Maschile Plurale e la sua ombra

Sabato pomeriggio, alle 18, si svolgerà presso la Libreria delle donne un incontro dal titolo “La politica è la politica delle donne. E gli uomini?“.

L’incontro, proposto da Sara Gandini e Alberto Leiss, si annuncia come una riflessione sulla “politica delle donne che ha a che fare con il vissuto e le relazioni personali” volta a scardinare “quella dimensione (della politica) che coincide con l’esercizio del potere”, per “far comprendere le capacità trasformative di questa politica orientata al bene e all’amore, che punta sulla forza delle relazioni”.

Nella pagina dell’evento sono stati pubblicati diversi articoli che parlano di una vicenda alla quale ho preso parte anch’io, una vicenda che per me è iniziata con una Lettera aperta a Maschile Plurale nel maggio dello scorso anno, ed è proseguita con altre comunicazioni:

Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy

Pubblica denuncia

Mai ascoltata da Maschile Plurale

Il dibattito che si è scatenato è proseguito fino ad oggi, come potrete approfondire dai numerosi link che rimandano al sito della Libreria delle donne.

Dopo un incontro a Milano nel quale ho espresso di persona la mia posizione sulla questione, non ho più preso la parola.

Ma alla luce del fatto che il susseguirsi degli interventi nel tempo ha parecchio spostato l’attenzione su quello che secondo me era un tema importante – l’impianto teorico che sottende l’impegno di Maschile Plurale in quanto associazione che fra i suoi obiettivi si propone di “impegnarsi pubblicamente e personalmente per l’eliminazione di ogni forma di violenza di genere fisica e psicologica“ – vorrei tornare all’origine per rimarcare alcuni nodi che a mio avviso non sono mai venuti al pettine, nella speranza che possano essere uno spunto di riflessione per chi intendesse proseguire la discussione.

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Parto da un articolo di cronaca del 7 aprile:

“Beve con gli amici al bar e poi picchia moglie e i bimbi – È stato il figlio quattordicenne a chiamare la polizia dopo essere fuggito dalla casa di Marina di Massa. L’uomo si è arrabbiato con gli agenti per il loro intervento. (…) L’adolescente invece aveva ancora le guance rosse per gli schiaffi che si era preso. «Mio papà ha bevuto ed è tornato a casa arrabbiato – ha raccontato –. La mamma ha cercato di fermarlo e lui ha cominciato a picchiarla», ha fatto verbalizzare alla volante.
Un racconto drammatico che la mamma ha confermato, almeno in parte. Aggiungendo quello che era capitato quando il figlio era riuscito a fuggire. L’uomo invece era seccato per l’intrusione delle forze dell’ordine, tanto da chiedere alla pattuglia di lasciarli alla loro discussione. «Non stiamo facendo nulla di male e siamo a casa nostra, è un normale litigio tra marito e moglie non vedo cosa c’entra la polizia». La moglie, ovviamente ha pregato gli agenti di restare lì”.

La prima cosa da notare è l’uso della prima persona plurale, noi: perché l’uomo violento non si considera mai il solo responsabile della violenza, ma pretende di accollare alle sue vittime il concorso di colpa; la seconda cosa da notare è la minimizzazione della violenza, fatta rientrare nella categoria dei normali conflitti che possono turbare la serenità di una relazione qualsiasi.

Questi sono i comportamenti che io considero tipici del violento – minimizzare, deresponsabilizzarsi e colpevolizzare la vittima – e chiunque abbia a che fare con la violenza maschile sulle donne, soprattutto quella agita nell’ambito delle relazioni sentimentali, credo non abbia alcuna difficoltà a trovarsi d’accordo con me.

Quando mi interessai la prima volta alla questione di Maschile Plurale, lo feci stimolata da un dibattito svoltosi in rete fra Stefano Ciccone e alcuni utenti del gruppo facebook dell’associazione.

Ad attirare la mia attenzione furono le affermazioni di Stefano Ciccone in merito alla violenza maschile sulle donne; incalzato sul problema di nominare la violenza, Ciccone rispose così:

“oltre al coraggio di dare un nome alle cose bisogna avere il coraggio di misurarsi con le cose e con le dinamiche relazionali ed evitare di porsi al di fuori o al di sopra delle cose per emettere giudizi rassicuranti e tranquillizzanti che confermino la nostra estraneità e la nostra “innocenza”. per questo, come maschile plurale scegliamo di andare al profondo delle dinamiche relazionali”.

Al mio post, nel quale esprimevo le mie perplessità a proposito di questo suo approccio, replicò spiegando che lui e gli uomini di Maschile Plurale avevano fatto la scelta

“di non caratterizzarci come gli uomini che condannano gli altri uomini ma come uomini che dicono che la violenza maschile contro le donne li riguarda e chiede loro di fare una riflessione su se stessi e sulla propria cultura. Anche in questo caso abbiamo scelto la strada dell’analisi, del confronto personale, dell’ascolto di tutte le persone coinvolte con l’intento di capire e non di essere noi a dovere emettere provvedimenti ma di costruire una lettura il più possibile profonda”.

