Il mostro e Selvaggia

L’immaginario collettivo sulla violenza sessuale costruito da politici e giornalisti ci propone una donna vittima e un aggressore “mostro” figlio di una barbara cultura, oppure, più raramente, un uomo “normale”, “di buona famiglia”, trasformatosi in mostro in preda ai fumi dell’alcol o della droga. Così i giornali li raccontano, così i criminali sessuali sono entrati nell’immaginario collettivo.
Il discorso pubblico sulla violenza sessuale degli uomini sulle donne è mistificatorio. (…)

In questa isterica rappresentazione collettiva in chiave tragica del dramma dello stupro, sfuma la figura dell’aggressore, maschio, e la lucidità della sua scelta criminale predatoria, per lasciare spazio alla ferocia di un mostro straniero, tossico, alcolizzato, con disagi psicologici, con problemi esistenziali. (…)

Diventa in questo modo impossibile una riflessione collettiva contro la violenza sulle donne come problema culturale, e addirittura la rappresentazione del problema della violenza sulle donne in termini di “rischio di stupro da parte di estranei in luoghi insicuri” riesce a creare più allarme sociale delle statistiche, che invece rappresentano come rischio dominante quello di violenza in famiglia e molestie sessuali da parte di partner, parenti e conoscenti.
Così, mentre le donne silenziosamente continuano a convivere con traumi domestici quotidiani, a subire ricatti sessuali sul lavoro e ammiccamenti osceni per strada, la stampa e i politici continuano a parlare di mostri. (…)

Tratto da “Contro la Cultura dello stupro“, di Barbara Spinelli

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Da sempre chi si occupa a vario titolo di violenza di genere (intesa come l’insieme di “quegli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”) critica duramente quei cronisti che ricadono nello stereotipo dell’uomo-mostro – mostro perché “altro” in quanto straniero o vittima di una momentanea infermità mentale – cercando nel contempo di far emergere una lettura del fenomeno che tenga conto del contesto: una cultura patriarcale che “condona come normale il terrorismo fisico ed emotivo contro donne” e in cui “sia gli uomini che le donne assumono la violenza come un fatto della vita inevitabile” (“Transforming a Rape Culture”, Patricia Donat e John D’Emilio).

A tale proposito scriveva Luisa Betti in Femminicidio, rivittimizzazione e Convenzione di Istanbul:

Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2006) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche e di denunce, ricalcando il solito background stereotipato nell’illustrazione dei fatti e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”.(…)

Il raptus non esiste, ha dichiarato ai giornali Claudio Mencacci, ex presidente della Società italiana di psichiatria oltre che il direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, e quella che viene dipinta come una improvvisa e inspiegabile esplosione di insensata violenza spesso non è che l’ultimo atto di una serie di comportamenti lesivi che si sono protratti nel tempo, ma che diventano visibili all’esterno delle mura domestiche soltanto quando si concludono in tragedia.

Elizabeth Yardley, criminologa inglese, ha condotto una ricerca che rivela quanto lontano dalla realtà sia il mito del raptus; dopo aver analizzato gli infanticidi commessi in Gran Bretagna dal 1980 ad oggi, a proposito dei padri che sterminano la famiglia ha dichiarato:

Passano settimane a volte mesi pianificando ogni dettaglio raccapricciante. E la cosa più spaventosa di tutte è che sono in grado di farlo mantenendo una facciata di normalità. Mentre stanno tramando, nessuno indovina cosa c’è nella loro mente.

Quando si parla di contesto culturale, di cultura dello stupro,si intende la tendenza a giustificare la violenza quando ad agire sono gli uomini contro le donne.

Il meccanismo è quello della colpevolizzazione della vittima, e non è difficile riscontrarlo, basta leggere gli articoli di cronaca: “era un padre modello, ha perso la testa“, era “esasperato dal continuo vessamento che subiva“, lei “lo soggiogava“, e comunque, poverino, lui ora è distrutto dal dolore.

Spostare parte della responsabilità dell’atto criminale sulla vittima e dipingere chi lo perpetra  come un pazzo isolato, un soggetto con disturbi psichiatrici o un emarginato, permette di ignorare la natura strutturale del fenomeno, che affonda le sue radici nelle relazioni storicamente diseguali fra le donne e gli uomini, le donne e lo Stato.

“Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne” – ha dichiarato Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, sostenendo che è l’incapacità dell’Italia di mettere in atto adeguate strategie di prevenzione e protezione delle vittime a legittimare la violenza contro le donne.

Cosa dovrebbe fare lo Stato secondo Rashida Manjioo?

eliminare gli atteggiamenti stereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro”

Di tutti questi discorsi Selvaggia Lucarelli, opinionista, conduttrice televisiva, blogger, conduttrice radiofonica e non so cos’altro, non sa assolutamente nulla.

