La negoziazione nelle cause di separazione: dalla violenza al conflitto

La violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente inuguali tra gli uomini e le donne, che hanno condotto alla dominazione sulle donne e alla discriminazione da parte degli uomini e costituisce un ostacolo al pieno progresso delle donne. (dalla Piattaforma d’azione, Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne, Pechino 1995)

violenza_conflitto

Uno studio dal titolo “‘So Presumably Things Have Moved on Since Then?’ The Management of Risk Allegations in Child Contact Dispute Resolution“, di Liz Trinder, Alan Firth e Christopher Jenks, pubblicato nel 2010, affronta il delicato tema delle accuse di violenza mosse in sede di divorzio o separazione.

Gli autori si propongono di “esplorare il modo in cui i Tribunali inglesi trattano le accuse di violenza domestica o di abusi sui minori nel corso degli incontri predisposti per risolvere le dispute sull’affidamento dei minori” (pag.2).

Una delle più grandi sfide per un mediatore – ci dice l’introduzione – è proprio destreggiarsi tra l’obiettivo di raggiungere un accordo fra le parti rispettoso del diritto del minore a mantenere i contatti con entrambi i genitori, e nel contempo assicurarsi che tale accordo non metta a rischio il benessere e soprattutto l’incolumità dei soggetti coinvolti.

Purtroppo, le ricerche in merito hanno evidenziato che, quando viene sollevato il problema della violenza domestica o della tutela dei minori, i professionisti spesso tendono a ignorarlo, minimizzarlo o a non tenerlo nella dovuta considerazione (pag.2): Research has also identified that where child  protection or family violence issues are raised in dispute resolution then these concerns have often been ignored, minimized or discounted.

Lo studio in oggetto ha analizzato i nastri registrati di 15 “in court conciliation meeting“: questi incontri privati e informali si svolgono fra le parti e un  CAFCASS officer (un assistente sociale – CAFCASS è l’acronimo di Children and Family Court Advisory and Support Services), e hanno la funzione di raggiungere un accordo nel superiore interesse del minore.

In 9 di queste 15 sedute sono state mosse accuse di violenza contro un adulto e/o un minore, 7 delle quali rivolte dalle madri nei confronti dei padri; negli altri 2 casi i genitori si sono rivolti accuse reciproche di alcolismo e violenza.

Solo in 2 di questi 9 casi le accuse mosse in presenza dell’assistente sociale sono state indagate e approfondite nel corso dell’incontro, e ne è conseguita la richiesta di un accertamento per la valutazione del rischio (welfare report); entrambi i casi riguardavano una seria dipendenza da alcol e droga delle madri (pag.7).

Lo studio analizza nel dettaglio i dialoghi delle situazioni nelle quali invece l’operatore ha ignorato, minimizzato o deciso di non darecredito alle accuse di violenza.

Nei primi esempi a favorire questa operazione è l’atteggiamento della stessa donna che muove le accuse; ci dicono gli autori che “parents, typically mothers, typically presented allegation in a mitigated fashion, often providing little detail and not pursuing the allegations“: i genitori, generalmente le madri, di solito muovono accuse in modo attenuato, spesso fornendo pochi dettagli, e non insistono sull’argomento (pag.8).

Nel primo dialogo (pag.9) la madre ad un certo punto afferma che il figlio maggiore si rifiuta di incontrare il padre “because of the violence” (a causa della violenza). L’assistente sociale rimane in silenzio, così dopo una breve pausa la donna si offre di mostrargli una lettera (do you want to read that?) scritta dal figlio. L’assistente sociale non si rifiuta subito esplicitamente di leggerla, ma a questo primo invito risponde con un’altra domanda: “Do you want me to read?” (vuole che la legga?); la donna replica “you can read that” (la può leggere), e l’assistente sociale ribatte: “I don’t particularly need to” (non ne ho particolarmente bisogno).

Quel breve momento di silenzio che segue l’esplicito nominare la violenza viene definito un “transition relevance place(TRP); nell’analisi di un dialogo un TRP è quel momento il cui l’ascoltatore è legittimato a prendere a sua volta la parola. Il CAFCASS officer si rifiuta di raccogliere l’invito a prendere la parola, reagisce con un laconico “mmm“, evitando così di approfondire l’argomento violenza: violenza contro chi, esercitata da chi, quando?

Se sembra logico che la persona preposta alla tutela del minore senta il bisogno di entrare nei dettagli di una simile affermazione, si riscontra invece che l’accenno alla violenza è accolto dall’indifferenza prima, e dal rifiuto di approfondire poi.

L’assistente sociale non prenderà mai visione della lettera, né la violenza sarà più menzionata nel corso dell’incontro.

Nel secondo dialogo (pag. 11-12) le accuse sono più esplicite e gravi. La madre dichiara che i bambini si comportano in modo strano quando tornano a casa dopo le visite al padre, che si dichiarano impauriti dal carattere irascibile dell’uomo e che la figlia adolescente non ha un letto per sé a casa del padre; inoltre “she didn’t like the way that dad cuddled her and touched her bum when he danced…” (Non le è piaciuto il modo in cui il padre l’ha coccolata, come le ha toccato il sedere mentre ballavano).

A questo punto della narrazione il padre interviene con un minaccioso “excuse me?“, quindi  l’assistente sociale prende la parola: “Give me a second and then yeah“; la sua richiesta è di sospendere temporaneamente la conversazione, che rischia di diventare accesa. Dopo alcuni secondi di pausa la donna aggiunge: “This is from my children“, per sottolineare che le informazioni da lei fornite provengono dai racconti dei suoi figli, ma di nuovo l’assistente sociale chiede una sospensione: “I’m just to get to [pausa] into my head”. Le sue richieste di silenzio, giustificate dalla necessità di riflettere su quanto ascoltato, gli permettono di riacquistare il controllo della conversazione. Ottenuto il silenzio, l’assistente sociale cambia completamente argomento, chiedendo alla madre una serie di informazioni: “How long the contact did go on for so… you were in court on… on the tenth of august two thousand and four… and then the contact went on for about… nine or ten months, I suppose…”

Le domande poste alla madre (per quanto tempo le visite sono andate avanti così eravate in tribunale il dieci agosto duemilaquattro e poi le visite sono andate avanti per circa nove o dieci mesi, suppongo) non riguardano il comportamento inappropriato del padre lamentato dai minori.

Alle accuse mosse dalla donna non sarà più fatto alcun riferimento nel corso dell’incontro.

Se in questi due primi esempi la violenza è semplicemente ignorata (e l’effetto ottenuto è che chi l’ha nominata evita di farvi nuovamente riferimento) negli esempi successivi l’intervento dell’assistente sociale è più incisivo.

Nel dialogo riportato a pagg.13-14 la madre parla della sua preoccupazione in merito alla violenza assistita subita dai figli: “there was a loto of concerns I think they needed to speak to dad regardin’… regardin’ his parents how granddad beats nanny”. I bambini, dice la donna, sono stati testimoni di episodi di violenza domestica (il nonno paterno che picchia la nonna); il padre immediatamente la interrompe: “that’s a load of rubbish” (sono un mucchio di stronzate), quindi l’assistente sociale cerca di sedare il tono della conversazione con un “hang on hang on” (un attimo un attimo).

Non appena acquista il controllo della situazione, si rivolge alla madre: “don’t throw too much of that stuff up“, un esplicito divieto di continuare a parlare di “quella cosa”.

L’assistente sociale non nomina la violenza, non fa alcun riferimento alla nonna picchiata, e immediatamente dopo rinnova il divieto di affrontare la questione: “we can’t deal with that… when the children see dad… the essence of going to see him is to – y’know – have a good time with him” (a questo punto la madre tenta di interromperlo – have time with dad, isn’t – ma viene fermata) not really to – y’know – bring up old family feuds or whatever it is“. Non possiamo occuparci di questo, afferma l’assistente sociale, derubricando la violenza del nonno contro la nonna a “vecchie faide familiari”.