Per Stefano Ciccone lo slogan dell’associazione “la violenza ci riguarda” sembrerebbe implicare necessariamente una sospensione del giudizio nei confronti degli uomini che agiscono con violenza.

Condannare l’uomo violento per la violenza da lui commessa equivarrebbe, secondo Stefano Ciccone, a scegliere una strada facile, rassicurante; condannare l’uomo violento sarebbe uno stratagemma per evitare una “riflessione su se stessi”.

Ad approfondire questo tema ci ha pensato successivamente Marco Deriu, con il suo articolo “Un racconto coinvolto”.

Sebbene Deriu riconosca che gli uomini violenti siano inclini ai comportamenti che ho descritto all’inizio

“…ho una certa esperienza di confronto con persone che hanno commesso qualche forma di violenza o maltrattamento. Dalle più gravi e ripetute alle più sottili e occasionali. L’aspetto comune è la resistenza a riconoscere le proprie responsabilità a partire dalla difficoltà di riconoscere e integrare anche un’immagine problematica e negativa di sé”,

più avanti nel testo aggiunge:

“Mi ha fatto molto pensare anche notare il modo in cui le persone dimenticano, selezionano, rileggono la realtà, le cose dette o fatte, per renderle coerenti con la propria idea e la propria immagine. Un’immagine trasparente e priva di ombre, in cui tutto il negativo viene proiettato fuori di sé. Non c’è posto per parole o fatti che riguardano gli altri se non collimano con il mondo esterno e la nostra rappresentazione. Ci piace pensare che questa forma di diniego, di rimozione riguardi solo alcuni, in particolare coloro che chiamiamo maltrattanti. Nemmeno questo è vero. Questa cosa riguarda tutti. La mettiamo in atto tutti, vittime comprese”.

Attenzione, ci dice Deriu: se è vero che l’uomo violento descrive la realtà in modo da deresponsabilizzarsi (proietta il negativo fuori di sé: non sono stato io, è stata lei) anche le vittime lo fanno.

Le vittime descrivono la realtà in modo da proiettare tutto il negativo fuori di loro. Quale negativo? A me sembra che si parli della corresponsabilità della vittima: “Non stiamo facendo niente di male”, non sono io, ma siamo noi.

È chiaro che diventare vittima di violenza non santifica nessun individuo: essere vittima di violenza non è uno status che definisce il carattere o pretende di riassumere tutto il vissuto di una persona, ma sancisce che, ad un certo punto della sua vita, quella persona ha subito una sopraffazione, un danno, è stata ingiustamente oppressa, perseguitata.

Riconoscere che una persona ha subito un sopruso non nega in alcun modo “il negativo” che quella persona può avere dentro si sé. Accusare la vittima di “rimozione”, di “proiettare fuori di sé” il negativo nel contesto della violenza maschile contro le donne, però, somiglia pericolosamente al meccanismo di colpevolizzazione della vittima.

Ad un certo punto Deriu prende a parlare delle persone che si sono interessate alla questione di Maschile Plurale:

“Mi sono chiesto d’altra parte, in più momenti di questa vicenda, se le persone che intervenivano, scrivevano, si schieravano, prendevano parte fossero consapevoli di quale parte di sé le stava muovendo. Prendiamo per esempio il numero estremamente elevato di persone che sono state coinvolte e che si sono attivate attorno a questa vicenda. Per certi versi potrebbe essere ritenuto un segnale di reattività, ma per altri versi non sono sicuro che sia stato del tutto positivo. Anche nella discussione on line, è successo che l’urgenza di accusare o difendersi, di schierarsi o incantonare qualcuno, di associare le parole alle persone e le persone a un giudizio univoco piuttosto che far spazio al pezzo di verità che l’altro portava per provare a metterlo assieme al nostro, ha attraversato tutti e tutte. Nessuno escluso/a”.

Si chiede Deriu: perché queste persone si sono interessate alla vicenda?

Lo slogan dell’associazione Maschile Plurale è “la violenza ci riguarda”: ci aspetteremmo che l’interesse delle persone nei confronti della violenza sulle donne venga considerato da Deriu un esempio concreto di quel farsi carico del problema che è l’obiettivo del suo lavoro, eppure quell’interesse non è valutato positivamente, non del tutto.

