La deprogrammazione raccontata da chi l’ha subita

Una traduzione da BRAINWASHING DAMON How it’s done, in Damon’s own words

damon

Ricordo il giorno che sono arrivato nel suo ufficio. C’era una piccola sala d’attesa al piano di sotto, con pile e pile di riviste. Non riuscivo a capire perché avessero così tante riviste all’inizio, ma considerato il tempo che ho trascorso lì potrei averle lette tutte.

Il dottor Breffni Barrett è sceso a salutarci, con il suo sorriso professionale e la sua barba brizzolata. Ci ha portato fino ad un ufficio al secondo piano per farcelo visitare, e mi ha comunicato che non avrei partecipato alle sessioni in un primo momento. Capisco ora che era per fare in modo che prima si riavvicinassero a mio padre i miei fratelli; mi avrebbe fatto rimanere da solo a resistere in quella stanza.

Ma in quel momento mi andava bene così; dopo tutto, non avevo voglia di iniziare la “Riunificazione Therapy” con mio padre. Ero stato costretto ad accettare con la minaccia che era l’unico modo per rivedere la nostra mamma, che non vedevamo da più di sei mesi. Ho pensato semplicemente che sarebbe bastato aspettarli fuori, senza cedere. Ci volevano più o meno un mese di sedute per ottenere delle visite co nostra madre, quindi non avrebbe dovuto essere troppo difficile.

Non è andata come previsto, ma di questo parleremo più tardi.

Passarono alcuni mesi prima che io iniziassi, mentre solo Evan e Ryan erano tenuti a percorrere quei 30 minuti in auto due volte a settimana con destinazione San Diego. Non ero  molto felice in quel periodo, stavo avendo delle difficoltà ad adattarmi alla scuola media. Se considerate che da una parte soffrivo per la mancanza di esperienza nelle relazioni sociali, dall’altra ero traumatizzato dalla perdita del mio sistema di supporto, potete farvi un’idea di quanto fossi scombussolato. In più nessuno mi capiva e trascorrevo la pausa pranzo sotto un albero del cortile, da solo, a meditare di filosofia.

Poi venne il giorno in cui avrei dovuto iniziare le sessioni. Ho varcato la porta principale con i miei tutori e i miei fratelli, e tutti ci siamo seduti nella sala d’attesa al piano di sotto. Mio padre era già nella stanza. Sfogliai un numero di Discovery per qualche minuto, fino a quando  il dottor Barrett non comincò a scendere con passi pesanti le scale rivestite di moquette bianca. Io e i miei fratelli lo abbiamo seguito su per quelle scale e lungo un corridoio. Abbiamo svoltato sulla destra due volte e siamo arrivati ​​al suo ufficio.

Il suo ufficio era composto di due stanze. In una c’era la sua scrivania con il computer, insieme ad alcuni scaffali e delle opere d’arte. Quella in cui ci fece entrare, però, era arredata con una sontuosa poltrona bianca sulla destra e un divano coordinato proprio di fronte. Il divano era illuminato una finestra attraverso la quale filtrava una morbida luce bianca. Sulla sinistra c’era una comoda sedia girevole.

Quando siamo entrati, mi sono coperto il volto con una mano, per non vedere mio padre. Ho detto che non volevo vederlo, così il dottor Barrett e miei fratelli si  sono seduti sul divano. Eric era seduto in poltrona, così ho scelto la sedia girevole del dottor Barrett e l’ho girata verso il muro.

Questa era la prima cosa su cui dovevo lavorare, ovviamente. Se mi rifiutavo persino di guardarlo, come avrei potuto rinunciare alle mie convinzioni su di lui e viverci insieme?

Questo è importante solo perché mette in luce l’immenso lavoro che il dottore è riuscito a fare per cambiarmi. Non c’era alcuna possibilità che io cambiassi idea di mia iniziativa e decidessi che andare a vivere con Eric era ok. Sono entrato in quell’ufficio rifiutandomi di lanciargli un solo sguardo fugace tra le dita, convinto che ciò che la corte stava facendo era un’ingiustizia e che il fatto che mi costringessero contro la mia volontà a quella terapia con la minaccia di mia madre era detestabile. Lasciai quell’ufficio credendo che sarei stato abbastanza al sicuro con il buon vecchio papà e che i problemi non avevano avuto origine dalla corte, ma che l’unica possibilità di cambiamento era nelle mani della mia disperata madre.

