indipendentemente dalla sua scelta, mi darà una risposta autentica e legittima secondo i suoi gusti.La sua risposta tuttavia potrebbe essere influenza dalla falsa percezione delle lenti.
    C’è il rischio ( non la certezza ), quindi che la sua scelta sia inconsapevolmente condizionata.

    Poi ripetiamo l’esperimento senza gli occhiali.
    Può essere che lei confermi la scelta di prima, ma può essere anche il contrario. In ogni caso la sua risposta sarà altrettanto autentica e legittima, ma consapevole dal momento che può vedere chiaramente il colore delle due stoffe senza l’influenza ( condizionamento ) delle lenti colorate.
    La sua risposta sarà quindi completamente libera e consapevole, dal momento che è dettata unicamente dal suo gusto estetico.

    Poi ripetiamo l’esperimento un’altra volta. Allora le dico: ” la prima stoffa ha il colore più bello e resterò delusa se lei non concorderà con me, ma non ci saranno ripercussioni”.
    Lei, indipendentemente dal fatto che decida di compiacermi o meno, la sua scelta sarà consapevole ( vede chiaramente il colore delle due stoffe e sa che sto tentando di influenzarla ) , ma potrebbe essere condizionata dalla mia eventuale delusione.
    Questo fa di lei uno schiavo ? No. Perchè è libero di accettare il condizionamento ( compiacendomi,in caso i nostri gusti estetici fossero divergenti ) oppure di rifutarlo ( non ci sono ripercussioni ).
    In questo caso la sua scelta POTREBBE essere , nel caso decidesse di compiacermi, consapevolmente condizionata e quindi meno libera che nell’esperimento precedente, ma non per questo meno legittima.

    Poi ripetiamo l’esperimento un’altra volta. Questa volta le dico ” la prima stoffa è la più bella e se concorderà con me le regalo 10.000.000 di euro, altrimenti ne resterò delusa e lei non avrà niente”.
    Questa volta, sarà d’accordo con me che la posta in gioco è decisamente più alta, e che il condizionamento a cui sto sottopondendo il suo giudizio è decisamente più forte.

    Lei è consapevole che sto tentando di influenzare la sua scelta con un forte incentivo ? Direi di si.
    Questo fa di lei uno schiavo? No. In quanto resta libero di rifiutare il mio condizionamento.
    Tuttavia, credo di non sbagliare nel dire che c’è una maggior probabilità che mi compiaccia e che comunque, nel caso rifiutasse il mio tentativo di influenzarla, non lo farebbe a cuor leggero.
    In tal caso la sua scelta è consapevole, continua ad essere legittima ( qualunque essa sia ), ma potrebbe essere fortemente condizionata dalla mia offerta in denaro e quindi poco libera.

    Infine ripetiamo l’esperimento un’ultima volta.
    Allora, le punto una pistola carica alla tempia e le dico : “la prima stoffa è la più bella e se non concorderà con me premerò il grilletto” .
    In questo frangente anche se, ipoteticamente, c’è la remota possibilità che rifiuti di assoggettarsi alla mia volontà ( scegliendo di morire ), è evidente che di fatto non le sto dando affatto una scelta.La sua risposta quindi, sarà consapevole ? Sì. Sarà condizionata ? Direi che con una minaccia del genere non può che essere un “sì”.
    La sua “scelta “, qualunque essa sia, è legittima ? Anche in questo caso sì. É legittimo sottomettersi per istinto di sopravvivenza, così come è legittimo ribellarsi per un principio morale ( la sottomissione non è necessariamente migliore della ribellione, così come la ribellione non è necessariamente migliore della sottomissione ).

    Con questo sto dicendo che i condizionamenti non possono essere affrontati e che quindi siamo tutti schiavi eterodiretti ( vale a dire ogni persona cede necessariamente ad ogni condizionamento che la vita le riserva ) ? Se ha compreso il mio esperimento sa che la risposta è no. Ma il grado di libertà di una decisione può essere molto variabile.

    Sto dicendo che l’unico modo per essere liberi e autentici è la vita da eremita ? Assolutamente no.

    Ora le chiedo : è importante focalizzarsi sul COME una persona viva la propria femminilità/mascolinità ( ossia stabilire se il colore di stoffa scelto sia preferibile ad un altro ) , oppure è importante focalizzarsi sul PERCHÉ , ossia se la motivazione dietro la sua scelta sia dettata o meno da condizionamenti, siano essi consapevoli ( il denaro ) o inconsapevoli ( le lenti colorate )?

    Se lei si trovasse in un contesto culturale sfavorevole ( dove la maggior parte delle sue scelte sono soggette a condizonamenti sociali/culturali molto forti) non le piacerebbe che qualcuno combattesse per cambiare questo sistema per darle l’opportunità di riconsiderare la sue decisioni ?
    Fermo restando che, ovviamente, potrebbe anche decidere di non cambiarle, senza per questo venir accusato di essere “meno Paolo” o di essere schiavo del sistema.

