Il “vero” affido condiviso

La sera della vigilia di Natale Deborah Calamai ha ucciso con 9 coltellate il figlio di 13 anni, Simone Forconi.

Ci dicono i giornali che Deborah Calamai era dal 2005 in cura per problemi psichiatrici, e che avesse dato “segni di squilibrio“. Non sappiamo se l’espressione “segni di squilibrio” ricomprenda anche episodi di violenza.

Sappiamo però che, a dispetto dei problemi psichiatrici della donna, il Giudice aveva deciso per l’affido congiunto.

Ci tengo a precisare che l’affido esclusivo non si chiama così perché “esclude” il genitore non affidatario dalla vita del figlio; questi mantiene comunque il diritto di visita, che è predisposto a discrezione del Giudice, il quale – nei casi in cui si renda necessario per la salute psico-fisica del minore – può adoperare alcune cautele, come ad esempio la presenza, nel corso delle visite, di un operatore dei Servizi Sociali; l’orientamento prevalente della giurisprudenza in merito alla questione è favorevole al principio secondo cui il genitore non affidatario non debba essere escluso da tali decisioni: comunque deve essere garantito il suo diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con i propri figli.

Sappiamo che il padre del bambino,  a causa dello stato in cui versava la donna, aveva richiesto l’affido esclusivo. Sappiamo che il 30 gennaio la donna si sarebbe dovuta sottoporre ad un colloquio con un consulente del Tribunale che avrebbe dovuto valutare le sue condizioni.

Sappiamo anche che quella sera il padre aveva ceduto alle richieste della donna, che lo pregava di lasciarle il bambino per qualche ora, per permetterle di consegnargli il regalo di Natale che aveva acquistato per lui.

Sappiamo che Simone Forconi, mentre era da solo con sua madre, quella sera, ha telefonato al padre: forse si sentiva a disagio, forse aveva addirittura paura.

Sappiamo che quelle poche ore in cui Simone è rimasto con la madre gli sono costate la vita.

Sappiamo che questo povero padre ha fatto il possibile per salvare suo figlio: infatti si era rivolto al Tribunale affinché rivedesse la decisione di un affido congiunto, l’unica cosa che poteva fare.

Una tragedia annunciata?

E’ difficile dirlo. Bisognerebbe capire se la donna avesse mai minacciato di fare del male a se stessa o agli altri.  Ci dice l’Ansa che Deborah Calamai “mai in passato aveva manifestato comportamenti violenti nei confronti del figlio”, ma questo non significa che non avesse mai manifestato comportamenti violenti. Bisognerebbe sapere perché fosse in cura da 9 anni e di che natura fossero i suoi “problemi psichiatrici”.

Quando di fronte ad un delitto tanto efferato e crudele mi trovo a leggere commenti di questo genere:

macerata3

rimango veramente basita.

Cosa c’entra il “Vero” (con la maiuscola!) affido condiviso?

Anche supponendo che una simile tragedia si sarebbe potuta evitare, l’unico modo per evitarla sarebbe stato intervenire tempestivamente alle richieste del padre, che non voleva affidare il suo bambino alle cure di una donna con problemi psichiatrici.

Se proprio si deve puntare il dito contro una modalità di affido, allora è proprio contro un affido condiviso disposto sempre e comunque – anche a dispetto delle obiezioni di un genitore che manifesta fondati dubbi sulle competenze genitoriali dell’ex partner – che dovremmo puntarlo, visto che l’assassinio di Simone ci dice che questo povero padre aveva tutte le ragioni per richiedere un affido esclusivo.

In questi anni i gruppi di padri separati hanno portato avanti una campagna di sensibilizzazione sul problema dell’affidamento che ruota attorno al concetto di bigenitorialità. Sebbene ad essere enunciato è il principio del “diritto del minore di mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori”, quello che si vuole tutelare, in realtà, è il diritto dell’adulto di avere accesso al minore.

Emblematica in tal senso è la recente decisione di un padre di richiedere il “pignoramento” della figlia di 3 anni: per far valere i suoi diritti su di un essere umano quest’uomo ha scelto di servirsi di un atto di precetto, un istituto processuale per mezzo del quale un creditore può rivalersi sul proprio debitore. Si pignorano beni mobili o immobili, si pignora il conto in banca o lo stipendio, ma non si era mai sentito che qualcuno pretendesse di pignorare una bambina.

In questo blog troverete diversi post che spiegano perché il concetto di bigenitorialità diventa pericoloso quando si traduce nell’ossessione di mantenere intatta una famiglia con due genitori a detrimento della sicurezza dei soggetti coinvolti in una separazione, quando invece di tutelare il minore, che è il soggetto più debole, si insegue l’idea astratta e infondata che un bambino necessiti di trascorrere la medesima quantità di tempo con ognuno dei genitori, chiunque essi siano e qualsiasi sia stato il loro comportamento prima della separazione.

I progetti di legge proposti dai “papà separati” mirano ad inserire nel nostro ordinamento la “friendly parent provision“, quel concetto che reputa “unfriendly” e quindi dannoso per il minore quel genitore che obietta alla frequentazione del minore con l’altro genitore.

Dall’introduzione alla proposta di legge 1403, pag. 10:

Allo stesso modo si interviene a punire chi con sottili manovre e quotidiana opera di denigrazione induca un figlio a rifiutare i contatti con l’altro genitore, nonché chi si prefigge di raggiungere il medesimo risultato, ovvero di eliminare del tutto l’altro genitore dalla vita del figlio, denunciandolo per reati infamanti mai commessi.

L’enunciazione di un simile principio, che pretende di misurare la competenza genitoriale sulla base della capacità di cooperare con l’ex partner, rende difficile portare avanti le proprie istanze a quei genitori che hanno valide ragioni per limitare i contatti del minore con un adulto pericoloso. Se questo è evidente nei casi di separazione dovuti a violenza domestica, è altrettanto evidente in casi analoghi a quello che si è concluso con l’omicidio di Simone Forconi, 13 anni.

