L’appello di una madre

incuboTempo fa ho condiviso la testimonianza di una donna, all’interno di un progetto che si proponeva di dare spazio alla versione di lei su un argomento che ormai da anni è affrontato quasi esclusivamente dal punto di vista maschile: la separazione.

Recentemente quella donna mi ha nuovamente contattata, per denunciare una situazione nella quale sente di non poter sopravvivere più.

Suo figlio è malato. Soffre di una rara patologia autoimmune a causa della quale da più di un anno entra ed esce dall’ospedale e gli è stata riconosciuta una invalidità civile di grado grave.

Nel corso della convivenza con il padre del bambino questa donna non ha mai sporto denuncia per le violenze subite, ma, quando, dopo la separazione, viene aggredita mentre ha il bambino in braccio decide di rivolgersi alle forze dell’ordine, pensando forse che il referto del pronto soccorso possa conferire alla sua storia quella credibilità che sente di non avere; ma per la denuncia viene richiesta l’archiviazione, senza che naturalmente nessuno si preoccupi di svolgere un’indagine.

Sebbene gli stessi assistenti sociali siano stati costretti a riconoscere che, in occasione dei ricoveri del bambino, l’atteggiamento del padre è stato caratterizzato dalla volontà di vedere rispettati i suoi diritti di padre piuttosto che dalla preoccupazione per la salute del bambino (di fatto il sig. XXX sembra invece ancorato rigidamente a quanto disposto dal Tribunale piuttosto che riconoscere le reali esigenze del bambino nonché le difficoltà e la condizione di salute psico-fisica dello stesso, ritenendo quindi la madre l’unico “vero” ostacolo alla frquentazione padre-figlio  – scrivono in una relazione alla Corte), questa madre viene ripetutamente accusata di strumentalizzare la malattia del figlio per ledere il suo rapporto con il padre, e questo alla luce di una CTU che, accogliendo acriticamente le lamentele paterne, ha diagnosticato al bambino l’alienazione genitoriale. Giova sottolineare che questo padre, a supporto della tesi che la malattia del figlio fosse una scusa architettata ad arte dalla madre per danneggiarlo, ha persino tentato di depositare una “non meglio identificata documentazione medica di un certo dott. XXX il quale – senza visitare il bambino! – avrebbe asserito che il minore non è affetto da patologia alcuna“, e che neanche il fatto che la malattia del bambino gli sia successivamente valsa l’attribuzione dell’invalidità grave ha convinto gli “esperti” che lavorano sul caso a rinunciare a basare il loro operato sul parere espresso dalla CTU.

Quello che denuncia questa madre oggi è che, nelle relazioni di sintesi redatte dalle assistenti sociali per il Tribunale, non solo si omette di menzionare i ripetuti tentativi della donna di spostare il discorso sulla violenza fisica e verbale subita dall’ex-partner prima e dopo la separazione – e sulla possibilità che per il bambino l’esser stato testimone e a sua volta vittima di quei comportamenti abbia influito sul tenore del rapporto padre-figlio – ma viene ingiustamente accusata di essersi opposta agli incontri protetti padre-figlio in uno spazio neutro, quando le registrazioni dei colloqui fra lei e le assistenti sociali dimostrano invece che le sue obiezioni riguardavano le decisione – presa arbitrariamente dalle assistenti sociali, in contrasto con l’ordinanza emessa dalla Corte – di lasciare il bambino solo con il padre senza alcuna supervisione.

Visto che ho scritto, in passato, delle tecniche utilizzate dai mediatori familiari allo scopo di ignorare o minimizzare la violenza nel corso dei colloqui, vi riporto una trascrizione delle registrazioni, fornitami da questa donna.

Il contesto in cui avviene questo dialogo è il periodo successivo alla diagnosi di una patologia congenita che ha portato alla certificazione dell’invalidità del bambino; la madre si rivolge al padre del bambino:

“Come concili questo fatto di vederci sereni, che è una frase stimabilissima, ma purtroppo di circostanza, con il fatto che invece nella realtà mi accusi ad esempio di aver fatto ammalare XXX, di averlo avvelenato con le medicine, di essere in combutta con i medici dell’ospedale, non so, come possiamo conciliare?”

Lui: “Io non ho mai fatto nulla di tutto questo” [Nota: salvo cercare di dimostrare in Tribunale che il bambino fosse sano per mezzo delle dichiarazioni di un medico che non lo aveva mai visitato!]