    Se poi lei interpreta il condizionamento sociale come “schiavitù eterodiretta”, questa è la sua opinione, che rispetto anche se non condivido.
    Spero di essere stata chiara e credo di non potermi spiegare meglio.
    La ringrazio per l’attenzione ( e per la pazienza ). Buona serata

    • Paolo ha detto:

      i dieci milioni di euro sono “corruzione” e sta alla coscienza del singolo decidere se farsi corrompere oppure no (vi sono anche altri variabili da considerare come la situazione economica di chi riceve l’offerta)..in ogni caso la scelta è libera nel senso che è una nostra responsabilità.
      la pistola alla tempia è sì un condizionamento molto forte in quanto certamente la prospettiva di morire di morte violenta è di gran lunga la più indesiderabile e nonostante questo condizionamento molto forte tanto che cedervi è comprensibilissimo (più comprensibile di chi cede al denaro almeno secondo la mia personale scala di valori) qualcuno sia pure una minoranza decide di morire.per quanto esigua e svantaggiosa una scelta c’è sempre..persino nei regimi totalitari che certo esercitano condizionamenti tragicamente reali e concreti di ogni tipo, terribili e violentissimi c’è sempre una minoranza che si ribella.

      mi chiede se sono d’accordo nel far sì che una persona possa mettersi il rossetto che vuole o non mettersi alcun rossetto senza che le siano rotte le scatole? Sì sono d’accordo purchè questo non diventi “no anche se dici che hai scelto tu di metterti il rossetto non è vero è colpa del patriarcato brutto e cattivo che te lo fa mettere, tu lo hai interiorizzato e credi di essere libera ma io so che non lo sei perchè ho letto il filosofo Pizzabballa e la sociologa Pincopalla sul blog di Vattelapesca che mi hanno aperto gli occhi” perchè a me questo modo di ragionare non sembra rispettoso delle scelte altrui, senza contare che pure il mio interlocutore potrebbe aver letto altri filosofi e sociologi che dicono il contrario o cose diverse rispetto a Pizzabballa e Pincopalla e quindi la discussione diventerebbe tipo “i miei intellettuali preferiti sono più meglio dei tuoi”.
      Insomma insisto: chi si mette il rossetto rosso è libera quanto chi non se lo mette.

      Se lei è riuscita a superare definitivamente le sue convinzioni infantili sui rossetti solo da una settimana non so che dirle..meglio tardi che mai. Io a Babbo Natale ho smesso di credere qualche decennio fa.
      Comunque ci sono uomini adulti che non mettono pantaloni corti neanche d’estate nelle occasioni informali perchè li considerano una cosa adatta ai ragazzini identificando l’essere maschi adulti col pantalone lungo e credono di non stare bene in pantaloni corti, e altri adulti che li mettono senza problemi..è anche questione di gusti (influenzati dalla cultura in cui siamo nati ma comunque nostri)..io li considero liberi a prescindere dai pantaloni che mettono e dalle motivazioni per cui li mettono (a meno che qualcuno non punti loro o verso i loro cari una pistola per fargli mettere certi pantaloni ma non è questo il caso)

      • IDA ha detto:

        ma se un uomo si mette la minigonna e i tacchi per andare a lavorare in banca è libero di farlo? Per andare a lavorare in un’officina?

      • Paolo ha detto:

        non è “libero” neanche di andare in ufficio nudo o vestito da clown se è per questo. Esiste una cosa che si chiama dress code e non è schiavismo, checchè se ne dica

      • Paolo ha detto:

        la pistola alla tempia, le minacce di morte a sè e ai propri cari sono indubbiamente un condizionamento reale, terribile e cedere ad esso è sommamente comprensibile, voglio ribadirlo

      • hmve ha detto:

        Non capisco se non abbia letto affatto o se sia la capacità di comprensione del testo che le fa difetto. Altrimenti avrebbe capito che io non ho la presunzione di sapere cosa accade nella mente di una persona ( indipendentemente dal genere ).
        A differenza di lei, non sto facendo supposizioni o congetture su quello che pensa una persona e non mi permetto di giudicare la bontà delle sue decisioni.

        Invece noto di essere sono oggetto di un giudizio molto forte e direi arrogante, visto che non può sapere cosa c’è nella mia testa o in quella di qualcun altro :

        “Se lei è riuscita a superare definitivamente le sue convinzioni infantili sui rossetti solo da una settimana non so che dirle..meglio tardi che mai. Io a Babbo Natale ho smesso di credere qualche decennio fa.”