Invocare un “vero” affido condiviso di fronte al dolore di un padre che a causa dell’affido congiunto non aveva gli strumenti per tutelare il suo bambino, è quanto di più assurdo mi sia capitato di leggere.

Credo sia urgente che si prenda coscienza al più presto, in questo paese, che la principale preoccupazione di chi è chiamato a decidere del destino di un minore coinvolto in una separazione debba essere la sicurezza e il benessere di quel minore, piuttosto che il diritto dei genitori a pretendere un equa divisione del tempo fra le due figure genitoriali. E’ ingenuo pensare che, solo perché ha concepito, una persona sia in grado di agire nel migliore interesse del proprio figlio: quanti bambini devono morire ancora perché si smetta di sostenere che la bigenitorialità sia la panacea di tutti i mali?

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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32 risposte a Il “vero” affido condiviso

  1. primavera ha detto:

    Grazie per questo articolo. Credo non ci sia da aggiungere nulla. C’è solo da unirsi alla richiesta di un intervento serio per evitare a monte certe cose. Forse un genitore e /o un figlio preoccupato,spaventato,che chiede aiuto o di essere ascoltato non è uno che inventa accuse false o vuole eliminare l’altro genitore per partito preso. Forse sa e vuole solo proteggere o essere protetto.
    La legge sul condiviso sta tappando la bocca molte vittime.

  2. michele299 ha detto:

    No, questa analisi non è per niente corretta, a mio avviso.
    A uccidere il piccolo Simone non è stato l’affido condiviso, né lo sarebbe stato l’affido esclusivo, se fosse stato disposto con le vecchie modalità.
    A ucciderlo é stato l’automatismo col quale i tribunali della famiglia assegnano di prassi i bambini alla mamma, a prescindere da tutto.
    L’articolo è ingannevole perché lascia credere a chi non ha esperienza nel settore che oggi affido condiviso significhi frequentazione più o meno equa, più o meno forzata, di entrambi i genitori, ma non è affatto così. Con l’entrata in vigore della legge sull’affido condiviso (2006) è stata subito introdotta l’invenzione giuridica del “genitore collocatario” (spesso individuato non in base ad accurate indagini di relazione, prove, testimonianze, perizie, ma semplicemente stabilito pregiudizialmente nella mamma) che di fatto si prende oltre ai figli (a prescindere da quale dei due genitori si sia precedentemente occupato più e meglio di loro) la casa (a prescindere da chi ne sia il proprietario e da chi sia il coniuge più facoltoso) e l’assegno di mantenimento non rendicontato.
    In pratica, è stata ripristinata la condizione precedente di affido esclusivo alla mamma.
    Come giustamente è stato detto dal Ricciocorno, anche con l’affido esclusivo il genitore non affidatario aveva diritto a qualche visita per mantenere la relazione paterna, nonché a esprimere qualche parere sulla cura dei figli.
    Con l’attuale affido condiviso tempi e modalità di frequentazione sono rimasti pressoché identici a prima: il genitore non assegnatario può normalmente vedere i figli 2 weekend al mese (2 pernotti) e, se proprio è un bravo papà, 1 o 2 pomeriggi a settimana. In caso di controversia sulle decisioni importanti sui figli prevale normalmente il parere del genitore collocatario. 85% del tempo con la mamma, 15% col papà, circa l’85% dei collocamenti alla mamma, il 3% ai papà, e il resto ai servizi sociali.
    Come se oggi la situazione sociale fosse quella di 50 anni fa, con grande prevalenza di famiglie monoreddito e ruoli coniugali e genitoriali rigidamente prefissati. Tutto come prima, insomma, con in più l’ipocrisia di chiamare tutto questo “affido condiviso”, con i conseguenti aumento dei tempi e dei costi del giudizio, incremento della conflittualità fra i parenti e alimentazione un esercito di sciacalli che lucra sulla litigiosità delle persone.
    Quello che il post di Ricciocorno non dice (e il cui senso è pertanto ingannevole) è che Simone è stato sì affidato ai due genitori, ma collocato presso la madre (immagino con le modalità delle consuetudini). Il genitore collocatario è stato individuato, a giudicare dagli eventi successivi, con la solita automatica superficialità, pur di replicare i soliti schemini preconfezionati, nell’indifferenza di evidenze che avrebbero suggerito al buon senso di disporre assetti completamente differenti. La storia di Simone ci dice anche quanto refrattario sia il sistema a riconsiderare quegli schemini tanto cari alla prassi forense.
    http://www.cronachemaceratesi.it/2014/12/26/tre-anni-di-lotte-per-avere-laffido-ora-chi-ha-sbagliato-deve-pagare-lo-sfogo-del-padre-di-simone/607312/
    In tutti questi automatismi che influenzano le decisioni forensi in base al sesso dei genitori e non in base ad un’analisi attenta delle specifiche realtà, colpevole a mio avviso è anche il grande pregiudizio sessista (misandrico) col quale ormai da molti anni siamo martellati dai media sul modo di informare e interpretare le notizie di violenza domestica, che tendono a concentrare la pericolosità esclusivamente nei maschi e a vedere in ogni uomo un potenziale pericolo e in ogni donna una santa martire.
    Contrariamente all’orientamento di questo articolo, io sono convinto che se venisse applicato un vero affido condiviso, se si separassero dall’assegnazione dei figli tutte le questioni legate al patrimonio, se ciascun genitore si tenesse per sé quello che è suo (ovviamente tenendo conto dei redditi, dei sacrifici pregressi e dell’impegno richiesto per la cura della prole) e si istituzionalizzasse il mantenimento diretto dei figli, il tutto si semplificherebbe enormemente (con grande beneficio per la prole), mentre i genitori ridurrebbero considerevolmente le conflittualità e i rancori per concentrarsi di più sul bene dei figli e solo in base a questo decidere tempistiche e luoghi.
    Per questo decisioni in questo senso non verranno mai adottate da questa nostra giurisprudenza.