L’utilizzo del termine “faida” (feud) trasforma la violenza unidirezionale descritta dalla madre (granddad beats nanny) in una situazione di conflitto nella quale entrambi i soggetti coinvolti hanno la loro dose di responsabilità; inoltre definire la faida “vecchia” la colloca nel passato, suggerendo che non ha alcuna rilevanza nel tempo presente. Aggiungendo “or whatever it is” (o qualsiasi altra cosa sia), dopo aver ridefinito la violenza come “faida familiare”, l’assistente sociale suggerisce – a mio avviso – che anche se la sua descrizione di quanto accaduto è poco appropriata, la questione rimane comunque poco rilevante nel contesto dell’incontro che – spiega – si pone l’obiettivo di fare in modo che i bambini passino del tempo con il padre.

Di fatto rimproverata dall’assistente sociale per aver sollevato il tema, la madre non nominerà più la violenza assistita.

In un altro dialogo (pag.16) la madre racconta di come dopo la separazione l’ex marito e la sua famiglia avessero avuto nei suoi confronti un comportamento verbalmente aggressivo e intimidatorio, tanto da costringerla ad un certo punto a chiamare la polizia (“Mister Mitchello kept on intimidating me by bringing his father and his brother down every time… he was gettin’ verbally aggressive, the police got called); l’assistente sociale la interrompe, non per chiedere chiarificazioni su cosa intenda con “intimidazione” o “verbalmente aggressivo”, bensì cercando – come nel dialogo precedente – di collocare la violenza narrata nel passato: “That was about two years ago” (questo è successo due anni fa). La donna ribatte: “it’s snowballed since then” (la situazione è precipitata da allora), ma l’assistente sociale ignora questa precisazione, e prosegue con il tentativo di ridefinire quanto narrato come un qualcosa di definitivamente conclusosi in un tempo passato: “when relationshiops break down often there’s a lot of anger around… you have to move forward an’ try to put that to one side”. Quando le relazioni finiscono, dice alla madre, c’è un sacco di rabbia. Le intimidazioni e le aggressioni verbali del padre e della sua famiglia contro la donna diventano “rabbia” (there’s a lot of anger): non si tratta più di violenza unidirezionale verso la donna, ma di un sentimento diffuso che riguarda tutte le persone coinvolte, compresa la donna, che da persona aggredita e minacciata diventa soggetto attivo di un conflitto caratterizzato dalla rabbia.

Dovete andare avanti, esorta l’assistente sociale, lasciandovi queste cose (non dice esplicitamente cosa, ma parla della “rabbia”) alle spalle.

La donna non farà più alcun accenno alle aggressioni intimidatorie, accogliendo il velato suggerimento di mettere “la sua rabbia” da parte.

Nel successivo dialogo a pag. 18-19 la consistenza di un potenziale pericolo per la minore coinvolta è supportata da un precedente intervento dei servizi sociali. Racconta la madre che “social services asked me to stop her going beacuse of her behaviour… because of the condition that she’d come back…I’ve got all the documents if you need to see them”. La decisione di interrompere i contatti fra la bambina e il padre è stata presa dai servizi sociali a causa del comportamento della bambina al ritrorno dalle visite. La donna si offre di mostrare la documentazione di quanto accaduto all’assistente sociale.

E’ importante sottolineare – ci dicono gli autori dello studio – che il CAFCASS officer che presiede all’incontro non ha ricevuto copia della documentazione, quindi non è a conoscenza del motivo che ha causato l’interruzione dei rapporti fra padre e figlia, perché generalmente le persone preposte a mediare in questi incontri ricevono pochissime informazioni sulla famiglia (pag.6 “The CAFCASS officer had little prior information about the case before the meeting, usually amounting to not much more than brief biographical details supplied by the applicant in the application form” – l’assistente sociale ha poche informazione sul caso prima della riunione, di solito poco più di brevi cenni biografici forniti dal richiedente nel modulo di domanda).

La donna non descrive i comportamenti della bambina, né menziona i dettagli delle preoccupazioni espresse dai servizi sociali. Il CAFCASS officer non pone alcuna domanda sul contenuto della documentazione.

Invece risponde: “So that was… when was three” (è accaduto quando la bambina aveva tre anni), ancora una volta collocando il problema sollevato nel passato. La madre conferma, e l’assistente sociale prosegue: “and then she’s now ten so… presumably… things have move on since then.” La bambina ha dieci anni, adesso, quindi è probabile che le cose siano cambiate. Quali cose? Sembra che l’assistente sociale ritenga che il comportamento che aveva allarmato i servizi sociali dipendesse dall’età della bambina, visto che, una volta raggiunti i dieci anni di età, si presume che le cose siano cambiate. Il “presumibilmente”, dicono gli autori dello studio, presuppone l’interlocutore reagisca concordando. E infatti la donna concorda: “Yeah, things have moved on, but…”.

Nel corso dell’incontro nessuna accusa contro il padre sarà mai verbalizzata, né dalla madre, né dall’assistente sociale.

In tutti questi casi l’atteggiamento riluttante del genitore che nomina la violenza contribuisce all’occultamento della stessa. Quando l’assistente sociale ignora le accuse, le storicizza collocandole nel passato oppure ridefinisce la violenza trasformandola in conflitto, la madre non fa nessun tentativo di opporsi, né di riproporre le sue preoccupazioni.

Ma cosa accade quando invece il genitore insiste e sostiene le sue accuse?

Quando le accuse sono presentate con forza e ribadite, l’assistente sociale reagisce “becoming involved in an argument with the party making the allegation and aligning with the position of the accused party with the result that the allegation was ultimately marginalised.” (pag.21) L’assistente sociale ingaggia una discussione con l’accusante  schierandosi apertamente con l’accusato, con il risultato che l’accusa viene messa da parte, come nei casi precedenti.

Nel dialogo a pagg.21-22 la madre dichiara che il padre è stato visto da diversi testimoni picchiare la sua nuova compagna. Nonostante questo l’assistente sociale chiede alla donna cosa risponde alla richiesta del padre di ripristinare le visite del figlio di due anni a casa sua, così come stabilito da una precedente decisione del giudice. La donna risponde “Not at his home, no…” (non a casa sua, no), ma l’assistente sociale insiste “Why not at his home” (perché non a casa sua? – l’accento è posto sul “non”),e la donna ribatte prontamente “because of the domestic violence, I do not want my son involved in”. A questo punto, ignorando che sia stata nominata la violenza e venendo meno al suo mandato, che lo vorrebbe in una posizione di neutralità, l’assistente sociale chiede alla donna che cosa potrebbe rassicurarla e convincerla ad accettare la richiesta del padre.

Il ruolo di facilitatore in una negoziazione non prevede, infatti, che le richieste di una parte vengano sostenute dal facilitatore a discapito della posizione dell’altro. In questo caso appare invece evidente che il CAFCASS officer è a favore della soluzione proposta dal padre e che sta operando affinché venga accettata.

L’assistente sociale chiede: “What would reassure you about the … alleged…” ma la donna torna immediatamente a parlare della violenza domestica “I know what he used to be cos I used to be there it all happens“, facendo chiaramente riferimento alla violenza domestica da lei subita nel corso della relazione con quest’uomo; l’assistente sociale la interrompe bruscamente “it’s not what (h)e was like when (h)e was with you”, rifiutandosi di mettere in relazione le recenti accuse (l’uomo avrebbe picchiato la nuova partner davanti a testimoni) con la storia di violenza domestica della donna (“non c’entra com’era lui quando eravate insieme”), e ripropone la sua domanda “what would reassure you?”. La donna insiste con le accuse “I have four witnesses that see him hit her” – ho quattro testimoni che lo hanno visto picchiarla – ma l’assistente sociale ribatte ancora con la medesima domanda: “what would reassure you?“.