Lei: “chiedo scusa, siccome ormai conosco questi colloqui ed il fatto che io dico delle cose e lui dice che non è vero, adesso io vi leggerò, perché ci tengo particolarmente, degli stralci di quanto riportato negli atti di Tribunale dai suoi avvocati…”

A questo punto interviene la psicologa, dicendo “Però signora…”, ma la donna insiste:

“no questo serve dottoressa, perché voi, lui parla di essere sereni ed io vengo distrutta da quando l’ho conosciuta questa persona, ok? Se XXX [Nota: il bambino] ha assistito a dei fatti spiacevoli [“fatti spiacevoli” è un eufemismo che ci rimanda alla tendenza delle donne di rappresentare la violenza subita in modo da mitigare l’effetto della denuncia, come sostengono gli studi sull’argomento] in passato certamente non è stato per mia volontà, io da vittima qui vengo dipinta come carnefice, io vengo dipinta come conflittuale, e vorrei capire ancora oggi cosa ho fatto, vorrei capire soprattutto come considerate il fatto che questo signore mente costantemente ma nessuno vuole prenderlo come elemento fondamentale”

Di nuovo la psicologa la interrompe: “però signora su questo la fermo perché… le chiedo di arrivare al punto.”

Lei: “arrivi lei al punto dottoressa”

La psicologa: “questo è il passato.”

Questo è solo un brevissimo stralcio delle 53 pagine che mi sono letta ieri sera, ma ritengo sia sufficiente ad evidenziare come sono stati condotti i colloqui di sostegno alla genitorialità.

La madre rimprovera al padre di averla accusata di essere la causa della malattia del figlio; un’accusa piuttosto grave, visto che si parla di “averlo avvelenato con le medicine”, per di più “in combutta con i medici”, e quando l’uomo nega di aver mai mosso simili accuse, vuole mostrare alla psicologa le prove di quanto afferma, ma la psicologa la interrompe, un’interruzione che dalla madre è percepita come un rifiuto di prendere atto della veridicità delle sue affermazioni (“no questo serve dottoressa”).

A questo punto la madre affronta una serie di tematiche:

  • la sofferenza che il comportamento dell’uomo le procura (io vengo distrutta da quando l’ho conosciuta questa persona, ok?);
  • la violenza assistita subita dal figlio;
  • la richiesta di spiegazione del significato di “conflittuale”;
  • il fatto che nel corso dei colloqui con la psicologa il padre menta spudoratamente.

La psicologa di nuovo la interrompe, dicendo “le chiedo di arrivare al punto”. “Andare al punto”, “arrivare al dunque”, “venire al sodo”, sono tutte espressioni che usiamo per sollecitare qualcuno che si sta perdendo in chiacchiere inutili. Quello che sta dicendo, questa psicologa, è che la sofferenza della donna, la violenza subita da lei e dal bambino, il fatto di non aver ricevuto alcuna indicazione concreta su cosa intendano i servizi sociali con l’espressione “conflittualità”, e le menzogne del padre, sono tutti argomenti di scarsa importanza.

La madre reagisce domandandole quali sarebbero, allora, le cose importanti (“arrivi lei al punto dottoressa”), e non riceve nessuna risposta. Non le viene spiegato perché nelle relazioni lei è descritta come conflittuale, non le viene spiegato perché la violenza assistita non è considerato un elemento atto a spiegare il disagio del bambino, non le viene spiegato perché stabilire cosa è vero e cosa non lo è non è importante quando si è chiamati a discutere del benessere di un bambino. La violenza, la sofferenza, non vengono negate – questa madre non è accusata di essere una bugiarda, visto che può provare ciò che afferma – ma le viene detto che quanto accaduto “nel passato” non è importante e non deve essere argomento di conversazione, nè argomento da trattare nelle relazioni da inviare al Giudice che prenderà delle decisioni in merito al minore coinvolto.

Peccato che questo “passato” evocato dalla psicologa sia pericolosamente vicino al presente, visto che il padre ha mentito qualche secondo prima proprio davanti a lei.

Alla luce di quanto redatto da chi ha condotto questi colloqui, il Tribunale ha disposto l’affido del minore ai servizi sociali, a causa del “comportamento escludente” della madre, che viene accusata di servirsi di suo figlio come “strumento di vendetta nei confronti dell’ XXX [padre], nei confronti del quale ha dimostrato di provare un forte rancore“.

Vi chiedo: è questo il modo in cui lo Stato italiano tutela i cittadini che chiedono aiuto?

Spero di non dover leggere mai più che le donne muoiono perché non denunciano. Le donne  muoiono perché quando parlano si sentono rispondere che quello che dicono non è importante.

 

Vi rinnovo l’invito a sostenere la causa di Antonella Penati, nella speranza che almeno la Corte di Strasburgo possa far prendere coscienza a questo paese che abbiamo un grave problema, che riguarda l’incolumità, la salute e il benessere di donne e bambini.