    P.S. C’è differenza fra affido condiviso e affido congiunto. Lo dico a Ricciocorno ma lo dico anche all’articolista del mio link: suppongo (ma non ne ho certezza) che Simone fosse in affido condiviso, dato che l’affido congiunto, con l’entrata in vigore della legge de 2006, normalmente non viene più applicato.
    Per un corretto uso dei termini: affido congiunto significava che entrambi i genitori partecipavano praticamente a tutte le decisioni. Era quindi possibile solo dove non ci fosse un’alta conflittualità fra i genitori.
    L’affido confiviso prevede che solo le grandi decisioni siano concordate: il genitore che in quel momento sta col figlio può decidere dove andare e come passare il tempo senza dover chiedere il permesso all’altro.

    • “A ucciderlo é stato l’automatismo col quale i tribunali della famiglia assegnano di prassi i bambini alla mamma”: questa è una scemenza Michele. Il bambino non era affidato alla mamma. Non ci arrampichiamo sugli specchi.
      Secondo l’Istat nel 2009 l’86,2% delle separazioni di coppie con figli ha previsto l’affido condiviso contro il 12,2% dei casi in cui i figli sono stati affidati esclusivamente alla madre. (report separazioni e divorzi, facilmente reperibile in rete).

    • Cosa c’entrano le questioni legate al patrimonio? Qui abbiamo un genitore con problemi psichiatrici, conclamati! Possibile che i soldi siano il vostro unico chiodo fisso?
      Il padre si Simone ha perfettamente ragione: lui aveva richiesto l’affido esclusivo.
      E lei invece continua a difendere l’affido condiviso, di fronte al cadavere di un bambino. La prego di non commentare più. Non la pubblicherò.

      • michele299 ha detto:

        Sinceramente la credevo più propensa ad argomentare meglio le sue posizioni e le sue critiche, anziché far ricorso a prestestuosissimi stravolgimenti di senso per giustificare la sua censura.
        Vabbé, se è tutto qui quello che ha da dire, mi stia bene.

      • “In attesa di giudizio per violenze in famiglia, ancor prima di trasformarsi in assassino. Era questo lo “status” di Veli Selmanaj, il 46enne kosovaro che ieri sera ha sparato e ucciso l’ex moglie di 45 anni e una figlia 21enne davanti a un supermercato di Pescina, in provincia de L’Aquila. L’udienza preliminare per Selmanaj era stata fissata per il prossimo novembre. Nel frattempo, lui si è vendicato contro chi aveva avuto il coraggio di denunciarlo. E ancora una volta la tragedia si sarebbe potuta evitare, se solo si fosse percepita la pericolosità di una vicenda in cui erano già emersi i segni premonitori del dramma incombente.” http://www.repubblica.it/cronaca/2013/10/17/news/femminicidio_abruzzo_violenze_in_famiglia-68790143/
        “Una volante della polizia era intervenuta due mesi fa perché lui l’aveva picchiata a sangue e lei si era rifugiata dai vicini per chiedere aiuto. Proprio i condòmini ricordano che l’uomo “la sera era già a casa”. Inoltre il 28 agosto lei lo aveva denunciato per lesioni e minacce, ma a quanto pare non era accaduto nulla. Nemmeno l’ammonimento del questore, previsto dalla nuova legislazione per la prevenzione dei femminicidi.” http://www.huffingtonpost.it/2014/10/20/milano-uccide-fidanzata_n_6012848.html
        Le sembra un sistema che si preoccupa di tutelare le donne il nostro?
        Io non direi proprio. La verità è che nessuno è tutelato.
        Peccato che voi uomini ve ne accorgiate soltanto quando capita che a farne le spese sia un uomo… e passiate il resto del tempo ad accusare di misandria chiunque cerchi di parlare del problema.

        Sono anni che si porta avanti un discorso privo di senso sui presunti danni di un affido esclusivo, e questi sono i risultati. L’accordo per l’affido di un minore deve adattarsi alle singole famiglie, tenendo conto di patologie, situazioni pregresse di violenza, delle particolari condizioni di disagio che possono presentare i diversi nuclei che si vengono a creare.

      • Parliamo di conflittualità nella coppia. Uno studio nel 2011, condotto in Australia, dopo l’adozione di un Family Act che predisponeva il condiviso come soluzione da privilegiare anche nel caso di coppie conflittuali (“Post-separation parenting arrangements: Patterns and developmental outcomes. Studies of two risk groups”, di Jennifer McIntosh, Bruce Smyth, Margaret Kelaher, Yvonne Wells and Caroline Long) ha esaminato le conseguenze del condiviso in bambini in età scolare.
        I risultati ci dicono che il condiviso non ha ottenuto il risultato di creare un clima di cooperazione fra le figure genitoriali, ma anzi, ha esacerbato i conflitti, a detrimento del benessere psico-fisico dei bambini: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/02/08/ancora-i-colibri-il-vero-interesse-del-minore/
        “nei bambini in regime di shared care, dopo 4 anni, si sono riscontrate grandi difficoltà attentive e di concentrazione, nonché difficoltà nel portare a termine un compito assegnato. I bambini maschi in regime di shared care si sono rivelati quelli con maggiori problemi di iperattività e disattenzione, a livelli quasi patologici.”
        Le basta, come argomentazione?

      • Hastalavictoriasiempre ha detto:

        Caro riccio ecc. Lei non ha capito proprio niente del discorso del sig. Michele. La legge c’è (54/2006) ma non viene difatti rispettata nei tribunali e con la figura del ‘genitore collocatario’ , non previsto dalla legge, si è difatti ritornati alle modalità del vecchio affido esclusivo in cui il genitore non collocatario (prima si chiamava non affidatario) vede il figlio in modalità dei due weekend al mese e alcuni pomeriggi infrasettimanali, escludendo difatti la possibilità del genitore non collocatario di avere un rapporto equilibrato e continuativo con il figlio, come voleva la legge. E chi è nel 95% dei casi il genitore non collocatario? Il padre! Ecco perché poi in maniera superficiale i figli vengono collocati presso la madre anche se non idonea. Nel caso del piccolo Loris bastava semplicemente affidare il figlio al padre e stabilire degli incontri tutelati dai servizi sociali con la madre , ciò invece viene fatto spesso con i padri anche semplicemente per ragioni conflittuali con la ex moglie mentre con le madri spesso non viene fatto. Si difende le madri a prescindere e a volte a discapito del benessere del minore ecco perché succedono queste sciagure. E nessuno paga! Vorrei vedere in galera quel giudice!