Sebbene l’assistente sociale non accusi apertamente la donna di inventare false accuse, il suo comportamento dà ad intendere che non le considera degne di attenzione. Quando la donna afferma di non voler ripristinare l’accordo a causa della violenza, risponde “What would reassure you about the … alleged…”: cosa la rassicurerebbe a proposito della… presunta… Evitendo di nominare la violenza, e limitandosi all’aggettivo “presunta” (preceduto da una pausa), manda chiaramente alla donna il messaggio che non crede alle accuse.

Un’ulteriore dimostrazione del suo scetticismo nei confronti delle accuse è il fatto che successivamente contraddice apertamente la donna; quando la madre afferma che non ha dubbi in merito alla violenza dell’ex partner nei confronti della nuova compagna, perché lei stessa ha subito da quello stesso uomo analoga violenza, l’assistente sociale le risponde: “it’s not what (h)e was like when (h)e was with you”.

L’assistente sociale non è in possesso di alcun elemento per stabilire quale fosse la situazione della coppia prima della separazione, né per stabilire se questa fosse simile o diversa dalla situazione fra l’uomo e la sua attuale compagna. Eppure decide arbitrariamente che il comportamento denunciato dalla madre non è da mettere in relazione con le testimonianze che raccontano di violenza fisica perpetrata ai danni di una donna coinvolta in una relazione intima col soggetto accusato.

In un altro dialogo (pagg. 25-26) la madre accusa il padre di una storia pregressa di abuso di sostanze stupefacenti, e di maltrattamenti nei confronti del suo figlio più grande, motivi per i quali non intende acconsentire al fatto che l’uomo veda il figlio di otto mesi. Afferma anche di aver subito minacce dai familiari dell’ex partner. I genitori si accusano vicendevolmente di subire di disturbi mentali, quando interviene l’assistente sociale, che si rivolge soltanto alla donna: “Miss Pritchard… do you want to sit here and use this hour … to go backwards and forwards over… over past arguments?”. L’assistente sociale evita di nominare la violenza e le minacce, liquidando le accuse della donna come “past arguments” e la accusa apertamente di sprecare il tempo dell’incontro a ripercorrere “vecchie discussioni”.

Quando la donna insiste nel riproporre le sue preoccupazioni (“I want to make sure that the child is safe… I’m genuinely concerned about the baby”), il padre reagisce affermando che lei “lo sta stuzzicando”(she’s baiting me) e l’assistente sociale si rivolge al padre, mostrandosi schierato dalla sua parte: “Mr Johnson I feel that you’re not getting an opportunity to say… as much as…”.

Dichiarando che la donna ha dominato con le sue accuse la conversazione, non lasciando adeguato spazio al padre, di fatto l’assistente sociale la sta rimproverando. Difatti la donna reagisce scusandosi: “Ok, I’ll shut up” (starò zitta).

Alla fine dell’incontro la madre acconsentirà alle visite del bambino di otto mesi al padre.

Nonostante negli ultimi anni, ci dice lo studio, si siano moltiplicati gli sforzi per promuovere un’accurata valutazione del rischio di recidiva quando si affrontano dei casi di sospetta violenza domestica, gli interventi di mediazione nei casi di separazione mostrano che le accuse di abusi intrafamiliari non vengono tenute nella dovuta considerazione.

Gli accenni alla violenza vengono semplicemente ignorati, mentre quando le accuse vengono presentate in modo più deciso l’operatore sociale tende a collocarle nel passato per escluderle come elemento rilevante nella stipula di un accordo, oppure riduce la violenza a “conflitto”, soggerendo che entrambi i partecipanti alla negoziazione ne sono in qualche modo responsabili. Quando il genitore insiste nel sostenere la rilevanza della violenza, l’operatore sociale si schiera apertamente con il genitore accusato, contestando la veridicità delle accuse. Molto raramente viene predisposto un accertamento per verificare la fondatezza delle accuse.

Le conseguenze di tanta superficialità possono essere drammatiche.

Per approfondire:

Violenza domestica e mediazione familiare

 

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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51 risposte a La negoziazione nelle cause di separazione: dalla violenza al conflitto

  1. Avv. MassimaB ha detto:

    Povera donna, chissà il terrore che ha provato quando si è sentita dire il minaccioso «escuse me». Avrebbe dovuto subito far partire la querela per violenza di genere

    • Ci scherzi su. Se la diverte il pensiero che le persone preposte alla tutela dei minori non si preoccupino di indagare quando non solo ci sono delle accuse, ma persino delle testimonianze e dei pareri di professionisti a denunciare la violenza…
      Il suo atteggiamento, come quello degli assistenti sociali esaminati in questo studio, ci dà un’idea di come è possibile che si verifichino atroci tragedie.

      • Comunque.
        Come ho spiegato lo studio si basa sulle registrazioni dei colloqui, quindi a differenza di noi che leggiamo, gli autori si sono potuti basare su ulteriori veicoli di significato: l’intonazione, il volume della voce, le pause… A proposito di quel passaggio, riporto il testo integrale:
        “The steep-rising intonation, amplitude and placement of father’s interruption make it hearable as a challenge” (il rapido innalzarsi del tono di voce, l’ampiezza e il posizionamento dell’interruzione, fanno pensare ad una sfida).
        Il padre interrompe la narrazione (due volte, nel corso della registrazione, sempre ripetendo “excuse me”), con una interiezione priva di contenuto, di fatto senza dire nulla di significativo, ma solo esprimendo uno stato emotivo caratterizzato dall’alterazione, sfidando la donna ad andare avanti.
        Ecco perché ho usato l’aggettivo “minaccioso”.

      • bob ha detto:

        Sarebbe anche interessante vedere cosa succede alle donne che INVENTANO accuse di violenza da parte del marito per ottenere la custodia dei figli. Ah, si, lo so: niente.

      • “Mettersi dalla parte del carnefice rappresenta una grande tentazione. Tutto quello che il carnefice chiede è che il testimone non faccia niente. Fa così appello al desiderio universale di non vedere il male, di non sentirne parlare, di non parlarne. La vittima (invece) chiede al testimone di condividere il peso della sua sofferenza; domanda azione, impegno, ricordo. Per sfuggire alla responsabilità dei suoi delitti, il carnefice fa qualsiasi cosa sia in suo potere per promuovere l’oblio. Il segreto e il silenzio rappresentano la sua prima linea di difesa. Se questa fallisce, il carnefice attacca la credibilità della vittima. Se non può farla tacere del tutto, cercherà di fare in modo che nessuno ascolti. A questo scopo, mette in campo una schiera impressionante di argomenti, dalla negazione più spudorata alla più sofisticata ed elegante razionalizzazione. Dopo ogni atrocità, possiamo aspettarci di udire le stesse scuse prevedibili: non è mai successo; la vittima mente; la vittima esagera; è colpa della vittima. Se il testimone è isolato, gli argomenti del carnefice sono irresistibili; senza un contesto sociale che sostenga le vittime, il testimone finisce per soccombere alla tentazione di guardare da un’altra parte.” (Herman, Trauma and recovery, Basic Books, New York, 1992, pp.7-8).