“Da tanti anni sono impegnato sul tema della violenza, in particolare sulla questione della violenza maschile sulle donne. Per alcune persone, il fatto che degli uomini lavorino su questo è perfino terreno di sospetto. Si sospettano gli uomini di possibile collusività o giustificazionismo. È stato questo sospetto – che lo si voglia riconoscere o meno – il sottotesto di tutta questa discussione pubblica, e anche di molti commenti privati talvolta più espliciti. Rispetto al pericolo di collusività o giustificazionismo (ovvero di identificazione proiettiva col maltrattante), mi sento di dire che naturalmente questo rischio c’è. Ma in verità non è il rischio più forte. Quello più diffuso – e più difficile da riconoscere – è quello della proiezione (ovvero dell’identificazione proiettiva con la “vittima” da una parte o con il possibile “salvatore” dall’altra).
«Quanto più una persona pensa di essere virtuosa e non vive la propria Ombra – ha scritto Marie-Louise von Franz -, tanto più la proietta e vede gli altri come malfattori. La persona convinta di essere virtuosa vive in un costante stato di indignazione e dà la caccia alla propria Ombra nella persona di un altro».
E questo rischio, potremmo dire questa tentazione, come ho scritto altrove, deve essere sempre tenuta presente da chi ha la pretesa di lavorare nel campo della violenza maschile sulle donne, per evitare di agire un ruolo e una dinamica inconsapevole.
Del resto tutti gli uomini autori di violenze che ho incontrato o intervistato avevano giudizi netti e assoluti di condanna della violenza maschile sulle donne e di condanna degli uomini violenti. Il giudizio era netto perché proiettava il problema fuori di sé. E paradossalmente più la condanna era assoluta, più era assoluta l’indisponibilità a vederla come tratto del proprio mondo personale e relazionale. L’insegnamento che ne dovremmo trarre è che la condanna della violenza, pur necessaria, non coincide automaticamente con la sua eliminazione. Occorre qualcos’altro”.

Vorrei partire dall’ultima affermazione: “tutti gli uomini autori di violenze che ho incontrato o intervistato avevano giudizi netti e assoluti di condanna della violenza maschile sulle donne e di condanna degli uomini violenti. Il giudizio era netto perché proiettava il problema fuori di sé”.

Ora, io non so chi abbia incontrato o intervistato Marco Deriu, ma non credo che si possa considerare questa una regola generale.

Lo dico alla luce delle conversazioni che ho ogni giorno con gli uomini che negano l’esistenza della violenza sessista contro le donne, e lo dico alla luce dei dati che vengono raccolti sull’argomento.

Se andiamo a leggere, ad esempio, i risultati del recente sondaggio condotto sui giovani da Skuola.net, scopriamo che il 20% dei ragazzi confessa senza farsi troppi problemi di aver tirato un ceffone alla propria fidanzata; uno studente su 3 racconta di essere a conoscenza di episodi di violenza sulle ragazze, e il 20% non si scandalizza troppo della cosa; il 35% di loro giustifica il gesto con il classico e scontato “se l’era proprio cercata”, mentre il restante 65% dice tranquillamente che uno schiaffo ogni tanto alla propria fidanzata “ci sta”.

Da simili risultati a me non sembra proprio che il maltrattante esprima giudizi netti e assoluti di condanna della violenza maschile sulle donne, né tantomeno degli uomini violenti.  L’impressione che ho io è che, al contrario, ad emettere giudizi severi di condanna non ci siano né i maltrattanti (20%) né i testimoni della violenza (1 su 3), e mi sento di ipotizzare che il maltrattante si senta legittimato ad agire con violenza proprio perché consapevole del fatto che dai più non sarà condannato. In fondo uno schiaffo, ogni tanto, “ci sta” (65%).

Quello che insinua Marco Deriu, con il suo lungo discorso intorno a “quale parte di sé” muova le persone che esprimono “giudizio univoco” nei confronti di chi agisce con violenza, è che chi condanna la violenza è un uomo che va a caccia di suoi simili da crocifiggere per non essere costretto a fare i conti con la sua “ombra”, per sentirsi “virtuoso” (quando invece non lo è).

In altri termini, condannare in modo netto un uomo che ha agito con violenza è il modo migliore per autoqualificarsi come soggetto violento.

Da un punto di vista logico ne consegue che la condanna della violenza porta con sé l’assunzione dello status di persona violenta, e l’unico modo per non essere violenti  sembrerebbe il silenzio. Visto che però la condanna della violenza è definita “necessaria”, in teoria saremmo tutti costretti a riconoscerci come violenti. Nel momento in cui siamo tutti dei violenti, fra chi agisce con violenza e chi no, fra chi agisce con violenza e chi la subisce – e poi la denuncia – non c’è più nessuna differenza.