      • Vede, c’è una differenza sostanziale fra il non aver capito e il non essere d’accordo. Io ho capito benissimo, ma non sono d’accordo. E credo di aver spiegato diffusamente il perché non sono d’accordo.

  3. michele299 ha detto:

    Ma l’hai letto quello che ho scritto o no?

    • Certo che ho letto quello che hai scritto. E sono sciocchezze. Le spiego perché: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/11/violenza-e-affidamento-ii-parte/
      Prendiamo ad esempio di Rosi Bonanno: 6 volte quella donna aveva denunciato l’ex partner, ma questo non aveva convinto il Giudice a negare al padre il diritto di recarsi a casa della vittima per visitare il figlio. Come se lo spiega? Col pregiudizio misandrico?
      Oppure la morte dei due figli di Pasquale Iacovone, altra tragedia annunciata. Anche in questo caso la madre aveva cercato di impedire che il padre avesse libero accesso ai bambini, visto che li aveva persino minacciati, ma niente, il Tribunale non ha fatto nulla. Proprio come non ha fatto nulla per Simone Forconi.
      La verità è che il condiviso viene applicato di default, senza nessuna attenzione alle situazioni particolari che si presentano di volta in volta, perché da anni una martellante campagna di disinformazione diffonde l’idea che un bambino debba per forza mantenere i contatti con entrambi i genitori.
      La dovete piantare di raccontare che i maschi sono delle povere vittime di un sistema favorevole alle donne.
      Questo è un sistema cieco e sordo alle istanze dei cittadini, e chi ci rimette sono i soggetti più vulnerabili.

      • michele299 ha detto:

        Sulla premessa di quest’ultima risposta (grazie di aver pubblicato la mia domanda), ossia la poca attenzione e superficialità che c’è spesso nei tribunali, lo penso anch’io e l’ho detto chiaramente sopra. Questa superficialità va nell’uno e nell’altro senso, anche se le percentuali complessive di collocamento (non di affido, non giochi con le parole) e dei tempi di frequentazione dei genitori parlano chiaro.
        Se ci sono delle problematiche, queste vanno comprese e se ne deve tenere conto, cosa che spesso non si fa. Non si può costringere un bambino a frequentare un genitore pericoloso, a prescindere dal sesso, senza le dovute precauzioni. Come ho già detto chiaramente (ma mi pare non sia stato inteso), tutto questo non c’entra nulla con l’affido condiviso o con l’esclusivo.
        Su quello che lei ha scritto dopo invece non sono d’accordo. Ho descritto gli effetti del condiviso che non consiste affatto nell’obbligare i figli a stare ugualmente con entrambi, ma, al contrario, replica la situazione pregressa dell’affido esclusivo, dove era comunque prevista la frequentazione del genitore non affidatario, più o meno nelle stesse tempistiche dell’attuale condiviso.
        Il problema non sta nella frequentazione di entrambi i genitori, che quando sono persone capaci e disposte a prendersi cura dei figli è sacrosanta. Il problema sta nelle delibere spesso stereotipate e attente più alle consuetudini, ai pregiudizi di genere e alla volontà di imporre un certo modello che non alle specificità di ogni caso.
        Non ho capito bene se alla fine sia passata dal lei al voi o se invece mi attribuisce un’appartenenza a una qualche congregazione: io parlo a nome mio ed esprimo il mio pensiero derivato dalla mia esperienza. I maschi povere vittime non l’ho detto: se l’è inventato lei.

      • Io credo che alla base ci sia un fraintendimento.
        Io non sono contro nessun tipo di accordo per l’affidamento, ma contro l’idea che esista un accordo perfetto da poter applicare a tutte le famiglie, senza tener conto delle particolari situazioni che ogni situazione presenta.
        Io sono contro quei progetti di legge che pretendono di anteporre al benessere del minore una soluzione preconfezionata, qualunque essa sia.
        In particolare sono contro il concetto di bigenitorialità – così come è portato avanti da alcune associazioni https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/03/06/chi-sono-i-papa-separati/ – quando trasforma il diritto del minore a mantenere i contatti con entrambi i genitori in un obbligo che ne mette a rischio, come vediamo, l’incolumità.
        Ovvio che se i genitori sono entrambi persone equilibrate sanno gestire una separazione e collaborare nella gestione dei bisogni del minore. Ma le famiglie sono diverse una dall’altra, e parecchie, purtroppo, vivono problemi seri, che hanno a che fare con problemi psichiatrici, abuso di alcol e droghe e violenza domestica. E’ in questi casi che il Giudice non può e non deve appellarsi al principio di bigenitorialità e mettere a rischio i bambini. Come invece accade sempre più spesso.
        Quello che voglio dire è che i bambini possono crescere benissimo anche con accanto un solo genitore. Se il Tribunale ne impone due, senza analizzare la situazione, quel bambino rischia di non crescere affatto.

      • Sul genitore single, quello che cresce un figlio da solo, pesa uno stigma sociale, ed è questo stigma, secondo me, alla radice del problema. Sono anni che si diffondono articoli allarmistici sul fatto che la famiglia monogenitoriale (a prescindere che sia una famiglia solo-mamma o solo-papà) sia fonte di grossi problemi per lo sviluppo di un bambino. Questo non è vero: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/01/11/uomini-e-topi/
        Di questi stigma, checché se ne pensi, ne soffrono molto anche e soprattutto le donne: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/09/15/due-pesi-e-due-misure-i-genitori-single-e-il-genere/
        Il pregiudizio che descrive la famiglia monogenitoriale come una situazione da evitare a tutti i costi contribuisce a produrre decisioni imprudenti. La priorità dovrebbe essere mettere in sicurezza il minore, proteggerlo da situazioni che potrebbero mettere in pericolo la sua integrità fisica e il suo benessere psicologico. Che, ci dicono gli studi in merito, non sono affatto minate dall’avere un solo genitore.