  2. primavera ha detto:

    Mi piacerebbe far vivere a certa gente o alle loro figlie quello che viviamo noi con gli assistenti sociali O psicologi da essi incaricati. . Quanto riportato è talmente vero che mi ha fatto venire i brividi.. questo è ciò che accade nei colloqui con i servizi sociali e se l’avv massimaB o chicchessia vuole prove accomodatevi pure ne ho da vendere..
    peccato che le prove nn interessano perché sono contro quello che hanno in mente fin dall’inizio E cioè spedire i figli dai padri nonostante non siano adatti. Questo è lo schifo : da vittima diventi una specie di pazza che inventa cose nn si sa perché e nonostante dimostri che hai prove di ciò che dici ti zittiscono.
    io queste cose le ho vissute(le frasi dette alle madri sono identiche..ma che hanno un copione? ?) e le vivo e tutta la mia famiglia si sta ammalando x questo e perciò nn le permetto ,car* avv massimaB o chi per lei, di prenderci pure per il culo!
    Ci dica invece quanti bei soldini girano intorno a queste storie E in tasca a chi vanno??? Confondete la violenza con il conflitto e così facendo siamo tutti colpevoli perfino i bambini…
    Vergognatevi!!!

  3. men ha detto:

    vabbè però così è facile basta che una donna dica che il padre è violento e non gli permette più di vedere suo figlio per ripicca, perché magari il motivo del divorzio è che lui l’ ha scaricata o tradita con un’ altra (magari più giovane). gli assistenti sociali fanno bene il loro lavoro secondo me perché in questo modo si accertano se le accuse sono vere o inventate. se le accuse fossero vere nessuna donna (tanto più se madre) si farebbe intimorire da una pausa nel dialogo o da una critica al suo racconto e andrebbe avanti con le accuse. se non lo fa vuol dire che come minimo ha ingigantito la cosa a dismisura oppure si è inventata tutto di sana pianta.
    poi cosa vuol dire confondere violenza con conflitto? per litigare bisogna essere in due…

    • Gli assistenti sociali di questa ricerca non si accertano, ma presumono che le accuse non meritino indagini approfondite, che non vengono svolte.
      E le donne che insistono e non si fanno intimorire non vengono parimenti prese in considerazione.

      • bob ha detto:

        “Gli assistenti sociali di questa ricerca non si accertano, ma presumono che le accuse non meritino indagini approfondite, che non vengono svolte.”
        Una ricerca proprio con i fiocchi!

    • IDA ha detto:

      Gli assistenti sociali, non possono aver fatto bene il loro lavoro per il semplice motivo, che non spetta a loro stabilire chi è colpevole o innocente, ma se stabilisce per pregiudizio che la donna mente, per il solo motivo che ha gli organi riproduttivi interni, diventa di parte e non fa il suo lavoro. Il compito dell’assistente sociale è quello di migliorare i rapporti e le relazioni, tra l’individui e fra l’individui il sistema giuridico e sociale. Per fare l’assistente sociale è dagli anni 70, che è obbligatorio, essere laureati, nel loro piano di studio c’è anche la psicologia clinica e sociologia della devianza. Se uno va da un avvocato deve documentare quello che dice, se va dall’analista no, perché sono lavori differenti.. I pregiudizi, semplificano il lavoro, ma non sarà mai un lavoro fatto bene.
      Anche la tua seconda affermazione è priva di ogni fondamento: Spesso capita che chi si vergogna e si sente in colpa, non è chi usa la violenza, ma chi la subisce. Chi ha subito violenza, è facile che si faccia intimorire, proprio perché ha subito violenza. Le minacce e le intimidazioni psicologiche, che precedono sempre la violenza, servono proprio a questo, a preparare e annichilire la vittima per abusare di lei. Anche sul litigare bisogna essere in due, non sono d’accordo, questo vuol dire solo spalmare le responsabilità, saprai che il litigio avviene, perché c’è una reazione ad un’azione. È una legittima difesa ad un’azione ritenuta lesiva alla persona o all’interesse. Come siete bravi a ribaltare le cose..

  4. primavera ha detto:

    Non mi sono intimorita. Ho parlato. Riparlato. Portato prove. Mi hanno risposto che il passato è passato e devo dimenticarlo. anche se fatto di soprusi e violenze. Ora non so che fine farà mio figlio perché hanno sospeso ogni intervento a causa del mio irrigidimento (così hanno definito le mie perplessita espresse sul loro operato e sulle loro assurde conclusioni) perché con certa gente devi solo piegare la testa E far finta che chi ha devastato te e tuo figlio sia un povero disperato (uuuhhh come sanno fingere davanti agli esperti di turno glibuomini violenti!!!). Ho scelto di non farlo perché non ho fatto nulla,ho solo subito e in democrazia e in uno stato civile chi è innocente nn deve pagare in nessun modo!
    Come fai a dire che gli ass sociali fanno bene il loro mestiere? Esperienza personale? O cosa? La mia ha giudicato mio figlio senza averlo MAI conosciuto in 1 anno intero! E poi ti chiedo:a fronte di 2 dichiarazioni in base a cosa si decide che quelle della madre siano false e mosse da spirito vendicativo??? così per partito preso.. io veramente non ho più parole!

  5. men ha detto:

    primavera io non conosco le tue vicende personali e non parlavo di quelle, ma di quelle narrate nell’ articolo e leggendo ho pensato che se mi fossi trovato al posto degli assistenti sociali avrei fatto la stessa cosa per capire quanto c’ era di vero nel racconto delle madri. Avrei ascoltato i figli ma tenendo conto del fatto che se hanno passato un lungo periodo con la madre possono essere stati influenzati da lei. io sono dell’ idea che i problemi degli adulti non debbano ricadere sui figli che troppo spesso vengono usati come ricatto o merce di scambio. credo inoltre che per crescere bene ci sia bisogno sia di una madre che di un padre e che qualunque cosa abbia fatto un padre (non parlo di violenza ma cose come tradimenti o aver speso i soldi del conto comune tra coca e prostitute) non gli si può negare di vedere suo figlio. se poi veramente l’ uomo risulta un violento psicopatico allora gli incontri con i figli devono avvenire in una struttura protetta e sotto il controllo degli assistenti sociali.
    non si chiama maschilismo si chiama buon senso….

    • Ti ha risposto già Ida sotto il tuo precedente commento…

    • Lilli ha detto:

      Per lei qualsiasi cosa abbia fatto un padre non gli si può vietare di vedere un figlio. Invece per me un genitore deve essere un buon esempio per un figlio, per cui un alcolista, un drogato, un ludopatico, uno che va con le prostitute (e quindi è a rischio di malattie sessualmente trasmissibili, che passano anche con l’uso del bagno in comune con i figli), per non parlare poi di un pedofilo, di un violento o di un assassino, devono stare a kilometri di distanza dai figli. Si chiama buon senso.

      • men ha detto:

        quindi lei vorrebbe imporre ai figli altrui di non vedere il proprio padre se questi non segue la sua morale bigotta. ma lei si è limitata… perché non ampliare il campo…divieto di vedere il figlio a chi fuma, a chi bestemmia, a chi rutta in pubblico, a chi va a vedere le partite in curva, a chi vota un partito che a lei non sta bene ecc..

      • Ma cosa c’entra la “morale bigotta”?
        In caso di genitori tossicodipendenti, si tratta di valutare le competenze genitoriali del soggetto tossicodipendente.
        L’uso di sostanze stupefacenti da parte dei genitori può comportare gravi rischi per il benessere psico-fisico dei figli, che vengono esposti ad un’alta possibilità di sviluppare problemi emotivo-comportamentali, nonché di sviluppare disturbi da uso di sostanze nella fase adolescenziale e in quella adulta. Inoltre, i genitori che fanno uso di sostanze spesso sono genitori maltrattanti.
        Paragonare la tossicodipendenza al ruttare in pubblico è veramente sciocco.