Vorrei che provaste a mettere a confronto l’analisi di Marco Deriu con un’altra analisi che vi propongo:

“Ogni volta che l’accusatore espone una denuncia, è probabile che abbia un’immagine visiva interna del rapporto sessuale. In ogni replay mentale, l’accusatore gratifica il desiderio di essere impegnato in queste attività, in cui l’abusante è coinvolto nella propria immagine visiva. Un esempio di processo di gratificazione diretta, facilmente accettabile dalla maggior parte delle persone, è il cinema. Dopo tutto, siamo normali, sani, eterosessuali e quelle persone raffigurate sullo schermo sono anch’esse normali, sane ed eterosessuali. Ma lo stesso meccanismo sottostà al ruolo delle immagini visive dei rapporti sessuali pedofili. Ogni volta che si evoca un’immagine visiva di un bambino che subisce un abuso sessuale, vengono gratificati indirettamente gli impulsi pedofili”.

Questo è un passo scritto da Richard Gardner, l’inventore della sindrome da alienazione genitoriale, sindrome non riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale e protagonista di controverse cause in tribunale.

Richard Gardner, proprio come Marco Deriu, sostiene che a muovere le persone che denunciano (nel suo caso un abuso sessuale su minori) – siano esse la madre o educatori, assistenti sociali, parenti – sarebbero i loro inconsci impulsi pedofili; accusare qualcuno di essere un abusante permetterebbe loro di proiettare tutto il negativo fuori di sé, di sentirsi innocenti; l’accusa, in certo senso, non è che mero voyerismo, un comportamento che offre loro l’opportunità di evocare visivamente la violenza che vorrebbero compiere e non possono, ottenendo inoltre per se stessi il ruolo di “salvatori”; usando le parole di Deriu, si fingono “virtuosi” per non fare i conti con l’“ombra” (in questo caso il pedofilo) che nascondono dentro di sé.

Sappiamo che questa teoria è stata usata per difendere uomini colpevoli di abusi sessuali, che donne e bambini hanno sofferto enormemente a causa sua. Grazie alle teorie di Richard Gardner – teorie prive di dati concreti a supporto – oggi troppo spesso invece di indagare la condotta dell’accusato di violenza pedofila, finiscono sotto processo quei soggetti che hanno cercato di tutelare il minore. I genitori tutelanti – o i parenti, o gli educatori – che raccolgono il grido di dolore dei loro figli vengono sottoposti a perizie e perizie, alla ricerca di quell’“ombra” perversa che li spinge a denunciare, la accuse di violenza vengono per lo più archiviate, e chi ne paga le spese sono le piccole vittime.

La premessa dalla quale Marco Deriu parte per svolgere il suo ragionamento (“tutti gli uomini autori di violenze che ho incontrato o intervistato avevano giudizi netti e assoluti di condanna della violenza maschile sulle donne e di condanna degli uomini violenti”) a mio avviso non ha alcun fondamento nella realtà delle cose.

Inoltre, non riscontro alcuna incompatibilità fra il riflettere su di sé – fare i conti con la propria “ombra” – e il condannare la violenza maschile sulle donne, come non riscontro alcuna incompatibilità fra il condannare la violenza maschile sulle donne – e l’uomo che materialmente mette in atto quella violenza – e il riconoscere che dentro ognuno di noi, anche in coloro che sono vittime di violenza, possa esserci un ’“ombra” con la quale fare i conti.

Soprattutto ritengo che, di fronte a un uomo che agisce con violenza, una condanna netta non solo non sia indice di un cattivo rapporto con la propria “ombra”, ma sia il presupposto di qualsiasi impegno si voglia prendere per contrastare la violenza sessista sulle donne: è necessario innanzi tutto caratterizzarsi come persone che condannano gli uomini che agiscono con violenza.

Credo che Maschile Plurale dovrebbe avviare una riflessione sulla difficoltà che i suoi membri incontrano nel “condannare altri uomini” quando si tratta di condannare uomini che agiscono con violenza contro le donne. Perché il sospetto di “giustificazionismo” nei loro confronti, alla luce delle affermazioni di alcuni di loro, è più che fondato.

 

La foto è tratta dalla campagna #kNOwMore

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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33 risposte a Maschile Plurale e la sua ombra

  1. Barbara Mari ha detto:

    Grazie per aver preso di nuovo la parola e aver messo di nuovo a fuoco il nodo, da sciogliere, della questione. Il blaterare dei soci era prevedibile, molti di loro vivono del business della violenza, molti altri, grazie ad essa, hanno trovato una certa notorietà.
    Ma il silenzio delle donne che dicono di essere in prima linea nella lotta alla violenza discredita il loro stesso lavoro. La violenza, probabilmente, è soltanto un affare, anche per loro.

  2. Paolo ha detto:

    non riesco ad accettare che nel 2015 ci siano giovani uomini che considerano normale picchiare la donna con cui stanno e che dicono di amare

  3. Sonia ha detto:

    A mio avviso le “ombre” ci sono dentro tutti, uomini e donne. La differenza sta in come le gestiamo. C’è chi innaffia i semi del bene e chi quelli del male. A volte condizioni sociali disagiate possone rendere difficile innaffiare i semi del bene, è giusto comprenderlo. Ma se in quelle stesse condizioni uno/a gestisce bene le sue ombre e un’altro no, oppure in condizioni non disagiate uno/a innaffia lo stesso i semi del male, mi sembra giusto notare la differenza e dire che un comportamento è sbagliato e dannoso e l’altro no.