Così questa fu la prima settimana. Il dottor Barrett mi diceva continuamente che uno sguardo non poteva farmi del male e che, anche se mio padre era violento, non mi avrebbe fatto del male nel suo ufficio. Io risposi che mi aveva molestato e non volevo parlare con lui, tanto meno vedere la sua faccia. Mio padre continuava a supplicare pietà per un crimine che – lui diceva – non aveva mai commesso.

Ricordo distintamente che a volte, nel discorso, Eric lasciava cadere frasi come “Capisco perfettamente che non è colpa tua,” e “non per colpa tua”. Già allora sapevo che stava scaricando la colpa dell’ingiustizia su mia madre, anche se in modo non esplicito. Questo faceva sembrare più attraente cedere e dire di sì. Dopo tutto, non sarei stato costretto ad ammettere che avevo sbagliato; avrei solo dovuto permettere loro di incolpare mia madre, un rospo molto più facile da mandare giù.

Sin dall’inizio della terapia il Dr. Barrett mi ha fatto conoscere il suo proiettore, che scendeva dal soffitto dietro il divano. Su questo mi mostrava il video che aveva di una delle prime volte che ho denunciato l’abuso, al centro Chadwick.

A cinque o sei anni, ero un fascio di energia che non era facilmente contenuta entro i confini della stanza per i bambini. Il divano era solo un coso ricoperto da un tappeto che spuntava dal muro, con delle macchie informi dai colori fluorescenti. Non mi ricordo tutto, del video, ma una cosa che il medico ha fatto in modo di fissare nella mia mente è quello che è successo quando l’intervistatore ha lasciato la stanza. Ero solo un ragazzino, saltai su dal divano e presi ad osservare curiosamente il mio riflesso nel falso specchio.

Poi il dottor Barrett ha cercato di utilizzare questa scena come prova del fatto che non ero stato abusato. Ha detto che le vittime di abusi sessuali non sarebbero state felici ed energiche come ero io, non dopo aver appena parlato di una “cosa difficile” come deve essere l’abuso sessuale. Ha detto che l’idea degli abusi sessuali era stata creata esclusivamente da mia madre, che lei mi aveva convinto che era vero. Mio padre riproponeva la sua difesa di diversi anni prima, dicendo che mi stava mettendo oltre la sbarra del mio letto a castello, questo era quello che era successo. Naturalmente, questa difesa riguardava solo il primo episodio di abuso, non gli episodi degli anni successivi.

Insistevo ancora sostenendo quello che aveva fatto, ma nonostante questo dopo una settimana o due ero in grado di girare la mia sedia e guardare il suo volto. Ho notato che sembrava non avere più capelli, aveva rasato la barba e stava diventando calvo. Non sembrava più l’uomo che ricordavo. Sembrava … pulito.

A questo punto il dottor Barrett ha cercato apertamente di convincermi che stavo mentendo e che Eric non aveva mai fatto nulla. Deve essere sembrato inutile dopo un paio di settimane, dato che non mi ero mosso dalle mie posizioni. Sapevo di essere stato abusato, e il suo assalto frontale aveva fallito miseramente contro la mia volontà.

Quindi cominciò a servirsi di stratagemmi emotivi. “Beh, è ​​ancora tuo padre,” e, “Ti ha cresciuto dopo tutto, è questo quello che si merita?” diceva il medico, mentre Eric continuava a raccontare aneddoti di cose che avevo fatto quando ero piccolo. “Mi ricordo quando eri solo un cucciolo ed eravamo soliti …” era diventato il ritornello di ogni seduta, così iniziai a provare pena per il povero vecchio papà.

Era giunto il momento per il messaggio finale, il culmine di quel lavoro:  il passato era passato e dovevo andare avanti. Poiché sembrava che non sarebbero riusciti a convincere i miei fratelli né me che gli abusi non si erano verificati, la cosa migliore era optare per questa seconda opzione. Anche se l’abuso era reale, era successo molto tempo fa e dovevamo andare avanti con le nostre vite.

Non è difficile capire come questo potesse essere attraente per tre bambini, così giovani, stanchi e traumatizzati. Soprattutto dopo che, per la prima volta da anni, stavamo sperimentando qualcosa di simile ad una vita normale; il Dr. Barrett aveva individuato esattamente quello che volevamo fare. Esattamente quello che ogni bambino in quella situazione vorrebbe fare. Volevamo dimenticare; volevamo solo provare a divertirci il più possibile.