 

Per approfondire:

Federico ucciso in ambito protetto: il ricorso alla Corte di Strasburgo

La negoziazione nelle cause di separazione: dalla violenza al conflitto

Violenza domestica e mediazione familiare

Se si tutela la madre, si tutela anche il figlio

In che modo l’enfasi sulla bigenitorialità è pericolosa per le vittime di violenza domestica

Traumi infantili, salute e violenza domestica

Violenza e affidamento

Violenza e affidamento – II parte

Il familismo amorale

Annunci

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in affido e alienazione genitoriale, attualità, notizie, riflessioni, società, tutti i volti della Pas e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

18 risposte a L’appello di una madre

  1. ladymismagius ha detto:

    Leggendo questo post sono stata pervasa da un senso di angoscia e di rabbia. E non riesco nemmeno a immaginare quanto forti devono essere queste emozioni in una persona che si vede prigioniera di un assurdo, ignobile teatrino in cui non ha voce!
    Voglio esprimere tutta la mia solidarietà alla madre protagonista di questa storia ed esortarla a non lasciarsi abbattere e soprattutto a non lasciarsi convincere a lasciar perdere. Voglio che sappia che ci sono persone che le credono, che la sostengono, che racconteranno la sua storia perché tutti devono sapere che ci sono psicologhe che svolgono il loro lavoro in modo ignobile, assistenti sociali che mettono in pericolo il suo bambino, e giudici che non riescono a vedere tutto questo.
    Voglio che sappia che se c’è qualcosa di più che possiamo fare oltre a questo, lo faremo.

  2. Giulia ha detto:

    Non ho parole per la rabbia che mi è salita nel leggere e per l’angoscia che lascia questa testimonianza.
    è allucinante come si possa mettere in pericolo un bambino in questo modo e come la sua mamma sia messa in questa situazione: la parte lesa viene vessata invece che protetta.
    Non ho parole, ma ho solidarietà: se c’è qualcosa che posso fare, sono disponibile.

  3. ladymismagius ha detto:

    L’ha ribloggato su Il Ragnoe ha commentato:
    Questa è una storia che deve essere raccontata. Non c’è altro da dire.

  4. L’ha ribloggato su SARTORIE CULTURALIe ha commentato:
    Bisognerebbe iniziare a inviare questo materiale alle università che formano gli operatori dei servizi sociali. Sono anch’esse colpevoli di situazioni come queste.

  5. ilaria ha detto:

    Lo sconforto è enorme. Mi associo agli altri commenti e aggiungo che questa donna non deve mollare, è arduo, ma non deve. Non è da sola, e, se può servire, possiamo andare in tribunale a sostenerla.

  6. Maria ha detto:

    Anch’io esprimo tanta, tanta solidarietà alla mamma protagonista di questa storia di grande ingiustizia e la esorto a non arrendersi e a continuare a lottare per la difesa del benessere del suo bimbo. Non è sola. Siamo con lei e siamo pronte a sostenerla in ogni modo. Un abbraccio forte, forte.

  7. elena ha detto:

    Esprimo tutta la mia solidarietà possibile alla Madre. Faccio miei i precedenti commenti. elena

  8. Francesca ha detto:

    Quanto dolore…è atroce, insostenibile! Spero abbia delle amiche,qualcuno che le voglia bene standole vicina, ascoltandola, credendo fermamente in lei,rassicurandola del fatto che non è sola contro questa montagna di merda che le è franata addosso.giorno per giorno, per anni, fino a trasformarsi in una trappola di sabbie mobili pericolosissime,infide,avvelenate,distruttive.La immagino alle prese con le maglie della Legge,con quella professionalità gelida, impersonale, tecnica, distaccata,nemmeno minimamente empatica nei suoi riguardi e in quelli sacrosanti quanto i suoi, del bambino…Ci parla di assistenti, di giudici…e sono DONNE!!!!! come lei, come noi!!!!! Quanta ipocrisia esiste nelle opinioni della gente quando si ripete a pappagallo la bellezza di questa stramaledetta e spesso inesistente o surreale sorellanza? Ma dove sta di casa questa sorellanza,dove abita, chi l’ha vista nella vita di questa donna infelice e disperata a causa di un folle e sadico uomo che trae godimento nel distruggerle la vita e non si ferma davanti a niente,a nessuno,neppure davanti al proprio figlio in grave sofferenza fisica e psicologica? Perchè tutto questo? Si,lui è responsabile primo…ma gli altri?Le figure che ruotano intorno a tutta la storia,a questa donna e a questo bambino…escludendo i genitori di lei..CIOE’ TUTTI GLI ALTRI!!!!, sono dei complici schifosi,sono criminali!!! Diffonderò la sua storia,le sue parole disperate…E sono convinta che ce la farà,perchè mentre la sento gridare così forte “IO ESISTO!!! E’ IN GIOCO LA MIA VITA E QUELLA DI MIO FIGLIO!!! ” capisco all’istante che non l’ hanno vinta,che è viva,che in lei lo spettro della frustrazione impotente non è riuscito ad entrare e non ci riuscirà mai! Un forte abbraccio a questa mia sorella, tenero,e con tanta stima e speranza di ritrovarla al più presto serena,finalmente al sicuro, e libera.