    • Vedi, è vero, verissimo che alcuni soggetti sembrano scissi come il Dr Jeckill e Mr Hyde, che al personaggio pubblico – socialmente impegnato e apparentemente integerrimo – finiscano con l’essere associate le più turpi azioni. Ma sono appunto le azioni, ciò che facciamo, che ci definiscono, e la lotta interiore fra le diverse parti di noi (che tutti, più o meno consapevolmente affrontiamo) non può essere un argomento usato per minimizzare chi concretamente agisce contro i suoi simili.

  4. Stefano ha detto:

    Scusa, ma Deriu non sta proponendo una regola generale, ha riportato la sua esperienza, dialoghi con uomini che hanno commesso violenze. Ed è piuttosto credibile che uomini cresciuti in un certo modo non si rendano conto di quanto siano violenti, ma siano in grado di condannare verbalmente una generica violenza. Così come una donna cresciuta in un certo modo non sappia riconoscere la violenza e la consideri una pratica normale in una coppia. Lo stesso accade quando sentiamo il classico incipit “non sono razzista, ma…”. Tu parli di solito con uomini violenti che ti raccontano la loro esperienza? Perché poi opponi un sondaggio condotto tra gli studenti, sondaggio che oltretutto è raccontato in modo opposto alla realtà sondata, io ho trovato questo: http://www.skuola.net/news/scuola/violenza-donne-studenti.html

    nel quale il titolo di un paragrafo in neretto è: violenza sulle donne, gli uomini fanno bene, con classica foto di ragazza picchiata, quando leggendo il sondaggio si apprende che è il 5% dei maschi intervistati (di età fra gli 11 e i 25) a dire che gli uomini fanno bene. Ed è il 7% a dire di aver dato uno schiaffo (dare uno schiaffo non qualifica una persona come uomo maltrattante, se non vogliamo appiattire tutto) convintamente, del 20% del totale che almeno una volta ha dato uno schiaffo alla sua ragazza. Ma nel complesso, c’è un 80% di ragazzi che si dichiara contrario alla violenza contro le donne e che dichiara di non aver mai dato uno schiaffo. Desta preoccupazione quindi il fatto che chi propone un sondaggio su un sito che si occupa di scuola non sappia l’algebra, oppure che sia in malafede.

    Immagino che l’approccio di maschile plurale sia volto a coinvolgere gli uomini, un atteggiamento di sola condanna precluderebbe questa possibilità. Altrimenti basterebbe condannare la violenza e aspettare che al primo schiaffo ogni donna lascerà il suo partner e così nel giro di qualche generazione non ci saranno più violenze.

    • “l’approccio di maschile plurale sia volto a coinvolgere gli uomini, un atteggiamento di sola condanna precluderebbe questa possibilità.”
      Coinvolgere gli uomini in cosa? E quali uomini? Appurato che la maggioranza degli uomini non ha mai usato violenza (solo 1 su 5 ammette di aver picchiato la sua ragazza, quindi 4 su 5 non lo fanno, almeno secondo l’articolo che mi hai linkato), perché condannare la violenza dovrebbe precludere l’interesse di questa maggioranza in un impegno nel contrasto del fenomeno?
      Io una risposta ce l’ho…

      • Stefano ha detto:

        Il “fenomeno” in questione non è un fenomeno tipo un incendio doloso, per cui chiami i pompieri e la polizia, spegni l’incendio, arresti i piromani e elimini il problema. Dando un’occhiata al sito di Maschile Plurale mi pare che il senso sia coinvolgere gli uomini a far parte di un gruppo, tipo quelli di autocoscienza di una volta, in modo tale da condividere le proprie esperienze e possibilmente di affrontarle, nei casi di uomini maltrattanti, o che hanno difficoltà a gestire i conflitti di coppia senza ricorrere alla violenza. Non è che gli uomini sono violenti solo perché si sentono giustificati a esserlo; c’è anche questa componente, ma non è la componente più rilevante. In più la violenza non è un fattore “tutto o niente”. Per cui un’associazione del genere che si rivolgesse ai “buoni” non avrebbe molto senso, non farebbe alcun tipo di lavoro (nemmeno un lavoro su di sé, riprendendo il tema personale-politico), sarebbe solo un’associazione di promozione culturale di valori. Io non ci andrei, poiché già li condivido, chi è violento non credo ci andrebbe, poiché nessuno partecipa a un’associazione dove viene condannato e basta, per un comportamento che oltretutto si sente in ragione di avere o di cui non si rende bene conto. Si possono avere riserve metodologiche, ma non leggo un disconoscimento della violenza, mi sembra piuttosto un modo per avere un approccio più inclusivo verso persone con le quali si vuole parlare. Si possono avere riserve anche su questo ovviamente.