      • men ha detto:

        cerchiamo di capirci per prima cosa: la maggior parte di chi usa sostanze stupefacenti non è un tossicodipendente nel senso che non sono persone che senza la coca o l’ hascish non vivono ma sono persone che ogni tanto hanno bisogno di sostanze stupefacenti per sballare tipo al sabato sera o per tirarsi un po’ su prima di un evento importante tipo una conferenza ecc…quindi è insensato tenere lontano un figlio da una persona che saltuariamente fa uso di droghe ma è perfettamente lucida quando passa del tempo con i figli. inoltre per me è sbagliato anche in caso di tossicodipendenza tenere lontano il figlio dal proprio genitore se un assistente sociale si accorge che quel genitore non può prendersi cura del figlio dovrà fare in modo di aiutarlo e di fare avere degli incontri in strutture protette e con la supervisione di assistenti sociali o psicologi.
        poi tu hai circostanziato alla tossicodipendenza ma Lilli ha esteso a chi va a prostitute, a chi beve, a chi gioca….di questo passo uno non può avere nessun vizio perchè senò si vede portare via i figli in caso di separazione? mi sembra assurdo.

      • Una persona che si “sballa” ogni tanto? Come questo? http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/sassano_giovani_morti_bar/notizie/927025.shtml
        O come quest’altro? http://www.gazzettadelsud.it/news//114917/Drogato-e-ubriaco-al-volante-uccide.html
        Vogliamo poi parlare del gioco? La ludopatia (gambling patologico) è citata nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali, lo sapevi? Chiediti perché.
        Ogni situazione va analizzata e considerata nelle sue specificità, ma, a parte questo, non ci vedo niente di strano in un genitore che si preoccupa del benessere e dello sviluppo di un figlio nel contesto della relazione con un soggetto che ha problemi con lo “sballo”, l’alcol, il gioco d’azzardo ecc.
        Poi saranno le persone preposte ad intervenire che valuteranno la particolare situazione e gli interventi da mettere in atto. Il “moralismo” non c’entra proprio niente.
        Mentre uscirsene con considerazioni come “ma mi sballo solo il sabato sera” denota una grande superficialità.

      • men ha detto:

        quindi secondo te uno per non farsi portare via i figli deve fare una vita senza alcun tipo di svago o vizio. al lavoro da lunedì a venerdì, il sabato giro al centro commerciale, alla sera cinema, poi la domenica mattina a messa seguita dal pranzo a casa dei genitori, passeggiata in centro e alla sera a nanna presto che domani è già lunedì e si lavora….allora era meglio morire da piccoli….
        più che femministe mi sembrate talebane…

      • Lo “svago” è una cosa, il “vizio” un’altra.
        Svago: Allontanamento temporaneo dalle occupazioni consuete a scopo di riposo o di ricreazione.
        Con “vizio” si può intendere l’antitesi della virtù, quindi l’incapacità del bene associata con l’abitudine e la pratica del male; oppure, “l’abitudine profondamente radicata che determina nell’individuo un desiderio quasi morboso di cosa che è o può essere nociva”; altrimenti il “vizio” è anche un “difetto fastidioso ma non grave”.
        Ergo: dipende. Io non generalizzo mai.
        E l’unico a parlare di Chiesa, qui, sei tu.
        Buona lettura: http://www.universita.it/bere-piccole-quantita-alcol-danni-cervello/

      • men ha detto:

        ricciocorno ti parlo di chiesa perché nonostante voi femministe osteggiate la religione siete esattamente come loro non accettate nessun “peccato” specialmente se commesso da un uomo e qualsiasi vizio è un pretesto per non affidargli i figli in caso di separazione. ma se uno ha gli stessi vizi ma non si separa il figlio glielo togliamo lo stesso? e se ad avere quei vizzi è la madre che si fa?
        ma tu di vizzi (a parte scrivere questo blog) non ne hai neanche uno?

      • Io non ho niente in comune con la “Chiesa”.
        Semplicemente non credo nel faminilismo amorale all’italiana, che pretende che i genitori biologici – chiunque essi siano e qualcunque cosa facciano – siano la cosa migliore che possa capitare ad un bambino: non è così. Spesso la famiglia è per un bambino un incubo fatto di negligenza, anaffettività, abusi fisici e psicologici.
        Non basta concepire un figlio per diventare genitore: prendersi cura di un bambino è un impegno, un qualcosa che dovrebbe trasformare profondamente la percezione che un adulto ha di se stesso e della sua famiglia.
        Nessuno è obbligato a mettere al mondo dei bambini; se una persona preferisce occuparsi di se stessa, non vedo perché fare dei figli. Oggi abbiamo tutti gli strumenti atti ad evitare di avere intorno una creatura che possa interferire con i propri “vizi”.
        Dovremmo cominciare a cambiare anche il modo in cui usiamo le parole: un figlio non è una proprietà che ti viene “tolta”, non è un qualcosa che ti appartiene, un bene sul quale rivendicare dei diritti, è una persona, un essere umano a tutti gli effetti…
        Quando un bambino è piccolo, molto piccolo, dipende dagli adulti che si prendono cura di lui, totalmente. E chi si occupa di un figlio se i suoi genitori sono tutti presi dai loro “vizi”???
        Esci a “sballarti” il sabato sera? E la mattina dopo? Quando hai la testa pesante, e la nausea, e vorresti solo stare raggomitolato nel letto, pensi di poterti alzare a cambiargli il pannolino, o a preparargli le pappine, o a leggergli dieci volte di file i tre porcellini? Pensi di essere lucido abbastanza per impedire che infili le dita nelle prese di corrente, o ingoi piccoli oggetti dimenticati in giro?
        E’ evidente che non sai proprio cosa significhi essere genitore…
        Concordo che i servizi sociali debbano intevenire a sostegno dei nuclei familiari, soprattutto oggi che il problema principale è la povertà.
        Sostenere che l’uso abituale di sostanze stupefacenti, il gioco d’azzardo, lo sfruttamento della prostituzione siano pratiche che non influiscono sulla qualità della genitorialità di un adulto, invece, è tutta un’altra storia. Ti ho anche portato degli esempi che spiegano il perché è giusto interrogarsi sulle conseguenze dell’indulgere in quelli che tu chiami “vizi”.
        Tutto ciò che facciamo si ripercuote sulla vita delle persone che sono in relazione con noi. Fare finta che non sia così è molto infantile.

      • men ha detto:

        non puoi prendere due casi di omicidio e attuare quella logica a tutti gli altri casi di separazione perchè è come dire che se uno usa il martello per sfasciare vetrine allora chiunque possiede un martello è un vandalo. per fortuna che ad ogni “soggetto disfunzionale” come lo chiami tu non venga impedito di vedere i figli altrimenti il 90% della popolazione separata dovrebbe stare lontana dai figli e gli orfanotrofi sarebbero pieni! è una fortuna che il resto del mondo non la pensi come te e chissà perché…forse siamo tutti matti e l’ unica che capisce sei tu?

      • L’unico che non capisce qui sei tu. Ma almeno sai cosa si intende con l’espressione “valutazione del rischio” nell’ambito della violenza domestica?