  9. Nato Invisibile ha detto:

    Cadiamo come mosche. Il filo invisibile a cui sono appese le nostre malriposte speranze, è sottilmente crudele. Sottilmente, astutamente. Perché all’inizio ti fidi: ti fidi di lui, ma poi non ti fidi più. Allora ti fidi di te stessa, di un avvocato, di un ricordo di qualche slogan che ti dice di non tacere. Telefoni rosa azzurri e variopinti. Ti fidi della giustizia.
    Quale orco che minaccia l’incolumità tua e del tuo piccolo, con grossolane e inventate panzane, otterrà mai credito? Per un sottile e sadico gioco di invisibili ragnatele, resti invischiata con loschi individui che non sono disposti a vedere, ascoltare. Il loro parere è legge. Il loro posto nel mondo è su uno scranno. Il tuo? Sottoterra. Sei fuori luogo, ingombrante, ostativa. Se tuo figlio sta male è solo colpa tua. Se sta molto male , la causa sei comunque tu, e chi è causa del suo mal…
    Grazie ai commenti, specie a chi vuole portare queste store all’università. La strada è lunga ed estenuante. Da vittima sei carnefice, e non appena varcata quella soglia ti stampano ila Kappa di Kafka addosso per tutto il processo. In cui non vincerai. Mai. Massima solidarietá,

  10. paolam ha detto:

    Cara autrice e cara protagonista, ho letto condiviso su FB: non dobbiamo tacere, non dobbiamo far passare l’opera di mistificazione e silenziamento. Grazie.

  11. Caterina Livide ha detto:

    Sull’ultimo numero di Toscana Medica c’è un articolo al riguardo, i medici sono impotenti di fronte a figure professionali NON mediche, che pongono diagnosi e somministrano soluzioni senza cognizione di causa. Il link all’articolo. http://www.ordine-medici-firenze.it/toscanamedica/Giugno_2015/files/basic-html/page46.html

  12. Caro Ricciocorno grazie per aver diffuso la testimonianza di questa donna che ha dovuto vivere questo orrore e per averla sostenuta. Vogliamo dire a lei che le siamo vicine, alcune di noi hanno avuto esperienza di violenza maschile e leggere questa storia fa molto male, ma non bisogna smettere di lottare, ma anzi unire le forze. E’ importante il sostegno tra donne, fare rete contro l’ingiustizia, contro una società che colpevolizza le vittime invece di ascoltarle e liberarle dalla violenza. un abbraccio grande a questa donna coraggiosa e per qualsiasi iniziativa o anche solo per uno scambio noi ci siamo resistenzafemminista@inventati.org

  13. Pingback: Premio australiana dell’anno a Rosie Batti, alla quale l’ex uccise il figlio | Blog delle donne

  14. RossaSciamana ha detto:

    CIT: Le donne muoiono perché quando parlano si sentono rispondere che quello che dicono non è importante.
    Hai assolutamente ragione. Ho da chiederti una cosa Ricciocorno. Da anni cerco delle statistiche sulle donne che si difendono fisicamente dalle aggressioni subite, non ho trovato nulla su questo argomento e sul come viene affrontato, ricordo in maniera vaga una vicenda di qualche anno fa dove la donna che si difendeva veniva accusata dall’uomo di aggressione e poi fu condannata per questo, non mi stupisce in realtà, ma volevo appunto sapere da te che vai a fondo su questi argomenti se esistono statistiche in tal senso in Italia, in Europa e nel mondo. Ciao.

  15. RossaSciamana ha detto:

    Grazie Ricciocorno, l’articolo va a confermare una mia tesi sugli stereotipi di genere connessi all’aggressività femminile e quando leggo “sporadico” associato a: “non perseguibili” le confermano ancora di più le mie teorie ma in generale confermano il mio pensiero. No comunque non mi riferivo al caso di Jaqueline Savage, ma a quello di una ragazza italiana di cui non ricordo il nome, avvenuto circa 10 anni fa, anche il periodo non me lo ricordo esattamente ma ho memoria del fatto che ebbe eco con commenti tipo: “la donna reagisce!” messi a mò di stranezza inconcepibile sui quotidiani. Per questo chiedevo delle statistiche, e il fatto che non ci siano conferma anche questo molti stereotipi sui generi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...