      • Tempo fa pubblicai questo post, una traduzione da un articolo di Laurie Penny: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/10/26/certo-non-tutti-gli-uomini-odiano-le-donne/
        La violenza contro le donne è un fenomeno dal quale tutti gli uomini – anche quelli non violenti – percepiscono dei benefici (ovvero, dei privilegi). E’ questo, secondo me, che “la violenza ci riguarda”, dovrebbe significare.

      • Stefano ha detto:

        Sì, ma a parte divergenze di pensiero poco rilevanti (no, io non percepisco nessun beneficio dalla violenza contro le donne, la realtà è più complessa del mondo in bianco e nero. Stiamo sempre dalle parti del “porno visto a Belluno che genera uno stupro a Pechino, però capisco il senso del coinvolgimento), non capisco che c’entra.

      • Ma cosa c’entra il bianco e nero?
        Se accettiamo la definizione dei femminicidio («La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia») e l’analisi sociologica che la sottende, arriviamo alla conclusione che la violenza contro le donne è al contempo la conseguenza e lo strumento atto a perpetuare uno stato di disequilibrio di potere fra i generi.
        E di quel disequilibrio tu godi i frutti, come qualsiasi altro uomo.
        Ti consiglio la lettura di questa testimonianza: http://liadiperi.blogspot.it/2013/02/perche-sono-un-uomo-femminista.html
        “Il giorno dopo, partecipai ad un seminario sulla prevenzione alla violenza di genere organizzato da Katz, il quale pose agli uomini in sala, la seguente domanda: ” Che cosa avete fatto per proteggervi dall’essere violentati o aggrediti sessualmente?”
        Non un solo uomo, me compreso, potè rispondere prontamente alla domanda. Infine,un uomo alzò la mano e disse: “Niente.”
        Poi, Katz domandò alle donne: ” Che cosa avete fatto per proteggervi dall’essere violentate o aggredite sessualmente? Quasi tutte le donne in sala alzarono la mano.Una dopo l’altra ciascuna donna testimoniò:
        “Non stabilisco nessun contatto visivo con uomini, quando cammino per la strada” disse una.
        “Non lascio incustodito il mio bicchiere alle feste” disse un’altra.
        “Attraverso la strada quando vedo un gruppo di ragazzi che vengono verso di me”
        “Uso le mie chiavi come una potenziale arma”
        ” Porto con me uno spray da difesa”
        ” Guardo ciò che mi metto”.
        Le donne hanno continuato per qualche minuto, fino a quando la parte della loro lavagna era completamente riempita. Mentre il lato della lavagna degli uomini era totalmente bianco.
        Ero sbalordito. Non avevo mai sentito un gruppo di donne dire queste cose. Ripensai a tutte le donne della mia vita (compresa mia madre, mia sorella, la mia fidanzata) e mi resi conto che avevo molto da imparare riguardo al genere.”

      • Stefano ha detto:

        Ricco, sono femminista da prima di incontrarti, lo sono sempre stato, inconsapevolmente, poi ne ho acquisito gli strumenti culturali. Ma ugualmene non concordo. Il bianco e nero c’entra perché il femminicidio è un fenomeno complesso, non è come scrivi e come pensano alcune teorie, la diretta conseguenza del disequilibrio di genere; è un fenomeno che ha componenti sociali, ma pure individuali. Non è solo il mezzo che il patriarcato usa per perpetuare il suo potere, questa è una lettura errata, perché personifica e astrae il patriarcato, invece di leggerlo come sistema di relazioni, e senza metterlo in un contesto storico ed evolutivo. Come sono errate tante letture di certo femminismo che è convinto che la natura non esista, che sia solo un fatto culturale, che pensano che lo stupro sia solo un comportamento culturalmente determinato. Poi un conto è dire che come uomo non devo preoccuparmi di essere stuprato per strada, e un conto è dire che beneficio della violenza contro le donne. Se le donne non fossero picchiate e non ci fosse alcun disequilibrio la mia condizione potrebbe essere migliore, ma non vedo come potrebbe essere peggiore (a meno di ipotizzare un mondo, mi pare lo fece Charlotte gilman, in cui gli uomini sono assoggettati, e quindi dirmi che mi è andata bene che esiste un mondo del genere). Il fatto che sono al sicuro da quel punto di vista non dipende dal patriarcato, dipende dalla natura. Come specie potevamo svilupparci in maniera differente, ma è andata così. Le due cose, violenza e mia condizione, non sono in relazione come pensi fra loro. Beneficio del fatto di essere uomo (non rischio di partorire, non ho le mesturazioni, non devo respingere assalti da parte di ubriachi, molestie eccetera. Ma queste sono condizioni naturali. Patriarcato o meno io starei allo stesso modo), di vivere in un paese tranquillo e prospero, utilizzando merci prodotte altrove da persone che se la passano molto peggio di me; non della violenza inflitta alle donne e del disequilibrio. Non sto esercitando alcun potere. E non c’è la relazione che pensi ci sia fra il mio genere e me stesso. E parlare del genere maschile come se fosse un organismo vivente è per me assurdo, porta a visioni teoriche che non stanno in piedi, le stesse che ti contestai quando pubblicasti che quel pezzo americano del tale che inveiva contro chi faceva distinzioni fra porno. Ma è lo stesso quando pretendi che non si faccia differenza fra sex work e tratta, che l’uno implichi l’altro. Penso che ti sbagli. Penso che siano analisi in bianco e nero, come quella che mi hai linkato della tipa inglese non abbastanza buone da cogliere i vari punti. Mica spazzatura, però non concordo del tutto. Il che non vuol dire che io non mi metta all’ascolto, che non pensi al modo in cui penso e parlo in relazione alle donne, a come agisco eccetera, e che non veda le ingiustizie che conosciamo, e che non pensi a cosa significhi essere donna.