    • IDA ha detto:

      men: svago o vizio? Lilli ti ha fatto degli esempi precisi: pedofilo, assassino. Questi sono svaghi? Frequentare prostitute, vuol dire mettere a rischio la salute della famiglia, è un comportamento a rischio, non costruttivo per il benessere della famiglia. Ti posso dire delle donne che hanno problemi con l’alcol, non sono capaci, di prendersi cura di un’altra persona, problemi di dipendenza, non che bevono un bicchiere di vino a pasto e una birra ogni tanto. Da notare due cose, uno, chi ha problemi con l’alcol, è vulnerabile anche ad altre dipendenze, o comportamenti compulsivi, farmaci, droghe, dal gioco alla pornografia. Tutto questo, comporta depressione e autolesionismo, oppure sfocia in violenza verso terzi. Comunque in comportamenti poco sicuri per il benessere della famiglia e dei figli in particolare. Questo riguarda sia uomini che donne, ma non vuol dire automaticamente allontanarli dai figli, perché ogni caso fa testo a se, e non possiamo giudicarlo noi. Vanno aiutati e non abbandonarli a se, come spesso accade oggi. Ma non si può generalizzare ne minimizzare su questi comportamenti di un genitore.

      • men ha detto:

        pedofilo o assassino per me non deve stare con i figli per il semplice fatto che deve stare in galera o meglio sotto terra (nel caso dei pedofili). sul resto concordo con te ma le tue amiche mi sembrano un po’ più rigide sotto questo punto di vista….
        un figlio non è una proprietà privata ma nemmeno un estraneo, quindi impedirti di vederlo è un’ abuso bello e buono.

      • Il problema attuale non è che ad un soggetto disfunzionale viene negato di avere rapporti con i propri figli (perché di fatto non accade), ma che non si fanno adeguate indagini per valutare i rischi e le precauzioni da prendere.
        Una errata valutazione del rischio porta a conseguenze drammatiche: recentemente un assistente sociale ha perso la vita, perché si è sottovalutata la pericolosità di un uomo che aveva già palesato la sua indole violenta e i suoi intenti vendicativi: http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2015/03/23/97001-20150323FILWWW00228-nantes-hommage-au-travailleur-social-tue-jeudi.php
        Come è possibile che un uomo pericoloso riesca ad introdursi in un “luogo protetto” armato?
        Allo stesso modo è morto il piccolo Federico Barakat: http://www.articolo21.org/2015/03/federico-ucciso-dal-padre-e-il-ruolo-dei-servizi-sociali/
        Io credo che innanzi tutto si debba pensare alla tutela dei soggetti più vulnerabili.

      • men ha detto:

        non puoi prendere due casi di omicidio e attuare quella logica a tutti gli altri casi di separazione perchè è come dire che se uno usa il martello per sfasciare vetrine allora chiunque possiede un martello è un vandalo. per fortuna che ad ogni “soggetto disfunzionale” come lo chiami tu non venga impedito di vedere i figli altrimenti il 90% della popolazione separata dovrebbe stare lontana dai figli e gli orfanotrofi sarebbero pieni! è una fortuna che il resto del mondo non la pensi come te e chissà perché…forse siamo tutti matti e l’ unica che capisce sei tu?

      • http://www.sara-cesvis.org/index.php?option=com_content&task=view&id=67&Itemid=85
        Questo è solo degli esempi di “valutazione del rischio di recidiva”. Si tratta di strategie mirate a prevenire episodi di violenza. Ne avevi mai sentito parlare?
        Forse non tutte le persone che hanno in casa un martello lo useranno contro una vetrina, ma se una persona che ha agito con violenza contro un altro essere umano si procura una pistola, molto probabilmente la userà per uccidere, e quindi quella pistola dovrebbe essere sequestrata.
        Prevenzione: ti è più chiaro?

      • IDA ha detto:

        Men: come ti è stato detto si chiama prevenzione e non repressione. Ci sono dei comportamenti che mettono a rischio la salute e la sicurezza degli altri componenti della famiglia. Comportamenti che non vanno sottovalutati, e nemmeno si può aspettare il divorzio o la sentenza del giudice. Occorre informazione, sostegno e assistenza, in questo modo si può prevenire fatti drammatici. Anche l’informazione, è molto importante, perché molte donne non sanno nemmeno di subire degli abusi, non sanno che quello che subiscono è un reato. Se una donna subisce dei comportamenti violenti da parte del partner, e chiede aiuto, non si capisce in nome di quale principio questo aiuto deve essere negato. Primo non sai, dove e a chi rivolgerti, se sai dove andare, minimizzano o non sei creduta. Eppure, c’è una nutrita letteratura scientifica che ci dice che certi comportamenti possono portare a conseguenze estreme. Certo sono solo una minima parte, ma se si possono evitare è meglio. Tutto questo senza limitare la libertà di nessuno, ma solo aiutare chi ti chiede aiuto. Emblematico è il caso di Irene Focardi di Firenze. È stata uccisa dal suo ex compagno, che era agli arresti domiciliare per violenza su di lei. Oggi sappiamo che ha tenuto per più di un mese il cadavere di lei in cantina. Oggi sappiamo che ha ucciso anche il nuovo compagno di lei. Tutto questo mentre era agli arresti domiciliari.. tutto questo mentre c’erano molti elementi che portavano subito a lui. Questo accade perché si sottovalutano certi comportamenti..

  6. Un'altra Laura ha detto:

    Io non sono “esperta del settore”, e, grazie al cielo non ho mai avuto esperienze del genere. Ma al di la di tutto mi chiedo sempre come possa la gente come men giudicare i bambini così scemi.
    Influenzabili? Ma se AMANO i loro padri, e la madre cerca di allontanarli da loro io mi aspetto una ribellione, non un improvviso odio di riflesso basato sul nulla (o meglio, sull’odio della madre)! Poi, ancora, non sarò un esperta, ma se qualcuno (madre, padre, panettiere sotto casa) accenna che dei bambini possono aver subito violenza PRIMA mi accerto che non ci sia violenza, e poi si va avanti. Questo non vuol dire che, nel caso in esempio, metto in carcere preventivo il padre. Ma accidenti, prima di lasciarlo solo coi bambini ci penso un paio di volte. Cavoli, almeno ci parlo con sti ragazzi! E non ci parlo partendo dal pregiudizio “stanno con la madre, se dicono che il padre abusava di loro, mentono di sicuro.” E come fai a capire che non stanno mentendo, con queste premesse? Ma come si fa? Ripeto, ma sono davvero scemi sti bambini, che son disposti a infamare e non vedere mai più una persona che amano perché sì? Me li ricordo solo io i bambini che non si staccherebbero mai da qualcosa/qualcuno che amano?
    Boh, ripeto, io non sono un esperta, ma questo mi sembra semplice buon senso.
    PS: se anche il padre non commetteva violenza, ma era sempre assente, dilapidava i soldi e faceva piangere la madre tutti i santi giorni col suo comportamento, perché i bambini avrebbero BISOGNO di stare con lui, una volta che i genitori si siano divorziati? I bambini hanno bisogno di genitori amorevoli e presenti, non di qualcuno che se ne e’ sempre fregato di loro e si fa vivo solo quando può far del male all’altro genitore.

  7. primavera ha detto:

    Ripeto dopo questo ulteriore commento..non ho parole..un padre tra coca e prostitute va premiato e gli vanno dati i figli..un sussudio xché no???forse è un incubo e prima o poi noi donne e madri ci sveglieremo e capiremo di essere in una sorta di Truman Show..
    se non è così la nostra società è veramente finita!!!

  8. primavera ha detto:

    Ida se potessi ti abbraccerei…io nn so spiegare le cose come te..Grazie!