C’era anche un altro desiderio: l’ozio. Significava che avremmo potuto alzare le braccia e rinunciare alla faticosa lotta per cercare di tornare dalla nostra mamma. L’estate prima, eravamo scappati nel cuore della notte per raggiungere la sua casa. Certo, eravamo stati messi nelle condizioni di non desiderare più di provarci.

Invece così potevamo rilassarci, cercando di tirare fuori il meglio da quella situazione, sperando oziosamente che prima o poi qualcosa sarebbe successo. Inoltre era stata spazzata via ogni nostra responsabilità, perché non ci eravamo lasciati influenzare dal medico, e questo faceva funzionare la cosa da due prospettive diverse.

Un’altra cosa di cui tenere è che ero davvero interessato alla filosofia in quel momento. E lasciarsi alle spalle le cose del passato è un concetto importante anche nella filosofia, un concetto che aiuta le persone a liberarsi da quelle esperienze del passato che continuano a perseguitarle. Questa è una buona cosa, e io continuo a pensare che lasciare il passato nel passato è un buon esercizio, del quale probabilmente la maggior parte di voi che state leggendo potrebbe beneficiare.

L’unico problema del modo in cui il dottor Barrett lo fece, è che non ci stavamo lasciando il passato alle spalle. Noi stavamo lasciando il ​​presente nel passato. Nel presente mia madre aveva perso tutti i contatti con noi. Nel presente stavo per andare a vivere con una persona imprevedibile e apatico. Nel presente la battaglia legale ancora infuriava, e nel presente ci veniva detto che tutto questo era nel passato. Ecco perché, per le persone che hanno ricordi che davvero non influenzano più le loro vite, lasciarle andare è una cosa che può alleggerire l’anima. Ma, allo stesso tempo, quelle stesse parole possono rappresentare la falsa pretesa che nel presente tutto va bene.

Ad un certo punto la mia matrigna, Nicole, ha iniziato a frrquentare alcune delle sessioni. Io avevo pietà di lei, per lo più. Per me, lei era un’altra vittima di mio padre, per questo mi era più simpatica di quello psicologo che mi contraddiceva o del mio padre abusante. L’unica cosa importante che ricordo è che sosteneva mio padre raccontando aneddoti su che persona meravigliosa era, uno che non avrebbe mai torto un capello a nessuno. A volte cercava di instillarci del senso di colpa con qualche intervento su quanto era turbato mio padre quando eravamo ancora in clandestinità. Per il resto si limitava a concordare con tutto quello che il Dott. Barrett diceva.

I miei fratelli e io avremmo davvero voluto parlare del caso giudiziario, però, non di nostro padre. Ogni volta che che abbiamo cercato di portare il discorso sul perché la corte non voleva ascoltare quello che volevamo, ci veniva detto che avevano paura che nostra madre ci avrebbe influenzato. Poi dicevano quanto sarebbe stato terribile se nostra madre ci avesse ancora influenzato, perché lei era molto persuasiva. In sostanza, costringerci a passare ore in terapia per cercare di cambiare le nostre convinzioni era okay, ma se a muoverci era quello che aveva detto nostra madre, lei era orribile per aver cercato di cambiare le nostre opinioni.

Dovevamo pensare da soli, dopo tutto. Il Dr. Barrett ci stava solo dando l’opportunità di conoscere un’altra versione della storia. La mamma aveva avuto tutto il tempo mentre eravamo in clandestinità per raccontarci la sua, così ora noi avevamo il dovere di ascoltare nostro padre.

Il che ci porta in un’altra concetto fondamentale, quello del grande divario. C’erano due versioni nostra storia: quella di nostra madre e quella di nostro padre. L’idea della verità era stata debellata, e sostituita da un “forse non sapremo mai cosa è successo”. Questo metteva la mia denuncia di abusi sessuali e la difesa di mio padre sullo stesso piano, un lui-ha-detto / lei-ha detto. La mia denuncia non era più mia, era una cosa che riguardava mia madre.