      • Hastalavictoriasiempre ha detto:

        Ma cosa centra? Non ha capito che un uomo può essere anche Gesù, puó saper far tutto, avere un rapporto perfetto con il figlio ma quest’ultimo verrà sempre collocato presso la madre ed il padre sarà sempre emarginato potendolo vedere 8-9 gg al mese. Se lei chiede a qualsiasi avvocato che possibilità ha un padre di poter tenere il figlio gli stessi giorni della madre le risponderá che è più probabile che nevichi ad agosto in italia!È questo il problema:se siamo di fronte a due genitori normali la legge penalizza comunque il padre. È ovvio poi che ci sono padri cattivi e madri cattive ma in condizioni ‘normali’ comunque viene penalizzato il padre:deve uscire dalla casa coniugale e magari pagare metà rata di mutuo, pagarsi un nuovo affitto e dare il mantenimento e se non lo fai perché non riesci a pagare tutto tempo due mesi e ti pignorano la busta paga e non mangi più. Si fidi che è così! Poi massima solidarietà per le povere donne che subiscono violenza e massimo disprezzo per quelle che utilizzano l’arma delle false denunce per allontanare il marito subito dalla casa coniugale e per non dargli i figli ( l’80% delle denunce di violenza solo però NEI CASI DI SEPARAZIONE sono infondate)

      • E’ curiosa questa cosa che mi racconta, perché io invece ne conosco personalmente diversi di padri separati che vedono quotidianamente i loro figli. Che i padri siano penalizzati non basta affermarlo, me lo deve dimostrare: c’è qualcosa di concreto, una analisi statistica, uno studio che si è preoccupato di intervistare su scala nazionale i genitori separati per valutare il loro grado di soddisfazione in relazione alle modalità di affido?
        E comunque, basta con questo 80% sparato come se fosse il frutto di una ricerca scientifica: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/11/13/ancora-le-false-accuse/

  4. michele299 ha detto:

    Questa è un’interpretazione faziosa, o, quanto meno, superficiale, della bigenitorialità. Essa non deve essere un obbligo nel caso in cui la frequentazione di entrambi i genitori comporti delle criticità. Però in un Paese civile si dovrebbe partire dal presupposto che una persona, fino a prova contraria, sia una persona degna. Quindi che un padre (o una madre, perché, anche se in misura assai diversa, sono ben consapevole che nei tribunali esistano pratiche sessiste di ogni tipo; del resto, anche a monte della collocazione del figlio presso la madre ci possono essere ragioni misogine), genitori, insomma, che non presentino evidenze di criticità, dovrebbero essere entrambi ben presenti nella vita dei figli e occuparsi di loro. Se ci sono sospetti di inadeguatezze o pericoli si faranno le opportune verifiche. Questo è a mio parere il corretto punto di partenza, da garantire ai figli di separati, dal quale deviare ogni volta che si presentino buone ragioni per fare diversamente.
    Nessun pregiudizio contro la monogenitorialità, ma se non ci sono ragioni per escludere la bigenitorialità, quest’ultima dovrebbe a mio parere avere la precedenza. Il padre, infatti, normalmente è per i figli una grandissima risorsa. Invece viene molte volte visto più come un problema a prescindere, e la relazione paterna viene spesso mortificata anche senza nessun motivo. E quando lui cerca di far capire che il collocamento presso la madre presenta grosse problematiche e va cambiato, viene immediatamente tacciato di rancorosità, prepotenza, misoginia, ecc. Il padre deve essere molto, molto prudente prima di dire queste cose, anche se sono verissime: rischia di vedersi negata la frequentazione dei figli.
    Resta il fatto (lo ripeto per la centesima volta) che in Italia la bigenitorialità viene applicata solo a parole e non nei fatti, quindi attribuirle la responsabilità di tragedie come questa lo trovo meschino. Non conosco i dettagli del caso di Simone, ma nell’articolo che ho allegato c’è scritto: affido condiviso (“congiunto”, per la verità, ma credo sia un errore) con assegnazione alla madre. Tradotto in italiano, questo significa qualcosa di molto simile al vecchio affido esclusivo alla madre. Se le cose stavano effettivamente così (come credo), allora crolla tutto l’impianto sul quale si basano i ragionamenti sviluppati nell’articolo che sto criticando.
    Concludo ribadendo ancora che se si svincolassero le questioni patrimoniali dall’assegnazione dei figli si darebbe un colpo mortale allo sport nazionale assai praticato di usare i figli come strumento di ricatto e di estorsione e ci si potrebbe finalmente concentrare davvero sul loro interesse. Dire questo non significa dire poveri padri e, soprattutto, non ha nulla a che vedere con il delirio di un necrofilo che balla sul cadavere di un ragazzino.
    P.S. Grazie per aver continuato a pubblicarmi.

  5. michele299 ha detto:

    No, non è così. La genitorialità riguarda la relazione fra genitori e figli, prima che quella fra i genitori. La bigenitorialità riconosce prima di tutto il diritto dei figli ad avere 2 genitori che si prendono cura di lui, se non in maniera concordata allora separatamente, tranne che per poche, grandi decisioni fondamentali.
    Se non c’è stima, rispetto o possibilità di dialogare fra i genitori è un peccato, ma questo non inficia la bigenitorialità, non significa che uno dei due genitori debba essere estromesso dalla vita dei figli, o ridotto a una nullità. Si può benissimo avere una pessima opinione dell’ex o constatare oggettivamente che il dialogo sia del tutto infruttuoso e controproducente, e allo stesso tempo rispettare la libertà di relazione del figlio con lui. Il condiviso, ripeto ancora, non è la stessa cosa del congiunto, per favore cerchiamo di capirlo.
    Chi finisce davanti al giudice? Spesso chi sa di poter contare sulla complicità pregiudiziale delle istituzioni e quindi, con la possibilità di fare da asso pigliatutto e il consiglio di qualche avvocato squalo, preferisce trascinare l’altro in giudizio, piuttosto che confrontarsi concretamente sul bene dei figli, rischiando in questo modo di dover ammettere che la cosa migliore per loro è fare qualche grosso passo indietro. Effettivamente, non ci sono dati chiari su queste dinamiche (e non mi pare neppure che ci sia la volontà politica di far emergere il problema nella sua reale portata), ma non ci vuole tanta fantasia a capire che se, raccontando un paio di bugie e enfatizzando o nascondendo qualcos’altro, riesci ad avere una casa e una rendita tutte per te, tante persone non si farebbero sfuggire l’occasione. Se l’occasione è offerta soprattutto alle mamme, beh, mi pare un po’ velleitario sostenere che le mamme siano tutte sante e rinunciatarie tranne quella che è capitata a me.
    Comunque, è inutile che continui a divagare inserendo links su links: molte di quelle cose che linki le conosco già (in parte le ho anche lette perché, di tanto in tanto, ti seguo), e, in parte, non le nego affatto; ma riconosco anche molto bene il tuo modo altamente selettivo di scegliere ed enfatizzare i dati che ti fanno comodo e di ignorare quelli scomodi, per poterli piegare al fine di giustificare le tue teorie.
    Per tornare al caso specifico: l’aspetto fondamentale che continui ad ignorare, anche se te l’ho già fatto notare molte volte, è che Simone era sì in regime di affido condiviso, ma collocato presso la mamma, ossia conviveva con lei e vedeva il papà ogni tanto, non so quanto: un assetto molto simile all’affido alla mamma. Che al papà evidentemente non andava bene ma che ha dovuto subire. Come succede quasi sempre oggi nelle separazioni giudiziali.
    Questo significa che se la separazione fosse avvenuta prima del 2006, quando la consuetudine era l’affido esclusivo, molto probabilmente a parità di condizioni Simone sarebbe stato affidato alla mamma.
    Questo significa che a contribuire ad uccidere Simone non è stata affatto la bigenitorialità, come sostieni tu, bensì, molto verosimilmente, il pregiudizio misandrico, o, per lo meno, il pregiudizio largamente diffuso e praticato secondo il quale la mamma è sempre e comunque il genitore migliore, anche se presenta palesemente dei lati oscuri.
    Se 3 anni di tentativi, in stato di affido condiviso, non sono bastati al papà per convincere il giudice a cambiare le cose, figuriamoci con l’affido esclusivo alla mamma.
    E’ così difficile da capire tutto questo?
    Guarda che ammettere di aver preso un abbaglio non è mica una tragedia. Anzi: ogni tanto è assai salutare.

    P.S. (decidi pure liberamente se pubblicare o meno quanto segue, che è uno spot) Visto che mi linki tanti tuoi scritti, mi permetto anch’io di proporti la mia storia personale, che ho pubblicato. Non è affatto una storia che viene da Marte, ma rivela chiaramente tante mostruosità frequentemente ricorrenti nelle cause di separazione.
    Forse potrebbe essere un po’ istruttiva anche per te e per i tuoi followers, forse no.
    http://www.ibs.it/code/9788862061681/guizzardi-giuseppe/mamme-che-se-la.html

    • Checché ne dica tu, io di questo caso ho versioni molto diverse da quella che proponi tu, ad esempio questa: http://www.corriereadriatico.it/MACERATA/san_severino_marche_mamma_uccide_il_figlio_di_13_anni_nove_coltellate_4_al_cuore/notizie/1085665.shtml “Questa settimana, stando al racconto di alcuni vicini aveva trascorso la maggior parte dei giorni con il papà.”… “Una testimone racconta di aver visto Debora ieri mattina davanti all’abitazione dei nonni paterni del figlio, in presenza dell’ormai ex marito. “E’ arrivata in macchina – sono le sue parole – e ha iniziato a urlare contro il marito, dicendogli “almeno fammelo vedere” altrimenti chiamo i carabinieri.”
      Cosa c’entra la collocazione presso la madre? A quanto pare – e mi baso sulle testimonianze – non è affatto vero che il bambino vivesse presso la madre e vedesse il padre solo ogni tanto, anzi: sembra proprio il contrario.
      Se fossi una persona in malafede, alla luce di quanto ho letto, potrei affermare che questa povera mamma era vittima di un perfido padre alienante che voleva portarle via il suo bambino. Peccato che io non sia un “papà separato” e sia ben consapevole che non è l’amore che guida la mano di chi uccide. Questa donna era in cura da anni.
      In questo caso l’unica questione di cui dibattere, come giustamente lamentano i legali, sono i suoi problemi psichiatrici: http://www.cronachemaceratesi.it/2014/12/28/da-molto-tempo-debora-calamai-non-era-in-grado-di-fare-la-mamma/607730/
      E chi dovrà rispondere di quanto accaduto, a mio avviso, è chi ne ha certificato la capacità genitoriale, ignorando le istanze di un uomo che aveva capito che la situazione stava precipitando e voleva proteggere suo figlio. Mi chiedo come possa sentirsi ora, quell’uomo, al pensiero che quel giorno non avrebbe dovuto cedere alle richieste della ex moglie. Una tortura. Mi dispiace enormemente per lui.