Così scrive un pezzo dal titolo “il mostro è femmina, anche se non vogliamo crederci“, nel quale afferma:

I casi più efferati, più raccapriccianti e più gratuitamente violenti, da un paio di mesi a questa parte, vedono protagonista il sesso femminile. E sono tutti crimini commessi senza neppure l’alibi del raptus che talvolta muove quella bestialità tipicamente maschile, ma con una feroce premeditazione che dovrebbe far molto riflettere su quanto l’indole femminile sia ritenuta a sproposito incapace di partorire il male, se non in rari casi. Se non a causa di malesseri psicologici o tragiche storie personali.

riproponendo il peggiore stereotipo sessista al quale si possa fare riferimento quando si parla di violenza contro le donne: la “natura” violenta del maschio.

Quando è un uomo ad agire con violenza, ci dice Selvaggia Lucarelli, non rimaniamo troppo sconvolti: il maschio è una bestia, e in quanto tale, ogni tanto è colto da “raptus”. E’ normale.

La_bella_e_la_bestia_(film_1946)

A tale proposito vorrei citare il blog Lunanuvola:

“I geni non producono individui inevitabilmente predisposti alla violenza. La violenza non fa parte del nostro retaggio evolutivo ne’ dei nostri geni. Le nostre azioni sono modellate dal nostro condizionamento e dalla nostra socializzazione: nella nostra neurofisiologia non v’è nulla che ci obblighi a reagire con violenza. Lo dico io? No, lo dice la “Dichiarazione sulla violenza” rilasciata il 16 maggio 1986, a Siviglia, al termine di un consesso dei maggiori esperti mondiali in etologia, psicologia, neurofisiologia, psichiatria, antropologia, comportamento animale, psicobiologia. “In essa sfidiamo alcune presunte scoperte biologiche che alcuni, anche nelle nostre stesse discipline, hanno usato per giustificare la guerra e la violenza. L’abuso di teorie e dati scientifici (…) non è nuovo, ma risale agli inizi della scienza moderna. Per esempio, la teoria dell’evoluzione è stata usata per giustificare non solo la guerra, ma anche il genocidio, il colonialismo e la soppressione dei deboli.” E da allora non vi sono state eclatanti scoperte scientifiche che smentiscano tale analisi.”

Parlare di uomini-bestia non è diverso dal parlare di uomini-mostro; significa sostenere che la violenza di genere (quella perpetrata dal maschio) è parte integrante della biologia umana, e questo non è vero. Non esiste una “bestialità tipicamente maschile“, tanto quanto non esiste una mitezza tipicamente femminile. Questi sono stereotipi, e gli stereotipi di genere sono alla base di quella “cultura della stupro” che normalizza la violenza contro le donne.

In articolo che apparentemente si scaglia contro i “ruoli di genere” (Siamo fermi ad un retaggio preistorico-culturale per cui l’uomo è la caccia, la donna il nido. Per cui l’uomo è naturalmente incline alla violenza e al predominio, la donna lo è innaturalmente, solo se indotta da una da un trauma, dalla follia), Selvaggia Lucarelli, paradossalmente, ripropone quei medesimi ruoli che si proponeva di decostruire, andando a rafforzare quell’immaginario che voleva criticare, a dimostrazione del fatto che gli stereotipi sono così radicati nelle persone che sembra proprio che non si riesca a interpretare la realtà senza farvi riferimento.

Per approfondire:

Continua la saga del caso Loris sulle madri cattive che uccidono: e i padri?

Caso Loris: sbatti la mostra in prima pagina

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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7 risposte a Il mostro e Selvaggia

  1. Paolo ha detto:

    è molto semplice: gli uomini (e le donne) non sono bestie o mostri anche se alcuni agiscono come tali
    E la crudeltà può essere maschile come femminile

  2. Un'altra Laura ha detto:

    E’ vero: la conclusione contraddice la premessa. Non so se fosse questo l’intento, ma, nel caso, non ci è riuscita affatto, anzi da l’impressione opposta. L’impressione è che dica che la donna possa essere crudele non QUANTO l’uomo, ma DI PIÙ, perché, ehi, l’uomo è violento per natura, la donna invece di mette tutto del suo per arrivare a tali livelli di crudeltà. Un ragionamento del genere sarebbe da “cara, sei maschilista”

  3. Joe Di Maggio ha detto:

    Non fa che confermare che la violenza di genere è e sarà sempre una questione culturale.
    Il problema è che “piega” la realtà per dimostrare una tesi indimostrabile, una manciata di casi di violenza perpetrati da donne in confronto a migliaia compiuti da maschi non rappresentano nemmeno un campione statistico.
    Ma evidentemente era la settimana del “controcorrente” e la demagogia ha preso il sopravvento.
    Lo so, non dovrei usare “controcorrente” e “demagogia” nella stessa frase, ma quando c’è di mezzo Selvaggia, l’ossimoro è sempre dietro l’angolo.

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