    • IDA ha detto:

      Primavera.. Abbraccio accettato, forte, forte.. Non è vero che non le sai spiegare le cose, le spieghi proprio bene, chi le vuol capire le capisce.
      Sono commoventi questi uomini, si rendono conto dell’importanza della figura paterna solo dopo separati. Prima no! Prima è un compito delle donne. Se un figlio stà troppo con la madre, certamente è plagiato dalla madre, ma quando sono loro a condannare la madre come unico soggetto a prendersi cura del figlio, perché è un compito che spetta alle donne, allora non hanno paura che il figlio possa essere plagiato. Ricordo che anche il mio ex compagno, quando le cose andavano bene, diceva: “nostro figlio”, “nostra figlia”. Quando avevano combinato qualcosa o c’era qualche problema, diventava: “tuo figlio”; “tua figlia”. Questo mi faceva andare in bestia. Il patriarcato ha educato gli uomini a deresponsabilizzarsi con responsabilità. Come sono commoventi, quando si ergono a paladini della difesa dell’autodeterminazione della donna, usando conoscenza e padronanza del linguaggio femminista, peccato che questi principi valgono solo quando la donna deve fare la prostituta.
      Un’abbraccio!

  9. men ha detto:

    scusate un’ ultima cosa poi la smetto, ma secondo voi gli assistenti sociali sono tutti uomini e maschilisti che odiano le donne? tra gli assistenti sociali non ci sono anche donne? per quale motivo un’ assistente sociale affiderebbe un minore a una persona violenta? per negligenza? per sadismo? per far dispetto alle femministe? boh io non lo so a sentir voi sembra che tutto il mondo congiuri contro le donne…il fatto è care signore che siete talmente accecate dall’ odio per gli uomini che non riuscite a vedere la realtà in modo obbiettivo. un cattivo marito non è per forza anche un cattivo padre, inoltre io non difendevo il diritto del padre di stare con i suoi figli ma quello dei figli di stare col loro padre! perfino i diritti dei minori con voi passano in secondo piano pur di difendere una donna!

    • Qui nessuno ha detto che “per forza” un marito è un cattivo padre.
      Qui si parla di valutazione del rischio quando c’è una storia di abusi intrafamiliari, che si tratti di violenza sul partner o sui bambini.
      Quello che sostieni tu, invece, è che qualsiasi donna che parli di violenze subite è un bugiarda.
      Prima di stabilirlo, si dovrebbe almeno avviare un’indagine.
      E proprio il fatto che ci siano assistenti sociali di sesso femminile ti dimostra che questo genere di pregiudizi non ha niente a che fare con il sesso delle persone che si affidano ad essi per giudicare.
      Anche le donne possono essere maschiliste.

      • bob ha detto:

        “Quello che sostieni tu, invece, è che qualsiasi donna che parli di violenze subite è un bugiarda”. Questo no. Ma se andiamo a vedere le cause di separazione, la percentuale di false accuse, per esempio, di pedofilia del marito sono intorno all’80%. Niente male, eh?

      • Questo 80% da dove lo tiri fuori? E’ una percentuale basata su quale studio statistico? A me non risulta fondata: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/11/13/ancora-le-false-accuse/
        Sugli abusi sessuali su minori ho pubblicato tempo fa una piccola raccolta di studi, secondo i quali:

        In oltre il 98% delle dispute giudiziarie in merito agli accordi sulla modalità di affido o in merito al diritto di visita non vengongono presentate accuse di abuso sessuale sui minori coinvolti
        Le accuse di abuso sessuale su minore presentate nel contesto di dispute legali per l’affidamento o il diritto di visita non risultano false in un numero di casi maggiore rispetto alle accuse presentate in qualsiasi altro contesto.
        E’ molto raro che i bambini inventino di aver subito abusi sessuali.

        Riferendosi alle false accuse in sede di separazione alcuni ricercatori parlano apertamente di mito, come nello studio The child abuse and divorce myth, nel quale un’analisi dei documenti del Tribunale dei minori, che ha preso in esame 200 casi nei quali erano state mosse accuse di abuso sui minori, mostra che solo il 9% di queste accuse erano false.

        Ma anche a proposito delle accuse di violenza sessuale e domestica è il caso di parlare di mito, come dimostra il lavoro del Crown Prosecution Service del Governo della Gran Bretagna, che in 17 mesi di osservazione, tra il 2011 e il 2012, in Inghilterra e Galles ha registrato 5.651 casi di stupro e 111.891 casi di violenza domestica, lo studio dei quali ha rivelato che solo 35 accuse di stupro, solo 6 accuse di violenza domestica e solo 3 accuse di stupro e violenza domestica insieme sono risultate infondate.

        Mi preme ricordare (lo avevo già scritto in passato) che la diffusione di questo genere di miti ha una concreta influenza negativa sulle indagini, come dimostrato da studi sull’argomento.

        In uno di questi studi (Michael S. Davis, et al., Custody Evaluations When There are Allegations of Domestic Violence – 2011) troviamo questo dato a pag.12: “in 21% of cases, where the case file contained documented evidence of the father’s abuse of the mother, however, the evaluator did not conclude that the father abused the mother.” Traduco: nel 21% dei casi in cui la violenza è documentata da prove, chi è chiamato a esprimere un parere tecnico (the evaluator corrisponde al nostro consulente tecnico, in questi casi, quindi, lo psicologo forense) non giunge comunque a concludere che il padre abbia abusato della madre. Questo avviene perché “Custody evaluators’ beliefs are more strongly associated with custody outcomes than what is actually going on in the real life of the family. Family court practitioners hold a lot of beliefs about domestic violence. Some of the most common beliefs have to do with false allegation.”

        Sulle conclusioni degli psicologi forensi chiamati ad esprimere un parere in caso di dispute sull’affido del minore hanno molta più influenza le convinzioni personali (belief) che la vita reale della famiglia che dovrebbero esaminare. E molte di queste idee preconcette hanno a che fare con il mito delle false accuse.

    • Un'altra Laura ha detto:

      Io stavo difendendo il diritto dei bambini ad essere ascoltati. Senza partire dal pregiudizio per cui se trasmettono disagio e apprensione all’idea di stare col padre è SICURAMENTE perché la madre li ha plagiati, come dice lei.
      Secondo il mio modestissimo parere i bambini hanno il diritto di stare con un buon genitore (bravo o cattivo partner che sia) ma altrettanto diritto di stare alla larga da un genitore abusivo.

    • IDA ha detto:

      Beh.. si ! Si vede quanto avete a cuore i diritti di un minori. Basta pensare alla PAS, sindrome inventata su misura. Di cui l’unica cosa certa sono i danni degli accertamenti diagnostici. Se un uomo è abusante, ci vogliono le prove, per condannare una donna, basta un’opinione. Questa è l’obbiettività che proponi?
      Per quanto riguarda l’odio verso gli uomini, è vero il contrario. Cosa confondete per odio? I diritti, l’indipendenza e la libertà! Siamo in una società androcentrica, attaccati ai vostri privilegi, che non dimentichiamo sono dei soprusi, e ogni volta che qualcuno li mette in discussione vi sentite minacciati, avete confuso quei privilegi come diritti, quindi pensate che vi odiano, ma in realtà siete voi che state odiando. È il maschio della specie umana, che per migliaia di anni ha continuato a negare i diritti fondamentali della donna, è il maschio della specie umana che ancora oggi, per quattro quinti della popolazione mondiale continua a negare i diritti fondamentali della donna. Trovami un’antropologa o una femminista, che ha dimostrato o scritto lo stesso odio che Lombroso ha avuto verso le donne. Poi se ne riparla.

      • bob ha detto:

        “Se un uomo è abusante, ci vogliono le prove, per condannare una donna, basta un’opinione”. Veramente, per la Convenzione di Istambul, è il contrario: l’uomo è colpevole a prescindere dalle prove. Tipo come accadeva con Stalin o Hitler.

      • Ah, perché tu l’avresti letta, la Convenzione? In che pagina è scritto “l’uomo è colpevole a prescindere?”