Veniva ignorata la probabilità che fosse tutto vero. Venivamo convinti a non cercare di scoprire quello che era realmente accaduto; era accaduto nel passato e lì doveva rimanere (suona familiare?). Siccome non c’era modo di essere certi al 100 per cento di ciò che era successo, allora si supponeva che le probabilità fossero cinquanta e cinquanta. Anche se i bambini non mentono praticamente mai sugli abusi e i molestatori di bambini praticamente non dicono mai la verità, anche se c’erano delle prove a sostegno della mia tesi, anche se mio padre non aveva una storia coerente da proporre, anche se il giudice praticamente non aveva indagato, anche se mio padre aveva fallito un test del poligrafo, ancora non potevamo essere sicuri. Quindi c’era ancora la possibilità che fosse innocente.

Ormai papà, come mi avevano convinto a chiamarlo, cominciava a dare feste a casa sua. Avrebbe invitato alcuni dei miei vecchi amici, quelli che avevamo prima della clandestinità, e ci chiedeva se volevamo andare. Il Dr. Barrett disse che era un buon modo per reintegrarci, perché c’erano così tante persone lì. Lui non avrebbe fatto nulla con tutti quei testimoni.

Oh, era allettante. Una festa con gli amici che non vedevo da anni? La promessa di sicurezza? Buon cibo? Era tutto molto più attraente del rimanere in casa da solo con dei tutori che conoscevo da appena un anno. Mi sono rifiutato ancora per un paio di settimane. Quando Evan e Ryan sono andati, però, ho seguito il loro esempio.

Per approfondire:

Reunification Therapy: quando i bambini sono trattati come oggetti di proprietà

La terapia della minaccia

L’appello di Damon

La Damon’s Law

La verità inconoscibile

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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15 risposte a La deprogrammazione raccontata da chi l’ha subita

  1. ladymismagius ha detto:

    La storia di Damon e’ straziante. Le persone che propugnano la terapia della riunificazione si rendono conto che quello che stanno facendo in realta e’ distruggere il senso di se’ dei/lle bambini/e coinvolti/e inducendoli/e a credere che le loro esperienze, le loro emozioni, la loro definizione della realta’ sono false?
    Lo sviluppo dell’identita’ passa attraverso l’acquisizione della capacita’ di definire la realta’, questo tipo di manipolazione mina questo processo e ci vuole una volonta’ tenace per non convincersi che era la propria lettura della realta’ ad essere sbagliata, quando si e’ circondati da adulti autorevoli che la negano.
    Ps: Ricciocorno, dovresti ricontrollare la traduzione, in certi punti e’un po’ carente. Per il resto, complimenti per il tuo lavoro!

  2. primavera ha detto:

    Brividi…le parole sul dimenticare il passato sono le stesse che mi sento dire da anni da ctu e psicologhe varie.
    Attraggono mio figlio con montagne di giocattoli che ovviamente consegna il redento/innocente/vittima padre.
    Io non so più a chi chiedere aiuto..
    Certi argomenti dovrebbero essere di dominio pubblico invece sono a conoscenza di una ristretta cerchia di sfortunate come me!
    Ti abbraccio riccio e grazie
    ps sono in sala d’attesa per fare sostegno alla genitorialità col mostro!

  3. AndreaM ha detto:

    Qualunque persona normale capisce che il fatto che Damon raccontasse di abusi con gioia significa che era un bambino usato in una falsa accusa di pedofilia. La vicenda mostra solo quanto è grave l’abuso della calunnia che ha sconvolto la sua vita. La calunniatrice merita la stessa pena riservata ai pedofili: la pena di morte.

    • Certo, perché “qualunque persona” (priva ovviamente di qualsiasi competenza specifica sull’argomento – basta che sia “normale” – ovvero d’accordo con lei) è in grado di valutare la testimonianza di un bambino sulla base di un racconto diffuso nel web.
      E’ questo genere di superficialità, combinata con l’ottusa ostinazione nel portare avanti una tesi e alla crudeltà delle conclusioni, che dimostra che alla base di questi discorsi c’è solo la misoginia.
      Le ricordo che la pena di morte, in Italia, non è prevista per nessun reato.

    • Anna ha detto:

      A tre anni mio fratello si è spaccato la testa cadendo da un muretto e, una volta portato in ospedale, ha passato tutta la notte a saltare sul letto come un matto. Vuoi vedere che non se l’era spaccata veramente la testa?
      P.S. Dal poco che si legge nel racconto il bambino più che gioioso sembra incuriosito dall’ambiente nuovo.

  4. Il rasoio di Occam ha detto:

    Magari era contento di essersi liberato del pedofilo in questione. @Ricciocorno, se qualche volta ti serve un aiuto sulle traduzioni, io sono disponibile. Mastico anche il francese 🙂

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