      “Chi finisce davanti al giudice? Spesso chi sa di poter contare sulla complicità pregiudiziale delle istituzioni e quindi, con la possibilità di fare da asso pigliatutto”: e chi sarebbe? La mamma, secondo la storiella del pregiudizio misandrico.
      Peccato che sia una storia, una fola, un’invenzione. Perché in un paese in un cui le autorità fossero dalla parte delle donne e contro gli uomini, una donna non verrebbe vista sotto casa del marito a gridare “almeno fammelo vedere”, ad esempio.
      Questa storiella, oltre a non essere supportata da dato alcuno – se non da chiacchiere – è anche irrazionale: pensare che in un sistema così smaccatamente patriarcale, dove la discriminazione di genere è tanto evidente da essere oggetto di un rapporto della Relatrice speciale dell’Onu sulla violenza di genere, esista un’isola felice dove le donne la possano fare da padrone “raccontando un paio di bugie e enfatizzando o nascondendo qualcos’altro” chiamata Tribunale dei Minori è ridicolo.
      Questo tipo di versione della storia uccide: http://www.rawstory.com/rs/2012/11/when-mens-rights-narratives-kill/
      Se qui abbiamo un caso (su tanti che te ne ho citati io, ma che tu continui molto abilmente ad ignorare, perché siccome le vittime sono donne e bambini non te ne frega niente) nel quale abbiamo un padre che non è stato ascoltato e una madre colpevole, in tutti i casi in cui ad essere colpevole è l’uomo la reazione degli amorevoli padri italiani è molto diversa dalla mia: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/04/28/siamo-sicuri-che-non-e-colpa-della-donna-cattiva/
      “E’ la perfida madre alienante! Lui ha ucciso ma non è cattivo! Misandria! Misandria!”
      Il fatto che tutti i link che ho postato per cercare di convincerti che a fronte di un caso in cui una madre uccide perché il Tribunale non ha concesso l’affido esclusivo (cosa che avrebbe dovuto tempestivamente fare di fronte ad un genitore con problemi psichiatrici) ce ne sono decine che dimostrano che non esiste alcun pregiudizio misandrico, a me mostrano che chi ha un modo “selettivo di scegliere ed enfatizzare i dati che fanno comodo” e ignora “quelli scomodi, per poterli piegare al fine di giustificare le sue teorie” sei tu.
      Io non ho mai sostenuto che la madri sono tutte sante, e francamente sono stufa che mi si muova questa accusa ridicola e infondata.
      Quello che sostengo io (e si può essere d’accordo come no) è che viviamo in un sistema patriarcale, e il genere oppresso non è il genere maschile, anche se magari tu hai incontrato una stronza.
      Vedi, il femminismo è l’idea radicale che le donne siano persone, per citare una definizione famosa. E quindi si, ci sono anche le donne stronze. Ma la discriminazione è un’altra cosa.
      La discriminazione è il trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria. La discriminazione di genere è quella che fa gridare alla “donna cattiva” anche quando è la vittima di un tentato omicidio. E no, in Italia i maschi non sono discriminati, neanche nei Tribunali dei Minori.

  6. Uno Ganzo ha detto:

    Posso dire la mia? Signorina Ricciocorno, la prego di pubblicare questo commento, non credo che le darà fastidio o che recherà danno alla sua “causa”.
    Il motivo per cui commento in questo blog è che non ho motivo di farlo. Infatti tutte le tematiche trattate sono irrilevanti. Dal punto di vista teoretico esse si fermano alla superficie delle cose e non approfondiscono nulla. Questo è un problema tipico dell’approccio psicologico alle faccende sociali e non: il rimanere in superficie è un presupposto metodologico. Se si scava a fondo si corrono due rischi: il primo è quello di accorgersi della mancanza di specificità tematica delle questioni sociali in generale, con la necessità conseguente di rivedere tutto l’orientamento delle indagini finora condotte; il secondo è quello di “fare” ciò che dichiaratamente è il presupposto di ogni indagine psicologica, cioè di “smascherare” i costrutti morali del singolo e della comunità con il rischio di “metterli in discussione”. Questi rischi, che dall’indagine psicologica dovrebbero essere corsi, non vengono corsi. Perché?
    Per rispondere a questa domanda ci rivolgiamo alla questione pratica. A partire dal pensiero positivista la società viene guardata come un “mondo governato dai sociologi”. Quindi i problemi teoretici in questione non vengono trattati perché si ha in genere paura che ciò possa paralizzare la “prassi”, l’applicazione delle teorie ai casi specifici e alla società in generale. Il problema qui è che il tentativo sociologico ha il destino di fallire proprio per questo: infatti esso propone un cambiamento del mondo. Ma un cambiamento del mondo presuppone un cambiamento dell’interpretazione del mondo (compito sociologico). Ma un cambiamento dell’interpretazione del mondo può darsi solo se è già raggiunta una interpretazione sufficiente del mondo.
    Da ciò risulta irrilevante, insignificante ed inutile trattare i temi che vengono trattati in questo blog; tutti i progetti, o meglio, i piani sociali qui trattati, cadono di per sé nel vuoto. L’ambito sperimentale stimolo-reazione è un ambito di per sé falsante. Il sociologo propone il suo progetto, constata le reazioni, poi trae nozioni da quelle reazioni. Le reazioni, però, mentono e le nozioni che ne derivano sono false. Non solo: se il progetto effettua un mutamento del contesto sociologico da studiare, perde immediatamente il suo oggetto di studio. Non a caso qui si parla di questioni che non interessano minimamente a chi viene studiato. Poiché non interessano a nessuno di coloro che fanno parte del contesto, la loro discussione di questi temi sarà sempre una discussione a vuoto, senza la benché minima rilevanza per l’orientamento sociologico.
    L’ingegnere sociale, così come il sociologo, brancoleranno sempre nel buio fintantoché coinvolgeranno i non addetti ai lavori. Il che porta alla paradossale conseguenza che essi lavorano su un piano, la società, sul quale non hanno la capacità di lavorare.
    Zappare la terra, con pale e aratri senza motore. Questo si addice veramente a chi vuole “creare equilibrio sociale”.

    • Beh grazie, caro Ganzo, ma il fatto che questo blog sia – secondo te – del tutto irrilevante, non gli impedisce in alcun modo di esistere. Io comunque non credo che tu sia onesto con te stesso, quando affermi che scrivi qui perché non hai alcun motivo per farlo. Potrebbe essere che a spingerti sia la noia, ma io non riesco a crederlo. Se perdi tanto tempo a cercare di scoraggiarmi dal proseguire la mia attività qui, deve esserci una qualche ragione un tantino più profonda…

      • Uno Ganzo ha detto:

        E’ il presupposto che io voglia scoraggiarla ad essere sbagliato! Ciò che il mio spirito critico può offrire al suo spirito dogmatico è al contrario il coraggio di perseverare nell’errore o di trovare nuove vie alla giustizia. La critica procura l’oblio necessario all’azione.
        Sul perché io scriva proprio a lei possiamo parlare solo di fatti casuali; gli stessi che mi portano ad avere certi amici invece di altri. Poi magari “dietro” al caso si nasconde “l’inconscio”, che magari può diventare “conscio” e, non essendo più “inconscio”, tornare caso.