    • Prendiamo il primo link, che afferma: ” Il fenomeno, che non riguarda soltanto il nostro paese, ovviamente, ma anche altri come Spagna, Francia, Belgio, Canada…”
      In Spagna “il fenomeno” è stato già confutato dai numeri: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/11/il-diritto-di-visita-del-genitore-abusante/
      “Le note di ieri del Consiglio Generale del Potere Giudiziario (GCPJ) erano particolarmente chiare: “Dobbiamo analizzare la violenza di genere dal punto di vista della vittima e del circuito della violenza, non della normalità. Questa non è una violenza come le altre .. È necessario rimuovere pregiudizi di genere, come quello che le donne mentono per ottenere qualcosa in cambio quando denunciano: le false accuse lo scorso anno rappresentavano lo 0,022% dei casi.”

      Lo 0,022% dei casi. E’ questo il “grave” fenomeno che denunciate?

      Canada: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/01/05/sui-falsi-abusi/
      Lo studio Trocmé, N. e Bala, N. – 2005 – False allegations of abuse and neglect when parents separate ha analizzato 7.672 casi di maltrattamenti su bambini segnalati ai servizi sociali: solo il 4% di questi casi era costituito da false denunce. In presenza di conflitti perl’affido dei figli dopo la separazione, questa proporzione era più elevata, 12%; l’oggetto principale delle false denunce era tuttavia la trascuratezza (neglect) e non l’abuso sessuale. Inoltre, le false denunce erano formulate più spesso dai genitori non affidatari, di solito i padri (15%), che dal genitore affidatario, di solito la madre (2%). Su 7.672 casi di maltrattamento, c’erano solo 2 false denunce contro un padre non affidatario.
      In sintesi, le denunce di abuso fatte dal genitore affidatario dopo la separazione sono infrequenti e solo molto raramente sono false.

      I singoli individui posso “affermare” quello che vogliono. I numeri smentiscono tutte queste baggianate sui falsi abusi.

      Continuare a minare la credibilità di donne e bambini mette a serio rischio la vita delle persone, soprattutto quelle più vulnerabili.

      Dovreste smettere di propagandare “fenomeni” inventati, perché vi rendete corresponsabili della mancata tutela delle vittime di abusi e violenza che chiedono aiuto.

      In Spagna si stanno mobilitando contro chi diffonde il mito delle false accuse:
      http://www.elmundo.es/espana/2014/12/28/549efdf3268e3ed01a8b457b.html?cid=SMBOSO25301&s_kw=facebook
      “Il Governo emenderà l’art.510 del Codice Penale per sanzionare l’apologia machista.
      E’ stata aggiunta oltre alle diverse discriminazioni già presenti nel citato articolo ( omofobia o contro le identità di genere – transessuali) quella per “ragioni di genere”, come sanzionatoria della violenza machista, con una pena che prevede ” il carcere e da uno a quattro anni e una multa da 6 a 12 mesi, per chi fomenta, promuove, incita direttamente o indirettamente o distribuisca diffonda o venda scritti, contro un gruppo o una persona per ragioni di genere”.
      ” Si tratterà – spiega la delegata del governo contro la Violenza di Genere, Blanca Hernández, di includere qualunque comportamento che supponga violenza di genere, in un senso più ampio, intesa come violenza contro la donna per il solo fatto di essere tale, come rileva l’ONU”.
      Marta González lancia la casistica. “Alcune associazioni di padri separati scrivono che le denunce in Spagna sono false [0.020%, invece, per la Procura di Stato) e che le donne denunciano per prendersi tutto.Questi gruppi con la nuova ammenda, potranno essere adesso perseguiti”.
      Se il Parlamento approverà l’emendamento governativo, sarà punibile con il carcere o con un’ammenda,la giustificazione o apologia del reato, l’umiliazione o il disprezzo, l’incitamento o la promozione dell’odio, il favoreggiamento di un clima di ostilità o di produzione di materiale che dà luogo a questi comportamenti …per ragione di genere.”

    • IDA ha detto:

      Cosa c’entra la Convenzione di Istanbul? La convenzione di Istanbul ha soprattutto il compito di definire in maniera univoca le forme di violenza ed invitare (invitare, non vuol dire imporre) a prenderle in considerazione sulle nuove norme ed eliminare dall’ordinamento tutte le norme discriminatorie tra i generi.
      Ma io so cosa vi da fastidio: L’articolo 36 e il 40.
      L’articolo 36, dopo aver definito la violenza sessuale, e così la definisce: “atto sessuale non consensuale con penetrazione vaginale, anale o orale compiuto su un’altra persona con qualsiasi parte del corpo o con un oggetto; altri atti sessuali compiuti su una persona senza il suo consenso; il fatto di costringere un’altra persona a compiere atti sessuali non consensuali con un terzo.” Al punto tre, dice che va applicata anche all’ex o l’attuale coniuge o partner. Questa è la lesa maestà del diritto naturale del maschio. Da non dimenticare, che fino a poco fa, anche nell’ordinamento italiano la violenza sessuale nei confronti del coniuge, non era considerata violenza. E tuttora è considerata violenza sessuale solo in alcuni paesi occidentali e non in tutti. Questo vuol dire che in quattro quinti della popolazione mondiale, gli uomini hanno il diritto di violentare la propria moglie.
      Articolo 40 definisce così, la molestia sessuale: “…qualsiasi forma di comportamento indesiderato, verbale, non verbale o fisico, di natura sessuale, con lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona, segnatamente quando tale comportamento crea un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo, sia sottoposto a sanzioni penali o ad altre sanzioni legali.” E si sa che i maschi sono dei burloni, si vuol togliere anche il diritto di fare scherzi e battute sulla propria sottospecie femminile..
      Comunque, prima di parlare a sproposito, la dovresti leggere: http://www.pariopportunita.gov.it/images/stories/documenti_vari/UserFiles/PrimoPiano/Convenzione_Istanbul_violenza_donne.pdf

    • IDA ha detto:

      Sarebbe bene leggere anche un po di storia, sia Mussolini, Hitler e Stalin, erano molto maschilisti e la loro società era una società maschilista. Inserisco anche la “gloria nazionale” di Benito, perché non si sa come mai, ve lo dimenticate sempre.. eppure è un prodotto locale che rappresenta bene l’italiano medio.. Anche Stalin, in un colpo solo cancellò tutti i diritti femminili ottenuti con la Rivoluzione, lasciando solo il diritto di voto e quello di lavorare.. Questa la storia, la sociologia politica ci dice che la parità di genere è legata alla democrazia il maschilismo a società autoritarie e dittatoriali.. hai presente; Russia, Iraq, Iran, Siria, Afganistan, ecc..ecc..

    • IDA ha detto:

      Lo stupro “maritale”, viene definito così, quello tra coniugi, in America, paese per eccellenza martire della cattiveria femminile, è stato considerato reato nel 1975 nel Sud-Dakota, ma solo nel 1993 divenne reato in tutti i 50 stati. In italia dal 1996. Perché prima c’era il Codice Rocco per il quale la violenza sessuale ledeva la moralità pubblica: lo stupro maritale, era un delitto contro la morale familiare. Non erano reati contro la persona, ma contro la morale. Poi entrava in gioco il concetto di dovere coniugale stabilisce che è diritto di entrambi i coniugi avere rapporti sessuali con il proprio partner, e che quindi è dovere di ciascuno avere rapporti sessuali con l’altro. La Carmen Pugliese, non dice le accuse sono false, ma che sono enfatizzate, strumentalizzate, per avere dei vantaggi, in fase di separazione. Comunque è una sua opinione, in base alla sua esperienza da cui non si può trarre una legge universale. L’Istat e altre ricerche, ci dice che appena il 7,3 per cento di coloro che subiscono violenze fisiche o sessuali dal partner le denuncia; ciò è giustificato dal fatto che solamente una donna su tre le considera reati.

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