        Se pensa davvero che il rossetto fosse una convizione infantile ( pari al mito di Babbo Natale ) e che nella mia vita adulta, io credessi RAZIONALMENTE che il rossetto rosso fosse adeguato solo ad una donna sposata, vuol dire che lei non ha compreso il concetto che stavo esprimendo.
        Se è così,oltretutto, mi sta implicitamente dicendo che sono una povera minorata mentale, oppure mi deride per un’altra ragione a me ignota ( non m’interessa saperlo ).
        Pertanto, visto che lei ha il dono della telepatia cibernetica, non ha bisogno di ulteriori commenti : sa già quello che risponderò.

      • Paolo ha detto:

        lei ha detto (mi pare di aver capito) che da adulta pensava che il rossetto rosso non le stesse bene perchè a livello inconscio risentiva ancora di certe sue convinzioni (idiote) di quando aveva sei anni e solo una settimana fa le ha superate e ha capito che il rossetto rosso le sta bene. io ho risposto buon per lei e ho fatto l’esempio di un uomo che non mette i pantaloni corti perchè a livello conscio o inconscio li ritiene cose da ragazzini, forse supererà questa cosa o forse manterrà i suoi gusti…in ogni caso sarà libero con o senza pantaloni corti

      • Paolo ha detto:

        comunque una donna transgender certo che può mettere tacchi e minigonna per andare a lavorare in banca..almeno secondo me

      • Paolo ha detto:

        a ben pensarci un uomo non è neanche libero di andare alla prima della Scala vestito in tenuta da spiaggia! Questa società oppressiva lo costringe a mettere lo smoking! Lui forse crede di volerlo mettere ma in realtà non è libero! Facciamo subito una battaglia di liberazione!

    • Vale ha detto:

      Hmve, un grazie sentito per questo esempio splendido. Chiaro, semplice, logico.
      Ma… ma, se posso permettermi un consiglio, lasci perdere. Paolo è una causa persa. Devo ancora capire se è un troll o se davvero è incapace di comprendere il senso di un testo. Resta il fatto che è frustrante continuare a parlare con qualcuno che non vuole o non è in grado di comprendere.
      Mi lasci comunque ribadire che il suo esempio è spettacolare e perfettamente chiaro. Il fatto che Paolo non lo comprenda non è di sicuro dovuto all’esposizione dell’esempio. 🙂

      • hmve ha detto:

        Sono io che la ringrazio Signora Vale! 😀 É sempre gradevole venir apprezzati.
        Lei può permettersi di consigliarmi e/o contestarmi ogni volta che lo ritiene opportuno 🙂
        Se vuole darmi del tu, proceda pure, se vuole che la ricambi; mi deve espressamente autorizzare. Per quanto riguarda il Signor Paolo mi astengo da qualunque giudizio;
        la mia capacità di esposizione, ad oggi, non può essere migliore di così e se questo non basta ( per causa mia, sua o di entrambi ), non posso farci niente. Buona giornata

      • Vale ha detto:

        Per carità, sì, dammi del “tu”. E ti prego, togli quel “signora”, ché mi fai sentire una vecchia ^^’
        Comunque reitero la mia opinione: l’esempio era ben espresso e anche molto arguto. È che è proprio una causa persa: io ci ho rinunciato 😀

  10. Paolo ha detto:

    può accedere anche di pentirsi di certe scelte fatte, accade di cambiare idea, questo significa che quelle scelte non sono avvenute sotto la nostra responsabilità? Non credo

    • IDA ha detto:

      Paolo: Siamo sempre responsabili delle nostre azioni, e la responsabilità è sempre individuale, ma la libertà non c’entra.. se uno non è libero non vuol dire che è schiavo.. Schiavo, vuol dire detenzione, prigione, se uno non è in prigione, non vuol dire che è libero, ma vuol dire che non è in prigione.
      La libertà non esiste, la prigione si, ma questo non vuol dire che siamo tutti in prigione.
      Nelle società gerarchiche come quelle in cui viviamo, si basano in rapporti unidirezionali, dall’alto al basso, comando/obbedienza. Dal momento che non sei in carcere, non sei uno schiavo puoi scegliere, obbedire = premio, disobbedire=punizione. Ma non è libertà questa, perchè hai solo la libertà di obbedire.. ma contemporaneamente non vuol dire che sei schiavo, perchè non sei in prigione, hai una certa libertà di movimento e la possibilità di scegliere tra il premio e la punizione. Questo è il dominio, che è un furto di libertà. la parola “potere” ha un doppio significato, libertà e dominio, se esiste la libertà non esiste il dominio, se esiste il dominio, non esiste la libertà, uno annulla l’altro. potere come sinonimo di libertà si traduce in “poter fare”, come sinonimo di dominio, “poter far fare”.

      • Paolo ha detto:

        ok Ida molto interessante. Io mi sono espresso chiaramente sul concetto di libertà, ritengo di non dover aggiungere altro, mi stufo a dover ripetere le stesse cose.

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