Dall’inferno si ritorna

Raccogli il fardello dell’Uomo Bianco –
Disperdi il fiore della tua progenie –
Obbliga i tuoi figli all’esilio
Per servire le necessità dei tuoi prigionieri;
Per vegliare pesantemente bardati
Su gente inquieta e selvaggia –
Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.

Era il 1899 e Rudyard Kipling scriveva questi versi, in occasione della guerra ispano-americana e dell’occupazione delle Filippine da parte degli Stati Uniti. Kipling, come tutti gli uomini politici, gli intellettuali e gli imprenditori fautori dell’espansionismo coloniale, giustifica le irresponsabili e sconsiderate politiche di sfruttamento con l’ideologia della “missione civilizzatrice”, ovvero la convinzione – largamente condivisa dall’opinione pubblica – che la conquista delle colonie realizzasse un ideale morale e un compito formativo che competeva alle “superiori” nazioni di razza bianca nei confronti dei cosiddetti “selvaggi” -“metà demoni e metà bambini”; una missione ipocritamente descritta come un “fardello”, un peso da portare in cambio del quale l’eroico “uomo bianco” non avrebbe ricevuto che “L’odio di coloro su cui vigili / Il pianto delle moltitudini che indirizzi”.

ilfardellodelluomobiancoOggi, io che sono una donna bianca, avverto un fardello ben diverso: sulle mie spalle grava il peso delle conseguenze di quelle politiche coloniali che tanto dolore hanno portato in giro per il mondo.

Lo sento ancora di più, questo fardello, quando decido di leggere libri come quello scritto da Christiana Ruggeri, “Dall’inferno si ritorna“, che a vent’anni dal genocidio che per tre mesi ha trasformato il Ruanda in “un grande obitorio sotto le stelle“, racconta del viaggio verso la salvezza della piccola Bérénice, che a soli 5 anni si risveglia, una mattina d’aprile del 1994, con il corpo martoriato ma miracolosamente viva, fra i corpi massacrati della sua famiglia tutsi.

In quei giorni di aprile nel mio paese la morte è stata annunciata, ripetutamente. Lo faceva dalle frequenze di Radio Télévision Libre des Mille Collines, che mia madre spegneva. Cercava di girare in fretta la manopola e cambiare stazione, per non far sentire quell’orrore a noi bambini. (…) «Uccidete i tutsi, gli scarafaggi sono pericolosi, vogliono distruggere il Ruanda: fatelo di corsa prima che loro uccidano voi.» «Non uccidete questi scarafaggi con un proiettile» diceva la nota conduttrice Valérie Bemeriki dalle frequenze radiofoniche della stazione Mille Collines «fateli a pezzi con il machete.»”

Insetti, scarafaggi, creature subumane, infestanti e pericolose: un linguaggio che noi “bianchi superiori” conosciamo bene:

nazipropaganda

La disumanizzazione della vittima è il preludio della violenza: “quando si pensa ad uomini e donne particolari semplicemente come a dei rappresentanti di una classe, che è stata in precedenza definita come il male, … allora la ripugnanza che si prova a ferire o ad uccidere scompare.” (P. Hollander, Pellegrini politici, Il Mulino, Bologna, 1988)

“Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”, scriveva Victor Klemperer, il filologo che analizzò la lingua del Terzo Reich.

Ci racconta Bibi: “A loro la paura negli occhi delle vittime piaceva. Li galvanizzava vederci impietriti dal terrore”.

In Ruanda, prima dell’arrivo degli europei nella seconda metà dell’Ottocento, vigeva un sistema politico fondato sulla complementarità di tre gruppi: pastori, agricoltori e cacciatori-raccoglitori. I pastori, che erano secondi per numero, erano in prevalenza Tutsi; gli agricoltori, i quali costituivano la maggioranza della popolazione del regno, erano Hutu; i cacciatori-raccoglitori, minoritari in senso assoluto, erano pigmei Twa. I re e molti funzionari di corte provenivano dall’aristocrazia Tutsi. Dall’aristocrazia hutu provenivano  i sacerdoti, preposti ai rituali che assicuravano il benessere del sovrano e dell’intera popolazione del regno. La differenza tra Tutsi e Hutu era solo di clan o di stato sociale (i Tutsi solitamente erano più ricchi perchè, essendo allevatori e pastori, possedevano il bestiame e le terre per il pascolo) e non aveva nessuna connotazione razziale: lingua, religione e tradizioni erano le stesse per gli Hutu come per i Tutsi. Sebbene sia esistito un rapporto di subordinazione fra i due gruppi, per secoli hanno convissuto in pace.

Quando la regione fu esplorata e colonizzata dai tedeschi prima (dal 1895 al 1916) e dai belgi poi (quando la Germania, persa la prima guerra mondiale, fu costretta dal trattato di Varsailles a cedere le colonie ) le cose cambiarono.