        Ma ancora non capisco che c’entra col post…

      • “Il fatto che sono al sicuro da quel punto di vista non dipende dal patriarcato, dipende dalla natura”??? Ma quale natura???

      • Paolo ha detto:

        penso (o per meglio dire spero) si riferisca alle differenze fisiche tra uomini e donne che rendono fisicamente più facile per un uomo stuprare una donna (o anche un altro uomo in certe situazioni) che non il contrario (che in effetti è rarissimo)

  5. Il rasoio di Occam ha detto:

    Lezioni che ho tratto io da questa vicenda…

    1. Non fidarsi di chi vuole sostituire la psicanalisi all’analisi sociale/politica/culturale. Non è un caso che il fondatore di questa simpatica disciplina abbia praticamente inaugurato il genere delle “false accuse”. Blaterare d’inconscio è un ottimo modo per distrarre dalle azioni materiali e da chi le compie.

    2. Non fidarsi di nessun movimento o iniziativa anti-violenza che non abbia come priorità assoluta le vittime di violenza. Ho smesso di seguire la controversia quando Ciccone ha reso chiaro -parafraso – che non poteva fregargliene di meno di cosa pensavano le donne che lo criticavano perché tanto loro lo fanno per loro stessi (?!?), per liberarsi…da qualcosa. Da mamme soffocanti o lagnose principesse che attendono un salvatore o roba del genere, non ricordo.

    3. Il messaggio “pure gli uomini sono vittime del patriarcato” può essere un boomerang. C’è il rischio che ad essere attirati siano soprattutto opportunisti e vittimisti.

  6. Ellie ha detto:

    Ben detto @rasoio, il messaggio “anche gli uomini sono vittime del patriarcato” può essere facilmente usato come un’arma per reprimere ogni tipo di protesta/iniziativa a favore delle donne. Non ne posso più di uomini lagnosi che si lamentano degli “ingiusti privilegi” delle donne, del fatto che nessuno si preoccupi dei poveri piccoli uomini maltrattati e bistrattati eccetera eccetera. Fatevi crescere una spina dorsale, cavolo! Recentemente ho avuto una discussione sull’argomento con una ragazza (sic) che sosteneva proprio questa teoria. Non dico che gli uomini in certi ambiti non siano danneggiati dal patriarcato, ma la verità è che nel 90% dei casi gli uomini da questo stato di cose beneficiano soltanto. Negarlo è abbastanza ridicolo – se davvero il patriarcato ferisse così tanto gli uomini adesso sarebbe un lontano ricordo di ere passate. Viviamo in un’epoca paradossale in cui si tenta di far apparire chi è oppresso come l’oppressore, è questo che trovo alquanto inquietante.

    • ladymismagius ha detto:

      Le forme di oppressione che riguardano gli uomini in una cultura patriarcale non dipendono dagli squilibri di potere e privilegio, ma dalle precondizioni necessarie a mantenere questo assetto di potere e privilegio (la cosiddetta toxic masculinity). Nella stragrande maggioranza dei casi, queste forme di oppressione non sono vissute come tali, perche’ sono la normalita’, sono nell’ordine delle cose, e inoltre non si manifestano praticamente mai come minacce all’incolumita’ fisica, all’identita’ o all’autorealizzazione esplicite. Quindi e’ facile non vederle. Ma cio’ non toglie che c’e’ un sistema di privilegi e mentalita’ che opprime sistematicamente le donne e privilegia implicitamente gli uomini. Io non userei la parola ‘oppressori’ perche’ sembra implicare una certa consapevolezza e deliberazione che invece non c’e’ – il patriarcato non e’ scelto intenzionalmente come si sceglie un parttito alle urne, e’ l’impostazione di default della nostra societa’.