      • Il mio spirito dogmatico! Detto da uno che fa affermazioni del tipo “la biologia ci insegna che…”, con l’obiettico conscio o inconscio di consegnare e relegare il rapporto fra i generi ad una precisa branca della scienza, senza neanche saper citare una fonte a supporto, (qui:https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/14/sesso-le-donne-non-dovrebbero-fare-lamore-quando-hanno-voglia-di-farlo/#comment-23039), è un affronto alla mia intelligenza.
        Caro Ganzo, io qui offro delle risposte possibili, non imbastisco tribunali per gli eretici né mi occupo dell’annosa questione dei limiti della sociologia. Forse dovresti cercare luoghi virtuali più adatti a ciò che ti interessa…

      • Uno Ganzo ha detto:

        Cara Ricciocorno, non deve misconoscere il senso di ciò che altri dicono. La fonte, come già detto, gliela posso anche citare! Qui il punto non sta tanto nella tesi da me presentata, ma nel senso che essa può assumere all’interno del dibattito entro il quale si muove. Quindi l’intenzione di quello che scrissi in quel commento è, se vogliamo, l’opposto di ciò che ha appena riferito. Parlo solo, forse indirettamente, della viziosità entro la quale possono cadere discorsi fatti di rivendicazioni, di se…allora…., di annose questioni morali, qualora tendano a giustificarsi invece di discutersi: a quel punto sorgono argomenti come il relegare i generi a questo e quello.

      • Caro Ganzo, la tua è la più classica delle fallacie. E’ citata in tutti i manuali, giuro.
        https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/01/03/tu-quoque/ La dicriminazione di genere è un fatto. Che ti faccia comodo darmi della dogmatica per ignorarlo, per me è un altro fatto. Che questo ti renda un maschilista è un terzo fatto. Tutto il resto è esercizio sofistico al quale a questo punto mi sottraggo.

      • Uno Ganzo ha detto:

        Professione di fede: credere ciecamente nella “logica”.
        Signorina Ricciocorno: questi “fatti” di cui lei parla sono soltanto interpretazioni morali dei veri fatti, ben diversi.
        Nelle mie frasi c’è un tuquoque? Prego, me lo citi, perché non riesco proprio a trovarlo!

      • Ah ok. La logica come fede… questa cazzata mi mancava 😊 raccoglierò queste perle in un bestiario, prima o poi. La discriminazione, caro Ganzo, è una “interpretazione” morale di un fatto? No, caro. La sua condanna, eventualmente, lo è. E si, io la condanno. Perché non ho problemi ad avere un’etica. Per il tu quoque c’è il link. Per il resto: sei l’incarnazione delll’idea che ignoranza e arroganza non possano fare a meno di andare a braccetto.

      • Uno Ganzo ha detto:

        Checché se ne dica, la validità del principio di non contraddizione non è dimostrabile, ma assunta per fede. Allo stesso modo, qualsiasi deduzione perde di validità se si basa su concetti vaghi o su premesse false. Un ragionamento può essere perfettamente “logico” e, per ciò stesso, falso. Non è d’accordo? Certo, perché ha una fede dogmatica nella logica: segue la regola prescrittiva “da premesse false si possono dedurre validamente conseguenze vere”. Resta però il problema che se io sono Babbo Natale e Napoleone era cinese, allora la Germania perse la seconda guerra mondiale e che se il sole è un gatto e le stelle sono insetti, allora i cuccioli di pantera nascono dalle balene. Questa è la “logica”. Vuole che le citi la bibliografia relativa alle critiche alla valadità e, soprattutto, ai limiti della razionalità logica?
        Interpretazione morale di fatti: “Che ti faccia comodo darmi della dogmatica per ignorarlo, per me è un altro fatto.” Il fatto qui sarebbe l’averle dato della dogmatica: che la cosa mi faccia comodo per ignorare le discriminazioni è un’interpretazione morale, peraltro sbagliata.
        “Che questo ti renda un maschilista è un terzo fatto.” Questa è l’interpretazione morale dell’interpretazione morale di un fatto.
        La discriminazione è un fenomeno complesso che ha ben poco di fattuale. Con essa ci troviamo nell’ambito dell’effettività, non della fattualità o fatticità. Si informi a riguardo: cerchi fra le sue fonti una spiegazione della differenza fra fatticità ed effettività.
        Per quanto riguarda, invece, il tu quoque, è evidente che la sua presunta “capacità di ragionare logicamente” è soltanto una incapacità di comprendere.
        Lei ha preso in considerazione questo testo: “Parlo solo, forse indirettamente, della viziosità entro la quale possono cadere discorsi fatti di rivendicazioni, di se…allora…., di annose questioni morali, qualora tendano a giustificarsi invece di discutersi: a quel punto sorgono argomenti come il relegare i generi a questo e quello.” e l’ha trasformato in una questione immaginaria, che evidentemente la riguarda in maniera ossessiva, dalla quale ha tratto una fallacia di ragionamento. Il problema è che nel mio testo non si trattava affatto di fare un ragionamento, di obiettare, argomentare, di un se… allora…, insomma non si trattava nemmeno di poter commettere una fallacia . Perciò, se vuol capire il suo errore, deve soltanto rileggere il commento che ha mal interpretato.

      • Caro, tu dimentichi la storia e la realtà. Tipico di ogni ego ipertrofico. Continua a ragionare su Napoleoni cinesi … come sopra: ho di meglio da fare che confrontarmi con gente come te.

      • Uno Ganzo ha detto:

        Antipatica.

      • Oh no, per niente. Fin troppo tollerante, piuttosto.

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