Furono i belgi che iniziarono a studiare Hutu e Tutsi da un punto di vista etnico-razziale, sulla scia delle concezioni “scientifiche” dell’epoca. Si elaborò la teoria dell’origine hamitica dei tutsi, secondo la quale questi sarebbero giunti in Ruanda discendendo con le loro mandrie il corso del Nilo, forse dall’Etiopia, per sottomettere le popolazioni Hutu di agricoltori, perché solo una “razza superiore” poteva essere scelta per collaborare con i colonizzatori bianchi. I missionari cristiani si impadronirono della regione, abolendo il ruolo rituale degli Hutu, che si ritrovarono semplici contadini sfruttati dai dominatori Tutsi.

belgi

Nel 1933 i belgi inseriscono l’etnia di appartenenza sui documenti di identità ruandesi.

Bibi – è così che chiamano in famiglia Bérénice – di tutte queste cose a 5 anni non sa nulla: “Fino a quei giorni di orrore non sapevo nemmeno cosa fosse una differenza di etnia. Sapevo che c’erano delle persone buone e cattive, non che ce l’avessero scritto sulla carta d’identità. All’improvviso essere tutsi voleva dire morire, farsi ammazzare, essere condannato.”

Il massacro dei tutsi in Ruanda inizia il 6 aprile, quando l’aereo su cui viaggiavano il presidente Habyarimana, di ritorno da un colloquio di pace insieme al capo di stato del Burundi, Cyprien Ntaryamira, viene abbattuto da un missile terra-aria nel cielo di Kigali. I leader politici e il movimento radicale Potere Hutu accusano dell’attentato i ribelli Tutsi del Fronte patriottico ruandese.

Leggere le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese, che parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 morti ogni ora, 7 morti al minuto), o i rapporti delle Nazioni Unite che calcolano mezzo milione di donne stuprate e traumatizzate e 400.000 orfani, non è la stessa cosa che leggere il racconto della mattina in cui gli  Interahamwe (“Quelli che combattono insieme” in lingua kinyarwanda) irrompono nella casa di Bibi, situata nel quartiere dell’areoporto di Kigali, dove la sua famiglia composta dalla madre, dalla zia Immaculée, dal fratellino Jerome e dai cuginetti Joella, Martha e Noël sta facendo colazione.

La mattina in cui hanno ucciso la mia famiglia sembrava un giorno come gli altri… Era il 13 aprile 1994… Di quelle ore ho conservato immagini impazzite, come cartoline dall’inferno, che qualcuno mi sbatte in faccia: flash vividi e colorati, spezzoni di un film senza sopravvissuti. Sono istantanee che mi gelano l’anima, ogni volta, nello stesso modo, anche dopo vent’anni… quei maledetti fotogrammi tornano senza preavviso e ripropongono altri frammenti di morte: è come la composizione di un puzzle che vorrei non completare mai. Adesso so, invece, che mi accompagnerà tutta la vita.”

Oggi Bibi è una studentessa di medicina, a Roma, grazie al Progetto Rwanda. E con determinazione affronta i suoi fantasmi e ci racconta la sua storia, perché

“Chi è tornato dall’inferno ha il dovere di raccontarlo, per gratitudine e perché la sua esperienza può aiutare chiunque: in ogni luogo, spazio e tempo. (…) ricordare è tutto.”

Noi abbiamo il dovere di ascoltare la storia di Bibi, dei daymoni che hanno trasformato il suo paese in una distesa di sangue, corpi martirizzati e anime devastate in fuga, della sua amorevole famiglia e degli hutu che a rischio della vita l’hanno nascosta, protetta, curata, aiutata a fuggire.

Perché se la storia di Bibi è una storia straziante – e leggerla è faticoso – il suo racconto porta con sé anche un barlume di speranza in un mondo libero da simili atrocità, una speranza che alberga nei cuori di quelli che persino nel bel mezzo dell’inferno sanno rimanere umani.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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Una risposta a Dall’inferno si ritorna

  1. IDA ha detto:

    Deumanizzare è l’elemento essenziale per uccidere. Suddividere le persone in categorie, quindi non più come individui della tua stessa specie… parassiti, scarafaggi, topi, cani…. Nel codice genetico c’è, il divieto di uccidere esseri della stessa specie, ma non il divieto di uccidere altri esseri di specie diversa. Gli esseri umani hanno ottenuto la licenza di uccidere altri esseri umani dal momento che non li considera della stessa specie.Il fatto che l’uomo possiede un codice genetico come tutti gli altri animali, ma è riuscito ad avere un equipaggiamento culturale superiore a tutti gli animali.La stessa istituzione della schiavitù, è stata possibile solo, perché questi uomini non sono considerati uomini ma animali. Come mi convinco sempre di più, per quello che riguarda la prostituzione e la pornografia. Abituarsi a percepire la donna come un’oggetto e non come individuo della stessa specie, non può far altro che far aumentare la violenza sulle donne..Che disastri sociali ha fatto una certa politica che ha parlato solo alla pancia della gente e non alla testa, all’emotività e non alla ragione, la tv che è diventata “indignopoli” e non sa più ragionare di fatti.. i risultati li troviamo fuori, per strada, dal fruttivendolo e sul web; si percepisce solo incomprensione, odio e disprezzo per i “deboli”, per i diversi, gli zingari, stranieri, donne e omosessuali….

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