      • Paolo ha detto:

        va detto che io alla storia del “anche gli uomini sono oppressi perchè non possono piangere” non credo

      • ladymismagius ha detto:

        Non mi riferivo a questo, ma piuttosto al fatto che, ad esempio, gli stupri subiti dagli uomini non sono presi sul serio. Mi è capitato spesso di sentire ragazzi che ridono divertiti all’idea di essere violentati da una donna “Eeeh, magari capitasse a me!”, per dire.
        Ovvio che non sanno di cosa parlano, ma questo pregiudizio ha in effetti un impatto negativo.

        Non voglio fare discorsi da MRA, so bene che c’è differenza fra un fenomeno strutturale come la violenza sulle donne e atti episodici come questi, ma non è giusto che siano sminuiti.

      • Paolo ha detto:

        oltretutto è pressochè impossibile per una donna violentare un uomo adulto e in forze
        Inoltre devo confessarti che quando ho visto il film Rivelazioni ispirato al romanzo di Chrichton dove il dipendente MIchael Douglas viene non stuprato ma molestato sessualmente dal capufficio Demi Moore.non ce la facevo proprio a pensare “oh poverino”..piuttosto anch’io pensavo “ma perchè non capita a me un capufficio così?”..sarò sessista ma questo pensavo..nella logica del film Demi Moore era il personaggio “negativo” ma io simpatizzavo per lei.

      • https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/09/lo-stupro-di-shia-labeouf/ Dello stupro degli uomini abbiamo già parlato, se ricordi.
        La violenza sessuale sugli uomini esite. Credo che si stia andando un po’ O.T.

      • Paolo ha detto:

        infatti avevo detto cosa ne pensavo già nei commenti a quel post

      • ladymismagius ha detto:

        @Ricciocorno: scusa, non volevo far deragliare la conversazione. Stavo solo riflettendo sulle implicazioni della parola “oppressori”.

      • Sono sicuramente argomenti correlati.

      • ladymismagius ha detto:

        Se ritieni che non sia il luogo per parlarne, scusami ancora. Mi dispiace.

      • Il fatto è che poi ci dimentichiamo da dove siamo partiti. Io concordo con il rasoio, quando dice “Il messaggio ‘pure gli uomini sono vittime del patriarcato’ può essere un boomerang”: che significa che è vero, pure gli uomini sono vittime del patriarcato, ma l’affermazione quando diventa il fulcro attorno al quale ruota l’autoanalisi degli uomini, a volte si rivela un boomerang. In che modo?
        A spiegarlo c’è l’esperienza di Warren Farrell, che nasce come femminista – arrivando a far parte del Consiglio della National Organization for Women (NOW) di New York – e finendo come l’ispiratore del movimento contemporaneo più misognino: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/08/21/i-diritti-degli-uomini/
        Secondo me è più interessante discutere del perché una simile constatazione – che è persino banale – possa per alcuni rivelarsi il punto di partenza di un ragionamento che arriva agli antipodi rispetto a ciò che lo aveva originato.

      • ladymismagius ha detto:

        You have a point. E l’esperienza di Farrell resta inspiegabile per me.

  7. Il rasoio di Occam ha detto:

    Il femminismo mette in discussione i fondamenti della mascolinità patriarcale: che l’uomo è centrale e la donna è periferica, che la donna esiste per essere usata dall’uomo; e sfida il rovesciamento patriarcale secondo cui è l’uomo a essere vittima della donna manipolatrice e reagisce con la violenza perché non ha scelta. Una riflessione maschile che parte col mettere al centro gli uomini, usa il movimento delle donne per i suoi scopi e ha il suo fulcro in un sentimento di vittimizzazione, non si è spostata di un centimetro dal punto di partenza.
    Può essere più o meno apertamente ostile alle donne, può essere tiepidamente e formalmente pro-femminista, ma in realtà è fondata sull’attaccamento allo status quo: cambiare tutto per non cambiare nulla. Ecco, forse alcuni uomini vengono al femminismo con l’ansia di ‘limitare i danni’ : dato che ormai l’uguaglianza non la si può rimettere nel cassetto, almeno la si può pilotare dall’interno: mica possiamo lasciare queste cose alle donne, giusto? Sono troppo emotive, non sanno neanche analizzare la loro oppressione…

  8. Ilaria ha detto:

    Penso sia giusto far presente che il collega di Stefano Ciccone ha avuto una recidiva con un’altra donna. Soci, sia lei che lui, di una nota associazione di studiosi che, in seguito alla vicenda, ha preso provvedimenti nei confronti di lui.
    Del nuovo caso, già prima della decisione dell’associazione, erano stati messi al corrente anche i soci di Maschile plurale.

  9. Pingback: Il divieto di giudicare

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